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Le pie illusioni

ILLUSIONEFeticcio Salvini

Giorgio Cremaschi ha scritto un apprezzabile articolo contro lo sgombero della Casa del popolo di Palermo che segue le stesse azioni contro quelle di Padova e Catania: si tratta di edifici fatiscenti e abbandonati che Potere al popolo ha trasformato in centri sociali i quali evidentemente danno fastidio al potere. Il problema è che Cremaschi così come i titolisti dei siti, ovviamente della sinistra, che hanno pubblicato il pezzo, riassumono la situazione con il fatto che “Salvini governa ancora”  cosa che nel caso specifico è al tempo stesso un’ingenuità e un cedimento al mostro creato a reti unificate dall’informazione che esprime le tesi del potere sovranazionale e finanziario. Il fatto che il nuovo partito renziano, Italia Viva, sia sta registrata il giorno dopo l’apertura della crisi e che dunque il progetto di ribaltone era già da tempo in campo, dovrebbe far riflettere quanto meno sulla possibilità che  abbiamo assistito a una farsa in salsa europea, il cui canovaccio era già scritto.

Ora che Salvini sia un malmostoso tendente alla xenofobia, che abbia un’idea molto rozza delle cose, che abbia poche idee e anche quelle confuse, che abbia sbagliato calcoli da prima elementare della politica politicante è un conto, ma pensare che andato via lui ci si sarebbe ritrovati in un mondo diverso e più libero è davvero una stupidata imperdonabile, soprattutto da parte di chi sa chi è stato Minniti o che pretende di avere una superiore coscienza dell’evoluzione storica: Salvini è stato semplicemente una meringa all’italiana montata a neve dall’informazione senza alcuna ragione concreta a parte ovviamente il piano di rivoluzione da Palazzo che abbiamo sotto gli occhi. Per capirlo  basterebbe andarsi a leggere le leggi sull’immigrazione e anche le normative specifiche sui rifugiati che esistono in molti Paesi dell’Europa virtuosa per rendersi conto che il caso Salvini è stato montato con il frullino; ma se proprio si vuole cavarsela facilmente, è sufficiente riferirsi soltanto alla  straordinaria vittoria dei socialdemocratici in Danimarca, lo scorso giugno, e prendere atto che l’affermazione elettorale  è stata dovuta a una campagna in favore di  draconiane restrizioni all’immigrazione. Eppure tutti coloro che hanno gioito di quel successo sono gli stessi che hanno esorcizzato  il leader leghista.

Insomma ritenere che una volta uscito di scena Salvini tutto o molto sarebbe cambiato e vi sarebbe stata più tolleranza nei confronti dell’antagonismo, è un pericoloso miraggio che obbedisce al matrix di amici e nemici, tesi e antitesi creato dalle elite: finché ci si rimane dentro e si sta al gioco non si potrà combattere efficacemente il sistema.

Ecologismo senza ambiente 

L’annunciata partecipazione di un numero imprecisato di dipendenti Amazon al Global strike del 20 settembre contro il cambiamento climatico, è quanto di meglio si possa immaginare per definire quell’ecologismo senza ambiente  che è diventato in breve tempo uno degli irrinunciabili versetti del politicamente corretto. Ancor più dei dipendenti  Google, quelli di Amazon dipendono direttamente dall’iperconsumismo che ha ricevuto una spinta verso l’alto dalla possibilità di fare acquisti anche da casa, avendo sempre a disposizione l’accattivante caverna di Aladino dove la parola “compra” viene riflessa in mille echi e talvolta suona come obbedisci. C’è subito da dire che i dipendenti Amazon, presenti alla manifestazione non saranno in sciopero, non sia mai, ma prenderanno un giorno di vacanza tra i pochi che sono loro concessi, per poter portare la loro testimonianza: un sacrificio che da una parte attesta la loro buona fede, ma dall’altra dimostra come la rinuncia a collegare la manifestazione con la denuncia delle condizioni di lavoro, evita il cuore del problema.

Ci vuole poco a capire che se i “postini di Bezos” avessero voglia di ribellarsi, di chiedere aumenti di salario, minore precarietà, orari più umani, maggiori tutele sanitarie e pensionistiche, Amazon sarebbe costretta a ridurre le proprie dimensioni di supermercato globale, a vendere in sostanza di meno e magari oggetti di migliore qualità e utilità, riducendo il tal modo il consumo globale e dunque anche la dissennata devastazione di ambiente e risorse. La stessa cosa dicasi di Google e dei suoi sistemi di pubblicità orwelliana e delle altre mega organizzazioni commerciali. Si tratta di una catena perché è proprio l’iper consumismo che poi spinge a produrre oggetti dalla rapida obsolescenza e dunque ad autoinnescare livelli sempre maggiori di produzione del tutto inutile. Dunque lo schiavismo di Amazon e di altre major analoghe così come la compressione salariale  delle grandi multinazionali o la loro ricerca di lavoro ai costi più bassi, nonché la loro evasione fiscale a livello planetario e l’illusione di profitto infinito, è in diretto collegamento con i problemi climatici. Non riconoscere lo sfruttamento e il conseguente degrado ambientale come logica di sistema e non vedere come esso vada di pari passo con il degrado del lavoro e della società, fa parte di quella che potremmo chiamare sindrome di Greta, ossia l’ ambientalismo moraleggiante che si permette di essere una petizione di principio del tutto separata dalle sue cause reali.

In fondo è una tecnica fondamentale di questa stagione di capitalismo quella di separare effetti e cause conferendo loro un’ esistenza emozionale a se stante che rende difficile ricostruire la trama della realtà. La cosa è evidente nell’ecologismo di tipo sistemico, talvolta utilizzato persino al fine di aumentare la devastazione oppure nel fenomeno di migrazione, totalmente separato dalle sue cause al punto da nascondere che esse sono originate dai medesimi gangli di potere.


Ultimo rapporto del Comitato Centrale Salottiero

Salon_de_Madame_Geoffrin-600x300A circa  quattro mesi di distanza dalle elezioni chi si chiedesse perché Potere al popolo abbia preso solo l’ 1,1 per cento (compreso il mio voto) pur nel pieno di una drammatica crisi sociale, può trovare una risposta in ciò che sta avvenendo in queste ultime settimane, nel quale la battaglia contro il nuovo governo non viene condotta propriamente in termini politici, ma in nome di una sorta di feticismo simbolico orchestrato dal CCS, ovvero Comitato Centrale Salottiero, costituito da quelli che lavorano nei mezzi di comunicazione di massa o nell’informazione e hanno agibilità politica ed economica solo in tale contesto determinato dal potere.

Stupisce che tutto prescinda dai dati reali, sia che si tratti di contratti che di immigrazione o del famoso fascismo a prescindere, ma faccia riferimento a petizioni di principio contestuali che guarda caso sono sempre allineate con le tesi di fondo del neo liberismo e delle sue espressioni di vertice. Soprattutto manca un’analisi degli avversari che vengono tout court demonizzati senza tentare, nemmeno per un attimo, di comprendere le ragioni della loro vittoria e del consenso che hanno trovato proprio nei ceti più colpiti dalla crisi e nelle aree dove la sinistra avrebbe dovuto fare il pieno di voti, manca cioè la cosa essenziale per risalire la china. Anzi no, una chiave di lettura, facile facile, c’è: hanno vinto perché sono populisti. Questa parola magica che in realtà non significa assolutamente nulla serve come spiegazione universale esattamente come quei personaggi delle farse che non concludono mai una frase e aggiungono “ho detto tutto”. Alla fine è davvero difficile vedere la differenza tra Juncker e un antagonista di maniera e lo si può probabilmente stabilire solo dal tasso alcolico. La conseguenza diretta è che non è possibile trovare proposte e soluzioni di un qualche realismo: tutto naviga nella notte hegeliana, ma anche dentro una grande ipocrisia perché in fondo il vituperevole Salvini non fa nulla di molto diverso da ciò che hanno fatto Prodi e Minniti, solo che lo fa violando l’ordine nuovo stabilito da Berlino e Parigi.

Vi confesso che non riesco proprio a sopportare il leader della Lega, è un fatto di pelle, un’allergia, ma questa valanga di ipocrisie e satira forzosa che ondeggia nel nulla come una foglia morta, non più legata a qualche ramo vivente, comincia a suscitarmi le stesse sensazioni perché in ultima analisi buonismo e cattivismo sono le due facce della stessa medaglia conservata nella teca del pensiero unico. Del resto in un Paese (ma questo vale anche per il resto dell’Europa) che ha conosciuto tre  decenni di progressiva messa in mora della solidarietà e dell’uguaglianza anche grazie alla resa totale della socialdemocrazia al globalismo oligarchico di derivazione neoliberista, come potrebbe essere possibile una magica riemersione di questi valori, compresa la fratellanza dimenticata in soffitta, solo per la biblica emigrazione dalle guerre e dalle rapite occidentali? Pensare questo vuol semplicemente dire non comprendere nulla o per dirla nella maniera affettata ed elusiva della contemporaneità significa  non comprendere la complessità. Ma anche non avere voglia di intraprendere alcuna lucida analisi sulla storia recente e sulla grande battaglia al berlusconismo che già dal ’95 non fu più condotta in termini politici, ma di confronto giudiziario e di costume: non esisteva più un progetto di società né da una parte, né dall’altra, ma solo un grande nulla riempito da una parte con gli interessi personali e l’immoralismo degli affari, dall’altra con etichette e totemismi sempre meno veritieri. Alla fine però l’attacco al mondo del lavoro è stato concentrico e bipartisan.

Il tentativo di riempire questo vuoto con  i fascisti su Marte come al buon tempo andato o con astrusi ragionamenti sull’immigrazione di massa che mette completamente da parte le cause di questa tragedia e si nutre di luoghi comuni o addirittura di santificazione delle Ong, comprese le più opache che non si sa come distinguere dagli scafisti, non ha semplicemente senso e anzi alla fine elude il vero obiettivo che si dovrebbe dare una sinistra, non quello di tacere tartufescamente sul contesto disumano della fuga dai propri Paesi per poi accogliere ad libitum la gente nei lager nostrani, ma di realizzare una vera parità salariale, giuridica e vorrei dire  morale tra chi lavora da anni nel nostro Paese o vi è addirittura nato. Questa è ovviamente una mia opinione, anche se sarebbe arduo dimostrare che grandi numeri e volontà di accoglienza vera non siano in una contraddizione reale, ma sta di fatto che dietro al contendere non c’è un vero dibattito, ma un velo di simbologie e di diallelismi che hanno persino perso i riferimenti di un tempo e che alla fine vivono in una sorta di perfetto autismo. E’ populismo in rosso destinato a una nuova sconfitta.


Lo straordinario in ritardo

28576535_1628052257249999_5902079120968974025_nSette anni fa, molto prima che Renzi vincesse primarie alle quali non avrebbe potuto partecipare per statuto (le regole furono cambiate all’ ultimo momento su input dei poteri euro economici), preconizzai ai piddini che l’ometto di Rignano avrebbe distrutto il partito. Fecero spallucce, ma alla fine è andata proprio così, perché nulla è stato più efficace di questo guappo di cartone e della sua banda di cavallette, per suscitare un senso di repulsione: non è bastata nemmeno la sconfitta al referendum per indurre il partito a cambiare cavallo. Così adesso il Pd è sotto il 20%, se la batte con la Lega di Salvini, mentre i Cinque Stelle hanno ereditato la voglia di cambiamento che alla fine ha rotto le dighe delle abitudini, dei timori, delle affezioni politiche.

Il problema è che tutto questo è arrivato troppo tardi, quando ormai le elezioni nazionali hanno si e no il valore di un sondaggio di opinione: il governo vero è altrove e ciò che ne rimaneva dopo essersi ammanettati da soli con l’euro è stato svenduto all’asta da Monti e dai suoi degni successori: già oggi lo spread è salito di dieci punti a ricordare che comunque vada, qualunque sia la futura compagine di governo, il ricatto finanziario e i trattati malaccortamenti firmati sono là a fare da cani da guardia contro qualsiasi risalita della civiltà del lavoro o riappropriazione della sovranità o ritorno del welfare.  Non dico che il voto per un movimento ancora largamente estraneo all’establishment non favorisca il  rinnovamento di un ceto politico ormai indecente ( ma la Boschi è stata eletta, quindi non sarei poi così ottimista), che non possa servire a dare un salutare scossone a un ambiente di rentier politici mummificati assieme ai loro valletti e ai loro datori di lavoro e grandi lavori, ma insomma si è fatto solo un piccolo passo dal quale non ci si può aspettare la luna. Lo dico anche perché da oggi stesso tutti cannoni dell’informazione maistream, come è accaduto per la Raggi, saranno puntati sui Cinque stelle addossando loro anche le colpe di 40 anni fa e picchierranno duro.

La mia impressione è che ci sarà una guerriglia generalizzata con un’altissima probabilità che si arrivi ad elezioni anticipate senza che nessun tema fondamentale per la rinascita del Paese venga messo in campo. Il Sole 24 ore lanciando ieri un messaggio subsonico e tranquillizzante alle oligarchie di comando rammenta che su 7662 candidati  1848 sono proprietari aziende, mentre altri 3862 hanno posizioni apicali aziendali e sono sparsi praticamente in tutti partiti, facendo in sostanza parte di una sorta di maggioranza reale che non farà passare alcun rispensamento rispetto allo status quo ante. I cinque stelle ne hanno assai meno di altri partiti, ma l’unica speranza di andare nella stanza dei bottoni è una implosione definitiva del Pd che permetta loro di raccogliere abbastanza profughi da avere una maggioranza, mentre i numeri ci dicono che il futuro governo sarà Forza Italia – Lega – Fratelli d’Italia  con l’appoggio esterno del Pd o addirittura con quello interno della parte renziana di esso: una sorta di ampia minoranza e di concentrato del peggio che alla fine però dovrà confessare al Paese che scherzava, che ha spacciato una puntata di Zelig per campagna elettorale: niente flax tax per i bottegai obnubilati che ci credono e ormai in via di estinzione, niente pensioni minime a mille euro, niente controesodo di immigrati, niente accenni alla sovranità. Tutto come prima e più di prima perché al peggio non c’è limite.

Per quanto riguarda la sinistra, intendo quella vera e non nominale o tattica, spero che l’ 1,1 per cento di Potere al Popolo faccia tramontare per sempre la tentazione di formare conglomerati elettorali che finiscono per essere un prigione per idee e programmi e  anche in questa occasione hanno impedito di dire un no chiaro all’euro e all’Europa che forse avrebbe portato qualche consenso e visibilità in più, al posto di una panoplia di buone intezion i minime: non c’è niente da fare è una storia tutta da ricostruire e per la quale è inutile affastellare rovine e feticci pensando di costruire un quartierino.


5 marzo, vaghe stelle dell’Orsa….

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da tempo – almeno dalle amministrative e pure da un referendum che aveva promesso svolte epocali ma che è stato risucchiato dal vortice delle ammucchiate di regime culminate in quella legge elettorale che ieri ha dato i suoi frutti perfino suicidi – ho esaurito la mia scorta di soddisfazione nel contemplare seduta sul divano le facce illividite, i ghigni amari e impaurite della sconfitta.

E ho smesso anche quella di essere una navigata cassandra; non mi piace vincere facile e gli esiti erano prevedibili anche per gli avventizi delle profezie. Come non bastasse la inaudita affluenza al voto annunciava i risultati in un paese ancora una volta troppo lungo, nel quale al nord vince la Lega, a sud i pentastellati e al centro si naviga tra i rottami, a dimostrazione che le politiche di governo hanno eroso perfino il patrimonio clientelare.

Mi resta solo quella di essere come al solito tra i gloriosi perdenti, dentro una minoranza onorevole quanto esigua, esiguissima,  che non poteva aspettarsi di più accontentandosi di una prima verifica, un PaP test insomma, dal quale adesso si dovrebbe dimostrare di saper partire per proseguire un lavoro di coagulo di forze sul territorio.

Gli opinionisti sono già all’opera per dimostrarci che dall’età della paura saremmo passati a quella del rancore. Meglio sarebbe stata quella della collera rivoluzionaria e creativa, ma c’è poco da sperare da una paese ricattato, intimidito, umiliato, strozzato da nuove o consolidate miserie. Sono già attivi per riconfermare stantie interpretazioni sul voto, rimpiangendo quell’astensionismo indifferente e accidioso che veniva letto come ragionevole delega, come prova di adulta maturità di popolo, oggi regredito a manifestazione di rumori e rimescolamenti intestinali espressioni della pancia ormai vuota di una marmaglia.

E comincia già l’esercizio rituale, quello delle ardite scommesse sulle alleanze e le associazioni temporanee di impresa, a riconferma – ve  ne fosse mai bisogno –  della distanza siderale della politica alta dalla politica bassa, quella insomma “della  vita”.

Non ho dubbi che i 5 stelle già piuttosto scaltriti vi si presteranno con il loro giovanile impeto. Avrebbero preso più voti se non avessero introiettato le modalità degli usi elettorali, mitigando concetti convinzioni e slogan, addomesticando il no all’Europea e all’euro, – l’hanno fatto perfino i “pazzi “ troppo poco visionari di Potere al Popolo, venendo a patti in sede di designazione dei potenziali ministri con i danni delle “riforme” renziane, proclamando la opportunità della ragionevole “revisione” di buona scuola e jobs act piuttosto della benefica e implacabile cancellazione.

Non hanno capito che il segreto del loro successo almeno all’inizio sarebbe la dimostrazione della volontà di essere il  “governo del disfare” rispetto a quel fare iniquo avido e pusillanime del passato, che la loro fortuna risiede nella capacità di rompere con gli usi e le infami adesioni a ideologhe e azioni fondate sullo sfruttamento di chi sta in basso, come sulle rendite e il privilegio di chi sta in alto, sulla clientela e il familismo, sulla speculazione e la corruzione. Che poi non è mica la rivoluzione,  magari, ma sarebbe il primo segnale dell’inversione di rotta che ci si attendeva a Roma tagliando il nodo gordiano che legava indissolubilmente interessi immobiliari e speculativi, bande di innominabili criminali, famiglie mafiose e diversamente tali e amministrazione e ceto dirigente

Perfino chi come me esige qualità del lavoro e della vita, tutela ambientale, uscita dalla fortezza europea e dai suoi delitti e dall’euro, e poi antifascismo quello vero, istruzione pubblica, fermo alle privatizzazioni, welfare e accorto sistema previdenziale – che  mica è la rivoluzione nemmeno questo! – intanto ricomincerebbe a sperare.

Ma la montagna di queste elezioni . una specie di sondaggio in grande stile ad uso  dell’impero per valutare lo stato di slaute di remote province – largamente inutili rispetto alle nostre esistenze e ai nostri diritti e bisogni, non poteva che partorire un topolino. E in fondo una soddisfazione l’abbiamo avuta i due sorci più ributtanti stavolta sono in trappola.


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