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Immunoprepotenti

elec Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immunità. In medicina:  resistenza dell’organismo, congenita o acquisita, all’azione di determinati germi patogeni o tossine. In senso storico: garanzia o privilegio di esenzione o aggravi fiscali, secondo un istituto che risale al basso Impero,  guarentigie concesse , in deroga al diritto comune, ai Parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni.

Di questi tempi la definizione che attiene alla materia sanitaria non viene quasi adottata, per via della impossibilità di  effettuare diagnosi,  produrre risultati scientifici,  avvalersi di dati statistici e pure di eseguire autopsie, interdette dal Ministero dal dicastero della Salute in funzione di Ministero della Verità pandemica.

Mentre invece spopola se si intende quell’istituto giuridico già applicato con successo ad esempio all’Ilva di Taranto, prima e dopo l’acquisizione da parte di Arcelor Mittal. Quello “scudo”, cioè,  che  prevede la protezione legale dei manager aziendali  dalla commissione di eventuali reati, allo scopo di “evitare che i commissari presenti e gli acquirenti futuri subiscano  ripercussioni penali per fatti verificatisi molti anni prima e dei quali siano estranei”, in modo da annullare quelle norme, tanto per fare qualche esempio, sull’incauto acquisto o sull’ignoranza che non può essere mai pretesa di innocenza, e che i normali cittadini sono tenuti a conoscere, osservare e rispettare.

E per capire gli effetti di certe misure temporanee, provvisorie, transitorie serve ancora l’esempio di Taranto dove l’immunità che è anche impunità ha permesso all’avvicendarsi dei padroni di non bonificare, di non riparare, di non adottare le più elementari norme di sicurezza, di non equipaggiare i lavoratori dei dispositivi a tutela e di non salvaguardare la salute dei cittadini, mettendo in condizione i governi di ieri, oggi e domani di dichiarare la propria impotenza, sicchè una azienda che non è competitiva non può essere nazionalizzata e nemmeno e salvata, come invece si fa con la banche criminali.

Così coerentemente con la necessità di adeguare l’intero sistema alla doverosa profilassi e tutela, l’immunità trova una realizzazione estensiva anche oltre i confini dei brand della biospeculazione: distanziamento,   tamponi, mascherine, grazie all’entusiastica mobilitazione del governo e delle sue task force.

Ai famosi e meno noti firmatari del toccante appello scritto a loro sostegno, in qualità di fronte impavido che resiste agli attacchi, primi tra tutti quelli degli avidi sacerdoti del mercato, quei dissennati confindustriali del Tutto aperto!  deve essere sfuggita l’iniziativa dell’esecutivo, guardato con bonario interesse dai sindacati e benvisto da un ampio schieramento, in soccorso degli industriali, grazie a uno scudo per le responsabilità penali dei datori di lavoro nelle cui imprese si sia verificato qualche caso di Covid19.

Bontà loro, la “sanatoria”- è d’obbligo ancora una volta il ricorso al linguaggio paramedico – esonererebbe solo quelli in grado di dimostrare “di aver diligentemente posto in essere tutte le misure necessarie per contrastare e contenere la diffusione del Covid-19 nei luoghi di lavoro dettate dai protocolli di sicurezza del 14 marzo e 24 aprile 2020”, che come è noto avevano un carattere unilaterale, dando alla direzione totale discrezionalità sull’applicazione delle norme, sull’adozione e qualità dei dispositivi, sulla sanificazione dei siti.

E siccome la sicurezza dei poteri di fonda sull’insicurezza dei cittadini e pure sull’incertezza del diritto, ecco subito pronta la liberatoria morale e fisica: in assenza di procedure di diagnosi e controllo, che, prescindendo dalla loro efficienza e efficacia, pare siano state messe a disposizione solo di presidenti di regione, notabili e Vip, calciatori, e poco altro, parrebbe di fatto verificare che il contagio sia effettivamente avvenuto in occasione di lavoro, considerando che il lungo periodo di incubazione del virus non permette di avere certezza sul luogo e sulla causa del contagio. Così come di escludere con sufficiente certezza l’esistenza di altre cause di contagio e senza poi contare i casi dei soggetti asintomatici.

Si renderebbe  quindi necessario introdurre una direttiva che escluda la responsabilità del datore di lavoro, “titolare di una posizione di garanzia nei confronti dei prestatori di lavoro”, lavoratori manuali, della logistica e dei servizi, delle filiere della cura delle persone e dell’alimentazione, della sanità e della manutenzione di prossimità, addetti del comparto degli armamenti e pure quelli dell’Electrolux in sciopero perchè con le mascherine, brand eccellente pure per la Pivetti e Brugnaro, non si respira più.

I quali quindi, secondo la vulgata ormai imperante, possono essere legittimamente sospettati della violazione degli obblighi di sicurezza: viaggiare stipati in metro e bus, non osservare il rigoroso distanziamento alla catena di montaggio, nei magazzini di Amazon, tra gli scaffali della Coop o alla cassa del Carrefour, alla pari con i compulsivi dell’apericena sui Navigli.

Proprio come prima, e plausibilmente dopo il Covid19, i lavoratori non devono cavarsela quando sono in veste di “fattori umani”, tenuti a pagare a proprie spese errori e irresponsabilità e risarcire i danni a cominciare da quelli subiti per inosservanza criminale, indifferenza ai loro bisogni, inottemperanza dei loro diritti, come è sempre avvenuto, alla Thyssen, all’Ilva, all’Eternit, e avverrà, con qualsiasi influenza che dividerà i cittadini in paria esposti e gente di serie A, tutelata grazie all’esproprio di diritti e arbitrio.

E con loro siamo chiamati a pagare noi i costi delle malattie professionali, della patologie da lavoro, se non con le tasse con la stessa vergogna collettiva che abbiamo provato lasciando morire la gente di malasanità o di post sanità, quando abbiamo scoperto che per salvarsi dal virus era meglio starsene a casa, quando ci siamo accorti che i decessi erano frutto di incompetenza, di diagnosi approssimative o contraddittorie, di cure azzardate o inappropriate.

Ma come si addice alla gestione delle crisi, artatamente convertite in emergenze da governare con il regime dell’intimidazione dei tanti per la sicurezza dei pochi, con la repressione dei tanti a fronte della benevola indulgenza riservata ai pochi, si affaccia un’altra insana sanatoria, quella che permetterà che aziende con la sede legale nei paradisi fiscali europei possano beneficiare degli aiuti pubblici in Italia. Ci penserà il fine leguleio degli italiani a praticare i necessari distinguo in modo che una distorta percezione non equipari l’ Olanda, fino a ieri vituperata per la sua ostilità nei confronti dei bond n favore dell’Italia colpita dal virus, oggi restituita allo status di grande e civile potenza, alle Cayman care ai finanziatori della Leopolda o a Cipro più gradita al tesoriere della Lega.

E siccome a chi ha non basta mai, sfogliando le 767 pagine del cosiddetto Decreto Rilancio, potreste imbattervi in una norma proposta dal ministero degli Affari regionali, che, “allo scopo di sostenere il rilancio delle costruzioni”, come si legge nelle note esplicative, introduce una sorta di condono edilizio, prevedendo che “interventi edilizi già presentì sui territori interessati possono ottenere il permesso di costruire in sanatoria, se conformi ai Piani Attuativi di Riqualificazione Urbana”, permettendo quindi   la sanatoria per gli immobili edificati abusivamente.

Proprio vero, finche c’è guerra, anche quella al virus, c’è speranza. Ma non per tutti:  i sopravvissuti sono ancora più differenti e qualcuno già disperato, ancora prima della ricostruzione.

 

 

 


Ilva, l’industria dell’impunità

Ilva-ecco-come-l-impianto-puo-tornare-a-vivere_h_partbAnna Lombroso per il Simplicissimus

ArcelorMittal, nella lettera ai commissari dell’ Ilva, informa di essere in procinto di “cede” i 10.700 dipendenti che un anno fa aveva assunto dalle società del gruppo in amministrazione straordinaria, riaffidandoli ai commissari, e quindi allo Stato, dai quali l’aveva preso in carico l’1 novembre 2018 dopo la gara di aggiudicazione vinta a giugno 2017, il via libera dell’Unione Europea a maggio 2018 e l’accordo con i sindacati al Mise a settembre 2018.

La decisione, a detta della multinazionale che giudica il contratto “risolto di diritto” per “sopravvenuta impossibilità ad eseguirlo tanto che in via  di ulteriore subordine  ne chiederà la risoluzione giudiziale per i gravi inadempimenti delle concedenti e/o per eccessiva onerosità della  prestazione”, sarebbe effetto del venir meno dello scudo penale per l’attuazione del piano ambientale e del rischio di spegnimento dell’altoforno 2 per motivi di sicurezza, teatro di un incidente mortale a giugno 2015, oggetto di un intervento della Magistratura, ma soprattutto del clima di ostilità che rende impossibili il proseguimento dell’attività.

E chi l’avrebbe detto che qualche ordine del giorno di associazioni e partiti “antagonisti”, qualche post di oscuri blogger, sarebbe stato definito “clima di generale ostilità”.

Perché invece la sfera del consenso in appoggio all’azienda, all’attuale gestione e a quelle precedenti, alle misure governative che si sono succedute, alla maggior parte delle autorità regionali e locali che si sono impegnate a inquattare analisi, indagini o a manometterle persuase da una lobby che si è infiltrata negli organismi di controllo sanitario e ambientale, è unanime. A cominciare dalla stampa ufficiale che grida allo scandalo, non contro aziende criminali, macchè, ma contro chi ha avuto la dissennata impudenza di sospendere grazie al Dl imprese  l’immunità, e pure l’impunità, “rendendo impossibile, fattualmente e giuridicamente, attuare il piano ambientale in conformità alle relative scadenze, nonché al contempo proseguire l’attività produttiva e gestire lo stabilimento di Taranto come previsto dal contratto, nel rispetto dell’applicabile normativa amministrativa e penale” aprendo così, cito testualmente,  una “fase di incertezza per i dipendenti dell’Ilva, a partire dagli 8.200 dello stabilimento siderurgico di Taranto, più altri 3.500 addetti nell’indotto, per i mille dipendenti di Cornigliano, a Genova e per i 680 di Novi Ligure”, mettendo in forse la certezza di entrare, loro e i famigliari, nelle statistiche dell’incidenza del cancro e su quelle del disastro ambientale di interi territori e pure su quelle relative al cambiamento climatico per via delle emissioni di gas serra.

Inutile dire che a protestare per la cavillosa prepotenza “politica” sono scesi in campo i sindacati tutti che avevano sottoscritto «con grande fatica un accordo, il 6 settembre 2018, che da un lato l’azienda e dall’altro il Governo potrebbero far diventare carta straccia»,  condannando “un’azione politica e aziendale che ad un anno di distanza cambia le carte in tavola e agevola negativamente la congiuntura non favorevole dell’industria italiana”, confermando una volta per tutte che a forza di cedere al ricatto, caposaldo delle politiche industriali e della cultura di impresa, si è persa perfino la possibilità di scegliere tra posto e malattia, tra salario e salute, tra condanna a morte dell’azienda o condanna a morte dei lavoratori, perché chi paga ha il diritto di far lavorare solo chi è disposto ad accettare cancro per sé e concittadini, la prenotazione a una “morte bianca” in un altoforno, la cancellazione di garanzie e prerogative, la fine della solidarietà e coesione sociale sacrificate per tenersi l’unico diritto concesso, quello alla fatica.

E figuriamoci la bassa cucina del “confronto” parlamentare come sguazza in questo fango avvelenato, tra Salvini chiaramente affetto da disturbi della memoria breve e in cerca di guadagnarsi la simpatia di sfruttatori, inquinatori, speculatorie e assassini di ieri e di oggi, che prima avevano considerato poco affidabile la sua indole protesa solo alla ferocia irrazionale e bestiale, Renzi e Calenda e Gentiloni autori dell’ultimo misfatto, per non parlare del “prima”, degli anni di protezione dei Riva, dello zelo nel sotterrare reati e fanghi, delle  concessioni in forma di legge per esonerare da responsabilità penali, amministrative e “ambientali” o dell’ “oggi”, quando nessuno degli attori vuole l’unica cosa che si dovrebbe fare,  quella nazionalizzazione per la quale esistevano e esistono le condizioni, il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro, di restituire competitività a un settore strategico per il paese.

C’è qualcosa che rende tragicamente speciale  questo caso, rispetto ad altri e rispetto ad altre province dell’Impero. Perché abbiamo oltrepassato tutti i limiti di “decenza”, perché non si tratta più di piegare le leggi  alla legge del più forte  per i suoi interessi privati, perché è finito il tempo nel quale si adottavano 30 tra decreti, indulti, condoni, “lodi”, per risparmiare a un puttaniere le manette e salvare la reputazione democratica di un golpista malfattore.

Adesso si normalizza un regime di illegalità, si beffa la giustizia,   si dimostra che l’economia è definitivamente incompatibile con la legge, si deride chi è morto, chi si è ammalato, una città diventata martire, in nome delle necessità di tutelare un padronato criminale e di salvare al faccia dei suoi kapò, demolendo a un tempo lo stato e lo stato di diritto.  

 


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