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Dissesto idrogeologico, il Piano di Renzi fa acqua

Alluvione, di Alfred Sisley

Alluvione, di Alfred Sisley

Anna Lombroso per il Simplicissimus

…l’onda spaventosa, dal cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come… Sì come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago il tremito della guerra, lo scrole dell’acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l’irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c’è nelle tombe? L’apocalisse del Vajont descritta da Dino Buzzati per il Corriere della Sera, il giorno dopo la catastrofe che costò duemila vittime, recita: Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.

Non sono bastate l’Aquila, l’Emilia a chi ritiene che l’adozione di criteri antisismici sia un molesto costo aggiuntivo che riduce il bottino del malaffare. Così non è bastata quell’apocalisse agli smaniosi delle Grandi Opere. Perché la diga voluta dalla Sade proprio là, malgrado  denunce di pericolo degli abitanti, additate come bubbole di ignoranti, malgrado l’allarme degli esperti, uno dei quali veniva addirittura da un geologo figlio del progettista e autore dell’opera, ing. Semenza, frutto della stessa hybris che anima i nostri profeti del “fare”, è ancora il simbolo anticipatore della stessa smania, anche se la diga, che allora era la  più alta del mondo a doppio arco,  ha resistito, è ancora là, vanto avvelenato di una ingegneria  che si esprime nella sua geometrica potenza dimostrativa, proterva e indifferente alla sua nefasta pressione sull’ambiente, sul suolo, sul territorio.

I disastri, i morti, le colpe non servono e non insegnano nulla. Anzi, si direbbe che siamo andati peggiorando se l’ultimo a tentare di programmare con un piano organico le strategie e le misure contro il dissesto idrogeologico, nell’ormai lontano 2012, fu un ministro, poi in odor di scandali, quindi rimosso perfino dalla memoria, se il dicastero dell’Ambiente fu successivamente espropriato di gran parte delle competenze in materia, passare a un organismo alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi affidato a figure improbabili, una delle quali ben presto passata a carriera giornalistica altrettanto poco brillante. E se adesso il titolare Galletti, noto solo per disinvolte dichiarazioni sul rischio industriale e sugli altri morti di sviluppo illimitato, si delizia per le magnifiche sorti e progressive  di quel Grande Piano  contro il dissesto idrogeologico 2015-2020 da 9 miliardi che il padroncino un anno fa non si peritò di definire una rivoluzione copernicana, ma che finora, malgrado un magniloquente e fiero annuncio al suono di grancassa al pesto, durante un immancabile appuntamento referendario a Genova, ha impegnato unicamente  una spesa  di 70 milioni, stanziati dal sereno predecessore, per il Bisagno.

Ma siccome il Galletti che canta nel pollaio di Renzi,  è benevolo e comprensivo dei problemi che deve affrontare il collega del Tesoro,  ha dato il suo ragionevole e pragmatico contributo dal bilancio del ministero dell’Ambiente insieme al  Fondo di sviluppo e coesione, per trasformare il Grande Piano in pianini stralcio, del modico costo di 1, 3 miliardi finalizzati alla realizzazione di “interventi di mitigazione del rischio alluvionale nelle aree metropolitane”, ripartiti in 666,31 milioni di euro al Nord, 116,2 al Centro, 280,96 al Sud; nessun intervento previsto in Calabria e circa il 50% delle somma stanziato per le aree metropolitane di Genova e Milano.

Mai contenti, direte voi. È che anche quella cifra è annunciata come nei costumi del governo, e virtuale, perché, informa il Tesoro, “la scarsità delle risorse disponibili per il triennio 2016-18 non ha consentito a questa amministrazione di effettuare una programmazione strutturata per la mitigazione del dissesto idrogeologico”, passando la mano alle promesse: dopo i soldi del Bisagno, arriveranno altri quattrini pochi e nemmeno subito, una sessantina di milioni per  il  piano di gestione del rischio alluvioni da completare entro l’anno, e altri  350 milioni da qui al 2018,anche quelli stanziati da Letta nel 2013, 150 quest’anno, 50 nel 2017 e 150 nel 2018, che c’è da temere vadano a finanziare soltanto la redazione dei progetti esecutivi, previsti per l’avvio delle procedure di affidamento dei lavori, in forma di “aperitivi”.

Altro che Ponte, altro che Mose, altro che Tav, altro che Olimpiadi, altro che autostrade inutili e passanti deserti. Non gli sono bastate le alluvioni di Sarno e Quindici, non gli sono bastati i morti di Genova,  Benevento, della Calabria ionica e del Cadore, non gli sono bastati gli allarmi di organizzazioni “contigue” come Legambiente che ha denunciato nel suo rapporto 2016 come 7 milioni di cittadini siano esposti al pericolo frane e alluvioni,  le previsioni dell’Ispra altrettanto inquietanti, secondo le quali il totale dei comuni italiani interessati da aree con pericolosità da frana e/o idraulica risultano 7.145, pari all’88,3%, mentre i comuni non interessati da tali aree risultano solamente 947,  i conteggi dei consorzi di bonifica che hanno calcolato che occorrono almeno 8 miliardi per la sola “messa in sicurezza”.

I richiami alla ragione di chi chiede che al posto dei progetti tossici delle grandi opere, in nome di un’occupazione dequalificata ed effimera, si dia forma a un New Deal di interventi distribuiti sul territorio di tutela, custodia, salvaguardia e prevenzione, capace di creare posti di lavoro non a termine e specializzati, vengono derisi come ubbie di parrucconi e misoneisti. In compenso, coerentemente con la pratica compassionevole della beneficenza a spese nostra tramite elargizioni e mancette, una delle generose majorette  del premier si è presa cura di promuovere uno stanziamento di 800 milioni per il risarcimento di chi è stato colpito da calamità naturali: agli immobili privati   fino all’80% dei danni; alle aziende fino al 50% per gli edifici e 80% per i macchinari, anche quelli sulla carta da agosto quando l’annuncio ha riguardato le prime formalità relative a macchinose procedure per le istruttorie. Perché risarcire è più conveniente che prevenire. E se poi si può contare su una momentanea sospensione della decantata semplificazione, grazie a iter complessi e magari ispirati da una certa discrezionalità allora meglio ancora. E se poi i soldi, invece di erogarli si rivelano come un vaticinio, allora è proprio una cuccagna.

Che tanto ormai per noi la pacchia è restare vivi, asciutti, incazzati.

 

 

 


Di Vittorio in sconfitta

Di-Vittorio-anni-50Anna Lombroso per il Simplicissimus

Andiamo peggiorando, è l’unica certezza che ci resta.

Leggendo le esternazioni di Poletti che addirittura retrocede rispetto a Sacconi e nemmeno ci prova con la leggendaria menzogna che siamo tutti nella stessa barca, imprenditori e lavoratori, che serve coesione e solidarietà tra padroni e servi, perché ormai, lo ha ricordato il Simplicissimus, il vero obiettivo è la creazione di eserciti globali di schiavi, precari, mobili, flessibili che vanno dove i nuovi faraoni vogliono, anche a fare i soldati in guerre più che mai di classe, quella di chi ha sempre di più e non intende rinunciare a nulla contro chi nulla ha… e basta. Si, leggendolo, dovremmo sentir montare con la collera anche la memoria di quando nascevano e combattevano in nostro nome uomini che avevano fatto del riscatto degli umiliati, dei diseredati, degli sfruttati la propria ambizione e la propria sfida in nome delle generazioni future.

Il meritorio sito di Edoardo Salzano ha ripreso in questi giorni il Piano “economico e costruttivo per la rinascita dell’economia nazionale” che Giuseppe Di Vittorio presentò nel 1949 al congresso nazionale della Cgil di Genova, un vero new deal non un’utopia. Anche se così venne tacciata e derisa quella radiosa visione per la rinascita dell’Italia e degli italiani, ancora feriti dalla guerra, da una classe politica pronta al consociativismo, ai prodromi di una artificiosa pacificazione, alla tutela della propria inviolabilità e pronta a rinunciare agli ideali che avevano animato la Resistenza e nutrito la Costituzione di quei principi secondo i quali lavoro e diritti si dovevano considerare irrinunciabili.

Il Piano si sviluppava su tre direttrici: nazionalizzazione dell’energia elettrica con la costruzione di nuove centrali e bacini idroelettrici dove erano più necessari, soprattutto al Sud; realizzazione di un vasto programma di bonifica e irrigazione dei territori per favorire lo sviluppo dell’agricoltura e del settore alimentare; un piano per l’edilizia pubblica per la costruzione di case, scuole e ospedali, finanziato da una tassazione progressiva a carico dei ceti più abbienti, dei gruppi monopolistici e delle società per azioni.

Già così si sarebbero creati oltre 700 mila posti di lavoro, si sarebbe avviata un’opera di risanamento e tutela del territorio e del paesaggio, si sarebbe ricostruito il Paese anche “moralmente”, incoraggiandolo, facendolo uscire dalle secche della corruzione nelle quale l’aveva impantanato il fascismo, investendo sul lavoro, come bene comune e progressivo, indispensabile per lo sviluppo delle donne e degli uomini di tutto il mondo.

Venne schernito o accusato di sconfinare in geografie eversive. Occorreva persuadere i padroni d’oltre oceano e perfino i vinti, che la resistenza si era limitata alla liberazione dalla dittatura e dall’invasore, non l’aspirazione al superamento delle disuguaglianze che il fascismo aveva alimentato con una estesa, profonda e instancabile opera di malaffare, sopraffazione criminale, impoverimento delle classi subalterne e in particolare del Mezzogiorno. Bisognava ridare ossigeno ai grandi gruppi industriale, al padronato, alle imprese, beneficati dai fondi della “ricostruzione”  del Piano Marshall,  e che andavano rassicurati che l’Italia non sarebbe stata contagiata dall’ideologia comunista.

Di quel Piano l’unico atto che venne concretizzato fu la nazionalizzazione dell’energia, costosa, sanguinosa in termini di costi, ma che segnò una vittoria, la prima – e unica – riforma strutturale. Un caso guardato con sospetto in tutti gli anni successivi e da tempo incriminato, in favore delle magnifiche sorti e progressive delle privatizzazioni, dell’egemonia senza alternative del mercato,  dell’ineluttabilità dell’alienazione dei beni comuni.

Venne respinto quel piano, eppure ebbe un effetto formidabile sui lavoratori: si parlava di loro come cittadini partecipi di un grande disegno di sviluppo, che non era certo la rivoluzione, non ribaltava i rapporti di forza, ma metteva il lavoro, operaio e intellettuale al centro, rafforzando le istanze di dignità, le aspirazioni e l’accesso a condizioni di vita e sociali “uguali”, le richieste di diritti e garanzie come vitali e dovute, la trasformazione della Carta in un possibile e realizzabile contratto sociale. Da là sono nate e si sono rafforzate lotte operaie, da là ha tratto energia lo Statuto dei lavoratori, da là siamo tornati indietro, a Pomigliano, a Marchionne, a Renzi, a Poletti, all’abbattimento di quelli che erano legittimamente e necessariamente considerati dei tabù intoccabili, perché con il lavoro, i suoi diritti, si tutelavano l’uomo e la democrazia.

Andiamo peggiorando.


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