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Le madonne del cemento

tavfiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ovunque abitiate, se venite a  sapere che sta per arrivare in visita pastorale  la ministra De Micheli, datevela a gambe, perché come una  funesta dama dell’apocalisse, a dispetto del suo fare giulivo e brioso, è portatrice di sicura rovina.

Abbiamo avuto un saggio di quello che ci può succedere guardando alla sua apparizione in veste di madonnina del cemento a Firenze, intenzionata a seppellire la città del Giglio sotto una colata  e voi dentro a un pilone, come da tradizione.

Accolta trionfalmente dal sindaco Nardella, ha dato nuovo vigore all’asse Firenze-Bologna, che l’immaginifico successore del sindaco d’Italia vuole realizzare compiutamente con una candidatura olimpica nel 2032: eh si perché il sogno visionario del garrulo primo cittadino e della sua partner nell’inarrestabile tandem è proprio quello:   “l’idea delle Olimpiadi a Firenze e Bologna non è nuova  e non è una boutade velleitaria“, dice l’eterno n.2,  Nardella parlando di un progetto “che può essere realizzabile concretamente e sostenibile, in due città che rappresentano in pieno il meglio del made in Italy”, a dimostrazione che “non dobbiamo avere paura e che dobbiamo pensare in grande …Quando Firenze ha puntato oltre i suoi confini, ha pensato in grande, da Brunelleschi a La Pira, ha sempre avuto successo”. Non è certo la prima volta che si spaccia un grande evento costoso, inquinante, oggetto di azioni speculative e di corruzione, come la ricetta infallibile per reperire risorse pubbliche stanziate grazie all’eccezionalità dell’occasione e alla immediata trasformazione di una ipotesi insensata in emergenza da fronteggiare con fondi e misure eccezionali. E chissà magari Nardella, come altrove Sala o Ghedina, metterà in calendario la regimazione dell’Arno e il consolidamento dei suoi fragili argini.

Ma intanto la Ministra – della quale abbiamo appreso che si avvale dei servizi, secondo lei a titolo gratuito di un manager in veste di gran suggeritore di priorità, quel Moretti della strage di Viareggio, quello che ha consolidato la gestione iniqua delle ferrovie italiane, promuovendo gli interessi dei ricchi, che viaggiano in limousine e aereo personale ma sono dentro alle grandi cordate dei tunnel, dei buchi, delle vertiginose velocità, penalizzando i poveracci, pendolari e viaggiatori del Sud, dove la capitale europea della cultura è estromessa dalle direttrici di traffico – si è impegnata in previsione della chimera olimpica.

E vuol dimostrare di fare meglio perfino del Giglio renziano o dell’imbelle successore nel quale si erano riposte speranze per via del marasma che albergava nella sua testolina ricciuta e dell’inclinazione all’entusiastico assoggettamento del suo movimento. Promettendo di tornare entro fine anno  per discutere con le “parti sociali” delle questioni infrastrutturali presenti nel Patto per lo sviluppo, sottoscritto dal presidente Enrico Rossi con i sindacati e le categorie economiche della regione, ha garantito investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione alla Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova e alla festosa conclusione del sottoattraversamento ferroviario in città,  insieme al completamento del corridoio tirrenico, della Grosseto-Siena, alla realizzazione delle estensioni della tramvia fiorentina e allo sviluppo del sistema delle ciclabili.

E infatti si legge che la ministra si è detta impressionata nel vedere con i propri occhi quanto già sia stato fatto, affacciata sull’intero primo piano della stazione sotterranea dell’alta velocità già costruito, dichiarando che “questa non è solo un’opera in stato avanzato, ma molto avanzato“. E “le opere in stato avanzato vanno avanti…. A questo fine, stiamo lavorando insieme ai 5Stelle per definire le nuove opere perché la cura del ferro per la salvaguardia dell’ambiente e la mobilità delle persone è una delle priorità del governo“. Ecco, già i 5stelle avevano dimostrato di non saper dire no a un alleato che ai creduloni pareva proprio il peggiore, per via di modi inurbani, di sbruffonate incresciose, di istinti animali lasciati liberi di esprimersi. Invece nel nuovo sodalizio così ben visto da chi preferisce il politically correct al buon governo  ha la meglio un’indole molto umana, quella dell’avidità, della dissipazione, dell’accumulazione distruttiva che nella giungla non hanno dimora.

E dato che le opere sono avanzate, come con il Mose, la metro romana, la Torino-Lione, non si può né si deve tornare indietro anche se quello dei cantieri fiorentini della Tav è un “problema tutto italiano, tipico del nostro Paese e del nostro sistema di appalti pubblici. Un caso emblematico che non ci fa onore” a detta perfino di Cantone quando era in forza all’Anac, quando volle ripercorrere  i guai del grande appalto   vinto dalle cooperative rosse, con una programmazione “come al solito carente“, un aumento contrattuale molto elevato che ha comportato “enormi ritardi”, un contenzioso “rilevante, con 300 milioni di riserve, ancora non riconosciuto ma comunque pesantissimo” e, non ultima, la “difficoltà ad interfacciarsi con i cittadini” con le istituzioni locali, in primis Comune e Regione che sulla trasparenza continuano a fare orecchi da mercante. O anche un concentrato di illegalità, come diagnosticò  la Procura di Firenze, sequestrando i cantieri e procedendo all’arresto  dell’ex presidente di Italferr Maria Rita Lorenzetti, già presidente della Regione Umbria in quota Partito Democratico insieme ad altri con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dalla frode, al falso e truffa in accordo con i clan casalesi interessati dallo smaltimento dei rifiuti.

Ma c’è anche un altro aspetto “morale” che riguarda la vocazione dell’opera costosa per i bilanci pubblici, dannosa per l’ambiente e la qualità di Firenze città d’arte (il tracciato sfiora e passa sotto la fortezza Basso) ma soprattutto inutile, se si pensa che addirittura l’Università di Firenze ha prodotto un approfondito studio che dimostra come un passante di superficie, e non sotterraneo, consenta all’Alta velocità di attraversare la città spendendo un quarto e rafforzando il trasporto pendolare.

Perché allora si è compiuta questa scelta se non per confermare il destino di una città dalla quale vengono espulsi i cittadini ( dagli anni ’90, i residenti di cittadinanza italiana sono stati progressivamente sostituiti da cittadini stranieri, e non quelli a basso reddito, molesti e dunque irricevibili per il che alle rimostranze dell’Unesco in merito rispose proibendo il kebab e i le merci dei vu cumpra’, no, si tratta di ospiti esteri e city users – “fruitori” o “utenti” – poco interessati a investire nell’abitare di lungo periodo in città che hanno cambiato il volto della città insieme alle multinazionali del turismo, alle grandi firme, alle imprese immobiliari alle prese con la conversione del tessuto abitativo in albergo diffuso o in terziari, tutti senza “voto” ma con potente facoltà lobbistica, la popolazione ideale dunque per governare senza problemi.

Gli stessi cui è dedicata idealmente l’altra grande opera iniziata e che si deve concludere per forza, quell’ampliamento dell’aeroporto, che in occasione del pellegrinaggio ministeriale è stato pudicamente definito  “la questione della messa in sicurezza dell’infrastruttura”, per nasconderne la superfluità criminale sotto la parvenza della necessità di dotare la città di un’aerostazione sovradimensionata rispetto alle previsioni del traffico aereo, inquinante e che esercita una tremenda pressione sul territorio e incompatibile con altri insediamenti e attività, pensata per appagare gli appetiti di corrotti e corruttori o di chi vuole a tutti costi diventarlo.

Gli stessi in corsa per un’altra iniziativa altrettanto infame, lo stadio voluto da Della Valle e pagato da noi che la stampa alla presentazione del progetto descrisse come un monumento del Rinascimento,  un tempio sopraelevato “che ci permetterà di superare i limiti”,  davanti al quale “Tokyo in confronto sembrerà Sorgane, per via dell’aria molto sexy” di quell’arena, che richiederà la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di Unipol (a vedere il nome sappiamo che non sarà a prezzi stracciati), la costruzione del nuovo mercato all’ingrosso spostato dall’area prescelta. Quindi i turisti  che visiteranno la periferia nord ovest fiorentina e che secondo la stessa stampa avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano (sic) quando passano su Ponte Vecchio”, si troveranno davanti quella che si chiamerà  la Cittadella Viola, con stadio, mega-outlet, uffici e attività varie, il nuovo Mercafir, il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, “ognuno di questi grande attrattore di traffico”, tutte funzioni gravanti sul principale ingresso dall’area metropolitana verso Firenze, quel nodo di Peretola già attualmente e sistematicamente congestionato.

A speriamo che non piova sul bagnato o peggio, che nevichi, con l’esperienza del grande consigliori della ministra bisognerebbe muovere la protezione civile per portare il tè caldo e le coperte ai forzati delle partite prigionieri della modernità.

 

 

 

 

 

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Boschi, fumati un toscano

sig Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ancora ferita dalle critiche di stampo esplicitamente sessista dopo la sua apparizione in bikini in risposta alle dichiarazioni a bordo piscina del bagnino di papetee che lei aveva con tutta evidenza considerato meritevoli di un elevato e armonioso contrappunto (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/08/19/bikini-e-bagnini/ ),  Maria Elena Boschi si sfoga contro il complotto della piadina che avrebbe condannato all’eclissi la meritevole cricca toscana.

Spero che l’assenza di toscani nel governo non sia una punizione per Renzi, si lamenta la più prestigiosa squinzia che abbia abitato il palazzo. Facendo dunque intendere che il comitato d’affari  impersonato dalla dinamica De Micheli finchè a barca va (e chi non nota una somiglianza con la cantante Orietta Berti) ha oscurato quello della Leopolda  come dimostra la tempestiva accelerazione data a tre opere locali strategiche: Passante di Bologna, bretella dui Campogalliano-Sassuolo e Porto di Ravenna, mettendo in secondo piano altre iniziative fino a ieri prioritarie come l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze.

La  strategia costruttivista del nuovo Pd all’ombra delle torri si avvale della temporanea alleanza di impresa di altri campanili in attesa di riconoscimenti sigillati dal cemento, prime tra tutte le regioni che aspirano all’autonomia e che sia pure in assenza del loro officiante vanno sul sicuro certe di conquistare la loro secessione  legale grazie alla “appropriazione”  del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale, eccettuate invece quelle del Sud e quelle del Centro Italia che le tasse le pagano eccome, compresi i soggetti vittime del sisma.

Così la vestale del Giglio Magico dà voce alle preoccupazioni del sindaco di Firenze  Nardella, del presidente della Regione Rossi, cui si deve una legge urbanistica che di fatto cancella la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali che riguardano il territorio, in previsione dell’opposizione popolare proprio all’aeroporto e ad altre nefandezze in fieri nella un tempo ridente Toscana. Ma è sicuro si faccia interprete anche per via dinastica delle inquietudini di un ceto affaristico finanziario che ha trovato nutrimento in banche criminali e supporto in imprese speculatrici i cui interessi spaziano dallo sport al turismo, dal settore immobiliare attivo nella cacciata dei residenti  e degli artigiani delle città d’arte per far posto al terziario dell’accoglienza e del lusso, a quello non marginale del mercato della bellezza, “operatori” in forma di multinazionali che organizzano eventi, fanno import-export di opere  foraggiando tutto l’indotto di assicurazioni, trasporto, editoria di settore, e poi quell’esercito precario di guardianie, inservienti, osti, affittacamere che si illudono davvero che la cultura sia come il salame da infilare tra due fette di salame come sosteneva Tremonti e i nostri musei dei juke box come voleva appunto Renzi.

E capirai, mica può arrendersi quell’irriducibile parterre della Leopolda, fatto di rampanti della Firenze da bere che fanno rimpiangere i delfini di Craxi, ma somigliano di più alle comparse dei film di Pieraccioni e degli spot con Panariello, finanzieri che fanno la spola tra Cigoli e le Cayman, aspiranti spioni che vogliono mettere a frutto le lezioni dell’aretino Gelli, bancari che hanno visto troppe volte al cine le performance di Gekko, boy scout che vogliono arrivare in alto senza fatica, senza lavoro nemmeno quello di erigere una canadese e che non si rassegnano alle inevitabili e meritate cadute, spiriti distruttivi che auspicano di rigenerarsi dalle rovine che hanno prodotto.

Sono capibastone che finalmente sono stati bastonati, non facciamogli rialzare la testa.

 

 


Firenze pappa anche senza pomodoro

matta Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai quando Mattarella festeggia c’è da preoccuparsi, si tratti dell’acclamazione di un usurpatore o di una esultante inaugurazione, come è successo ieri a Firenze dove alla sua presenza accolto da molti applausi e da un gruppo di bambini che sventolavano bandierine tricolore proprio a lato della fermata, ha tagliato il nastro della linea T2 della tramvia, insieme al sindaco Nardella, al presidente della Regione Rossi, al ministro Toninelli e alla commissaria europea Corina Cretu, che ha annunciato: “Dall’Europa arriveranno altri 40 milioni di euro per completare le nuove linee”:  costo totale 600 milioni di euro, dei quali 26 provenienti dalla Ue. Secondo le entusiastiche previsioni rivendicate  da Renzi il Magnifico, con la linea T1 e la linea T2 volute e regalate da lui alla cittadinanza ci saranno 37 milioni di viaggiatori l’anno, 14 mila tonnellate in meno di CO2, 27 mila auto lasciate a casa, 2,4 tonnellate in meno di Pm10 e il 10% in meno di traffico.

Tutto bene direte voi, peccato che la presenza del Capo dello Stato suoni come il sigillo definitivo su dubbi e opposizioni in merito al complesso di opere e interventi che la cerchia dell’ex presidente della Provincia, dell’ex sindaco e ex premier ha avviato per lasciare la sua impronta indimenticabile sulla città del Giglio e il suo hinterland, e cui il governo non più tanto nuovo guarda con la tenera e comprensiva indulgenza che pare voglia dedicare agli abusi e agli oltraggi del passato.

Non  rassicura di certo la pensosa ponderatezza del ministro delle Infrastrutture che ha fatto effettuare un’analisi costi-benefici della cosiddetta Tav “per capire quanto hanno sbagliato e come possono rimediare a un’opera” che fra inchieste giudiziarie, progetti fallimentari e imprese in crisi “purtroppo è partita male e mi pare che stia purtroppo proseguendo peggio”. Insomma, mica si può rottamare quello che è stato cominciato!  lasciando intendere che se la Regione riuscirà  “ad andare avanti senza di noi (Governo e Stato) andrà avanti”, secondo una interpretazione fatalista del federalismo che la dice lunga sul senso di responsabilità e la lungimiranza del ceto del cambiamento.

Chi si è battuto per individuare gli strumenti di pianificazione per un approccio strategico dello sviluppo toscano e dell’Area Metropolitana Fiorentina e di quali servizi, di quali funzioni pubbliche, di quali trasporti essa avesse bisogno, è stato sconfitto. Patti opachi e l’insano protagonismo de capoluogo sono stati polarizzati intorno al Termovalorizzatore di Case Passerini e, una volta che questo non ha appagato gli appetiti privati, sul nuovo Aeroporto di Peretola.  E intanto l’Alta Velocità (fortunatamente) è ferma, il lotto Mezzana Perfetti Ricasoli al palo come la terza corsia autostradale, il collegamento Firenze-Prato bloccato, la realizzazione del polmone verde e del segno paesaggistico pensato  come il gioiello ambientale per l’area tra Firenze e Prato cancellata, l’Arno ancora da mettere in sicurezza, il Polo Scientifico Universitario incompleto. A rafforzare  la scelta della concentrazione di funzioni a saturazione del centro cittadino e  alla faccia del ruolo di Sindaco metropolitano,  basta pensare a come e dove si realizzerà il sogno viola del nuovo stadio:  riposta nel cassetto l’ipotesi di localizzarlo  in una grande area dismessa e a destinazione commerciale alle porte della città, la nuova amministrazione fiorentina ha deciso di integrarlo al centro urbano già congestionato dei Mercati Generali.

Non a caso le gioconde mosche cocchiere  ieri hanno  acclamato alla celebrazione del dinamico avvicinamento  della città al resto del mondo, inteso come  l’aeroporto, narrato e descritto come un ponte necessario verso la modernità, come irrinunciabile suggello sulla vocazione turistica, come marchio dell’attitudine cosmopolita dell’ex capitale.

Ormai a quell’infrastruttura maledetta siamo condannati, con la  ragionevole accondiscendenza dell’influente ministro del governo – forse tra i più calabraghe degli ultimi anni – che evoca lo spettro di ben altra condanna, quella della Commissione che potrebbe sanzionare l’Italia per aver erogato per l’opera 150 milioni di fondi pubblici sotto forma di aiuti di Stato, per motivare la sua assennata proposta rivolta al presidente della Regione “ di entrare nel capitale attraverso soldi pubblici per gestirli insieme a Toscana Aeroporti, insieme a lui e tutte le altre autorità”.

Insomma si ripete il copione già sentito e che temo sentiremo ancora e che non prevede mai di annoverare la parola No: il ministro ha ribadito con la sua proverbiale fermezza di voler lasciare tutti i soldi a Firenze e alla Toscana, ma ripeto, ha proclamato,  li voglio utilizzare bene questi soldi e senza sanzioni europee. C’è chi voleva la sua banca, c’è chi vuole il suo aeroporto e se non può averlo in regime di esclusiva si accontenta di entrare nell’affare? Perché di affare si tratta, visto che nell’infinito ripetersi di analisi costi-benefici non si viene mai a capo dell’utilità sociale dell’infrastruttura intorno alla quale si agitano ben 32 attori interessati alla trasformazione del  l’aeroporto Vespucci assolutamente congruo con la sua funzione di servizio, in prestigioso scalo intercontinentale che ha avuto il parere positivo della Conferenza dei servizi malgrado l’opposizione delle amministrazioni più colpite dagli effetti collaterali della nuova pista di 2.400 metri parallela all’autostrada A11 Firenze-Mare, dell’hub megalomane, della pressione su un’area densamente antropizzata colpita da accertati problemi ambientali e sanitari.

Tutto in questa impresa è opaco e bugiardo, a cominciare dal fatto che la Valutazione di impatto ambientale è stata concessa sulla base di un masterplan e non di un progetto di fattibilità e dall’indebita decisione del governo Gentiloni di far approvare in fretta e furia  un Decreto legislativo che comportasse  la decadenza di un bel numero delle 142 prescrizioni cui era condizionato il parere favorevole alla Via.

Non occorre poi un ente scientifico per confermare che sorgerà in una zona già compromessa da fattori ambientali negativi e che accerti il probabile impatto inquinante, visto che sono previsti il raddoppio dei voli e vettori di maggiore dimensione quando sanno anche i bambini che l’aereo è il mezzo di trasporto di gran lunga più inquinante a parità di chilometri percorsi.

Per non dire dei costi: è il  governo Renzi che fece piovere sull’iniziativa al 90% privata robusti finanziamenti pubblici: oltre ai 100 milioni messi in campo da Enac (l’Ente nazionale aviazione civile, che dipende dal ministero delle infrastrutture), sono stati stanziati altri 50 milioni dallo «Sblocca Italia» in qualità di finanziamenti che andrebbero a opere complementari, come  la costruzione del nuovo Fosso Reale e di altri interventi che solo la nuova pista rende necessari, ma che attualmente funzionano efficacemente.

Va riconosciuto alla Cgil di non aver ceduto al solito “ricatto occupazionale”: il beneficio in termini di posti di lavoro  è stimato dall’Irpet in 2.500, e ammesso che questa stima sia credibile, si tratterà per lo più di addetti ai bagagli, baristi, commessi, camerieri, taxisti e simili, a confermare che il futuro dei ragazzi fiorentini, ad di fuori dei rampolli delle dinastie renziane, sarà affidato a carriere servili e dequalificate. Sempre la Cgil ha denunciato altre criticità: : dall’interruzione del collegamento fra Sesto e l’Osmannoro, al pregiudizio sullo sviluppo del Polo universitario, alla messa in discussione del Parco della Piana così come previsto dagli strumenti urbanistici di Regione e comune di Sesto, agli ostacoli alla vocazione produttiva e manifatturiera dell’Osmannoro.

Tra i 32 attori interessati all’aeroporto, non ci sono i cittadini, tagliati fuori da ogni decisione (Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge) e da ogni attività di controllo: dalla composizione di un osservatorio preposto a controllare la realizzazione dell’aeroporto, sono stati eliminati i sindaci dei Comuni coinvolti, a favore di un unico “rappresentante locale”, Dario Nardella, Sindaco della Città metropolitana, strenuo sostenitore del progetto insieme all’altro compagno di merende l’ancora onnipresente Lotti. E non è un caso: sono tagliati fuori anche da una città dove si perpetuano le alienazioni del patrimonio immobiliare pubblico, dove i residenti vengono persuasi ad andarsene dai fitti sempre più alti, dallo spostamento nella cerchia dell’hinterland di servizi essenziali e scuole, dalla trasformazione di un centro abitato vivo in un luna park popolato da inservienti, affittacamere, bottegai che propongono merci uguali a Dubai e Singapore. E che il futuro non interessi a chi governa indegnamente la città trova anche una motivazione demografica: dati aggiornati al 2017  mostrano una popolazione fiorentina molto più anziana (65 anni e oltre) della media nazionale (il 26% contro il 21% della popolazione italiana), come a dire che per ogni fiorentino nell’età da 0 a 14 anni vi è un numero più che doppio di ultra sessantaquattrenni. E non sono mica degli anziani Paperoni: la classe degli ultra sessantaquattrenni nel centro storico è meno numerosa rispetto al resto della città, fenomeno attribuibile all’espulsione forzata dei ceti più fragili.

Anche Firenze, come altri centri urbani, come i paesi del cratere del sisma smette di essere una città per diventare un villaggio turistico, un parco tematico a ricordo e vergogna di un popolo di artisti e di comuni che hanno dato forma alle prime democrazie.


Post Pd, meglio così

Foto Andreoli Emilio - LaPresse15 12 2013 - Milano (Italia)PoliticaAssemblea Nazionale PD Partito Democratico presso MICO Milano CongressiNella foto: (da sx) Debora Serrachiani insieme a Francesco Nicodemo, Chiara Braga e Pina Picierno nuovi membri segreteria durante una votazione

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sono chiesta se non dovessi essere assimilata alla accidiosa fazione degli indifferenti, secondo una frase di Gramsci abusata quanto quella apposta sotto la testata dell’Unità, per via della disattenzione militante che ho dedicato all’assemblea del Pd.

È che l’ho considerata irrilevante, come ormai succede di pensare per la distanza e marginalità della “politica” come esercizio, detenzione e organizzazione del potere rispetto alla “politica della vita”, quando le fratture sociali relative all’accesso alle risorse, le disuguaglianze e le iniquità nella distribuzione del reddito e quindi dei diritti,  sono state ricollocate e declassate dal pensiero forte a  differenziali secondari rispetto all’impellenza di pericoli e minacce cosiddette “superiori”: instabilità, esodi biblici, catastrofi “naturali”, terrorismo che imporrebbero rinunce e smemoratezza di speranze, aspettative, bisogni.

Potremmo guardare con ottimismo al disinteresse  che in moltissimi abbiamo riservato alle beghe di una formazione che rivendicò alla sua origine la liquidità, l’inafferrabilità coerente con quella impalpabile quanto truce dell’egemonia finanziaria, intenta a avvolgere in una caligine velenosa valori, principi e ideali per consolidare il primato dell’autorità del profitto e fare proselitismo della sua teologia.  Perché potrebbe far sperare che perfino chi si era colpevolmente illuso che fosse possibile addomesticare l’austerità con qualche pannicello e qualche mancetta benevolmente elargita, che perfino quelli cointeressati che ancora più colpevolmente hanno  creduto di trarre qualche vantaggio dalla continuità o dall’affiliazione all’azienda godendo di qualche granello di quella polverina di benessere sparsa in forma esclusiva su chi non ne ha bisogno, che perfino chi non riesce a prendere le distanze da un patrimonio identitario e morale ampiamente e slealmente tradito con pubbliche abiure e rinnegato come molesto e arcaico bagaglio, che perfino loro insomma abbiano finalmente capito che a quella specie non si deve nemmeno attribuire la dignità di post-sinistra, nemmeno la nobiltà di movimento rappresentativo di segmenti di gente né di elettorato, ma solo la natura miserabile di una cupoletta variamente malavitosa.

Che non è audace definire così, come una organizzazione criminale che di misfatti e pure di reati ne ha commessi a pioggia contro il lavoro, la scuola, la cultura, il paesaggio, l’assistenza. E contro l’idea di democrazia e  del poco che ne restava. Forse l’unico motivo di interesse  è quello antropologico per disegnare il ritratto di una cerchia che ha affidato la sua sopravvivenza a uno che Walter Benjamin avrebbe collocato senza esitazione tra i “distruttori” per vocazione: quello che conosce solo una parola d’ ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia; e per il quale si può dire che l’ esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso e che dovrebbe garantirgli durata e dominio. O per catalogare una tipologia connotata da un’indole gregaria nei confronti di un padronato globale che trae forza dalla sopraffazione di quelli che condanna per legge e per riforme a stare sotto. O per contemplare con la partecipazione dell’entomologo a una specie che ha fatto del settimo peccato, con destrezza e non, un requisito e un criterio della selezione del personale, della bugia la componente essenziale della comunicazione politica, della corruzione e del voto di scambio lo strumento fondamentale della sia ingegneria del consenso, dell’autoritarismo più becero e grossolano il sistema di governo, umiliando ed espropriando il Parlamento e riconducendo all’esecutivo decisioni e misure sotto la guida incontrastata e proprietaria di un uomo al comando, grazie alla suo talento di generare potenza dalla frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ ha portato fin sulla cima della piramide, dalla macchina dello Stato, dai corpi intermedi, primi tra tutti i sindacati, che tradizionalmente avevano fatto da filtro e contrappeso, strutture di rappresentanza politica e sociale,   capaci di aggregare individui e frammenti sociali.

Ed è inutile cercare differenze, dare credito di opposizione a qualche presenza incidentale, come se Nardella che attribuisce l’eclissi del decoro e del buon nome di Firenze ai venditori di Kebab fosse diverso da Rossi che si fa i selfie col vicino extracomunitario ma si associa all’empia decisione di un aeroporto e alla realizzazione di un’autostrada invasiva, o ai fuggiaschi che cercano di ritagliarsi una riserva micragnosa differenti dai rimanenti con muso lungo che aspirano a contendersi le misere spoglie con la benedizione del fondatore e padre nobile che dalla sua algida deriva ispira le mozioni degli affetti, distinguere i sindaci che replicano su scala territoriale le incivili strategie del rifiuto alzando muretti e i ministri che vantano le sorti progressive del neocolonialismo, in virtù di alleanze strette con despoti e tiranni,  tra il Poletti che ha adottato i vaucher e lo schizzinoso Damiano che si è scelto l’incarico di esibire la faccia benevola e negoziatrice della cancellazione delle conquiste del lavoro, tra l’educata fotocopia o l’eterno giovinastro che no, non s’arrende, come i cinghiali feriti che popolano il suo pantheon.

Uniti o divisi non moriranno da democristiani: sono pesci che navigano nel fango, mica balene bianche.

 


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