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Ilva, l’industria dell’impunità

Ilva-ecco-come-l-impianto-puo-tornare-a-vivere_h_partbAnna Lombroso per il Simplicissimus

ArcelorMittal, nella lettera ai commissari dell’ Ilva, informa di essere in procinto di “cede” i 10.700 dipendenti che un anno fa aveva assunto dalle società del gruppo in amministrazione straordinaria, riaffidandoli ai commissari, e quindi allo Stato, dai quali l’aveva preso in carico l’1 novembre 2018 dopo la gara di aggiudicazione vinta a giugno 2017, il via libera dell’Unione Europea a maggio 2018 e l’accordo con i sindacati al Mise a settembre 2018.

La decisione, a detta della multinazionale che giudica il contratto “risolto di diritto” per “sopravvenuta impossibilità ad eseguirlo tanto che in via  di ulteriore subordine  ne chiederà la risoluzione giudiziale per i gravi inadempimenti delle concedenti e/o per eccessiva onerosità della  prestazione”, sarebbe effetto del venir meno dello scudo penale per l’attuazione del piano ambientale e del rischio di spegnimento dell’altoforno 2 per motivi di sicurezza, teatro di un incidente mortale a giugno 2015, oggetto di un intervento della Magistratura, ma soprattutto del clima di ostilità che rende impossibili il proseguimento dell’attività.

E chi l’avrebbe detto che qualche ordine del giorno di associazioni e partiti “antagonisti”, qualche post di oscuri blogger, sarebbe stato definito “clima di generale ostilità”.

Perché invece la sfera del consenso in appoggio all’azienda, all’attuale gestione e a quelle precedenti, alle misure governative che si sono succedute, alla maggior parte delle autorità regionali e locali che si sono impegnate a inquattare analisi, indagini o a manometterle persuase da una lobby che si è infiltrata negli organismi di controllo sanitario e ambientale, è unanime. A cominciare dalla stampa ufficiale che grida allo scandalo, non contro aziende criminali, macchè, ma contro chi ha avuto la dissennata impudenza di sospendere grazie al Dl imprese  l’immunità, e pure l’impunità, “rendendo impossibile, fattualmente e giuridicamente, attuare il piano ambientale in conformità alle relative scadenze, nonché al contempo proseguire l’attività produttiva e gestire lo stabilimento di Taranto come previsto dal contratto, nel rispetto dell’applicabile normativa amministrativa e penale” aprendo così, cito testualmente,  una “fase di incertezza per i dipendenti dell’Ilva, a partire dagli 8.200 dello stabilimento siderurgico di Taranto, più altri 3.500 addetti nell’indotto, per i mille dipendenti di Cornigliano, a Genova e per i 680 di Novi Ligure”, mettendo in forse la certezza di entrare, loro e i famigliari, nelle statistiche dell’incidenza del cancro e su quelle del disastro ambientale di interi territori e pure su quelle relative al cambiamento climatico per via delle emissioni di gas serra.

Inutile dire che a protestare per la cavillosa prepotenza “politica” sono scesi in campo i sindacati tutti che avevano sottoscritto «con grande fatica un accordo, il 6 settembre 2018, che da un lato l’azienda e dall’altro il Governo potrebbero far diventare carta straccia»,  condannando “un’azione politica e aziendale che ad un anno di distanza cambia le carte in tavola e agevola negativamente la congiuntura non favorevole dell’industria italiana”, confermando una volta per tutte che a forza di cedere al ricatto, caposaldo delle politiche industriali e della cultura di impresa, si è persa perfino la possibilità di scegliere tra posto e malattia, tra salario e salute, tra condanna a morte dell’azienda o condanna a morte dei lavoratori, perché chi paga ha il diritto di far lavorare solo chi è disposto ad accettare cancro per sé e concittadini, la prenotazione a una “morte bianca” in un altoforno, la cancellazione di garanzie e prerogative, la fine della solidarietà e coesione sociale sacrificate per tenersi l’unico diritto concesso, quello alla fatica.

E figuriamoci la bassa cucina del “confronto” parlamentare come sguazza in questo fango avvelenato, tra Salvini chiaramente affetto da disturbi della memoria breve e in cerca di guadagnarsi la simpatia di sfruttatori, inquinatori, speculatorie e assassini di ieri e di oggi, che prima avevano considerato poco affidabile la sua indole protesa solo alla ferocia irrazionale e bestiale, Renzi e Calenda e Gentiloni autori dell’ultimo misfatto, per non parlare del “prima”, degli anni di protezione dei Riva, dello zelo nel sotterrare reati e fanghi, delle  concessioni in forma di legge per esonerare da responsabilità penali, amministrative e “ambientali” o dell’ “oggi”, quando nessuno degli attori vuole l’unica cosa che si dovrebbe fare,  quella nazionalizzazione per la quale esistevano e esistono le condizioni, il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro, di restituire competitività a un settore strategico per il paese.

C’è qualcosa che rende tragicamente speciale  questo caso, rispetto ad altri e rispetto ad altre province dell’Impero. Perché abbiamo oltrepassato tutti i limiti di “decenza”, perché non si tratta più di piegare le leggi  alla legge del più forte  per i suoi interessi privati, perché è finito il tempo nel quale si adottavano 30 tra decreti, indulti, condoni, “lodi”, per risparmiare a un puttaniere le manette e salvare la reputazione democratica di un golpista malfattore.

Adesso si normalizza un regime di illegalità, si beffa la giustizia,   si dimostra che l’economia è definitivamente incompatibile con la legge, si deride chi è morto, chi si è ammalato, una città diventata martire, in nome delle necessità di tutelare un padronato criminale e di salvare al faccia dei suoi kapò, demolendo a un tempo lo stato e lo stato di diritto.  

 


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