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Parassiti di lotta e di governo

par Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre tra sventolar di gagliardetti e squilli di trombe suona intrepida la fanfara dell’unità nazionale ritrovata nell’infausta congiuntura dell’epidemia, mentre viene censurata ed esposta a pubblico anatema, perfino grazie a appelli di intellettuali proni davanti al salvifico governo,  ogni voce critica e ogni anche timido dissenso che nasca e esprima il conflitto sociale, prende invece sempre più forma la criminalizzazione del “popolo”, retrocesso a massa infantile che va guidata con mano ferma, regredito a riottosa plebaglia da dirigere ai lavori forzati o messa agli arresti domiciliari.

Uno magari pensava che il lockdown avesse prodotto l’esito felice di zittire le sardine.

Macchè: se abbiamo perso di vista gli enfatici leader  impegnati a autorizzare l’odio per l’energumeno e i suoi elettori in nome dell’amore, e a sedare l’unico conflitto preoccupante, quello di classe,  lo spazio pubblico è occupato dalla elegante e documentata riprovazione, dalla  sussiegosa condanna, dalla persistente avversione per la “gente” da parte di illuminati pensatori, assoldati in forma di lobby potente da quella ideologia punitiva, come certe religioni crudeli e  feroci, intenta a dannare per l’eternità i colpevoli di aver voluto e goduto troppo e immeritatamente.

Uno di loro è il sociologo Ricolfi, che sta vivendo una certa notorietà per aver coniato la definizione di società signorile di massa,  per alcuni milioni di “soggetti”, addirittura 50,  che presenterebbero la caratteristica di poter «vivere sopra la soglia di povertà» avendo accesso a quello che l’autore chiama consumo opulento, intendendo quelle “potenzialità” di spesa che eccedono il livello di mera  sussistenza, e corrispondenti a 500 euro mensili pro capite.

Guardando a voi stessi potreste quindi essere lusingati dall’appartenenza al ceto dei “signori”, che possono permettersi di pagare mutui, assicurazioni sanitarie, fondi pensionistici, mutui, perfino Netflix, invece arriva la botta.

Secondo le ultime esternazioni del disincantato osservatore della nostra società, da “signori” siete arretrati allo status vergognoso di parassiti, in virtù di una “mutazione involutoria”, cito dall’intervista concessa a Huffington Post,  della società signorile di massa in  società parassita di massa che ci sta rendendo come proprio quelli come lui volevano che fossimo, grazie all’austerit,à alle “riforme” dalla Buona Scuola al Jobs Act, al ricatto e all’intimidazione come sistema di governo.

Ma il vero colpevole, l’incriminato sarebbe da individuare nel sopravvento, anche grazie alla pandemia, del pensiero post comunista e statalista del governo che ha messo colpevolmente in ombra, cito ancora, l’unica componente riformista e modernizzatrice della sinistra, quella di Renzi, e aggiungo, della Bellanova che vuole il caporalato “sociale” in favore degli immigrati e della coscrizione coatta dei percettori di reddito di cittadinanza, dei finanziatori della Leopolda coi quattrini a svernare nelle Cayman, di Farinetti che vuole fare del Sud la Sharm el Scheik, delle perdonanze alle banche criminali sotto forma di aiuti di stato, autorizzati benevolmente dall’Ue.

Ovviamente questa regressione assistenzialistica che grazie al Covid si svilupperebbe grazie al reddito d’emergenza, ai bonus, passando per la cassa integrazione ordinaria e in deroga e all’elargizione di mance, denunciati proprio da Renzi- da che pulpito vien la predica – troverebbe il substrato favorevole nella indole servile degli italiani: “nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione (e l’export) sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti”, ammonisce, così “ i nuovi parassiti non vivranno in una condizione signorile, ma in una condizione di dipendenza dalla mano pubblica, con un tenore di vita modesto, e un’attitudine a pretendere tutto dalla mano pubblica”.

Cero a ripensare a quelle fucine di antagonismo perfino avventurista che sono state le facoltà di sociologia, leggere simili bieche baggianate fa accapponare la pelle, Ma c’è di peggio, perché nel totale buio scetticismo che lo anima, perfino il Ricolfi vede un barlume di speranza, incarnato dal neo-presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che “ha attaccato duramente il governo su questi primi accenni di politica assistenzialista, per non parlare della reazione dura alle ipotesi di entrata nel capitale nelle aziende che rischiano di fallire nei prossimi mesi”.

Avete capito adesso che forma rende l’utopia nella testa di questi attrezzi che scoprono il neoliberismo proprio quando mostra i segni della sua disfatta sucida,  affidata al New Deal di Draghi che consegna la rinascita al sistema bancario e alla produttività secondo un mondo di impresa impersonato da esangui azionariati che credono che il termine “investire” significhi mettere le fiches sul tavolo della roulette finanziaria, aspettando che escano i loro numeri fortunati, che hanno fatto loro il credo secondo il quale, grazie a immunità e impunità, le perdite debbano essere socializzate e i profitti privatizzati.

E si capisce meglio che se il Covid19 non è nato da un complotto, quella che siamo vivendo è una cospirazione per inchiodarci alla condanna alla schiavitù in modo da scontare la colpa di sopravvivere, che si tratti di parassiti, compresi gli immigrati richiamati temporaneamente al lavoro, di dipendenti pubblici cui presto non saranno pagati i salari, di partite Iva ricattate che passeranno da casa alla dimora sotto i ponti, di ex signori che credono di poter mantenere modesti livelli di benessere, creativi che pensano di fare resistenza recandosi per l’apericena ai Navigli, di cassintegrati senza speranza, di giovani che sempre secondo il Ricolfi dovranno “puntare sull’auto-imprenditorialità, più che sull’attesa messianica del posto”.  Perché ormai il loro destino segnato  è quello di prestarsi ai lavoretti alla spina, nel mondo delle consegne a domicilio, del caporalato informatico, dove pare di aver recuperato autonomia se si decide di stare alla catena di notte invece che di giorno.

Ora è legittimo suggerire a chi parla di “parassiti” la consultazione anche solo dall’Enciclopedia dei Ragazzi che definisce così  “qualsiasi organismo animale o vegetale che viva a spese di un altro” e per estensione “lo scroccone sfrontato, amante della buona cucina, e quindi anche chi mangia e vive alle spalle altrui”, in modo da applicare l’uso di questo stilema a un target ben preciso, quello di un ceto chiuso nel suo mondo di sopra, difeso da leggi, eserciti e polizie al suo servizio ancorché pagati dallo Stato, che si staglia e trae ricchezza e potenza dalle macerie del mondo di sotto, quello di chi ha già perso e sta per perdere tutto, beni, sicurezza e diritti, cui è stato costretto a rinunciare per la sua nuda vita.

Sarebbe proprio giusto, ammesso che il termine abbia ancora un senso, togliere la parola a chi sostiene la supremazia di quel mondo di sopra, opinionisti, addetti alle “scienze sociali”, informatori, che hanno contribuito a rendere sempre più profondo il discrimine tra il “su”, sopra, di quelli che si sentono portatori di valori e principi culturali e morali, e il “giù”, sotto, quello degli espropriati in via di diventare definitivamente i sommersi, degli invisibili, dei perdenti, quelli senza le qualità per affermarsi: origine sociale, rendite, arrivismo, e quelli senza voce, i cui brontolii della pancia vuota hanno finito per trovare ascolto nella cosiddetta “estrema destra”, per distinguerla dalla “diversamente destra” del liberismo progressista, del politicamente corretto, dei modelli di integrazione da applicare teoricamente agli immigrati, mentre agivano per la secessione, la discriminazione e l’emarginazione dei colpevoli di povertà di qualsiasi etnia e genere.

La galera reale cui ci hanno costretti in questi mesi, tra arresti domiciliari e lavori forzati, è l’allegoria del mondo “reso migliore” dalla loro pandemia e che ci aspetta, quando l’unico diritto concesso è quello di  servire.

 

 

 

 


Potere etilico

brouwer2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La droga più potente, diffusa in forma interclassista e per giunta assolutamente legale è sicuramente l’alcol. A guardare qualsiasi film italiano o hollywoodiano pare che la nostra vita sia scandita dalla presenza ancora prima del fatidico tramonto della tradione anglosassone del cocktail, dal bicchiere di vino rosso a consolazione di casalinghe frustrate, giovani single che si preparano all’acchiappo,  avvocati che seguono corsi di sommelier per accaparrarsi bottiglie pregiate da sorseggiare dietro le pareti di cristallo nelle quali si rispecchia la nostra feroce modernità, ma pure poliziotti nostrani che stappano un vinello dopo aver fronteggiato un serial killer o detective di NYPD che dopo l’appostamento in macchina fanno il pieno   di scotch dalla bottiglie incartata.

Non so se dobbiamo a questa definitiva legittimazione di una dipendenza che una volta si declinava in culto invidiabile e raffinato del gusto  per i ricchi e mesta sbornia  per i poveracci, la constatazione che siamo irrimediabilmente nelle mani degli ubriachi, che sembrano sempre sotto gli effetti di quel bel bicchiere di vino rosso autorizzato dalla cultura corrente ai target che appartengono secondo una fortunata  definizione recente alla società signorile di massa.

E’ questa provenienza di censo che potrebbe spiegare lo stato di ebbro marasma che li porta a biascicare propositi e promesse che smentiscono o si rimangiano la mattina dopo l’happy hour  dalla Gruber, perché sanno che il loro status  li esonera da responsabilità, doveri, oneri per via della provenienza da una condizione di relativa e selettiva agiatezza consolidata dalla fidelizzazione a un partito, movimento, lobby e dall’accesso ai privilegi e alla apparentemente inviolabile sicurezza di uno stile di vita e di un livello gratificante e dunque irrinunciabile di consumi.

Per questo sono indifferenti, anzi francamente infastiditi dai nostri gretti bisogni e dalle nostre miserabili rivendicazioni, siano essi rappresentanti eletti, tecnici continuamente implorati di salvarci con i loro teoremi e i loro algoritmi, sindacalisti che hanno preso a calci i valori del lavoro e le conquiste di secoli come arcaici fondi di magazzino della lotta di classe che ormai interpretano alla rovescia vendendo consulenze assicurative e fondi, o ministri che possono vantare una remota e ostile distanza da studi formativi, occupazioni e professioni che richiedono competenza, esperienza, affidabilità, tanto da diventare sponsor e testimonial della gig economy, dei lavoretti alla spina in delizioso avvicendamento con studi destinati unicamente a preparare alla servitù, al cottimo o al volontariato.

E siccome sono propagatori della cancellazione del lavoro, del welfare, della previdenza, dell’istruzione pubblica, della manutenzione dei diritti fondamentali, non tentano nemmeno più di rivendicare la capacità della loro ideologia e della prassi che ne consegue, quella di generare benessere per tutti sia pure a livelli differenziati, perché nel loro dna c’è solo il comando e il vincolo a tutelare gli interessi padronali e di conseguenza i loro, di vassalli o caporali.

E vi stupite se una delle regioni che guida la cordata della pretesa di autonomia al fine di redistribuire più acconciamente il gettito fiscale avendo dimostrato di saper governare con efficienza ed efficacia la cosa pubblica e salvaguardare il bene comune si vende i gioielli di famiglia a cominciare dai suoi palazzi del governo?

E vi stupite se la ministra competente in materia di trasporti e infrastrutture viene smentita nel suo ruolo di salvatrice di Venezia dai marosi, dal susseguirsi di test che provano l’inaffidabilità presente e futura del sistema ingegneristico che è  costato 7 miliardi ripartiti in strutture già fatiscenti, variazioni in corso d’opera attribuibili a materiali scadenti, inadeguatezza progettuale, incapacità e inattendibilità delle previsioni tecniche e di spesa, oltre che in un torrente di effetti del malaffare, che condannano la sua promessa di una demiurgica entrata in servizio del Mose nel 2021 al ruolo di penosa sortita di una scriteriata incompetente alle prese con una perenne campagna elettorale?  Tanto da aver costretto perfino la riservata  provveditrice alle opere pubbliche del Veneto, Cinzia Zincone a dichiarare che quella scadenza sarebbe “forzata” poichè  sarebbero già saltate “le scadenze intermedie”, a dimostrazione dell’indole peracottara del Consorzio Venezia Nuova  che aveva fatto intendere di essere in grado di provvedere già tra sei mesi a innalzamenti estemporanei delle paratie mobili in caso di maree straordinarie che ormai straordinarie non sono.

E vi stupite se i giornali danno ampio spazio alle implorazioni rivolte dalla stessa ministra al suo segretario di partito perché le dia lumi sulla linea da seguire nel caso della revoca della concessione alla Società Autostrade retrocessa a scaramuccia tra alleati renitenti, malgrado abbia dovuto esibire all’ultimo consiglio dei ministri perfino il rapporto della commissione ministeriale che inchioda Atlantia, come se non bastassero le inchieste sui crimini palesi a tutti fuorché al nuovo  rottamatore della magistratura?

E vi stupite se dopo aver confermato la sottoscrizione dell’accordo vergognoso con la Libia, dopo che anche grazie a quello l’Onu denuncia come più di 1000 migranti siano stati intercettati e  ricondotti nei lager, la ministra Lamorgese si accorge con sorpresa e preoccupazione che l’instabilità del paese potrebbe aumentare gli arrivi da Tripoli, che Conte tanto per metterci una pezza a colori non esclude la possibilità di inviare i “nostri” soldati di pace nell’area grazie ai presupposti della missione Misiat che prevede stanziamenti per la mobilitazione di 400 militari (ma 250 sono già là) e di 130 mezzi navali terrestri e aerei, in appoggio morale se non apertamente militare a una delle fazioni?

E vi stupite se mantenendo tutte le misure di “controllo” dell’immigrazione che hanno dato forma a una sollevazione di popolo espressa finora solo in via canora con Bella Ciao, si aprono i porti ma si conserva il susseguirsi di oltraggi alle leggi internazionali, si chiudono gli Sprar senza alternative e abbandonando i profughi a un destino di clandestinità offerta ai profitti dell’illegalità? Consentendo che siano in vigore leggi che discriminano non dando agli stranieri le stesse garanzie in tutti i gradi di giudizio, ma chiedendo a gran voce che venga aumentata la concessione di permessi umanitari?

Ecco, un proverbio dice che la vita è troppo breve per bere vino cattivo, dovremmo smetterla con le sbornie di seconda mano.


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