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Nessuno tocchi Matteino

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è chi ha pensato che la buona educazione non fosse una invenzione in favore dei ceti alti per conservarne inaccessibilità e remota distanza dalla volgarità della plebe sboccata e grossolana. Ma che invece segnasse le tappe del processo di civilizzazione con piccole ma significative conquiste: dal relegare lo scannamento di bestie nelle cucine all’uso delle posate, dal non indulgere nello spulciarsi in pubblico come bertucce al ritegno necessario a svolgere alcune funzioni nell’intimità fino all’esercizio di alcune censure anche nel licenzioso sfogo di piaceri dissoluti e perversi che portarono alla proibizione di sanguinosi tornei  o di rituali cruenti come il tradizionale rogo dei gatti in occasione della festa di S.Giovanni. E via via  si è ritenuto che lo stesso riserbo composto dovesse essere riservato all’espressione di emozioni, al contenimento di sentimenti,   per dissimulare inclinazioni, ma anche passioni forti, indole violenta, reazioni incontrollabili.

Ne sono stata convinta anche io: per anni non ho avuto indulgenza nei confronti di chi  volgeva la vis polemica in derisione di stature ridotte, parrucchini, tinture improbabili su riporti estemporanei, bocche siliconate e irrefrenabili. Per anni mi sono trattenuta dal ricorso a oscenità, sconcezze e trivialità, sentendomi illuminata per questo dalla luce della ragione, considerando i valori del rispetto e della considerazione degli altri e delle loro opinioni un’irrinunciabile conquista di civiltà, confronto e democrazia.

Man mano, via via che diventava, la democrazia intendo, una presenza molesta, un vecchiume posto a arginare dinamismo, libera iniziativa, ambizioni personali, legittimi profitti, sembravano sempre più arcaiche, ridicole e disdicevoli le virtù animate dalla ragione, ispirate dall’evoluta ed educata aspirazione al confronto.

L’irruzione del contesto politico e sociale di generazioni di gran burini affrancati da una doviziosa produzione cinematografica, l’affermazione di cerchie di gran zoticoni, l’autorità attribuita a clan di gran insolenti, insomma il primato dell’arroganza, della prepotenza, della sfrontatezza combinate con ignoranza, pressapochismo, letture orecchiate e culto della visibilità al posto di studi e reputazione hanno persuaso anche i più resistenti dalla vanità di certi pregi e di molte attitudini, derisi da chi si fa vanto di vizi, da chi esibisce ricchezze opache quanto pacchiane, carriere sconcertanti quanto immeritate a dimostrazione di talenti e vocazioni un tempo oggetto di vergogna  e ludibrio, da chi loda ­­per la sua inarrestabile vena sarcastica qualche impresentabile diventato indispensabile per la sua vocazione al voto di scambio, da chi fa della menzogna la sua cifra a conferma di una oscena superiorità conquistata a suon di ubbidienza, accondiscendenza ai potenti,  conformismo, ipocrisia e mediocrità.

Ecco spiegato il successo di una categoria cui attribuisco la responsabilità di avermi fatto convertire a un sano e sfacciato turpiloquio, necessario come una terapia a sfogare collera e indignazione, a uno spericolato gusto dell’invettiva bellicosa, indispensabile come un cerotto messo a riparare le ferite alla comune  e generale dignità.

Mi fanno ribrezzo, mi nauseano come il contenuto del bidone dell’umido il due gennaio dove si mescolano lische di branzino, la gelatina dello zampone, le lenticchie inacidite e lo zabaione che naviga su rottami di pandoro, in memoria di appetiti inconfessabili, scorpacciate turpi e sprechi ignominiosi.

Ma peggio ancora mi suscitano quelli cui quegli avanzi maleodoranti e disgustosi sembrano proprio piacere come fossero un piattino di Masterchef, che in questi due giorni post referendari affollano non solo la discarica televisiva ma pure i social network, inclini a riempirli di “Je suis Matteò”.

I peggio, devo ammetterli, quelli che mi suscitano un fastidio che sfocia nella vergogna per loro, sono i fan di una forma aberrante di correttezza  sociale e mondana. Sono loro a fare professione e ammissione di laica e giudiziosa obiettività,  di elegante e garbata equità, tanto che ne ho sentito qualcuno che diceva di aver militato nelle file del No, confessare di provare una sincera e emozionata pietas – magari si erano commossi anche per le lacrime di Fornero – per il cialtrone detronizzato divinamente imbronciato per la slealtà dei beneficati, immediatamente entrato a far parte, grazie alla meritata sconfitta, della schiera dei diseredati, che ha contribuito a condannare irreversibilmente, all’esercito dei disoccupati, che ha collaborato a popolare, della legione dei tanti che hanno subito una perdita di beni, sicurezze, garanzie e diritti grazie a lui.

Sono sempre loro a riconoscergli doti virili di dignitosa sopportazione dello schiaffone sonoro che gli abbiamo ammollato, lodando la decisione anticipata da un anno di tira e molla, da un anno di battage pubblicitario sulla sua granitica determinazione a rispettare la volontà popolare, di assumersi le sue responsabilità lasciando almeno uno dei due influenti incarichi. Sono così male abituati che il fisiologico epilogo di una carriera usurpata, di una immeritata affermazione sembra loro la manifestazione irreprensibile quanto rara di una personalità che mostra di avere a cuore  l’interesse della sua impresa e perfino quello generale. Che fa autocritica, che dopo averci messo la faccia la solleva dalla poltrona, che come è tradizione di scout lascia meglio di come l’ha trovata, più potente e rafforzata, più autoritaria e tirannica, più arbitraria e discrezionale. Che a poche ore dal toccante addio mostra di avere le protezioni giuste per rialzare la testa.

Capaci che ancora una volta gli abbiano dato credito. In fondo l’hanno data anche alla democrazia delle primarie, anche ai fondi di Banca Etruria, anche al premio Nobel per la pace, che ha rivolto un estremo e commosso saluto insieme alla moglie addobbata in abito Gucci  per rendere omaggio all’Italia orbata di tanto spiro. Capaci che lo pensano riluttante  a restare là a fare lo sbrigafaccende su sollecitazione dei due presidenti, uno davanti come un uomo sandwich a eseguire i comandi di quello dietro, capaci che davvero sono persuasi che la cocente disfatta gli abbia suscitato la voglia di starsene a guardare i quiz in Tv come una madeleine proustiana vicino alla paziente Agnese. Capaci che non si fanno carico della preoccupazione di Nardella all’idea che l’inverecondo gradasso torni alle origini, sperando di reiterare la sua ascesa.

Più di uno nel rendergli onore – e non parlo solo della sue cheerleaders, non mi riferisco solo ai suoi scherani o ai reduci della sua curva Sud, quelli che hanno scommesso sul cavallo pazzo e ora gli sono grati di averli assolti, probabilmente per scaricarli, e dei quali possiamo immaginare prossime defezioni in vista di elezioni punitive – ha addirittura osservato con ammirazione entusiasta che ha reagito alla débâcle con lo spirito e l’attitudine di uno statista.

Non sarò educata, non sarò compita. Non mi basterebbe un buen retiro nel rignanese come Cincinnato, non mi accontenterò di una improbabile conversione alla professione di conferenziere e presenzialista a eventi padronali, non mi appagherà un benefico cono d’ombra. Per lui voglio Place de la Concorde, voglio gogna e pure ghigliottina. Peccato che se così fosse, finirei  a sferruzzare in compagnia dei suoi fan rapidamente trasformati come è uso di mondo in feroci detrattori e carnefici, togliendomi il gusto di essere in minoranza.

Un gusto che due giorni fa, con soddisfazione ho dimenticato, per la soddisfazione felice e sorprendente che avesse, per una volta, vinto la parte giusta.

 

 

 

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Da Trumfobia a Trumpmania, il lamento dei misfattisti

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se lo spettacolo offerto ieri fosse più grottesco o più patetico: in molti tra quelli che subiranno un Senato di nominati, la cancellazione del voto, sostituito nel migliore dei casi da un atto notarile di conferma di scelte imposte dall’alto, l’asfissia dell’opposizione, l’alterazione del circuito dell’informazione ricattato o comprato, hanno fatto le pulci agli elettori americani.

Eppure per capire qualcosa di loro, prevedendo l’accaduto, basta vedere la loro produzione di telefilm, quella cinematografica, gran parte della loro letteratura.

Per spiegare il loro assoggettamento a modelli esistenziali e di consumo, è sufficiente tornare alle ragioni della crisi che partita di là e serpeggiata in tutto l’occidente come un serpente velenoso grazie alla promessa di soldi facili, case per tutti, fondi provvidenziali, grazie al proselitismo dell’idolatria del Mercato. A interpretare la  loro generalizzata arroganza, basta rifarsi all’ideologia e alla retorica della “superiorità” che rappresentano e difendono con guerre preventive e missioni belliche, che passano sotto il nome di esportazione di democrazia, tanto che ormai non vengono più accreditate come scontro tra civiltà, ma scontro per la civiltà, per non dire della loro patriottismo culminato nel Patriot Act, redatto per limitare diritti e libertà pubbliche e private in nome della sicurezza. A illustrare la loro concezione di libertà è sufficiente guardare non solo al loro credo liberista, quello della libera volpe in libero pollaio, ma anche al ricorso alla repressione, interna come sistema di governo per garantire una sicurezza disuguale, esterna, a sostegno di dittature sanguinarie e a gruppi paramilitari capaci di ogni atrocità.

A cogliere i perché delle loro nevrosi di bambini malcresciuti senza essere innocenti, ingenui senza essere integri, del loro ribellismo affidato a attori, cantanti e poeti maledetti lontani distanze siderali perfino dai nostri futuristi, dei loro tabù, dei loro capricci e delle loro compulsioni basterebbe la mitologia del loro “stile di vita”, l’american way of life, frutto di meccanismi di propaganda e produzione dei desideri   secondo tendenze imposte dal capitalismo inevitabile e insostituibile, che testa su di loro prodotti e merci, dentifrici o leader, attori o valori morali, mode o visi da diffondere poi come vuole la cultura universale dei consumi che dovrebbe unificare primo, secondo e terzo mondo, in modo che la vera libertà concessa e agognata sia quella di comprare, tanto da convertirsi in dovere sociale.

Eppure, e ieri ne abbiamo avuto l’ennesima conferma, riescono ciononostante nell’opera di colonizzazione perfino del nostro immaginario e probabilmente del nostro inconscio,  che prosegue quasi indisturbata e malgrado tutto coi suoi topoi irrinunciabili da Tocqueville, al ruolo di liberatori, dal Piano Marshall: come farsi belli agli occhi del mondo con quattro soldi, alle domestiche visioni ottimistiche, eque e solidali di Frak Capra, dalla Grande Mela coi suoi vanti: crimini, razzismo, omofobia, inquinamento e rifiuti per strada, alla narrazione di una tolleranza smentita dalla pratica dell’emarginazione, del rifiuto, della xenofobia, esercitati con entusiasmo non solo contro afroamericani e messicani, ma anche contro gli italiani presto dimentichi.

E ci riescono così bene che in tanti ieri si sono sentiti disillusi e spaesati. Qualcuno, di quelli che sbrigativamente si sono dedicati in questi mesi al gioco riduttivo del “chi vi ricorda” per via di parrucchini e tinture, passione per i troiai e slogan sessisti, si è mostrato avvilito e frustrato al pensiero che quelli siano proprio come noi. Qualcuno ne approfitta per dire che allora, là come qui, sarebbe bene rivedere sistemi e meccanismi elettorali, perbacco, per ridurre il pericolo che la gente si esprima contro l’establishment, per limitare l’accesso alla cabina e presto anche al Pc, garantendo l’auspicabile governabilità imperitura, in attesa finalmente di sciogliere l’indesiderabile e molesto popolo, e di averla vinta nella lotta di classe alla rovescia, che, si sa, i poveri e gli operai votano con la pancia, specie se è vuota.

Tutti o quasi, non solo tra cottimiste del senonoraquandismo e forzati del politically correct, hanno replicato pensieri e modi già visti. Perché è così comodo e assolutorio e soavemente irresponsabile contestare il puttaniere volgare, il tycoon spregiudicato, piuttosto che il golpista, o peggio che mai, il coattivo produttore di conflitti di interesse, diventati carattere irrinunciabile di leader e premier in forma bipartisan. Perché lo sanno anche i bambini che è più educato sopportare i tagli al Welfare di Renzi che la rimozione dell’Obamacare, più virtuale che virtuosa,  ingiustamente attribuita a Trump, accettare F35, bombe e armi nucleari della signora Pinotti e di padre Gentiloni piuttosto di quelle del becero La Russa, tagli e svendite a cura di Monti o Padoan, più distinti e temperanti di quelli di Tremonti.

Ma possiamo stare tranquilli, il tempo cura tutto o meglio, nutre la cancrena del conformismo. Così al pari del presidente del consiglio che ha battuto sul tempo  Merkel e Hollande congratulandosi col vincitore, già da oggi vedremo rapide e tempestive conversioni dalla trumpfobia a una ragionevole e composta attenzione, nello spirito di doverosa collaborazione e di quella disponibilità già espresse da Obama. Come in fondo impone quell’aberrante ossequio all’egemonia indiscutibile della legge del più forte, potente là come qua, dove la maggioranza vince sempre e su tutto, anche quando è viziata da svariate forme di illegittimità: aggiramento di regole democratiche, imposizioni autoritarie in nome della obbligatorietà di misure e uomini forti, primato della “mancanza di alternative”,  occupazione militare dell’informazione, culto dell’emergenza e dello stato di necessità diventati sistemi di governo.

Proprio come da noi anche negli Usa si vota turandosi il naso, come da noi ci sono mezze figure incaricate di far fuori candidati scomodi o talmente assatanate di potere o così comprese della funzione di rappresentare interessi formidabili da scendere in campo con tutti i rischi che l’incarico o l’insuccesso comportano, qui come là comandano gli stessi padrini, padroni visibili o dietro le quinte. Qualcuno ha detto che la scelta era tra l’infarto o il cancro. I vizi, la crisi cominciata e promossa proprio là, il totalitarismo finanziario nutrito nel loro impero e affetto da evidenti pulsioni suicide, evoca Terenzio e la nostra vocazione a essere punitori di noi stessi come nel Heautontimorumenos, e fa tornare alla mente Susan Sontag quando disse che gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste e che della loro peste il mondo è condannato a morire.

 

 

 

 

 


Novello 2000 e Signora

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte, magari a corredo di rimproveri per intemperanze e capricci infantili ci siamo sentiti narrare di quel babbo che per premiare i fanciullini ubbidienti e parsimoniosi li conduceva la domenica in piazza a guardare i signori che mangiavano il gelato? Beh un fondamento ci doveva essere a vedere l’estatica ammirazione fino alla cieca idolatria con la quale molti nostri connazionali, stampa in testa guidata dalla delirante signorina coccodè di RaiTre,  hanno seguito, trepidanti e adoranti,  le fasi del viaggio della coppia reale e augusti accompagnatori in America, da far invidia alla leggendaria missione in Cina di Craxi, famiglia e famigli.

A fare la hola, c’erano i cottimisti del Si, galvanizzati dalla brillante iniziativa del premier di trasportare i banchetti della propaganda oltre Oceano a spese della collettività, per raccogliere l’imprimatur del quasi pensionato, beato lui, e, magari, per tirar su qualche consenso della comunità italiana, compresi cervelli in fuga e emigranti in genere, possibilmente affetti da tenace masochismo, come, peraltro,  gran parte dei suoi fan in Italia.

Ma non solo. In rete si sono sprecati i posseduti dal demone del Politically Correct,  quelli che sotto la cipria della  civile compostezza e della sobria obiettività, inseguono il sogno illusorio della convenienza di stare dalla parte di chi vince, scegliendo di chiudersi volontariamente nella gabbia di conformismo e convenzioni, nella speranza, grazie a una malintesa ammissione alla cerchia del comando, di salvare beni e rendite effimere e già a rischio, privilegi miserabili e già minacciati proprio da quelli cui offrono in sacrificio approvazione, voto, libertà e diritti. E tutti a lanciare gridolini di ammirazione per il gusto squisito della First Lady, a deliziarsi per l’irresistibile simpatica faccia di tolla del guitto, non Benigni, l’altro,  a compiacersi del trattamento ricevuto dall’imperatore in via di deposizione, segno evidente, a loro dire,  del prestigio riconquistato dal paese e non sigillo a marchiare lo stato di servitù e la riconfermata sudditanza.

E tutti a esprimere riprovazione per questa nuova declinazione del disfattismo, a deplorare maicontenti e odiatori seriali che hanno osato sollevare dubbi  e critiche impietose su tutto, dalle scarpe della supplente in gita,   alla presenza di ben due giullari, uno istituzionale per via dell’Oscar e uno no, dalla esibizione dell’autorità anticorruzione,  figura che dovrebbe preferire luci bassi e lavoro nell’ombra anche in vista dei risultati scadenti,  alla non proprio elegante mostra delle mense imbandite e dei trionfi sartoriali,  in coincidenza coi dati allarmanti sulla povertà in Italia. Che scandalo, che vergogna, era tutto un biasimare e condannare chi non ci sta a contribuire e a fare da claque all’ennesimo teatrino stanco del piazzista che, a suon di balle e patacche, cerca di vendersi il Made in Italy, la Milano capitale del progresso e del lavoro che non c’è più, i monumenti in affitto, la narrazione di un governo stabile che almeno ha l’effetto di far ridere più di Benigni.

Ah, dimenticavo, c’erano quelli, in forma bipartisan, che le vicende dei reali, le storie pruriginose delle dinastie, la foto della cellulite delle dive e degli abiti indossati sul red carpet non gli bastano mai. Che per fortuna che c’è dagospia così si può essere aggiornati sempre anche quando non c’è Chi in edicola con gli album di famiglia non solo di Carolina di Monaco, ma anche, e soprattutto, delle nuove stirpi,  meno fiabesche, meno suggestive, offerte col  condimento di confidenze, confessioni intime per dare il senso di una vicinanza con noi, il popolino, per dare ostensione a virtù private,  così somiglianti a quelle della gente comune, per svelare delicate debolezze, tanto “democratiche”.

Ma a ergersi paladine dell’Agnese si sono viste anche alcune fondamentaliste di genere, talmente possedute dal pregiudizio favorevole da trovarsi a difendere l’indifendibile purché femmina. Perfino la moglie che piase, tase, sta in Casa, Bianca, però. Che sopporta stoicamente, proprio come le regine tristi, un marito sbruffone e inaffidabile, tutto in nome dalla famiglia, e anche del familismo, però. Che si commuove all’Expo quando cantano l’inno nazionale, ma conserva il ciglio asciutto quando quella nazione va in malora.

Vuoi vedere che per la seconda volta  ci tocca scegliere tra repubblica e monarchia, sia pure di Travicelli? Votate bene per  favore.


Bulli e Pupe

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una impresa bellica dalla quale gli Usa escono sempre vincitori è quella contro la verità.

Condotta anche con armi potentissime: ipocrisia, riconducibile ad una interpretazione travisante del puritanesimo, sicché la bugia sul crimine sarebbe più disdicevole del crimine stesso, alterazione di fatti e perfino di immagini, oblio, in modo che sia lecito decifrare la storia per metterla al servizio del presente, anzi, come disse Napoleone: governare monarchicamente l’energia dei ricordi, rimozione, come nel caso delle torture inflitte dagli eroici soldati in Iraq, o delle energiche correzioni ai rapporti governativi dai quali c’è l’uso di cancellare dati e perfino definizioni poco accettabili e maleducate, come indigenza, fame, inquinamento, vennero contrastate proibendo l’uso dei videotelefonini, con i quali riprendevano le loro performance, impiego illimitato dell’eufemismo, nel quale l’America è maestra tanto da diffonderlo universalmente nel contesto  di quelle che, grazie a questa efficacissima figura retorica, ha chiamato “esportazioni di democrazia”, “rafforzamento istituzionale di paesi terzi”, “interventi si sostegno”, “missioni di solidarietà”, che d’altra  parte è ormai accertato che hanno saputo colonizzare anche il nostro immaginario. Insieme, ovviamente alla menzogna, da che mondo è mondo a disposizione del potere e oggi ancora più necessaria alla costruzione del consenso laddove la propagandata trasparenza del villaggio globale risulta essere essa stessa un ben confezionato inganno planetario.

Ma l’ipocrisia, ah l’ipocrisia è quella che funziona meglio, al servizio di religioni e movimenti, di regni e chiese, di tiranni e padroni, ma anche di gente comune che si sente autorizzata a impiegarla largamente per placare sensi di colpa e coprire viltà, per legittimare conformismo e sostituire comodamente il moralismo alla morale, per accreditare un’immagine di sé socialmente accettabile e rassicurare i regimi sull’accettazione degli stili di vita imposti come modelli etici e promessi come migliori dei mondi possibili.

Nel caso in questione, quello che stamattina occupa le prime pagine dei giornali, ne abbiamo davanti varie declinazioni, con un candidato che finalmente dà libero sfogo a istinti belluini, maschilisti e sessisti,  troppo a lungo repressi, in ossequio alle leggi del politically correct quello che fa sì che sia riprovevole molestare le colleghe sul posto di lavoro e più che mai le sottoposte, mentre deve essere approvato in nome della guerra al terrore il bombardamento di donne inermi in Siria, Libia, Iraq, e un competitor, la cui fama è legata al suo uniformarsi allo stereotipo femminile di moglie comprensiva, indulgente, tollerante delle corna, assimilate a una malattia della quale attendere l’auspicata guarigione col rientro nel talamo e nel  regole del bon ton, moderno aggiornamento de la piasa, la tasa e la staga in casa, possibilmente Bianca, però, obiettivo ambizioso  e premio concessole a scopo di risarcimento. Insomma una di quelle Grandi Donne, che piacciono alle bruttine stagionate, alle fan della Litizzetto o della Concita, che si sprecano contro i puttanieri senza preoccuparsi dei golpisti, a quelle che si sentono vendicate dal piatto freddo di una carogna in quota rosa e, peggio ancora, rappresentate da ministre, dirigenti politiche, presidente, imprenditrici, che hanno fatto dello scimmiottamento aberrante di modelli virilisti la loro cifra di successo.  Ma che piacciono anche ai maschi:  anzi sono sicura che Hillary sotto sotto, è la donna ideale anche per Trump, fascista quando lui, sessista quanto lui, bellicosa, cinica, spregiudicata  più di lui, ma, a differenza delle sue e di un popolo di ex mogli, capace di indirizzare la sua insaziabile avidità in ambiti più accettabili per un tycoon  della pretesa di alimenti principeschi, di voraci contratti pre-matrimoniali, di pruriginose memorie post divorzili. Sono certa che piace anche al Trump de noantri che di lei non direbbe mai che è più bella che intelligente e che rimpiange di non aver promesso alla sua ex first lady una degna successione, che gli avrebbe risparmiato tanti guai.

Ho però il sospetto è che la pubblicazione delle esternazioni del magnate a uno dei suoi magnaccia possa essere una sapiente trovata elettorale, per conquistarsi il consenso della maggioranza dei maschi  e forse anche di qualche donna, per mostrarsi com’è e come vorrebbero ammettere di essere in tanti: meschini, cialtroni, prepotenti, retrivi, volgari, vizi permessi, anzi necessari, come tutto ormai,  solo ai potenti.


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