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Uno, cento, mille Vietnam

Agricoltura_Vietnam_FCerte cose ritornano, certi schieramenti riemergono dal fiume carsico della storia lungo direttrici che mostrano i cambiamenti del potere effettivo. Così non stupirà scoprire come Cuba e il Vietnam, assieme al Venezuela siano vittime di un assalto occidentale non più organizzato in prima persona da governi che interpretano gli interessi dei grandi gruppi, ma dalle stesse multinazionali che comandano i governi: le armate lobbistiche e corruttive di Bayer Monsanto, sono all’assalto di questi tre Paesi per il loro rifiuto di usare il roundup, ovvero il prodotto principe della multinazionale che rappresenta la forma agroalimentare dell’imperialismo. Si tratta di tre Paesi che sono già stati vittima dell’imperialismo made in usa e di un terzo che lo è diventato a causa della suo tentativo di socialismo. Per quanto riguarda il Vietnam dove si calcola che siano morte tre milioni di persone a causa del defoliante prodotto da Monsanto ai tempi della guerra, il famigerato agente arancio che ha avuto effetti mutageni e cancerogeni per oltre vent’anni dopo il suo uso, la multinazionale si appresta a chiedere sanzioni economiche all’Organizzazione mondiale del commercio per il rifiuto di usare i suoi prodotti, in una sorta di provino di ciò che ci attende.

Anche in Venezuela gli interessi petroliferi di Chevron ed Exxon Mobil si saldano a quelli di Bayer Monsanto, essendo uno dei pochi Paesi dell’America latina ad aver opposto resistenza al gigante euro americano e agli altri colossi agro chimici internazionali: non è un caso se l’opposizione venezuelana ha tra i suoi due  obiettivi principali la privatizzazione dell’industria petrolifera e l’apertura a ogm ed erbicidi. Del resto tutti i personaggi che in Usa sono alla testa della guerra al Venezuela sono legati a un particolare think-tank, l’American Enterprise Institute (Aei) che è fortemente collegata sia con Monsanto che con Dow Chemical come si è scoperto da un documento segreto erroneamente archiviato come pubblico. Ad esempio, John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e uno dei principali attori dell’aggressiva politica dell’amministrazione, fu un alto funzionario dell’Aei prima di diventare il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Trump. Così come Elliott Abrams, rappresentante speciale del dipartimento di Stato per il Venezuela, era regolarmente presente ai vertici dell”Aei ed ospite nelle sue conferenze, mentre altre figure di spicco dell’amministrazione, tra cui il vicepresidente Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo, furono ospiti alla riunione “segreta”Aei all’inizio di marzo. Come riferirono MintPress e altri media, Guaidó si dichiarò “presidente ad interim” del Venezuela per volere di Pence, subito aprendo a “nuove politiche agricole”. Del resto a questa sorta di inquietante think tank apparteneva anche  Roger Noriega, rappresentante degli Stati Uniti all’Organizzazione degli Stati americani durante il fallito colpo di Stato del 2002 con Chavez sostenuto dagli Stati Uniti e che si invento persino la balla che il Venezuela stava aiutando l’Iran a costruire la sua arma atomica.

Ci si potrebbe legittimamente chiedere come mai ci sia un così forte interesse per la vendita di tecnologie biotech in Paesi come Cuba, Vietnam e Venezuela che di certo rappresentano realtà e dunque profitti tutto sommato marginali rispetto al complesso agricolo planetario, ma il problema è che le eccezioni, sono in qualche modo pericolose per l’effetto domino che possono innescare. Se poi queste resistenze si accompagnano a sistemi di governo disomogenei al pensiero unico, si crea una stretta saldatura fra interessi commerciali e geopolitici. Basti pensare allo scontro che contrappone l’Organizzazione mondiale della sanità che nel 2015 aveva classificato il glifosato  come “probabile cancerogeno” (effetti comunque dimostrati sui mammiferi di laboratorio, ma non negli esseri umani) all’Agenzia europea per la regolamentazione delle sostanze chimiche (Aepc) che invece ha assolto il diserbante (assieme ad altri 39) nel 2017 sulla base di analisi i cui autori hanno lavorato nel settore privato per Monsanto e Basf (altro produttore di veleni) . Un conflitto di interessi che la dice lunga sulla lobby europee senza scrupoli nel calpestare gli interessi della popolazione per soddisfare le esigenze massimo beneficio dei grandi monopoli di prodotti agrochimici. Tanto più che la ditta in questione è pure diventata “europea”. La campagna a tappeto che viene fatta dalla Bayer Monsanto è che dei suoi diserbanti del resto collegati ai suoi ogm non si può fare a meno, comunque non prima di una transizione di anni. Ma questa è un’enorme bugia – verità, nel senso che un complesso agricolo plasmato dai giganti multinazionali e da un mercato ritagliato sui loro prodotti e sulla depauperazione dei terreni agricoli per eccesso di sfruttamento, difficilmente potrebbe affrontare cambiamenti che di per sé non avrebbero nulla di drammatico. Una cosa è servirsi dei diserbanti il minimo indispensabile, nell’ambito di opportune rotazioni produttive, un’ altra  è farne un uso massiccio e incontrollato come avviene regolarmente in tutto il Nord america e in parte anche in Europa. Una cosa è creare ogm che rafforzino la resistenza ai parassiti delle piante interessanti per l’alimentazione umana e animale, un’altra è creare ogm che funzionano in simbiosi con i diserbanti in modo che i vari brevetti possano essere sfruttati in congiunzione e di fatto creando un’agricoltura proprietaria. 

In questo senso settore agroalimentare e governance politica sono strettamente legate perché da questa situazione non si può uscire che mettendo in crisi il mercato come regolatore unico. Chi pensa che si possa invertire la rotta attraverso campagne esclusivamente “ecologiche”, tra l’altro spesso attraversate da mode, escatologie e tabù alimentari privi di significato o talvolta indotte dalle stesse multinazionali  è solo un illuso.  E una dimostrazione è che coloro che resistono a Monsanto sono anche quelli che resistono anche all’imperialismo del monoteismo di mercato. Ci vorrebbero uno, cento, mille Vietnam, come si diceva ai tempi della guerra. 

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La Nutella sospetta di Palazzo Chigi

Agnese Renzi

Agnese Renzi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A Roma? Beh a Roma sarebbe semplicemente un “sòla”, un di quelli che si sentono così furbi, da tentare il raggiro che ti cambia la vita, vendere Fontana di Trevi o il Colosseo ai giapponesi  o ai texani. A Palazzo Chigi invece, anche senza averlo letto, si sente uno di quei personaggi di Boccaccio,  capace di mettere in tavola una gru con una zampa sola, perché l’altra l’ha offerta a una forosetta maliziosa.  E infatti ci prova sempre il nostro Chichibio  a regalarci una fetta di pane con sopra spalmata la cacca,  dicendo che è goduriosa Nutella e aspettandosi  che ce la mangiamo, gabbati e contenti, per fame o per gola.

L’ha fatto anche oggi. Siccole ogni giorno ha la sua “crescita”, oggi  la scelta del settore trainante per l’uscita dal tunnel e la ripresa è caduta  sull’agricoltura in occasione dell’affidamento, più o meno in regime di monopolio, a Intesa San Paolo  della partita dei crediti all’agricoltura, grazie a un patto stipulato tra governo e banca, un “impegno ambizioso”, ha detto il premier, “che mira a portare l’export dell’agroalimentare dagli attuali   36 miliardi,  a 50”.    Ma possibile: “in Italia l’agricoltura e l’agroalimentare non sono il passato del paese ma la pagina più bella che scriveremo. In questi anni abbiamo perduto la sfida della filiera del valore del prezzo, perché non è stato fatto abbastanza. Dobbiamo far tornare di moda tutto ciò che è agricoltura ed agroalimentare”.

“Far tornare di moda”, è una parola. Ma come? Con una grande campagna di risanamento della Terra dei Fuochi? Rinegoziando in Europa gli innumerevoli capestri e forbici e i dispositivi di negoziazione barocchi della Pac, punitivi per le nostre produzioni? Per non dire dei tagli ai “pagamenti diretti” che andranno a favorire i nuovi partner, penalizzando noi, che pure contribuiamo in misura maggiore al bilancio comunitario

? Limitando l’uso di pesticidi e concimi chimici e incrementando i controlli sull’inquinamento che ha impoverito la qualità dei nostri prodotti? Favorendo  con investimenti e aiuti l’occupazione giovanile nel settore (ad oggi  i dati mostrano che la grossa fetta delle nuove attività inerenti l’agricoltura e la silvicoltura vengono avviate da chi ha più di 35 anni, in moltissimi casi anche oltre i 50 anni. E sulle 45.993 nuove partite Iva del 2014 in questo settore, solo una su cinque è stata aperta da un under 35)? Con l’imposizione di un sistema di regole che dia trasparenza e funzionalità al rapporto tra produttori, allevatori e industrie? Rivedendo un regime fiscale penalizzante? Avviando un new deal che veda lo Stato general contractor di grandi opere di riassetto, bonifica e recupero del territorio, depauperato, dequalificato, avvelenato da speculazione, urbanizzazione, degrado?

Macché, l’annuncio è stato dato, la magia ha avuto successo, la svolta epocale comincia oggi:  il Ministero delle Politiche Agricole cambia nome. Si chiamerà Ministero delle Politiche Agroalimentari.

Ecco servita la nostra fetta di pane con la sua Nutella, quella combinazione di menzogne, prese per i fondelli, patacche e illusionismi che dovremmo vergognarci di subire. Che ci fanno rimpiangere ere trascorse quando ci pareva di non stare bene, non sapendo cosa ci avrebbe riservato il peggio odierno. Che ci fanno rimpiangere la Legge Galasso e perfino un ministro del Governo Monti, tal Catania, l’unico dopo anni a impegnarsi per dare forma a una legge quadro per la tutela del suolo agricolo. E che farà passare senza opposizione il progetto di legge governativo che insieme a un malinteso rispetto del pluralismo istituzionale crea un sistema decisionale talmente farraginoso e complesso da rendere inapplicabile qualsiasi misura e norma. Salvo quelle che interessano davvero a un governo completamente asservito a padronato, proprietà, rendita. Due veri e propri capisaldi irrinunciabili, in contrasto con l’obiettivo del contenimento dell’uso del suolo e che costituiscono vere e proprie invasioni nel campo della legislazione urbanistica: i compendi agricoli neorurali e la rigenerazione delle aree urbane degradate.

I primi sono la solita acrobazia pensata  per legittimare la trasformazione dell’edilizia rurale in altre attività (amministrative, servizi ludico-ricreativi, turistico-ricettivi, medici, eccetera). Così una legge che dovrebbe trarre origine  dall’intento di promuovere e tutelare l’agricoltura, il paesaggio e l’ambiente  legalizza quindi la distruzione dell’attività agricola e dei relativi manufatti.  La cosiddetta “rigenerazione” è peggio ancora, sulla stessa linea delle “valorizzazioni”, quei processi secondo i quali per ottimizzare le foreste tropicali o pluviale, non c’è di meglio che tagliarle per farne parquet. Ipotizza una delega al governo a emanare   decreti legislativi per l’agognata semplificazione delle procedure, una cambiale in bianco,   priva di principi e criteri direttivi, senza nessun rapporto e nessuna integrazione con l’ordinaria disciplina urbanistica, quindi una licenza per la speculazione, per le deroghe, per una inquietante commistione delle finalità di tutela con istanze di profitto immobiliare, con quel  land grabbing, l’accaparramento di suoli fertili, che è uno dei brand vincenti delle multinazionali.

 

È che anche in questo caso servirebbe una riforma, una riforma agraria. Mentre, a cominciare dall’abuso del termine riforma, applicato impropriamente alla cancellazione del lavoro, alla manomissione della Costituzione, all’esproprio di partecipazione, all’eclissi di democrazia, Chichibio sa giocare solo con le parole, cambia i nomi, stravolge la semantica, tanto che chiama politica il suo meschino industriarsi da giocoliere di piazza, governo il suo carro di guitti, occupazione le nuove e sempre più precarie servitù. Ma se lo sopportiamo non abbiamo più il diritto di chiamarci cittadini.

 

 

 

 


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