I segni del cambiamento di prospettiva e di paradigma si trovano dovunque e specie laddove si è tentato di accelerare al massimo il film per evitare il crollo del sistema e trasformarlo nell’ arco di pochi anni  in una sorta di feudalesimo autoritario: il forum di Davos dove dal 1971 il neoliberismo ha lanciato la sua buona novella e dove dall’anno scorso ha lanciato quella del grande reset, si tiene adesso in via telematica, mentre la riunione effettiva si terrà a Singapore nella tarda primavera. Una traslazione geografica certamente con casuale, così come non è causale che ad aprire il forum telematico sia stato il leader cinese Xi Jinping, ovvero l’espressione di una enorme potenza economica che è formalmente comunista: fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile.  Una voce vera che fa da contraltare  ai vaghi e banali  discorsi del fondatore del forum, l’oscuro ingegnere Klaus Schwab che non si sa in che modo abbia potuto mettere in piedi  un consesso così importante  ad appena 33 anni, il quale  ora ci ammorba col suo “capitalismo degli stakeholder” ovvero degli interessati nel senso che un’azienda si dovrebbe concentrare  sul soddisfare le esigenze di  clienti, dipendenti, partner e la società nel suo insieme. Quasi ovvio in tutto solo che la società di cui si parla è quella fatta a misura dell’azienda stessa che la controlla da tutti i punti di vista.

Xi invece ( in oriente usare solo il nome non è segno di familiarità, ma di riconoscimento di rango) ha invece spezzato una lancia in favore del multilateralismo: “Costruire piccoli circoli o iniziare una nuova Guerra Fredda o respingere, minacciare. intimidire gli altri, imporre volontariamente interruzioni degli approvvigionamenti essenziali  o sanzioni e creare isolamento o allontanamento non farà che spingere il mondo alla divisione e persino al confronto ( …) Non possiamo affrontare sfide comuni in un mondo diviso e il confronto ci condurrà a un vicolo cieco. L’approccio fuorviante di antagonismo e confronto, sia sotto forma di guerra fredda, guerra calda, guerra commerciale o guerra tecnologica, alla fine danneggerebbe gli interessi di tutti i paesi (…) “La differenza di per sé non è motivo di allarme. Ciò che è allarmante sono l’arroganza, il pregiudizio e l’odio “. Mentre il multilateralismo consiste “nel condurre gli affari internazionali attraverso la consultazione e far sì che il futuro del mondo sia deciso da tutti che lavorano insieme (…)  scivolare in un arrogante isolamento sarà sempre fallire.”

E’ chiaro che Jinping fa di tutto per accreditare la nuova via della seta come il futuro asse di equilibrio economico e cerca di evitare uno scontro frontale, anzi di ingraziarsi gli interlocutori. Ma francamente lascia stupefatti che molti abbiano interpretato il discorso del leader cinese come consonante a ciò che viene dal mondo di Davos, mentre in realtà ne è l’esatto contrario e non solo perché sono proprio gli Usa e i suoi alleati, ad essere campioni del conflitto in tutti i sensi e in ogni luogo, ma perché la concordia confuciana che egli propone non può nascere dentro un sistema che non tollera alcuna defezione o eccezione come appunto quello neoliberista o capitalista in genere. Questa non è concordia,  è invece una sorta di violenza che nasce dalla paura del confronto o dalla convinzione che solo normalizzando e adeguando a sé  ogni cosa e ogni cultura, ogni parte del pianeta  il sistema abbia spazio per vivere: il capitalismo occidentale è nemico di qualsiasi multipolarismo perché paradossalmente  niente come una cultura che esalta la competizione ha paura della stessa, soprattutto quando si accorge di stare perdendo.  Le prossime settimane ci diranno quali saranno le reazioni della governance occidentale formata da  imperialisti umanitari, oligarchi democratici, Big Tech, Big Pharma, Big Media e se riusciranno a sopportare la collaborazione con un sistema che non sarà comunista nel senso classico, ma nel quale il pubblico conserva un forte controllo sull’economia ( dunque sui mezzi di produzione) in contrapposizione  con un mondo nel quale è incorso un tentativo di privatizzazione integrale. Ma questa volta lo diranno nell’affollata Singapore, non più nell’aria rarefatta di Davos. E questo è già più di un segnale, è un monito.