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2 giugno, i generali disertano

Grosz-part.Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che il malumore che vieta moralmente ad alcuni generali di presenziare alla parata del 2 giugno abbia avuto origine da altra celebrazione, che per i militari non ha la stessa valenza istituzionale. I festeggiamenti del  25 aprile non prevedono ostensioni pubbliche di armamenti pagati a caro prezzo in un Paese che proprio il 2 giugno festeggia una repubblica che ripudia la guerra, e nemmeno commemorazioni muscolari con parterre di alte uniformi  e pennacchi, tanto è vero che un generale, Paolo Riccò, ha abbandonato provocatoriamente la  cerimonia della festa della Liberazione a Viterbo appena i presenti hanno intonato Bella ciao, inoffensivo inno legittimato anche dalla presenza in hit parade e da versioni multilinguistiche.

Nei confronti del generale,  che ha avuto in quell’occasione il sostegno del ministro dell’Interno, che vuole aggiungere il dicastero della Difesa al suo repertorio di incarichi simbolici e non, è stata aperta un’istruttoria che i vertici militari (si è costituito addirittura un gruppo, che conta oltre 4.400 iscritti, dal nome «Io sto con il generale Paolo Riccò») hanno inteso come una inqualificabile offesa alla loro proverbiale indipendenza, rivendicata con forza dal un altro generale, Marco Bertolini, casualmente candidato alle europee con Fratelli d’Italia, in un video sui social: “Il Ministro Trenta pretende di insegnare l’etica alle Forze Armate….  e  ad un signor generale decorato al valor militare che ha avuto la signorilità, il coraggio ed il buon gusto di sottrarre la propria unità ad un comizio durante il 25 aprile di pessimo gusto” e che, viene da aggiungere, è per sua fortuna troppo giovane per aver dovuto dimostrare coraggio e buon gusto l’8 settembre.

Questo è dunque il pretesto che impone coerentemente a tre generali (non abbastanza a riposo) e forse ad altri, di disertare l’evento reintrodotto da Carlo Azeglio Ciampi, che mentre contribuiva in prima persona a sottrarre potere decisionale allo Stato, al Parlamento e pure e al popolo, gli offriva un intrattenimento con tanto di frecce azzurre e carri armati su via di Fori imperiali giustamente interdetta al traffico civile.

Alle defezioni in divisa dei tre pensionati d’oro si sono via via aggiunte quelle di eterni aspiranti a pennacchi, galloni e baionette. A cominciare da Ignazio La Russa che non va  in segno di protesta verso la ministra  “che pensa di trasformare le Forze armate in `Peace&Love´, mancando di rispetto ai nostri uomini e alle nostre donne in divisa”,   a Giorgia Meloni che protesta così contro il tentativo di convertire “la tradizionale rivista su via dei Fori Imperiali in uno strumento di propaganda anti-militarista”. E potrebbe forse restare a casa anche il sottosegretario Tofalo, 5stelle ma appassionato di divisa come l’influente alleato di governo, tanto che è stato di sovente immortalato in mimetica,  e che ha accusato la Trenta “di non tutelare fino in fondo i militari e gli investimenti nel settore”.

Come al solito basta grattare un po’ sotto i dogmi e si sente l’odore dello sterco del diavolo e dietro la battaglia ideologica dei vertici militari che “non vogliono applaudire i soldati in compagnia di soggetti che stanno contribuendo a un progressivo e, per certi versi, irreversibile indebolimento delle Forze Armate” –  riferendosi anche a Conte colpevole di aver sostenuto che è meglio rinunciare a 5 fucili e spendere i soldi risparmiati per finanziare una borsa di studio, c’è l’allarme per un “riordino” e una riforma del comparto che potrebbero minare autorità e prestigio, valori che pare sia  necessario riconfermare con acconci investimenti in armamenti, strutture, equipaggiamenti, trattamenti di favore e privilegi per i militari al servizio dei signori della guerra globale, con netta preferenza per le alte gerarchie che pensano che la loro indipendenza in nome della sicurezza nazionale debba essere tutelata limitando  il controllo del Parlamento e delle istituzioni sulla legittimità e congruità costituzionale e perfino giudiziaria (ne abbiamo visti di scandali sottratti ai tribunali civili) sui comportamenti  anche all’interno del corpo.

Come dimostrato anche dall’ostilità nei confronti dell’ipotesi di sindacalizzazione che potrebbe accomunare la sicurezza militare alla Polizia di Stato, così come l’equiparazione delle retribuzioni, che minaccia il comparto con il pericolo inquietante di diventare una forza “civile”.

E infatti a farsi interprete delle preoccupazioni dei vertici – la bassa forza continua a non avere voce – è Salvini che ne ha troppa e che così rappresenta anche l’istanza di quelli cui non bastano i Daspo, i decreti sicurezza, il potenziamento delle competenze delle polizie municipali e che a ogni fermento di piazza, picchetto che occupa le vie del borgo, a ogni colpo di pistola sulle stese, anche a fronte dei dati che segnalano la diminuzione dei reati, e chiedono i soldati nelle strade, i militari in piazza, l’artiglieria pesante davanti alle fabbriche o ai cantieri dell’alta velocità.

Non è una novità che l’ordoliberismo dei guardiani del mondo si voglia declinare a tutti i livelli territoriali, in nazioni a sovranità limitata e in quelle dove la si vorrebbe limitare di più, nelle città e nei paesi dove il controllo sociale reclamato e imposto dai “primi” ha il compito di criminalizzare gli ultimi perché si rassicurino i penultimi persuasi alla rinuncia alle libertà e all’obbedienza in nome della sicurezza, come dimostra il permanere di misure eccezionali quando l’emergenza che le ha suggerite finisce: dall’operazione “Strade sicure”, alla presenza militare richiesta dai sindaci per tutelare il decoro  minacciato dal meticciato, ai soldati che controllano le vie di collegamento con le zone del sisma del Centro Italia.

La ministra Trenta fin dal suo insediamento ci ha abituati che le sue stelle non ammontano solo a 5   ma si ispira alle 50 del padrone Usa:  in linea con la prassi di governo che a ogni cauto tentativo di rompere con  il passato consiglia immediato e tempestivo ravvedimento nel timore di sanzioni  peraltro smentite perfino dalla Corte die Conti,  ha perseguito l’approvvigionamento di strumenti di morte per garantire la pace proprio come pontificava la sua predecessora.

La Russa, Meloni, la signora Rauti in Alemanno hanno poco da preoccuparsi, non sarà questo il governo del disarmo che rappresenterà gli scarsi spericolati, da sempre  retrocessi a codardi disfattisti, che di tanto in tanto osano proporre di indirizzare a ben altra finalità i  miliardi destinati all’acquisto di   F-35. Nemmeno quello che  rinnega il  No italiano alla Risoluzione politica delle Nazioni Unite che chiedeva di avviare i negoziati per un Trattato internazionale volto a vietare le armi nucleari, mentre dice Si ai consigli per gli acquisti della fortezza europea che ha imposto alla Grecia sull’orlo del precipizio di cascarci dentro, ma armata fino ai denti di rottami da discarica pagati a caro maggiorato…  e a noi di seguire il suo esempio. Che tanto le forze riformiste intendono così il progresso agli ordini della Nato e delle sue imprese di esportazione democratica, compreso quello tecnologico da testare in territori nazionali militarizzati e convertiti in poligoni e laboratori di sperimentazione, tanto che abbiamo finito di vergognarci se ne rivendichiamo il possesso come abbiamo pudore dei morti per l’uranio impoverito quanto ne abbiamo dei tarantini sacrificati dall’Ilva.

Ben altro vorremmo, ma intanto la Trenta faccia 31, ci esoneri dalla sfilata e apra provvedimenti disciplinari nei confronti degli alti gradi che offendono con lei la Repubblica democratica che si celebra oggi e che sarebbero incaricati e pagati per tutelare.

 

 

 

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La Vincibile Armata

otto dixAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è poco da star tranquilli se l’opposizione al governo di buzzurri e cafoncelli consiste nell’incauto tirassegno di accecati dalla furia vendicativa con l’appoggio di altri ottenebrati per via dell’appoggio  incondizionato al proprio club calcistico, malgrado le molte partite perse e vendute.  Nei giorni scorsi una delle  più entusiaste cheerleader della rockstar in cerca di una arena per i suoi concerti stonati, fosse pure quella di Giletti ha attaccato il governo in carica per via dei contratti siglati con il Pentagono per l’acquisto degli ultimi due lotti di cacciabombardieri F35. I 5stelle si sarebbero macchiati di tradimento nei confronti degli elettori (e lei se ne intende) che avevano promesso “tagli draconiani” alle spese militari per finanziare il reddito di cittadinanza.

In realtà la firma per l’acquisizione era stata messa dall’esecutivo Gentiloni, dopo un fruttuoso negoziato condotto dalla generalessa n. 1 in quota rosa gallonata e impennacchiata, e concluso frettolosamente a un paio di mesi dalle elezioni.

Lo fa sapere la generalessa n.2, che naturalmente si guarda bene dal fare retromarcia, perché pare che l’esercito della coalizione Lega-5Stelle, dopo aver detto tanti no, all’Europa, alla pressione fiscale, al primato dei privati, all’obbligatorietà dello stato di necessità, sia poco incline a “fare no”. E infatti quegli F35 così scamuffi da essere schifati perfino da Trump che infatti manda i suoi commessi viaggiatori in divisa a rifilarli ai più citrulli o ai più strangolati dal racket, ce li teniamo.  Fosse mai che facciamo la figura dei micragnosi non pagando la tassa di iscrizione al circolo dei Grandi: secondo il generale Vincenzo Camporini, vice presidente dell’Istituto affari internazionali e già capo di Stato maggiore della Difesa non potevamo perdere  l’opportunità di approfittare di una offerta generosa quanto vantaggiosa, una di quelle occasioni che inseguiamo tutti nei giorni nell’outlet della Nato, se già ora il prezzo di un F-35 A è pari 89,2 milioni di dollari, il 5,4% in meno dei lotti precedenti  e dunque “di un costo estremamente inferiore rispetto a ciò che abbiamo pagato per gli straordinari ma cari Eurofighter” per di più considerando l’obiettivo di scendere sotto quota 80 milioni nel 2020”.

E difatti la ministra  Trenta ha fatto 31 in una intervista,  indovinate un po’, alla rivista americana specializzata Defense News, nella quale, oltre a confermare l’impegno italiano nel programma F35  ribadisce che l’Italia punta a raggiungere l’obiettivo Nato di spesa per la Difesa, annunciando che entro il 2024 l’Italia spenderà il 2 per cento del pil,  più di 100 milioni al giorno (attualmente sono 64), quasi 40 miliardi all’anno,  più di 100 milioni al giorno, anche grazie, c’è da ricordarlo,  al generoso  contributo finanziario del Ministero dello Sviluppo Economico,  che per questo “investimento” è costretto a  richiedere a istituti di credito (soprattutto Intesa, BBVA e Cassa Depositi e Prestiti) prestiti bancari a tassi da strozzini:  fino al 40% del finanziamento erogato, con un costo annuale di interessi che nel 2017 è stato di 310 milioni, per il 2018 ammonterà a 427 milioni, come chiunque, compresa l’opposizione, poteva leggere  del budget previsionale del Ministero della Difesa, messo a punto dal precedente governo, che passa dai 20,3 miliardi del 2017 ai quasi 21 miliardi del 2018. Si tratta di un incremento che rafforza la tendenza di crescita avviata dal governo Renzi con circa 1,6 miliardi in più rispetto al bilancio Difesa del 2015, con l’1,3 %  in più rispetto all’inizio dell’ultima legislatura e al 18% in più nelle ultime tre legislature.

Ma non ci dobbiamo preoccupare. Lo abbiamo detto ai cittadini per anni che le spese per gli armamenti andavano ridotte e cominciamo a ridurle, ha commentato  in merito Luigi Di Maio. Gli attuali missili Aspide arriveranno al termine dell’età operativa nel 2021. Il nuovo sistema di difesa, Camm-Er  (i missili Camm-Er, la nuova arma aerea che dovrebbe prendere il posto degli Aspide, sarebbero “indispensabili” nel sistema di difesa terra-aria a medio raggio di nuova generazione Enhanced Modular Air Defence Solutions (Emads), capace di ingaggiare una “molteplicità di minacce dal cielo”) costa è vero mezzo miliardo di euro, ma spalmato fino al 2031. Da subito bisogna stanziare solo 25 milioni nel 2019. D’altra parte se il progetto non decolla, ha aggiunto,  si rischia che basi, aeroporti e le nostre missioni all’estero restino sguarniti.

E non sia mai che rischiamo una figuraccia in qualità di guardiania e base operativa per missioni alle quali ogni tanto veniamo ammessi in funzioni meramente esecutive ma non meno cruente: che anche i droni oggetto di particolare attenzione da parte della Difesa, hanno bisogno di un dito che fa clic per sganciare un ordigno.

Le spese italiane di supporto alle 59 basi USA in Italia ammontano in media a 520 milioni l’anno e la contribuzione ai bilanci Nato  a 192 milioni l’anno, mentre poco si sa sui costi occulti  dei (MNUR), le spese cioè per l’ Approvvigionamento Mission Urgent Need Requirement Incremento del livello di protezione delle Forward Operating Base/Forward Support Base FOB/FSB in teatro d’Operazione, sic, le gite e escursioni militari all’estero  con 16 anni di presenza in Afghanistan e 14 anni in Iraq, mentre  quelle per il costo della base a Gibuti intitolata all’eroe di guerra fascista Comandante Diavolo  ci levano di tasca  43 milioni l’anno. E c’è poi la nuova flotta navale, circa 5,4 miliardi di euro o gli 800 nuovi blindati  per oltre 5 miliardi. In sostanza proporzionalmente spendiamo già più di tutti: un aumento (in termini reali) di oltre il 10% della spesa per le forze armate, a fronte di aumenti del 3% della Germania, dello 0,6% della Francia e 0,7% della Gran Bretagna. Un incremento maggiore persino rispetto a Stati Uniti (+1,7%), Russia (+5,9%) e Cina (+5,4%).

Che noia ripetere ancora una volta l’abusato slogan, finché c’è guerra c’è speranza, o meglio, profitto. . Il  budget per la difesa (circa 15 miliardi l’anno in Italia, a fronte dei 30 in Francia e Germania) viene presentato da sempre come  un’opportunità di crescita per il sistema-Paese, con il pretesto che si tratterebbe di investimenti che hanno un effetto moltiplicativo sul Pil estremamente elevato, con ricadute occupazioni notevoli e ritorni in innovazione tecnologica superiori a qualsiasi altro comparto industriale. Mentre è risaputo che  per generare scoperte e sperimentazioni  poi riutilizzabili in ambito civile si dovrebbe promuoverne la circolazione, mentre    il capitale umano impiegato nella ricerca militare è tenuto a rispettare vincoli di segretezza, che da un lato generano un ritardo nell’innovazione e dall’altro rendono impossibile sfruttarne i ritorni in ambito commerciale.  E che noia dover ricordare che per corsa agli armamenti si intende una  dinamica delle rivalità, per via della quale la mancata guerra tra Stati Uniti e Unione Sovietica a colpi di bombe atomiche deve persuadere a esaltare i fattori di deterrenza a colpi di approvvigionamento di strumenti bellici, come condizione intrinsecamente stabile per garantire una sicurezza destinata invece a decrescere  al moltiplicarsi delle armi disponibili e della gara continuamente rilanciata a chi è più minaccioso e più robusto.

Che noia smentire che l’impiego delle risorse negli armamenti sia un ottimo investimento, quando per aumentare la domanda basta produrre più guerra, più morte.

Difficile non sognare che prima o poi l’esercito deponga le armi per impugnare gli strumenti di lavoro per ridare sicurezza, dignità e bellezza al nostro territorio, pale e badili per rimuovere le macerie del Centro Italia, ragione e conoscenza per ridare onore e rispetto alla Costituzione che all’articolo 11 recita: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Con l’ aggiunta contemporanea, sempre più necessaria,  che il conflitto mondiale c’è già, dei ricchi contro i poveri, dei pochi contro il popolo dei nativi e di chi dalla guerra  condotta a colpi di mortaio, bombe e povertà cerca riparo.

 


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