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Landini al Viminale, sindacati all’Aventino

sindAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dunque, i  sindacati vengono convocati al Viminale con un invito su carta intestata del ministero a firma, immagino, di Matteo Salvini.  Non conosciamo l’ordine del giorno della riunione: che c’è da immaginare fosse piuttosto generico. Landini segretario della Cgil non si stupisce,  ci va e, oh sorpresa, si trova davanti come interlocutori solo rappresentanti della Lega compreso un sottosegretario indagato per corruzione.

Negli anni il focoso metalmeccanico deve avere appreso la virtù della temperanza e non se ne va, sta a sentire tutto il pistolotto  elettorale con il quale l’efferato energumeno illustra i propositi del suo partito. Lo immaginiamo poi posseduto da quello che francesi chiamano l’esprit de l’escalier che ci fa dire dopo un episodio sgradito e umiliante e solo  mentre scendiamo le scale:  potevo rispondergli così, potevo ribattere in quest’altro modo, potevo dare pan per focaccia a quello stronzo! ma ormai è tardi e vorresti dimenticare. Come probabilmente avrebbe voluto fare Landini se il caso non fosse diventato di dominio pubblico. Così, preso in castagna, reagisce: sarebbe stato ingannato, credeva si trattasse di un incontro ufficiale, e ridicolizza le molte anime del governo.

Verrebbe da dire che invece di anime il sindacato e la Cgil dimostrano di averne una sola. E una sola faccia, esibita ormai in molte occasioni e con molti precedenti grazie ai quali non c’è da stupirsi dell’accaduto, anche se gli è subito succeduto una veemente esternazione del segretario in merito allo sgombero poliziesco di Primavalle, peraltro in linea   con quelle politiche del Viminale in materia di sicurezza  che non dovevano essergli ignote anche prima del famoso conciliabolo.

Ha ragione Landini di dire che fa parte della missione di rappresentanza delle parti sociali confrontarsi con il governo. E infatti quell’incontro  poteva essere l’occasione per esporre critiche e obiezioni appunto sullinterpretazione aberrante che viene data di ogni fenomeno, si tratti di immigrazione, di rivendicazioni salariali, di scioperi e proteste, di senzatetto obbligati allillegalità, come se si trattasse di problemi di ordine pubblico e fermenti da sedare con idranti e manganelli, invece di limitarsi in forma postuma a rinfacciare quei 49 milioni come siamo capaci e autorizzati a fare tutti noi su Facebook.

C’è da stupirsi quindi di chi si stupisce della presenza al Viminale del veemente ex segretario della Fiom che già da tempo ha assunto i modi e i toni composti che si addicono a una figura istituzionale intenta a intessere proficue relazioni negoziali e ispirate all’unità di quelli che ci vogliono sulla stessa barca,:  ambientalisti e madamine pro Tav,  padroni e lavoratori, minori sotto il caporalato di tutte le latitudini e intelligenze artificiali, volontari coatti dei grandi eventi con Jovanotti e sofisticati creativi, triplice e confindustria in piazza il Primo Maggio  “per dare una scossa la governo”, genovesi e i Benetton salvatori dell’Alitalia.

E mettiamoci anche la latitanza dall’unica proposta ragionevole per l’Ilva quella della nazionalizzazione, se è vero come è vero che quel comparto serve all’Italia,  o da una battaglia contro la riforma Fornero.

E non vogliamo aggiungere la rimozione dal carnet degli impegni della cancellazione dell’articolo 18, non fosse altro che per il suo valore simbolico di difesa delloccupazione sempre più precarizzata e della dignità delle mansioni, tutte, o l’abiura da quella indecente sottoscrizione di un patto per il Welfare contrattuale che ha ufficializzato la conversione  della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale? O la totale adesione alla colpevolizzazione di sigle minori, di autonomi e comitati di base, (giustamente condannata da Cremaschi che auspica il ritorno a un sindacato di classe) rei di fermare il paese per deplorevole affiliazione ai moti populisti come ha a suo tempo deplorato il segretario della Cisl, che romperebbero il fronte di lotta unitaria svolta in apparente clandestinità se pensiamo al silenzio che ha circondato Job Act,  Buona Scuola, salvo qualche risveglio dallo stato letargico in merito al reddito di cittadinanza colpevole, ma guarda che delitto, di essere superiore a un salario vergognoso. 

C’è da stare attenti alle analisi di chi piange la fine della sinistra collocandola al tempo stesso nel contesto dei fenomeni naturali e incontrastabili della globalizzazione e degli effetti collaterali del progresso. Per ritrovarne traccia basterebbe andare nei movimenti ridicolizzati dai poteri, per la città e lambiente, per la casa, per la qualità delle risorse e l’accesso equo, basterebbe recarsi tra quei pochi che si battono per il territorio contro al militarizzazione, la speculazione, la corruzione e gli abusi delle Grandi Opere, contro le privatizzazioni di beni comuni e proprietà pubbliche messe all’incanto.

Ma non aspettatevi di scoprirne un po’ sotto la vernice riformista  e europeista di chi pensa che basta un pizzico di tecnologia, qualche robot, cemento per dare uno spazio vitale agli immigrati, generosi part time per far esprimere il talento delle casalinghe, con compensi di pari vergogna con quelli dei compagni tutto venduto grazie al dolce sapore della rinuncia, necessaria e ineluttabile, in cambio degli unici diritti concessi: alla fatica e a accontentarsi.

 

 


Guerra a Primavalle

primav Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un assedio notturno di oltre 200 agenti in tenuta antisommossa, iniziato alle 23.30 e durato tutta la notte, con 18 blindati della polizia, 6 camionette dei carabinieri, 6 defender, 2 camion idranti e un elicottero,  si è concluso  nella mattina di ieri con lo sgombero, programmato da tempo dalla Prefettura, della vecchia scuola di Primavalle, occupata da quasi 20 anni da circa 350 persone per lo più stranieri ma anche famiglie italiane con molti minori.

Il Campidoglio ha reso noto di aver proposto a 199 di loro,  soggetti “in emergenza abitativa”,  supporto e accoglienza alloggiativa all’interno di un progetto personalizzato di inclusione. Ma voi ci credereste se foste stati trattati   come  criminali,  già bollati da irregolari, già dichiarati  fuori legge quando siete entrati in Italia o quando avete occupato, costretti con la minaccia  a  lasciare un tetto precario  che però è l’unico che vi abbia dato riparo? 

E’ passato poco meno di un anno da quando il ministro dell’Intermo si è macchiato di una colpa poco rammentata  e biasimata,  forse perchè non ci sono in ballo intrepide valkirie e nemmeno Buzzi e Odevaine,   ma solo qualche sfigatissimo centro sociale. Parlo di quella circolare, ben puntellata dalla direttiva Minniti dell’anno precedente,  che ha stabilito che le occupazioni abusive di stabili sono non una negligenza e una responsabilità di Stato, governo centrale e amministrazioni locali, incapaci, corrotti e dissipati ma pure incravattati da vincoli esterni, bensì  una emergenza di ordine pubblico da contrastare – per «il miglioramento delle condizioni di vivibilità delle città» e «la prevenzione delle situazioni di degrado e di condotte illecite» – con la doverosa repressione muscolare e con i necessari strumenti di garanzia, delicato eufemismo per definire quello che è capitato ieri a Primavalle.

Come sempre annusando dietro ai dogmi si sente il fetore dello sterco del diavolo e infatti la circolare era la non inattesa reazione alla sentenza di un paio di mesi prima del tribunale di Roma che aveva stabilito che il Viminale risarcisse per 28 milioni la proprietà dell’ex fabbrica Fiorucci a Tor Sapienza, occupata nel 2009 e diventata anche uno spazio espositivo autogestito (il Maam, a conferma di che lana caprina sia l’ideologia del salvinipensiero.  Un susseguirsi di sentenze del giudice civile rendevano sempre più potente la pressione proprietaria:  in Italia secondo l’Istat 7 milioni di alloggi disabitati, togliendo le seconde case sono  quasi tre milioni gli appartamenti sfitti e più di 650 mila famiglie iscritte da anni alle graduatorie per un alloggio di residenza pubblica e per  l’Eurostat, il 9 per cento della popolazione e il 14 per cento dei minori vivono in una condizione di “disagio abitativo grave”.

E se Roma piange con 92 insediamenti abusivi “ufficiali” Milano non ride:  sono diecimila le case popolari non assegnate e 23 mila le famiglie in graduatoria, 42 gli stabili occupati e   la stima degli inquilini fuorilegge è di circa 1300. Basta pensare al Giambellino, quello del Cerutti Gino che oggi sarebbe in graduatoria con migliaia di persone  che aspettano una casa popolare che non viene assegnata: su  2.667 alloggi, più di 900  sono vuoti e più della metà è stata  occupata, tanto che ripetutamente la regione ha chiesto l’invio dell’esercito.

L’azione dell’Aler, l’azienda regionale per l’edilizia in fallimento e commissariata in attesa della attesa autonomia, si è limitata per ora a mettere i chiavistelli alle abitazioni vuote togliendo i sanitari e le tubature e a lasciare nel degrado e nell’abbandono quelle abitate regolarmente e irregolarmente. Ma rivendica che negli anni ha ristrutturato una novantina di alloggi, una novantina su 900 sui quali ha competenza. Il perchè è presto detto, visto che fa parte di un processo in corso in tutta la Capitale morale, rendere invivibile la città per gli abitanti, cacciarli nell’Hinterland e intervenire dopo con investimenti pubblici oltre che privati per allineare i vecchi quartieri popolari agli standard della nuova Gran Milàn, quella degli emiri, dei fondi sovrani, delle Olimpiadi del terziario oligarchico. E infatti nel 2013 arriverà al Giambellino la metro e in attesa alcuni terreni sono stati ceduti all’azienda che la sta realizzando, e della quale il comune è socio di maggioranza,  cui è concesso di farne uso in festosa deroga delle norme urbanistiche.

Indovinate chi nel 1994 coniò lo slogan “padroni in casa nostra!”. Fu lo stesso dei condoni e delle leggi che hanno contribuito a gonfiare il valore immobiliari delle abitazioni come voleva il crescere delle bolle immobiliari soffiate qui da oltre Atlantico facendo della casa, ma solo per chi poteva permettersela, o per chi si illudeva di potersela permettere, il pilastro su cui poggiava la società. E creando la contempo le basi di un permissivismo  nei confronti della cancellazione delle regole di tutela, derubricando corruzione e speculazione come effetti collaterali e inevitabili dello sviluppo.

Nemmeno la crisi dei subprime li ha fermati: nel 2009 sempre Berlusconi annuncia il Piano Casa e da allora Regioni e Enti locali fanno a gara nel mettere a punto un impianto di deroghe e licenze alla pianificazione   per appagare gli appetiti sempre più voraci delle lobby edilizie e immobiliari, ma il record va giustamente attribuito ai governi Monti, Renzi e Gentiloni che producono quei provvedimenti in favore del settore privato che hanno trasformato l’urbanistica in un format per la negoziazione tra amministrazioni e lobby, nella quale sono sempre le prime a rimetterci. I Piani regolatori vigenti contemplano incrementi di cemento illimitati: solo a Roma e a Milano ammontano a 120 milioni di metri cubi, dando a intendere che siano al servizio di un milione di nuovi abitanti in città che perdono popolazione da trent’anni.

Ma basta guardare ai centri storici delle due capitali, a Firenze, a Venezia, a Napoli, a Palermo per immaginare che ricambio hanno in mente gli impresari della rendita parassitaria. Converrebbe stare al fianco dei 350 di Primavalle, può essere che prima o poi sfrattino anche noi.

 

 


La dittatura delle bugie

media-500x438Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è mica colpa nostra se, per commentare l’introduzione del Red Button, lo strumento governativo affidato alla Polizia di Stato per contrastare le fake news tramite le segnalazioni dei naviganti, tocca ricorrere alla scontata citazione del Ministero della Verità.

Sono loro che con un certo ritardo sul 1984, attuano la profezia di Orwell e il proposito di ogni duce, führer  e aspirante tale, e impongono il loro passato, presente e futuro, tutti e tre bugiardi, come unica realtà legittima e legale,  in difesa smodata e soverchiante delle loro auguste persone e della loro reputazione, in nome di  una privacy inalienabile e comunque molto superiore a quella della gente comune, invasa invece da tutte le possibili e invasive forme di spionaggio e controllo e costretta al consumo coattivo dei prodotti della fabbrica delle menzogne.

Non ci piace vincere facile  e nemmeno  ci proviamo a compilare una graduatoria o una gerarchia dei gradi di  pericolosità delle notizie che circolano, per stabilire se rappresenta un maggiori rischio sociale la diffusione di dati farlocchi sull’occupazione piuttosto che la notizia altrettanto falsa di un impiego con lauta remunerazione per un parente della  Boldrini o di quello probabilmente autentico di una protetta didi Nardella, se sia più grave propagandare i fasti della casette per i senzatetto del sisma e della relativa ricostruzione, o i benefici del bicarbonato anticancro.  O se gli aggiornamenti sulle scie chimiche siano  più maligni su quelli che riguardano gli effetti demiurgici della Buona Scuola sulla competitività nazionale in materia di progresso e ricerca scientifica.

Come si addice ai titolari dei dicasteri della propaganda, i minculpop di ogni tempo e latitudine e sotto tutti i regimi assolutistici, a lor signori non interessa la verità, tantomeno la corretta divulgazione di notizie e dati, aborriscono la verifica dell’efficacia delle loro misure, vogliono cancellare la memoria delle loro promesse non mantenute,  intesi unicamente alla tutela della faccia che rivendicano di “averci messo” come sigillo plastico di infamie e soprusi.

Per questo l’iniziativa in difesa della loro veridicità, attendibilità, autenticità, sincerità, obiettività, oggettività, giustezza, precisione, è rivolta unicamente contro la rete e la circolazione in quei territori occupati dall’insano, ignorante e volgare populismo, di qualche probabile bufala, ma di molto malcontento, molta critica, molte rimostranze. Mentre risparmia generosamente e benevolmente i media tradizionali, gli autorevoli giornaloni che non costituiscono un pericolo per l’establishment come dimostra il recente caso di  Repubblica e la sorprendente rivelazione per i suoi giornalisti che il loro non è un editore puro e che il suo schierarsi è stato mefitico, velenoso e inquinante almeno quanto alcune sue attività imprenditoriali.

E non a caso, ristabilite le risibili convenzioni della par condicio in quelle parate di starlette  e comici dell’intrattenimento politico in tv, la guerra contro le fake news viene ufficialmente dichiarata in campagna elettorale a conferma che solo le loro, anche quelle per lo più diramate via twitter e social network, sono permesse, autorizzate, costituzionali e conformi alla legge. Per le altre fonti scatta la solerte denuncia, la opportuna delazione secondo criteri e valutazioni affidati al Viminale e procedure a salvaguardia dell’ordine pubblico che deve vigere anche nella piazza virtuale.

In previsione della mobilitazione di “piccoli pionieri” del Pd pronti a segnalare le infami indiscrezioni sulla cellulite delle ministre in carica, di ultrà di Calenda inneggianti alla smentita di ignobili insinuazioni sulle condizioni dell’Ilva di Taranto, di badanti virtuali del cavaliere che invocano al sharia per chi ne deride capigliatura e prestazioni virili, suggerirei di cominciare a usarlo noi il bottone rosso (che sia rosso vorrà pur dire qualcosa?).

Di materiale ne abbiamo e ne avremo tanto anche senza scomodare gli slogan che campeggiavano sul palazzo del ministero della verità:  “La libertà è schiavitù” o “L’ignoranza è forza”. E “La guerra è pace”, sempre attuale e sempre in vigore. E in fondo a quante missioni umanitarie, esportazioni di democrazia, interventi di aiuto e rafforzamento istituzionale abbiamo partecipato, grazie a un voto, semi clandestino magari in prossimità di meritate ferie,  di un parlamento illegittimo, che difende le sue illegittime fandonie e la legalità delle ingiurie a verità e democrazia-

 


I benemeriti di Firenze

Anna Lombroso per il Simplicissimus

I fatti sono noti. Firenze, due americanine – quante ne abbiamo viste nei film anni ’50, ugualmente esposte ai rischi della sindrome di Stendhal e all’abuso di Chianti?, dopo una tumultuosa serata in discoteca accettano il passaggio di due “garbati” carabinieri in divisa che si offrono di accompagnarle a casa con la “gazzella”. Poi arrivati là, parcheggiano l’auto di servizio, avvisano la centrale che sono impegnati in un controllo e cominciano a “prendersi dei passaggi” sempre più aggressivi con le ragazze prima in ascensore, poi in un rapporto sbrigativo  quanto violento, sul pianerottolo.

Una volta entrate nell’appartamento, accolte dalle compagne di stanza le due ventunenni paradossalmente extracomunitarie si rivolgono alla polizia che avvia il protocollo rosa per gli stupri. E con grande imbarazzo dell’Arma e della ministra l’accusa dei due ora indagati è di violenza.

A rischiare una diagnosi di sociologia un tanto al metro, possiamo dire che si tratta dell’ennesimo caso che dimostra la difficoltà che l’integrazione in un contesto civile, in una società matura, in una cultura attenta alla dignità e all’uguaglianza di genere incontra sia presso etnie allogene che tribù locali. Perché viene da pensare che i due carabinieri si siano persuasi proprio come certi branchi colorati che parlano altri idiomi, ma allo stesso modo frugano i coroi, minacciano, prendono a schiaffi e pugni per consumare un po’ di sesso  gratis, che l’esprimersi di libertà, qualche innocente trasgressione, un abbigliamento disinvolto autorizzino un approccio che non ha bisogno di consenso, anzi  che sia un invito, addirittura che sia una provocazione  e una sfida alla mascolinità da raccogliere per confermare la proprio identità e forza virile.

Come mi è già capitato di scrivere (anche qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/09/04/attente-alluomo-nero/  e qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/05/13/serracchiani-meglio-lo-stupro-strapaesano/) c’è poco da cercare rincuoranti differenze e rassicuranti gerarchie criminali tra stupratori indigeni e forestieri, tra quelli perpetrati da sconosciuti e quelli prodotti da amici e  famigliari. Alla base c’è sempre l’istinto predatore, la concezione della donna come di una risorsa da consumare perfino con più gusto se di dibatte e chiede pietà in modo da riconfermare potenza e supremazia, la percezione che si tratta di roba propria che si può alternativamente difendere in qualità di proprietà e profanare, maltrattare e distruggere, che il dio cui si guarda sia Allah o Domineddio.

Così ci sarebbe da suggerire che il piano per l’integrazione che il Viminale si accinge a predisporre per governare l’invasione straniera, si annoverino corsi di italiano anche in favore di amministratori leghisti, programmi di “galateo” diretti sì a forestieri ma pure a  connazionali, ispirati a relazioni mature e rispettose con l’altro sesso, per non dire di robuste lezioni di educazione civica per chi desidera prendere la nostra nazionalità ma soprattutto per chi ne rinnega il valore e di popolo e le radici, sia quelli di Forza Nuova, rappresentanti politici, governanti o forze dell’ordine sleali che allo stesso modo tradiscono il loro mandato-

Perché un’aggravante c’è nel comportamento dei due carabinieri, che hanno usato la divisa per accattivarsi fiducia per poi intimidire e minacciare, che proprio come succede con la tortura, si fanno forza e esercitano sopraffazione nei confronti di chi si affida o viene posto sotto la loro protezione e tutela. Ugualmente, anzi peggio, di quanto si consuma grazie all’abuso di autorità di un medico, di un insegnante, di un educatore, di un prete, perché a compiere un crimine odioso oltraggiando la persona e la legge è chi è incaricato di farla applicare. Che in questo modo rompe il rapporto di fiducia tra stato e cittadini, la speranza che ci sia giustizia, l’illusione che la libertà nei pensieri e nei comportamenti sia rispettata e tutelata.


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