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Sanare col cemento

mani sul Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio un momento d’oro per l’oligarchia dei “dominanti” rappresentata dalle lobby, quella finanziaria, quella sanitaria e farmaceutica, quella digitale, il momento nel quale tutto è premesso perché ha prevalso l’egemonia dell’emergenza.

Qualsiasi eccezione alla regola viene legittimata e accettata e chi si oppone, chi obietta, continua ad essere assimilato alla categoria demoniaca degli irresponsabili e dei cinici, chiusi in  una bolla di scetticismo sociopatico e nichilista insieme a Cioran e Agamben.

Eppure si era detto che doveva essere a termine quella fase di sospensione della ragione e della critica, caldamente raccomandata, o imposta per decreto ,da quella che si credeva costituire una associazione temporanea di decisori, tra scienza e politica, in favore di un’adesione emotiva a un’unità salvifica, a uno spirito comunitario che aveva però autorizzato per motivi di interesse generale, la divisione della popolazione tra chi aveva diritto e meritava la salvezza entro le pareti domestiche e chi invece era incaricato di sacrificarsi per garantire non la vita, che è fatta di incontri, socialità affetti, piaceri, scoperte, ma la mera sopravvivenza.

La perpetuazione di uno stato di anomalia e deroga invece è diventato la nuova normalità,  come era inevitabile succedesse quando si verifica lo scivolamento  da una condizione di crisi a una di  emergenza così grave da esigere  di arrestare e se non destituire  il rispetto delle leggi scritte e di dedicarsi con tutte le forze al superamento della situazione stessa.

La cerimonia che ha posto il sigillo imperiale su questa situazione nuova e originale, malgrado richiami precedenti illustri  che hanno sancito la spoliticizzazione della Repubblica, offrendo il comando della “società” a tecnocrazie economico-finanziarie sorrette da apparati insofferenti allo stato costituzionale e di diritto, si è officiata a Villa Pamphili.

E non incoraggia il pettegolezzo da retrocucina secondo il quale il piano Colao, predisposto dall’apostolo della digitalizzazione grazie a una carriera in una micidiale compagnia telefonica di quelle che macinano profitti con il furto con destrezza a alla protezione della cupola di bildberghiana di  Morgan Stanley e McKinsey, che anche se finisse a sorreggere una scrivania traballante, costituisce il Vangelo di principi ispiratore e azioni sul quale si giurerà fedeltà ai comandi europei, con la promessa di generare nuove più moderne pestilenze, magari da elettrosmog, e di introdurre nuovi criteri di legalità grazie alla doverosa eclissi del contante.

E così diventa legittimo e perfino nobile autorizzare la trasgressione e l’illegalità, magari consumate sotto l’ombrello della semplificazione, quel principio ispiratore nato nei pensatoi leopoldini per dare liceità allo smantellamento dell’edificio della sorveglianza e del controllo degli atti pubblici e privati, per sciogliere i lacci e laccioli che impediscono l’esprimersi della libera iniziativa di qualsiasi manigoldo costruttore e speculatore.

E tanto per dare un po’ di guazza agli straccioni le misure pensate per salvare Grandi Attila vengono proposte sotto l’etichetta di generosa tolleranza nei confronti di “abusi” in stato di necessità, riuscendo nell’improbabile impresa di mettere alla pari i protagonisti del Tetto di De Sica (anno 1956) e i promoter dei mostri sulle coste calabre, sui litorali marchigiani, sulle rocce sarde conquistate dai nuovi saraceni.

Non meraviglia dunque se nel decreto Semplificazioni è rispuntata, immancabile, una sanatoria copiata di sana pianta dal condono varato dalla Regione Sicilia nel 2016 – poi dichiarato incostituzionale, che consente  ai Comuni di modificare i piani urbanistici per regolarizzare  gli abusivi. Lo scopo benefico del provvedimento non sarebbe solo quello di sanare situazioni che hanno creato contenziosi innumerevoli, definiti con quel linguaggio aulico carico all’Avvocato degli italiani “bagatellari”, a carico del sistema giudiziario, ma costituirebbe il desiderabile motore per “sbloccare il mercato immobiliare, spesso ostacolato da non conformità meramente interne, o comunque minime”.

E a completare il nuovo corso della lotta alla burocrazia che ispira la ricostruzione post-Covid, ci pensa -sempre nel cotesto delle misure di semplificazione – la  ministra  Paola De Micheli, che ne ha saggiato il pesante condizionamento quando, da Commissaria Straordinaria nel cratere del sisma, ha manifestato una totale incapacità e inadeguatezza, spacciandole per l’impotenza a contrastare  cavillosità e formalismo combinati, inutile dirlo, con l’indole frodatoria connaturata nel nostro popolo.

Che infatti ha pronto un pacchetto di interventi  di modifica al Codice degli appalti, pronti all’uso per accelerare e facilitare l’investimento di 200 miliardi in 15 anni per sbloccare i cantieri e la nomina di 12 commissari (è proprio una mania del governo) per accelerare la realizzazione di 25 opere pubbliche strategiche, un vero e proprio cambio di passo epocale “per liberare risorse, sbloccare i cantieri e dare una sforbiciata vera alla burocrazia”.

Anche il linguaggio si adatta ai tempi: una volta il termine “sanatoria” assumeva un’accezione negativa a proposito dell’intenzione evidente e esplicita di concedere immunità e impunità a bricconi del cemento, alla tregua di deputati in odor di mafia o dei padroni criminali dell’Ilva, simpaticamente assimilati a chi colloca lo scatolo del condizionatore sul davanzale o ricava un servizio dal locale cantine (che per tutti scatta la depenalizzazione  a patto che gli interventi effettuati senza autorizzazione non fossero condizionati alla vecchia concessione edilizia prevista fino al 2001 e sarà sufficiente il pagamento di una semplice sanzione amministrativa).

Mentre adesso rientra nella semantica edificante e assolutoria che perdona e autorizza tutto quello che serve a salvarsi la pelle, con preferenza di quella di caimani e coccodrilli.


Roma postatomica

pian

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sapete qual è l’illustrazione perfetta per la Roma di oggi? Ma è ovvio, è una delle “Antichità Romane” di Piranesi!   delle quali parla lui stesso così: “vedendo che i resti degli antichi edifici di Roma, sparsi in gran parte negli orti e in altri luoghi coltivati, diminuiscono giorno per giorno o per l’ingiuria del tempo o per l’avarizia dei proprietari che con barbara licenza li distruggono clandestinamente e ne vendono i pezzi per costruire edifici moderni, ho deciso di fissarli nelle mie stampe”.

Come allora la capitale di un impero, un tempo  sontuosa e altera, maestosa ed  possente, luogo di riflessione sulla storia, privilegiato crocevia di stili, luogo d’incontro di intellettuali ed artisti,  mostra oggi al viaggiatore “interno”, al cittadino che nel lungo ponte di giugno non si fosse recato in amene seconde case del Circeo o dell’Argentario, o al ridente paesello dei nonni, strade deserte, serrande tirate giù malinconicamente su negozi vuoti e polverosi, hotel sbarrati, pure quelli di proprietà ecclesiastica orbati di pellegrini, pure l’Hassler disertato dai petrolieri texani e russi, e poi  bar e ristoranti sulle cui porta campeggia la notifica di fallimento del tribunale, come quello dello Zodiaco che affaccia sconsolato  sulla metropoli silenziosa.

Solo la sera carovane di macchine circolano nelle vie della grande greppia fusion, popolando localini abilitati a riservarsi spazi gratuiti su viuzze anguste, dove su tavolini appiccicati in barba al distanziamento si può gustare qualche vivanda cosmopolita, tra kebab e matriciane, pollo coi peperoni e sushi.

Non si può non sospettare che il prolungamento dell’allarme, la denuncia di nuovi focolai che divampano a carico di irresponsabili  dediti a crapule, grigliate e rave, o che il teatrino kabuki sul palcoscenico europeo: Mes offerto benignamente  dai carnefici come l’ultimo pasto del condannato che deve pagare il conto, la pausa di riflessione di Conte come le finte nei tornei dei dilettanti e i moti nello scopone,  nascondano da una parte l’incapacità e l’impotenza a gestire il “dopo” Covid, l’inadeguatezza a governare  il “durante” e invece la sapienza nel rimuovere il “prima”, cui fa da controcanto la sensazione che chi pensa di essere esente dagli effetti secondari (che come sempre si abbattono sui civili più esposti) voglia proseguire in questo strano anno sabbatico, che si adatti alla pandeconomia e ai suoi riti domestici di lavoro e sfruttamento compresi,   con la volontà non del tutto consapevole di ripristinare quella normalità che pure si è capito essere all’origine di morte e distruzione.

Anzi , qualcuno è talmente posseduto dalla nuova ideologia  igienico- sanitaria della sopravvivenza al posto  della vita, da attendere  il ripresentarsi dell’epidemia che avrebbe l’effetto di giustificare la delega, di legittimare lo stato di emergenza e la conseguente eccezionalità, per autorizzare l’affidamento a autorità “superiori”, tecniche e manageriali al posto delle istituzione democratiche fallite o aggirate.

Basta pensare al rinnovarsi degli appelli all’unità e alla coesione, formula aggiornata e altrettanto velenosa e falsa della stantia “siamo sulla stessa barca” convertita nel “rischiamo la stessa terapia intensiva”, che ha permesso che in questi mesi Confindustria indicasse il da farsi e Governo e Regioni scrivessero sotto dettatura, con il valore aggiunto ideale di task force in forza appunto alle ragioni dello sviluppo da rilanciare nei soliti modi, cantieri, appalti opachi ad personam o comparto, mascherine comprese, e grazie al contributo di manager e bancari di fiducia, immobiliaristi accreditatisi con il marchio doc della Cassa depositi e prestiti, innovatori che hanno partecipato al disegnare il volto della nuova Milano all’ombra di emiri, cementieri, speculatori.

Nella Capitale deserta come in un’arcadia post- atomica, come nel resto d’Italia. ci sarà che pensa di essere al sicuro, chi pensa alle ferie come anelito di libertà dopo la reclusione, perché la lenta ripresa, i dubbi, le statistiche farlocche, le minacce e gli avvertimenti di santoni non disinteressati, i sussulti dello Stato risuscitato e i revanchismi della regioni avide di maggiori competenze proseguono nella loro opera di vaccinazione contro consapevolezza e partecipazione democratica, con l’aiuto di una informazione che tace le previsioni  del WTO che avevano già indicato in tempo non sospetto come nel 2020 il commercio mondiale potrebbe diminuire tra il 13% e il 32% (WTO 2020), o la penalizzazione  dei  flussi  turistici per via delle nuove normative sul distanziamento, tanto che anche i ricchi a volte piangono, se il magnante americano Buffett  ha preferito vendere  le sue partecipazioni nelle quattro principali compagnie aeree americane, o le   valutazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica che annunciano per l’anno in corso, il 2020, un crollo del Pil dell’8,3% su base annua, causato soprattutto dalla forte contrazione della domanda interna (-7,2 %).

E mentre i cerotti governativi, dal FIS (Fondo per l’Integrazione Salariale) al blocco temporaneo dei licenziamenti (fino al 17 agosto),nascondono le piaghe dolorose, mentre la cassa di “tutti” offre prestiti garantiti dallo Stato alla FCA con sede fiscale  all’estero e nessuno ha pensato di sospendere la misura che   raddoppia i finanziamenti alle scuole private (da 80 a 150 milioni nel 2020), si tace sul fatto che molte aziende impiegano  lo strumento della Cig, approfittando della chiusura forzata per mettere a riposo  parte dei dipendenti e ridurre i costi a scapito dei lavoratori.

E le sirene del padronato invitate agli Stati Generali, Boeri, Gualtieri, Ichino,  son tornate a  cantare la solita nenia, che per smuovere l’economia bloccata dalla crisi e frenare la disoccupazione non c’è che il ricorso a contratti a tempo determinato, a “patti” anomali, a precarietà e mobilità, quando la verità è che le imprese assumono solo se c’è domanda sufficiente per i loro prodotti,  se il mercato gira e c’è un rilancio dei consumi.

La Grande Illusione nutrita dalla narrazione “progressista” di quello che poteva essere il “dopoguerra”  raccontava di una utopia a forza di  recupero dell’economia di prossimità, dei preliminari per una automazione che doveva cancellare la fatica, grazie allo smartworking, a una riscoperta della solidarietà e di una più equa cooperazione e collaborazione  internazionale, a una ristrutturazione dell’economia in funzione di quei beni essenziali per l’esistenza e la pacificazione con l’ambiente.

Ma si sa che lo sviluppo come lo vuole chi è in alto e al sicuro è come Giano bi-fonte, ha dimostrato che i vantaggi del progresso scientifico e tecnologico crollano sotto i colpi di ariete di un virus, e rivela che la maggiore produttività dello smartworking è frutto della superiore  flessibilità dell’orario di lavoro, facendo prevedere un domani segnato  dall’esasperazione dello sfruttamento, che il processo di concentrazione e centralizzazione del capitale porterà vantaggi alla grande distribuzione, massacrando i dettaglianti, le botteghe sotto casa, le produzioni artigianali di tutti i paesi.

È che il tragitto da Villa Pamphili ai Palazzi o all’aeroporto da dove decollavano gli aerei imperiali, è stato compiuto in limousine dai vetri oscurati e è stata nascosta agli augusti viaggiatori del Gran Tour della ricostruzione la vista delle rovine.

 


Disastrati Generali

Couder_Stati_generaliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi mi è capitato un fenomeno molto inquietante.

Cercavo qualche commento a margine degli Stati Generali convocati da Conte,  quando finalmente nel compiacimento generale per il palco reale europeo, per il parterre degli invitati, degli osservatori e  testimonial e perfino degli uomini qualunque selezionati tra la società civile, quando finalmente mi sono imbattuta in una frase che sostanzialmente rispecchiava il mio pensare: lo stato di eccezione proclamato come necessario in presenza della epocale pandemia aveva sortito l’effetto temuto di esonerare la rappresentanza del popolo, il Parlamento eletto, in favore di task force, autorità tecnocratiche, consulenti promossi a decisori o gran suggeritori.

Vado  a guardare e scopro con raccapriccio che l’unica voce a sollevare questa obiezione nella gran marmellata dell’entusiasmo pro-governo è di Giorgia Meloni. Per carità ho da sempre imparato a non fermarmi a una dichiarazione ma a risalire alla fonte per misurarne la credibilità, perché anche gli orologi guasti segnano l’ora giusta perfino due volte al giorno. Per carità, sono abbastanza attrezzata per non temere il Berlusconi in me che si riaffaccia anche in soggetti insospettabili, figuriamoci se temo di essere posseduta da un poltergeist fascista.

Deve essere per questo che non mi ha poi stupito e impressionato più di tanto questa estemporanea coincidenza. E’ che chi non si ferma alle tesi della Leopolda, alle esternazioni delle sardine, ai documenti dei tkink tank progressisti sa bene che non è vero che con la fine delle ideologie novecentesche siano state cancellate destra e sinistra: semplicemente la destra ha saputo declinarsi nelle varie forme a sostegno del totalitarismo contemporaneo, mentre la sinistra “strutturata”, anche prima delle dichiarazioni di voto neoliberiste,  si è persa, ha smesso di guardare a quelle stelle polari, uguaglianza, solidarietà, giustizia, immaginando e illudendo di addomesticare il sistema feroce e avido dello sfruttamento con le “riforme”, con il benessere che sarebbe caduto dal cielo su tutti, chi un po’ di più chi un po’ di meno, come una polverina d’oro elargita da provvidenziali manine misericordiose.

Parlo ovviamente dei salvati che hanno firmato col sangue dei sommersi l’abiura, cui solo apparenti competitori affibbiano ancora la nomea di sinistra, avendola invece rinnegata come un attrezzo arcaico e controproducente per affermazioni personali e interessi di casta, e  che non solo hanno accantonato il riferimento un tempo irrinunciabile alla lotta di classe, ma hanno addirittura rinunciato ai principi elementari e ai valori primari della democrazia come si era inteso rappresentare nelle Carte uscite della resistenze.

Quelle Costituzioni cioè che l’Europa – che doveva introdurci alla condizione perfetta della partecipazione solidale di popoli e nazioni alle scelte in nome dle ben comune e che invece ha dato spazio a una oligarchia cosciente dei suoi privilegi promossi a diritti e perciò determinata a imporre le proprie tesi e regole a una maggioranza recalcitrante – ci chiede pressantemente di rivedere e aggiornare in quanto colpevoli di riecheggiare toni e motivi  socialisteggianti.

Mi riferisco a quelle formazioni che possiamo annoverare nella cerchia del progressismo liberista, da tempo possedute dai demoni della governabilità e del consenso, convinte che le elezioni si vincono al centro dove è obbligatorio far convergere elettori esitanti che devono essere rassicurati grazie a programmi uguali e assonanze su temi generali, sicurezza, immigrazione, grandi opere, meritocrazia, mobilità.

Come hanno fatto in tutta Europa partiti che già prima si richiamavano alla sinistra facendo politiche di destra, e che ora rivelano il loro assoggettamento al sistema capitalistico, ormai promosso a legge di natura, all’inseguimento di un elettorato indistinto, non avendo capito che non esiste più un ceto medio, degradato a classe disagiata ma che non si convince della sua retrocessione.

Il caso di movimentini e fermenti vezzeggiati dall’establishment è rivelatore della volontà pervicace di instaurare un  consenso “artificiale”,  assimilabile a quella spirale del silenzio che penalizza chi si sottrae al pensiero comune e al conformismo, che colpisce chi non intende arruolarsi nelle fazioni in campo, e che mira a far sparire il dibattito e dunque la democrazia che implica la pluralità delle opinioni e anche il conflitto, considerato  illegittimo e disfattista, violento e incivile, rozzo e ignorante.

In risultato è che alla fine il quadro istituzionale e della rappresentanza diventano un guscio vuoto, da riempire con rivendicazioni e dimostrazioni di autorità, e  il dibattito parlamentare si mostra come una messa in scena che allontana gli elettori, rivelando come il prezzo dell’approvazione e della governabilità sia la diserzione, l’astensione, la disaffezione.

La società pacificata che piace tanto a quelli che limitano l’antifascismo alla riprovazione di quella scrematura di popolaccio volgare e brutale, preferendo il bon ton alla collera anti-sistema, diventa così il laboratorio dove si sperimentano altre belligeranze, dove si materializzano altre modalità di affermazione identitaria, conseguenza logica del fatto che non ci si può più esprimere e affermare come cittadini, cui si riservano disapprovazione e disprezzo, catalogandole sommariamente come manifestazioni deplorevoli di populismo vandalico agitato contro convinzioni e istituzioni intoccabili.

Qualcuno ha definito questo pantheon di figure di riferimento e di convinzioni come lo slittamento “delle priorità delle èlite dal sociale al culturale”, convertito ormai al sistema del denaro, convinto dal “pertuttismo” alla lotta paritaria contro “tutte” le discriminazioni, affondando in essa il conflitto di classe, surclassato dall’omogenitorialità, dal riscatto  dagli stereotipi di genere, come se i diritti fondamentali fossero ormai conquistati e inalienabili e ora ci fosse modo di occuparsi degli optional, come se fosse naturale scomporli in gerarchie e graduatorie e la rinuncia a alcuni promuovesse l’ottenimento di altri.

Li abbiamo visti in azione, nell’alto comando della pandemia, col sostegno del Giornale Unico della Nazione, con gli appelli pro governo pubblicati sul nuovo house organ del riformismo liberista, i fedifraghi delle promesse messianiche ormai insediati nell’apparato a perorare la causa della indispensabile sorveglianza, le cheerleader del mercato, i cantori dello stormworking e della didattica a distanza promotori di licenziamenti e precarietà, impegnati nei duelli da opera dei pupi, a dar giù botte e stoccate finte a Confindustria, che detta i suoi desiderata a Colao,  dopo aver concordato chiusure e aperture a suo gusto, dividendo il paese in due, chi si protegge a casa e chi deve esporsi per l’interesse generale,  calendarizzando promettenti opportunità di rilancio a base di cemento, cantieri, ponti, export di armamenti e import di compratori dei beni comuni.

Si vede che serviva anche la convention a Villa Pamphili, come per gli addetti alle vendite piramidali e infatti non si capisce perché siano stati chiamati Stati e non Mercato Generali, con i maestri dell’austerità a distanza che ci somministrano la pedagogia del festoso indebitamento e della rinuncia ai poteri e alla competenze nazionali, e dunque alla democrazia, in favore di una autorità più alta in grado e dunque più compiutamente sovrana.

Così vien buona la vecchia massima secondo la quale a ogni vittoria di chi chiede voti per la sinistra corrisponde una sconfitta del socialismo..

 

 

 

 

 


Tunnel dell’orrore a Governoland

tunnelAnna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come certi baciapile si rivolgono a Dio in caso di bisogno e lo bestemmiano se la confessione religiosa è incompatibile con il portafogli,  così il nostro ceto dirigente si sottopone all’atto di fede nei confronti dell’Europa, delle sue istituzioni e della ideologia che ispira le scelte delle cancellerie, salvo fare spallucce quando l’affiliazione e l’obbedienza confliggono con interessi nostrani particolari.

Così in perfetta concomitanza con  il rapporto della Corte dei Conti Europea sui ritardi nel completamento  della rete centrale transeuropea di trasporto “mirante a migliorare i collegamenti tra reti nazionali lungo corridoi europei” che aveva come orizzonte temporale il 2030, il governo come un discolo riottoso rivela una sorprendente indole all’insubordinazione, collocando ai primi posti della sua strategia per la ricostruzione le grandi opere infrastrutturali con il riavvio dinamico dei cantieri, definitivamente sdoganati in modo da favorire sviluppo e occupazione e da restituire reputazione e orgoglio nazionale alla patria, alla pari tra gli schizzinosi partner carolingi e guardando con rinnovato interesse a Grandi Progetti pudicamente accantonati ma che oggi, concretizzandosi,  potrebbero  rappresentare l’allegoria della rinascita.

Ce lo ha ricordato la Ministra De Micheli promettendo che  la decisione sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina sarà presa tra qualche mese, dopo un’analisi costi/benefici e con il consenso del territorio.

Proprio non vogliono convincersi che la megalomania, la bulimia costruttiva, sono retaggi del passato incompatibili con il contesto al quale siamo condannati e che sono i primi a considerare inderogabile e irrinunciabile, ma anche con i messaggi, gli avvertimenti trasversali, le intimidazioni sortite dalla kermesse di Villa Pamphili, teatro nel passato di ben più pittoresche e profittevoli celebrazioni dell’amicizia tra popoli a confronto con l’austero e severo parterre convocato da Conte.

Che come facevano i signorotti di paese che volevano oltrepassare i confini angusti della provincia, invitando la superciliosa nobiltà cittadina,  ha riconfermato la nostra condizione di soggezione subendo l’umiliazione delle minacce e della sprezzante sufficienza di Ursula von der Leyen, di  Charles Michel, di  Ángel Gurría, di Kristalina Georgieva e pure del fuoco amico incarnato da Visco che ha fatto piazza pulita delle illusioni che hanno circolato come gas esilaranti in questo periodo con una appropriata lezioncina sulla “responsabilità che deriva dall’appartenenza a un consesso nel quale si è minoritari: “i fondi europei non potranno mai essere ‘gratuiti’: un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in misura importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unione“.

Nel caso ne avessimo ancora bisogno e non ci fossero bastate tante evidenze così ben riassunte esemplarmente nella leggendaria letterina a doppia firma Trichet/Draghi (che vale oggi ancora di più per il suo valore profetico), abbiamo una ulteriore dimostrazione di come la globalizzazione abbia cambiato le geografie e le declinazioni del colonialismo. Dismessa la forma classica dell’occupazione territoriale, ha preso quella, meno costosa e meno impegnativa militarmente, dell’espropriazione di sovranità e risorse da parte dei Paesi del Nord nei confronti di quelli del Sud, grazie ai sistemi e alle procedure ricattatorie esercitate sul debito pubblico dalle istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale con la correità delle oligarchie nazionali. E che, in un rapporto di scala, caratterizzano anche le relazioni tra gli Stati europei, in virtù del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact, che hanno dato una patente di costituzionalità alle politiche neoliberali sottraendole alle regole e al controllo democratico.

Invitato come ospite d’onore il tallone di ferro ci ha ricordato che  sui “fondi europei” chiesti in prestito sui “mercati” pesa l’onere per gli Stati di restituirli e  che l’Italia, come tutti gli altri Paesi, con una mano versa fondi per il “bilancio europeo” e con l’altra  beneficia di un ammontare che può essere in tutto o in parte uguale a quello data – ma che secondo alcuni calcoli verrebbe decurtato di 14 miliardi – secondo tempi e condizioni vincolati posti dal “donatore”.

So che il governo italiano è pienamente consapevole che non si tratta di spese facili, tesoretti o libri dei sogni ma di un impegno che ci metterà alla prova”, ha chiosato il commissario Gentiloni.

E proprio la Corte dei Conti fa strage della ridicola mania di grandezza dei paeselli di serie B e dei loro governi che vogliono beneficare le cordate del cemento e lasciare una impronta del loro passaggio, facendo intendere che certe realizzazioni sono concesse a chi se le merita e se le può permettere, puntando il dito contro i ritardi di almeno 11 anni in media che hanno caratterizzato il lavori degli otto megaprogetti cofinanziati dall’UE che collegano le reti di trasporto di 13 Stati membri: Austria, Belgio, paesi baltici, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Spagna, attribuibili  principalmente allo scarso coordinamento tra i paesi, che danno differenti priorità  agli investimenti.

Ma lascia intendere che certi rallentamenti siano funzionali all’incremento degli extra-costi, all’aumento delle penali a carico dei bilanci pubblici, oltre che determinati dalla cifra “antropologica” di stati posseduti dalla burocrazia e condizionati da fermenti ambientalisto incompatibili con lo sviluppo.

E infatti, guarda caso, tra i megaprogetti esaminati  ce ne sono alcuni che registrano un sospetto ritardo e un accrescimento opaco dei costi, tanto da persuadere  la Commissione a revocare alcuni dei fondi inizialmente concessi. Si tratta tanto per fare qualche esempio, della  nuova tratta dell’autostrada A1 in Romania o della  Tav Torino-Lione, un’opera ferroviaria dedicata al trasporto delle merci, che ha subito ritardi inaccettabili e i cui costi sono lievitati di circa 4,4 miliardi di euro, l’85% in più rispetto alla stima iniziale.

I volumi del traffico reale si allontanano sensibilmente da quelli previsti ed esiste un rischio elevato di sopravvalutazione degli effetti positivi della multimodalità“, ci va giù dura la Corte dei conti nel suo rapporto. “Le previsioni del traffico rischiano di essere troppo ottimistiche, mentre i vantaggi netti dal punto di vista delle emissioni di Co2 cominceranno a materializzarsi più tardi del previsto e dipenderanno dai volumi del traffico reali“. E d’altra parte la Francia si era già sottratta all’abbraccio mortale condizionando la sua partecipazione a un incremento della quota di finanziamenti comunitari, così la grande impresa futurista viene giustamente bollata come lo sconsiderato capriccio di uno stato marginale che vuole essere ammesso alla tavola dei grandi, quelli che non si infilano più nei tunnel a meno che non glieli paghino i subalterni mitomani e gradassi.

E vaglielo a dire a quelli che la Tav la vogliono fino in Sicilia tramite Ponte, sotto il lastricato di Santa Maria Novella, tra Marghera e la Serenissima, come quei trenini che attraversano Eurodisney in modo che sia esplicito che è quello il destino italiano: luna park globale.


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