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Sul ponte sventola bandiera bianca

mor Anna Lombroso per il Simplicissimus

Accidenti, proprio il 14 agosto vi si rompe la lavatrice, l’acqua insaponata vi allaga casa, dentro sono stipate lenzuola e tovaglie e quando arriva il tecnico vi tocca anche sentirvi le sue accuse: non ha usato il Calfort, ha impiegato troppo ammorbidente, ci mette troppi panni, non pulisce il filtro, smanetta sulla tastiera dei comandi avanti e  indietro e comunque da quanti anni ce l’ha? beh,  troppi.

Non occorreva scomodare i satelliti per effettuare una diagnosi di “malfunzionamento” di un prodotto che ha avuto effetti tremendi e assassini, morti e feriti, gente senza tetto e ricadute economiche e sociali drammatiche, bastava il tecnico della Indesit. Perché poi le cause sono sempre le stesse che producono vittime per eventi che non si possono chiamare inattesi, imprevedibili o naturali: inondazioni, alluvioni, crolli che anche in caso di terremoto potrebbero essere meno cruenti, viadotti che sprofondano, valanghe che spazzano via costruzioni abusive. 

A un anno di distanza dal ponte Morando sappiamo soltanto che il più influente  azionista della cordata concessionaria è a piede libero, libero di partecipare di altri importanti operazioni imprenditoriali, libero di mandare sfrontatamente i suoi manager alla commemorazione, libero di esprimersi con spericolata faccia di tolla, ripreso dalla stampa quando  difende l’operato del suo clan: “Non siamo né papponi di Stato né razza padrona” e il crollo del Ponte Morandi è stata “una disgrazia imprevedibile e inevitabile”, rivendicando che la sua famiglia ha in gestione un gioiello, l’Aeroporto di Fiumicino, pluripremiato, e che fa testo della sua fede democratica e della sua integrità l’essere “uomo di sinistra” tanto da aver militato nel Partito Repubblicano.

L’intervista di Repubblica a un anno dalla morte di 43 persone, evita di entrare nel merito del curriculum dell’energico capofamiglia, dal sacco di Venezia dove ha speculato su un patrimonio comune svenduto da un altro “uomo di sinistra” il sindaco filosofo che ha permesso lo scempio del Fondaco dei Tedeschi e la “valorizzazione” di un’isola convertita in hotel esclusivo, allo sfruttamento intensivo di forza lavoro in localizzazioni scelte per poter trarre profitto dal lavoro di donne e ragazzini,  dalla gestione nefanda della società autostrade con l’occupazione militare perfino dei bar e delle toilette.

E d’altra parte figuriamoci se la stampa ( nell’impero c’è anche la partecipazione in Rcs attraverso Mediobanca)  non guarda con ammirazione alla dinastia  United Colors of Benetton (55 società, 40 delle quali con sede all’estero  divise  in tre categorie: quelle di natura commerciale, quelle addette alla filatura e tessitura, e quelle che si occupano del confezionamento) e poi alla  Benetton Group Spa, posseduta per il 67% dalla famiglia Benetton attraverso la società Edizione Holding, che rappresenta la cassaforte finanziaria della famiglia e che annovera, oltre al 100% di Benetton Group, numerose e consistenti partecipazioni che spaziano dalla ristorazione (Autogrill), alle infrastrutture (Eurostazioni) e ai trasporti (Atlantia, che gestisce 3mila km autostradali italiani (quasi la metà del totale)  e che  ha avuto 3,9 miliardi di ricavi nel 2017 società a cui fanno capo Autostrade per l’Italia e Aeroporti di Roma), fino ad assicurazioni e banche (Generali, Mediobanca, Banca Leonardo), oltre a una quota in Pirelli.   Potete  aggiungere gli investimenti nel settore agricolo e in quello immobiliare: la famiglia detiene il 100% dell’azienda agricola Maccarese (Roma) e di Compania de Tierras Sudargentinas, in Patagonia e in quello del mattone con  Edizione Property  la holding  con un patrimonio immobiliare che vale intorno a 1,4 miliardi di euro.

Prima dell’imponderabile incidente, il Ponte era un fiore all’occhiello anche per la famiglia in qualità prodigio ingegneristico e per via delle sue ardite soluzioni tecniche.  adesso a parte i satelliti, i controlli, le diagnosi tutte effettuate senza doverosi  mea culpa,  la colpa sarebbe da attribuire alle “non  ridondanze”, come a dire  che, se cede una parte, le altre non sono dimensionate per far sì che tutta la struttura regga (citazione dal Sole 24 Ore). Insomma sarebbe venuto meno un principio noto anche ai ragazzini che giocano con Lego o a quelli che tirano su castelli di sabbia. Sempre il Sole 24 Ore, ci insegna infatti che”Bisogna tenere presente che l’equilibrio di una struttura del genere è determinato da un legame a catena tra i vari elementi che la compongono. Se si rompe un elemento, viene meno il legame e quindi l’equilibrio.

Al netto di accuse e polemiche su degrado e manutenzione,   cito dal giornale di Confindustria,  non volendo urtare la sensibilità del clan di Ponzano incarnata da una delle matriarche che il 15 agosto del 2018 ha festeggiato in Ferragosto con una doviziosa merenda sui prati, non potendo attribuire la colpa del crollo della pila 9  a un diverso fattore umano,  la responsabilità sarebbe dunque del defunto Morandi che no aveva saputo prevedere il fisiologico concatenarsi dei cedimenti.

Come al solito possiamo ripetere il mantra di sempre e riporre fiducia nel lavoro della magistratura: la Procura attribuisce importanza decisiva al filmato nel quale si vedrebbe lo strallo di sud ovest (il primo che incontrava sulla sua carreggiata chi procedeva verso Genova) rompersi in un punto vicino alla sommità, il che dimostrerebbe che sono venute meno le indispensabili azioni di sorveglianza, controllo e manutenzione. Verrebbero dunque chiamati in causa   il gestore del ponte (Autostrade per l’Italia, Aspi, che fa capo alla famiglia Benetton)  la Spea (dello stesso gruppo) che ha fatto la maggior parte dei controlli, e il ministero delle Infrastrutture che aveva sì approvato un intervento di rinforzo, ma senza carattere di urgenza. Senza dire che   tre periti nominati dal gip  hanno  descritto le condizioni in cui si trovava il viadotto prima di crollare, citando la  corrosione diffusa non solo sugli stralli   ma anche in diverse parti della struttura, con assenza di interventi di manutenzione che potessero rallentarla o eliminarla.

Non rassicura che il Procuratore di Genova abbia  detto che quel viadotto «è morto, come una persona muore di morte naturale». Viene da rispondergli che non c’è nulla di naturale nel far morire con un ponte 43 esseri umani, per trascuratezza criminale, avidità inestinguibile, istinto feroce. Non è morte naturale, lo dovrebbe sapere, si chiama assassinio.

 

 

 


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