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Concita malconcia

LAPRESSE - SETTI - Presentazione della nuova veste de "L'Unitˆ"Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci vuole davvero un cuore di pietra come il mio per non esprimere sensi di solidale vicinanza per una eroina del nostro tempo, che denuncia la ferocia dei poteri forti.  Voi fascisti, mi potete anche sequestrare i conti correnti, mi potete impedire di pagare l’acqua e la luce ma non è così che avrete la mia testa e la mia voce, poveri illusi. Che ne sapete voi della libertà”, tuona  da Twitter, proprio come una licenziata della Pernigotti, proprio come una senzatetto del Laurentino, che non può più far fronte ai bisogni dei suoi passerotti nel nido, Erasmus o minicar, cui hanno tolto il Suv per andare a Capalbio a presentare l’ultimo libro di Ammanniti. O peggio come la proprietaria di una villa Ansedonia nel cui giardino l’architetto scriteriato  ha installato una piscina senza permesso, come un ministro nella cui dichiarazione dei redditi il commercialista ha omesso  di denunciare una opulenta proprietà, come un candidato sindaco e ex commissario di un grande evento la cui reputazione viene macchiata dall’intrallazzo di un amico che si è approfittato – a sua insaputa, è ovvio – della sua protezione.

Perché Concita De Gregorio  sarà costretta a pagare 5 milioni di euro in qualità di ex direttore responsabile de l’Unità  dal 2008 al 2011. Un periodo nel quale, racconta, ci sono arrivate ben 145 azioni legali per diffamazione nei miei confronti come direttore, il quale come noto è responsabile in solido con l’editore con l’autore di ogni articolo. Il totale di queste 145 azioni civili è corrisposto alla richiesta di 5 milioni di euro di risarcimento danni. Le varie persone che hanno intentato queste cause, nomi che posso fare dato che corrispondono ad atti pubblici, sono i vari Dell’Utri, Miccicché, La Russa, Taormina, Previti, Angelucci oltre a Paolo, Silvio e Piersilvio Berlusconi ed altri.

Da vera guerriera dunque, oggi si batte per la revisione di una legge arcaica e chiedendo una mobilitazione popolare  contro l’impunità per i reati e gli abusi ai danni della stampa, una lotta che conduce in nome dei giovani che si affacciano fiduciosi nel mondo dell’informazione.  Intento lodevole, anche se c’è da ritenere improbabile che aspiranti giornalisti, cronisti precari e freelance a 20 euro a pezzo possano aspirare a una carriera analoga alla sua se non appartengono a dinastie, figli di.. o orfani eccellenti cui la patria lo deve,  o a cerchie fidelizzate, o, meglio ancora a tutti e due, quelle stirpi che ieri avevano come testimonial Veltroni e oggi Calenda, pescati nel delfinario del privilegio per ricoprire ruoli e funzioni in veste di portatori d’acqua privata e utili idioti, promossi da praticanti a  direttori, da simpatizzante o pioniere a segretari di partito o ministri senza aver passato verifiche elettorali o pubblici esami, salvo quello – perlopiù da raccomandati speciali – per l’ingresso trionfale nella corporazione e che esigerebbe, tanto per fare un esempio delle attribuzioni e degli obblighi di un responsabile.

Eh sì, perché i reati in capo alla De Gregorio sono quelli legati alla sua funzione di sorveglianza a controllo sulla veridicità di quello che scrivevano i subalterni in una fase nella quale l’opposizione e la sua stampa svolgevano un ruolo critico particolarmente impegnato nella diffusione di retroscena pruriginosi, di intercettazioni piccanti, di rivelazioni guidate e telecomandate su usi e costumi degli arcana imperii, spesso suggerite ad arte non solo da traditori e spioni, ma a volte perfino dagli stessi interessati in vena di mostrare il loro lato debole, o di esibire l’altra faccia del potere, quello delle vittime, delle ricattate e degli intimiditi che non ne possono più e alzano la testa.

Si preparava la marea sdegnata del senononoraquando, della gogna per il puttaniere più deplorevole del golpista, del corruttore di aspiranti veline più che di deputati e giornalisti, del tycoon spregiudicato più che del fraudolento istigatore e esecutore di attentati alla democrazia. Quindi oggi dopo una serie di vertenze giudiziarie che l’hanno vista perlopiù perdente, salvo, pare,  8, la condottiera della libera stampa si vede pendere sul capo la pena dei risarcimenti milionari che possono essere richiesti a un direttore che, lo afferma lei, guadagna 2000 euro al mese e non per articoli a sua firma. E non potrebbe che essere così e non solo perché questo stabilisce la legge, ma anche perché vedemmo la fiera contestatrice del Cavaliere esibirsi in faccia a faccia in autorevoli talk show, mostrare la sua indulgente e sensibile indole muliebre, compassionevole delle inclinazioni patologiche di un uomo potente ma solo con il suon priapismo, consigliandoli pratiche umanitarie e solidaristiche che lo distogliessero da quelle sue esecrande abitudini.

Adesso va a capire chi sono i fascisti contro i quali si scaglia inviperita.

Se la pietra dello scandalo sono i giudici che interpretano restrittivamente se non addirittura arbitrariamente delle leggi antiquate e oggi inadeguate più che mai a accogliere la sfida dei nuovi modi di fare informazione, quando il rispetto della privacy è aleatorio, quando chi detiene tribune e scranni altolocati può lanciare anatemi e esigere riparazioni e perfino vendetta a differenza dell’uomo qualunque, quando modesti blogger vengono costretti a smentite o a subire censure se tratta da fascista un fascista fiero e dichiarato, mentre ogni giorno a chi detiene poteri è concesso l’uso di bugie e falsificazioni autorizzate come necessario corredo della comunicazione politica.

Se lo è una dirigenza di partito (quella stessa del  Patto del Nazareno)che ha condotto a morte sicura e nemmeno tanto lenta il suo organo ufficiale, fondato da Antonio Gramsci, come atto finale del suo processo di abiura e oblio del mandato di rappresentanza di sfruttati e diseredati, che l’aveva scelta non malgrado fosse una donna, ma proprio in ragione di ciò, per strizzare l’occhio a pubblici di opinione e elettorali, interessato a far valere le ragioni di un ceto salottiero e alto borghese come target di preferenza da formare e affezionare alla causa dell’azienda, quando invece indifferente all’obbligo di ragguagliare, far sapere, ascoltare e dare voce, talmente dimenticato che proprio in quegli anni lo slogan dei giornalisti che si battevano contro le prevaricazioni e le censure rivendicava appunto il diritto e non il dovere di informare. Talmente rimosso da aver contribuito alla creazione di Raiset, quel mostro che ha integrato comunicazione, spettacolo, pedagogia e intrattenimento, insieme a dirigenza, ideologia di riferimento, creativi, star omologati e scambiati all’interno di un circuito commerciale.

Se lo sono i fantasmi di una proprietà fantasmatica che si è “data”, scomparendo nel gioco di scatole cinesi che ha condotto alle ultime comiche vicende del quotidiano, passato da organo del Pci a oggetto del desiderio e della rivincita morale di Lele Mora, e sfuggendo agli obblighi della  legge 47 del 1948 sulla stampa, che stabilisce che in caso di richiesta danni per diffamazione il giornalista, il direttore e l’editore sono responsabili “in solido” per il risarcimento del danno causato, cioè tutti e tre insieme, sicché  ognuno dei tre deve pagare una specifica parte del danno (un terzo a testa, se non specificate diverse percentuali). Sottraendosi così alla regole tacita ma generalizzata che obbliga gli editori a offrire ampie protezioni ai loro giornalisti più esposti, mettendo da parte fondi e risorse per pagare le loro spese legali, per difenderli in tribunale e per  risarcire coloro che dovessero vincere le cause di diffamazione.

Certo deve essere stata un’amara rivelazione scoprire che anche lei, perfino lei, è soggetta a leggi – anche quelle non da personam, che possono essere ingiuste o applicate come teoremi, che anche lei, perfino lei, può essere vittima di quei teoremi se a torto ha sottovalutato il peso e gli oneri di responsabilità pagati profumatamente e portatori di visibilità e onori,  se anche lei, perfino lei, prova sulla pelle, quella del portafogli, il tallone di ferro dei padroni, proprio come qualsiasi lavoratore soprattutto dopo le riforme volute dal suo partito e come un altro direttore rimosso in questi giorni che avrebbe bisogno dell’articolo 18, se anche lei, perfino lei, è stata costretta ad accorgersi che se si scrivono falsità per una buona causa la causa si perde perchè si è commesso un reato, almeno quello di arrogante cretineria.

 

 

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Servitù allo stato gassoso

gasdotto_tap-420x235 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non facciamoci illusioni, ormai siamo un posto occupato manu militari e in ragione di ciò posseduto dalla paura. Paura di tutto: paura degli altri, paura di fare, paura di non fare, paura di aver fatto troppo o troppo poco, paura di dispiacere ai figli ingrati, ai genitori severi che non cacciano più un euro, ai condomini, al bancario che ti offre i fondi, ai condomini che non devo sapere che sei alla canna del gas, agli elettori e agli eletti, paura di piacere e suscitare appetiti o invidie, sicché quando arriva l’autunno con piogge sempre meno naturali anche se largamente prevedibili, visto che almeno in quello si sa di non aver fatto niente per contrastare il cambiamento climatico e l’estremizzazione dei suoi effetti, l’unica scelta obbligata è quella della paura di quel che può succedere e che può venir imputato e raccomandare ai cittadini di starsene a casa, tenere chiuse le scuole e i varchi delle metropolitane uscite indenni dai lazzi e salti di tifoserie esuberanti.

Siamo ammaestrati all’ubbidienza, a non dire mai di no, salvo una volta “una tantum” già dimenticata come cadute in oblio le pressioni indegne di chi voleva rafforzare un esecutivo in modo da rendere ancora più obbligatori i si successivi.

E perciò chiniamo la testa a opere faraoniche, opache e dannose quando non semplicemente inutili, che devono solo sortire l’effetto di  regalare profitti ai soliti noti, ci facciamo persuadere che acquazzoni e temporali, come i morti da terremoto, siano fenomeni naturali o effetti collaterali incontrastabili, che gli investimenti sono più produttivi se occupano in una eterna  ammuina lavoratori precari o a cottimo, piuttosto che impegnarli per salvaguardare il territorio, se ci restituiscono reputazione e credibilità da servi presso il padronato globale, piuttosto che riacquistare dignità e qualità di abitare, viaggiare, godersi paesaggio e bellezza, respirare. E ci convinciamo che è il prezzo da pagare, caro, per essere restare nel contesto civile, ammessi al club dei grandi il cui tesseramento costa in cemento, buchi e perforazioni in terra e mare, crudeltà coi poveri e assoggettamento coi ricchi e armi taroccate, aerei scamuffi e correità criminali o silenzi complici.

Se mi viene da spezzare una lancia in favore di questo governo che ha a che fare con i troppi si del passato, una eredità pesante e non voluta che in alcune città ha persuaso le coalizioni di passato a scegliere di perdere piuttosto che affrontare i danni precedentemente prodotti,  quella stessa lancia, gliela spaccherei in testa.

Le minacce di ritorsioni, le intimidazioni e i ricatti degli esattori europei e non, i rischi di sanzioni e multe comminate dagli esattori globali a proposito della Tap come di altri interventi dei quali non è mai chiarita l’efficacia e l’opportunità, anche grazie a una informazione abituata a passare le veline padronali, sono la tradizionale sceneggiatura dell’opera da tre soldi del racket imperiale. Come con la Tav, come con il Ponte di Genova e pure con l’unico davvero efficiente, quello sullo Stretto, come con il Mose di Mafia Serenissima, oggi all’onore delle cronache per via di una acqua alta eccezionale che comunque lo oltrepasserebbe,  come con lo Stadio della Roma, etc., etc., non solo ai cittadini è interdetta la consultazione dei progetti, il calcolo dei costi e  del rapporto costi/ benefici, lo stato di avanzamento, la natura e veridicità dei ritardi e dei cambiamenti in corso d’opera, provvidenziali per le cordate speculative e i valzer di poltrone dei loro manager dentro e fuori dalla porta girevole dei tribunali, ma soprattutto non è concesso l’accesso alle informazioni veritiere sulle penali e i costi della eventuale rottura di patti e contratti già largamente truffaldini all’origine.

Ora è necessario dire che un governo che accettasse il regime dei ricatti (siano sotto forma di sanzioni o risarcimenti a seconda della legenda che ne vuol dare il Sole 24 Ore, il ministro in carica, quello fortunatamente mai abbastanza decaduto) sarebbe un esecutivo che diserta al suo incarico di rappresentanza degli interessi dei cittadini, che abdica e che si rassegna al sì come sistema di comando. Oppure, come abbiamo detto dei governi del si che si sono succeduti, è prostituito e “venduto”.

La vicenda della Tav è il prodotto col marchio doc della fabbrica della menzogna che lavora per sfornare incessantemente corde con cui impiccare e strozzare i cittadini delle morenti democrazie che vuole abbattere definitivamente, se proprio l’Osservatorio Torino Lione ha dovuto dichiararne la “superfluità”:  “…non c’è dubbio, infatti, scrive in un rapporto del gennaio scorso, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza….Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse”.

Vorremmo, una volta rispettato l’iniquo patto, non dover aspettare che gli studiosi ci storia confermino quello che sappiamo già a proposito della inutilità, che diventa danno, della Tap, il progetto fortemente appoggiato dall’UE “al fine di ridurre la dipendenza dal gas russo per ragioni geopolitiche e allo scopo (educativo?) di stimolare la competizione tra diverse fonti di gas” , e con l’obiettivo di far passare il messaggio che il gas è un combustibile “pulito” e un partner nelle risorse rinnovabili, portando nel nostro Paese il gas proveniente dall’Azerbaigian, attraverso Georgia, Turchia, Grecia e Albania:  gli otto chilometri «più lunghi del mondo », come recita lo slogan dei cittadini ribelli, che iniziano in località San Basilio, nel Comune di Melendugno, e arrivano alla Masseria del Capitano, a mezzo chilometro dalla spiaggia di San Foca, un piccolo gioiello difeso a spada tratta da ambientalisti e abitanti del posto e che non dovrebbero subire nemmeno l’onta di assoggettarsi alla direttiva Seveso sui requisiti di pericolosità e l’eventuale interazione con altre fonti inquinanti.

Non dovremo aspettare loro per sapere che l’Italia, vanta già un’offerta ben diversificata importando GNL e gas dalla Russia, dal Nordafrica e dal Mare del Nord, che i 10 mld mc che ci conquisteremmo a caro prezzo sono un volume marginale che, a proposito di stimolo alla concorrenza,  non scalfirà la quota di mercato di Gazprom. E che il costo stimato per portare gas azero in Europa attraverso il SGC è di 7-8 doll./MBtu, ossia il doppio del costo marginale sostenuto dalla Russia (3,5-4 doll./MBtu).

E non occorre avere la conferma della storia per farsi un’opinione sul prezzo nel lungo periodo di scelte così improvvide anche paragonate ad eventuali costi di penali e risarcimenti, rispetto al danno che si ripercuoterà per anni e attraverso più generazioni, prodotto all’ambiente e alla collettività.

Invece la storia ci dirà, ma già adesso possiamo avvalerci della cronaca, che bisogna dire dei no per lasciare una impronta che non sia quella lasciata dai faraoni, dai conquistatori, dai feudatari ai danni degli schiavi delle piramidi, dei nativi, dei cittadini oppressi e depredati. Che se non si comincia si è condannati a subire capestri, imperativi, avvertimenti mafiosi e costrizioni in fiammingo, francese, inglese, come si addice a cupole legali, che ci hanno già imposto pareggio di bilancio, accondiscendenza a una carità pelosa a nostro carico, cravatte e forche per il salvataggio di banche criminali.

Il rapporto dell’Corporate Europe Observatory sull’industria e la lobby del gas pubblicato un anno fa  informa che l’industria del gas che vuol costringere l’intera Europa a protrarre per oltre 40-50 anni la sua dipendenza dai combustibili fossili, con conseguenze disastrose per il clima, le comunità locali e per i territori lungo tutta la tratta del gas, infrangendo gli impegni presi in materia di cambiamenti climatici ed energia pulita, ha speso circa 100 milioni di euro nel 2016 per azioni di lobby dirette a influenzare le scelte dei governi nazionali e della Commissione Europea in materia  energetica e a tenere a bada le proteste, con truppe di oltre 1.000 lobbisti e un esercito di agenzie di consulenza e pubbliche relazioni.

Metterci insieme per fermare soprusi e prepotenze ai nostri danni, non costa niente e ci risarcisce in futuro e dignità.


Lavorare con Furore

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Furore si chiama la diga in provincia di Agrigento, dove hanno trovato la morte due   operai che stavano effettuando lavori all’interno di una cisterna   precipitando da un’altezza di venti metri all’interno del serbatoio.

Furore, ma dovrebbe chiamarsi Collera .. e Sdegno, perché si muore sempre di più di lavoro criminale, di lavoro senza diritti e senza tutele, di lavoro senza sicurezza e protezione in un paese senza lavoro. Anche un altro lavoratore è morto così, nelle Marche, precipitato in un silos contenente mais. E anche un ragazzino impegnato in una di quelle provvidenziali misure “formative “ e propedeutiche a una occupazione precaria e incerta, per via di un tirocinio la cui pedagogia è quella dell’ubbidienza e della servitù, ha avuto un grave incidente (intervento chirurgico e prognosi di 40 giorni) anche quello passato sotto silenzio per non turbare il buonumore del giocondo  Ministro Poletti, fan della schiavitù cominciare dai banchi delle medie possibilmente in festosa concomitanza col calcetto. si tratta di un diciassettenne impegnato in un progetto di alternanza scuola-lavoro all’interno di una ditta specializzata nella revisione e riparazione di motori nautici e industriali, che si è ribaltato dopo essere salito a bordo del muletto rimanendo schiacciato sotto il carrello elevatore.

Chissà di quante vittime non sappiamo nulla, dimenticate e rimosse nella caligine dell’irregolarità: minori, anziani, donne sottomesse a caporali o che producono in capannoni di un Bangladesh delocalizzato da noi, clandestini sotto il sole o sulla impalcature, che è necessario far sparire in fretta per non avere danni da quegli effetti collaterali che assomigliano ai civili decimati dalle bombe dello stesso impero che muove guerre a popoli, democrazie e diritti.

La fabbrica delle menzogne tratta la materia come se si trattasse infatti di inevitabili conseguenze, che vengono altrettanto fatalmente incrementate in presenza della “ripresa” e dell’aumento dell’occupazione promosso dal Jobs Act.

La fabbrica della verità, quella che si guarda intorno e vede e e capisce e non si fa prendere per i fondelli sa bene che l’avidità frustrata di imprese che producono più, che preferirebbero scommettere in borsa e se la prendono con i lavoratori che non si fanno carico e non collaborano remando a bordo della stessa barca, combinata con la fame nutrita da ricatti e intimidazione ha reso i posti di lavoro sempre più insicuri, sempre meno protetti, e esemplare è il caso dell’Ilva dove ci si ammala e si muore non solo di cancro, ma anche schiacciati da un tubo coem è successo a un giovane dipendente una ventina di giorni fa.

E per una volta dobbiamo compiacerci che in questo paese si sia in una perenne campagna elettorale che ha fatto sì che perfino un ministro di questo governo decide di non potersi rivelare scopertamente correo di politiche industriali feroci e delittuose, che hanno messo i lavoratori e i cittadini di fronte all’alternativa salute o lavoro, per poi togliere di prepotenza tutte e due le opzioni. Anche se c’è poco da credere a certe redenzioni:   il ministro Calenda ha  alteramente accusato il compratore Mittal di non mantenere i patti  stretti con lui e con il governo, che non corrisponderebbero a quelli pattuiti. Offesi dunque per quella oltraggiosa slealtà, quando invece sono d’accordo  sul licenziamento di tutti i lavoratori del gruppo e sulla loro riassunzione uno per uno, senza contratto e senza articolo 18.

Cancellati i diritti, salvo quello alla fatica, in quella fabbrica e altrove chi ha la buona sorte di restarci dentro continuerà a morire. Come si muore in altre fabbriche, in grandi opere, in piccoli cantieri, dove si pratica una strana uguaglianza geografica e di dimensioni, al Nord e al Sud in multinazionali e in fabbrichette:  nei primi 8 mesi dell’anno  gli infortuni sono stati 421.969 con un aumento dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2016. Quelli mortali denunciati sono stati 682, contro i 651 dell’analogo periodo dell’anno precedente: l’incremento e’ del 4,7%.

Per non parlare delle morti invisibili:  delle tante vittime, quelle cadute sul posto di lavoro e quelle vittime di incidenti nel tragitto da e verso casa, troppe non hanno diritto al risarcimento o all’indennizzo dall’Inail (in genere pari a metà della retribuzione). È infatti necessario dimostrare che l’infortunio è legato all’occupazione  e che il lavoratore fosse iscritto all’Inail prima di perdere la vita. Di solito viene riconosciuto un 65% dei casi denunciati. Si presume dunque che saranno alla fine circa 380 gli incidenti mortali indennizzabili per i primi sette mesi dell’anno. Come se il 35-40% di quei morti sparisse,   straniero e dunque irregolare anche in patria.

Furore si chiama quella diga e è ora che un sacrosante furore ci faccia uscire  dalla clandestinità, dal silenzio e  dalla paura.


Terremoto: la battaglia di bufale

downloadI Romani, quelli antichi ovviamente, la sapevano lunga e da quella saggezza delle cose di governo trassero il detto excusatio non petita, accusatio manifesta, per dire che quando ci si scusa per fatti dei quali non si è stati accusati, significa che da qualche parte c’è una bella coda di paglia nascosta. Così c’è da chiedersi come mai ieri su tv e giornali unificati, compresi anche i siti di neghittosa devozione governativa si sia sviluppata una campagna contro i complottisti della rete dove darebbe stata ritirata fuori la “bufala” del volontario abbassamento della magnitudo dei terremoti sotto la soglia del 6,1 per evitare di pagare i risarcimenti. Per la verità io che sono un assiduo navigatore  non mi ero accorto della recrudescenza del complottismo sismico, il quale semmai aveva rifatto capolino il 24 agosto, ma rimanendo sempre contenuto ad ambiti di nicchia. Forse tanta indignazione dei media main stream è stata dovuta soprattutto alla circostanza che la tesi è fatta incautamente propria da una senatrice cinque stelle e dunque tutti come un suol uomo (si fa per dire) contro un twitter.

Ciò che fa impressione è che organi di  informazione e disinformazione ufficiale abbiamo pensato di dedicare a questo tema e agli ” avvelenatori della rete” come dice Mentana, avvelenatore da piccolo schermo, una parte notevole di spazio e di tempo girando attorno all’argomento in maniera così simile da sembrare che abbiano chiosato attorno a un medesimo documento, come di solito si fa con le notizie delle agenzie che ogni giornale varia di un po’ per renderle proprie. C’è un agenzia tipo Stefani, quella di Mussolini, a Palazzo Chigi? Lo si potrebbe sospettare perché la struttura dei pezzi e dei servizi è praticamente identica: si parte dal fatto che un articolo del decreto Monti del  del 15 maggio del 2012, con il quale si escludeva un intervento statale in caso di calamità per favorire l’avvio di un regime di assicurazione privata, è stato successivamente  cancellato nell’iter di trasformazione in legge, visto che nel frattempo c’era stato il terremoto in Emilia e non conveniva insistere a causa delle ambizioni politiche nate nel professore; poi si nota che le diverse cifre sulla scala dei terremoti che potrebbero far sospettare una qualche combine, sono dovuti al fatto che esistono diverse misure della magnitudo e che la prima ad uscire è la ML, ovvero la magnitudo locale, mentre altre, con valori differenti, hanno bisogno di maggiori calcoli e sono comunicate dopo. A questo punto il lettore è rassicurato, è ormai certo che si tratti di una bufala, quando interviene il terzo punto a introdurre un elemento di palese quanto inaspettata ambiguità: dopo aver escluso che la misura di un sisma c’entri qualcosa, si dice tutt’altro, ovvero – e cito al proposito la gazzetta ufficiale del renzismo, cioè Repubblica – “che il criterio scelto dal governo è semmai l’intensità del terremoto e non la magnitudo. Tanto per capirci, la prima da sempre si misura con la scala Mercalli (quella che valuta l’evento tellurico in base ai danni che produce, sull’uomo, sugli edifici dell’area colpita dal sisma, sull’ambiente)”.

Dunque si apprende che per i risarcimenti un criterio di riferimento in effetti c’è, che essa però non è legata a una misura strumentale come la Richter – magnitudo, ma all’intensità dei terremoti, misurabile su una scala ampiamente interpretabile come la Mercalli. Tra l’altro si esclude in maniera davvero grossolana che vi sia un qualche rapporto tra le due scale (l’esempio facile e  fuorviante allo stesso tempo, scelto da tutte le testate è il terremoto nel deserto che può essere fortissimo, ma non essere percepito da nessuno e non produrre danni dunque di grado 0 sulla Mercalli), ma in realtà la correlazione esiste eccome quando si tratti di aree comparabili per densità densità antropica. La differenza viene di fatto solo dalla composizione del terreno e soprattutto dalla tipologia delle costruzioni, cosa che rende necessari frequenti aggiornamenti e variazioni tanto che esistono scale Mercalli modificate per gli Usa, il Giappone, la Cina, l’Europa orientale e dovrebbero esisterne diverse anche per piccole aree. In effetti si potrebbe dire che la Mercalli ha cessato da molto tempo di essere una misura di valore scientifico per divenire un criterio di valutazione politico.

Comunque sia nell’ansia di colpire una bufala di nicchia  si è scatenato l’inferno dei neo sismologi di scossa e di governo, rivelando lo stato effettivo delle cose, ossia che ricostruzioni e risarcimenti dopo una tragedia non vengono affatto considerate  un atto dovuto dello Stato e delle sue articolazioni, soprattutto a fronte di ciò che si è scelto di non fare nelle aree sismiche o che si è fatto male e in maniera opaca, ma appartengono a un’area grigia, totalmente discrezionale, nella quale entrano a pieno titolo altre scale, quelle dei ricatti, degli affari, della corruzione, degli opportunismi escludendo la sola valida, ossia quella della civiltà.

E’ chiaro che il renzismo in questo momento di vicinanza al referendum ha bisogno di qualunque cosa, comprese le battaglie contro il niente, per oscurare la  realtà evidente, ossia che è in grado di gestire e anche molto mediocremente soltanto l’emergenza immediata, mentre la ricostruzione è solo un ballon d’essai, la quale si scontra con i ceppi dei  vincoli di bilancio europei, con i trattati sciaguratamente firmati e con la mentalità stessa di un ceto politico tutto orientato a servire altri interessi e timoroso di essere cacciato se non li persegue. Altro che scala Richter e Mercalli: la decostruzione di una bufala finisce per decostruire le narrazioni rassicuranti del premier e del suo sistema di informazione.

 


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