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Pozzi senza fondo

petrolio_trivelle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Penso sia lecito dire che il socio di minoranza – per quanto riguarda visibilità e potenza comunicativa – si sta conquistando il favore di chi conta e perfino della stampa fino ad oggi ostile, tanto che si è pensato che il consenso popolare dipendesse anche dall’evidente avversione di establishment e informazione, insomma delle cerchie di potere che alcuni dei suoi esponenti, che grazie a questa efficace definizione hanno fatto fortuna, hanno chiamato caste.

Il fatto è che i 5stelle con tutti i Si che stanno pronunciando non solo dimostrano continuità con il passato, cui dovrebbero grata riconoscenza perché ha sparso il concime per far crescere il loro successo, fotocopiando scrupolosamente misure e atteggiamenti dei governi che li hanno preceduti e che ora si chiamano fuori come se l’assoggettamento ai diktat dell’impero dipendesse da una mutazione perversa e aberrante della democrazia che ha permesso a degli sciagurati incompetenti di amministrare il Paese, dando spazio al poliziotto cattivo che aiuta ad assolvere cattive coscienze e sensi di colpa coloniali ma contestandolo nella divisa di quello buono o con la fascia di sindaco, confermando nei fatti con l’impossibilità di spezzare le catene e perfino di immaginare qualcosa d’altro da quello che viene imposto sotto ricatto, di essere approdati al porto sicuro della realpolitik.  E cominciano a piacere anche alla stampa quando sembrano bersi tutte le menzogne e omissioni che l’informazione mainstream produce e diffonde.

A cominciare dai dati sull’esodo e sulle invasioni, che soffrono di una sconcertante intermittenza più adatta alle lucette di Natale: e quando sono milioni e quando sono migliaia, e quando vogliono arrivare e stare o transitare verso terre più sicure, e quando fuggono dalle guerre e quando invece sono posseduti dal demone, che loro non spetterebbe, del consumismo. Per non dire di quelli sull’occupazione e sulle nuove e antiche povertà, tema questo vergognose che ci mette in cattiva luce sul palcoscenico internazionale, tanto che è preferibile consolidare la cattiva fama di popolaccio pigro, indolente e parassitario in attesa di mance e redditi assistenziali.

Ma uno dei contesti nei quali la fantasia di chi scrive sotto dettatura è più sbrigliata e è quello delle grandi opere, degli interventi che insistono su un territorio malato di tutte le patologie possibili frutto di trascuratezza e speculazione. Quasi ogni giorno i quotidiani ci somministrano le rilevazioni catastrofiste e rovinologiche di quanto pagheremmo noi cittadini, le imprese, le amministrazioni pubbliche se avesse il sopravvento un malinteso ambientalismo regressivo e uno scellerato luddismo, messo a fare da ostacolo propagandistico alla libera iniziativa, allo sviluppo e alla competitività internazionale.

E quelli ci credono, quando, se c’è un dato sicuro, è che non ci sono dati, che le cifre e le proiezioni non sono taroccate, semplicemente sono messe là a casaccio, perché non abbiamo mai saputo quanto costano davvero la Tav, il Mose, il gasdotto, meno che mai il Ponte sullo Stretto, in modo da non farci sapere quanto paghiamo noi e quanto ci guadagnano le cordate che dovrebbero contribuire invece grazie a demiurgico sistema del general contract, perché non abbiamo mai saputo e non sapremo mai quale sia il rapporto costi/benefici, perché non abbiamo quindi mai saputo né sapremo mai quanto davvero peserebbe sul bilancio dello Stato e nelle nostre tasche interrompere le più sciagurate dei quelle iniziative a fronte di benefici inesplorati e mai davvero ravvisati, come quando, casualmente e in regime di semiclandestinità qualcuno ha avuto modo e ardire di leggere e rendere noto un samizdat, il documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030”   prodotto dall’Osservatorio Torino – Lione  su incarico e  trasmesso alla Presidenza del Consiglio, Gentiloni vigente, che recita tra l’altro come non ci sia dubbio “che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti” che l’opera sarebbe stata giustificata da aumenti spropositati di traffico che non si sono affatto verificati e che non potranno comunque verificarsi, che per questo il partner interessato si è tirato indietro. E che altrettanto dovremmo fare noi.

Macché. Proprio mentre il Vice presidente e titolare del Mise in visita pastorale in Basilicata dichiarava che il futuro energetico del Paese dovrà essere “rinnovabile”, ecco che da un altro Bollettino poco diffuso, chissà perché, quello  ufficiale degli idrocarburi (Buig), pubblicato a fine 2018, si apprende che con decreto del 7 dicembre scorso, il ministero dello Sviluppo economico, ha infatti conferito tre permessi, della durata di sei anni, alla società Global Med, a trivellare i fondali di Basilicata, Calabria e Puglia con la tecnica dell’air gun   in un area complessiva di 2.200 chilometri quadrati.  Sempre dalla stessa fonte si viene aggiornati sulla concessione di coltivazione denominata Bagnacavallo alla Aleanna Italia Srl, accordata per la durata di vent’anni e situata nel territorio della provincia di Ravenna che prevede la realizzazione e la messa in produzione di cinque pozzi, due esistenti e tre nuovi. Ed anche della proroga conferita per altri 15 anni alla Società Padana Energia Spa sempre in provincia di Ravenna per la coltivazione «San Potito» che metterà in produzione cinque pozzi, suddivisi in tre aree. Ma non basta, viene accordato il permesso  per l’esecuzione di studi geologici e geochimici, il rilievo sismico per circa 20 chilometri e quello  magnotellurico,  oltre che per perforazioni ed esplorazioni, della profondità di circa 7mila metri nella località «Masseria La Rocca», nel  territorio di Brindisi di Montagna, in provincia di Potenza.

A leggere l’elenco salta agli occhi che non si tratta dell’ennesima doverosa conferma di quanto già stabilito, sopportata obtorto collo: dai Bollettini ufficiali degli idrocarburi pubblicati in questi otto mesi non c’è un solo atto di rigetto delle richieste, formalità della quale è necessario dare pubblica informazione. Ciò significa che tacitamente le istanze sono state accolte senza opposizione e i permessi rinnovati, responsabilità che, in dichiarazioni di questi giorni, verrebbero attribuite alle burocrazie ministeriali, tanto che Di Maio si è detto contento che si sia formato un fronte di oppositori pronti a rivolgersi al Tar, con la speranza che sia il tribunale a togliergli le castagne dal fuoco permettendogli di mettere in scena una pantomima che ha avuto centinaia di repliche nel passato: politico contro cavilloso apparatchik 1 a 0. E comunque soluzioni giuridiche e amministrative per introdurre moratorie e per sospendere il regime vigente sono state indicate, cominciando dall’ abrogazione dell’art. 38 della empia legge Sblocca Italia, voluta da Renzi, che consente di unificare l’autorizzazione di ricerca con la concessione ad estrarre idrocarburi,  individuando liberatorie che non comportino oneri eccessivi  e pesanti sanzioni, comunque meno gravose dei costi sociali oltre che economici di interventi dannosi per l’ambiente e il bilancio dello Stato.

Ma ci vorrebbero la volontà e una capacità e iniziativa decisionale che non fanno parte più dell’attrezzatura del politico retrocesso a inserviente zelante che dice si al Terzo Valico, alle Grandi Navi, al tunnel del Brennero, alla Tap e alle Triv. Dando ragione ai giornaloni che si preoccupano di accreditare la imperiosa necessità di andare avanti con le grandi opere, di non fermare il grande sistema di corruzione e speculazione. Senza quelle, lo scrive il Corriere con tanto di schemi e diagrammi, le grandi imprese del Paese, quelle che si sono costitute in cordate mangiasoldi pubblici, i cui manager entrano – e escono subito-  dalle porte girevoli dei tribunali,   che hanno ricevuto e ricevono assistenza e prebende di Stato che investono in  “giochi di società” nella grande roulette finanziaria,  sono destinate a fallire. Confermando che la ragion d’essere di interventi megalomani è lo sviluppo, si, ma non del Paese, bensì di una cricca di aziende. Senza quelle migliaia di lavoratori se ne andranno a casa. Confermando che le sole prospettive occupazionali  sono quelle del lavoro manuale e precario, che dura quanto dura tirar su un grattacielo, perforare un fondale e che non è ipotizzabile trasformarlo in attività di difesa, salvaguardia e risanamento del territorio, ricostruzione e costruzioni antisismiche, sulla quale indirizzare quegli investimenti del Fondi Strutturali, del Fondo di Sviluppo e Coesione,  del Fondo investimenti e Sviluppo infrastrutturale cui contribuiamo e che sono stati ridotti a arma di intimidazione e estorsione.

Ogni tanto dovremmo chiederci cosa succederebbe a dire di no ai padroni, in fondo ci sono stati tempi nei quali è successo che dimostrano che ne valeva la pena.

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Trivelle, il governo sabota il referendum

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A quanto pare non sono sufficienti morti di cancro, catastrofi, incidenti, per persuadere della necessità di tutelare ambiente, territorio  e salute. E non basta nemmeno un pronunciamento popolare, se a ondate ricorrenti governi in carica decidono che è tempo di tradirlo. Se, a distanza di cinque anni , il governo tramite i suoi fedeli tutori in parlamento, cancella il voto di 26 milioni di italiani che vollero l’abrogazione del decreto Ronchi, attribuendo all’acqua il carattere di bene comune, che di conseguenza andava gestito ed erogato esclusivamente da soggetti pubblici.

In realtà quei si sono già stati rinnegati: nel Paese è tutto come prima, tra faide, passivi abissali e opacità incrementata da clientelismo e familismo.  A Ferrara il comune, per far cassa, sta vendendo un pacchetto di azioni Hera, la società che riscuote le bollette di buona parte dell’Emilia Romagna e del Nord, da 8 milioni di euro. In Campania la giunta regionale si prepara a scontare di 157 milioni di euro il debito accumulato nei suoi confronti da Gori, un’azienda del gruppo Acea, a Roma è in arrivo  un nuovo sistema tariffario grazie al  quale saranno assicurati  ai gestori   i profitti di un tempo, calcolati come prima le referendum, ma chiamati con un altro nome.  Ma mica gli basta, adesso vogliono il sigillo imperiale, anche simbolico, del primato del privato, così un drappello di deputati del Pd ha presentato due emendamenti “correttivi” del principio fondamentale che ispira il ddl del 2007 di iniziativa popolare riproposto da movimento 5 stelle, Sel e da qualche sparuto esponente di minoranza del partito della nazione. E infatti si propongono di cancellare quell’articolo 6 che, prendendo spunto dalla definizione di acqua come diritto umano, tanto da garantire a tutti una fornitura minima di 50 litri al giorno, prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico pienamente controllati dallo Stato, escludendo Spa miste pubblico-privato.

È che al governo e al premier i referendum proprio non si addicono, e se si piegano a questo arcaico istituto è per convertirlo in espressione plebiscitaria di c0nsenso per qualche nefandezza, per qualche estremo oltraggio alla Costituzione e alla democrazia, per illudere che anche sia possibile una sia pure estemporanea e occasionale forma di partecipazione, una liturgia superstite dopo il fallimento perfino della primarie. Se si sono tenuti, meglio annullarne le moleste conseguenze. Se si stanno per officiare, allora si ricorre a tutte le possibili forme di prevenzione, trasformarle in eventi clandestini, ridurre la propaganda a generosi quanto occulti samizdat, proibirne la pubblicità. Così solerti prefetti somministrano pillole di bon ton istituzionale per vietare ai consigli comunali di riunirsi per prevedere iniziative di comunicazione e mobilitazione in revisione del referendum per il no alle trivelle promosso da cinque regioni, esibendo una circolare  del Ministero dell’Interno secondo la quale “è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni”. È stata proprio la Sicilia a mettere in moto la macchina della censura, là dove la maggior parte dei sindaci è contraria alle trivellazione, e non solo quelli dei comuni costieri.

A volte si capisce che è in corso un continuo braccio di ferro per imporre un osceno autoritarismo. Perforare in mare è irrilevante per quanto riguarda l’approvvigionamento: se si decidesse  di “sfruttare” i fondali dell’Adriatico si potrebbero estrarre, entro il 2020, 22 milioni di tonnellate di idrocarburi, a copertura del  fabbisogno di 4 mesi di consumi, proprio  quando la domanda di petrolio registra ormai un trend in flessione, per via della crisi ed anche di un sia pur lento cambiamento nel sistema energetico, prodotto dall’elettrificazione dei consumi e dall’efficienza. E’ rischioso: inquina più che per le eventuali perdite, per via delle necessarie procedure che accompagnano le operazioni con l’impiego di prodotti altamente tossici, esercita una pressione formidabile con il rischio di eventi sismici. E’ costoso e poco redditizio: hanno già dato forfait alcune compagnie che avevano inizialmente presentato domanda di autorizzazione, e che hanno valutato il pericolo di impegnarsi in attività onerose e osteggiate dalle popolazioni.

È evidente allora che si tratta di una pièce de résistence mirata a raggiungere una serie di disonorevoli obiettivi: intanto dimostrare emblematicamente che è il governo a comandare anche mediante il progressivo impoverimento dei poteri locali, la crescente espropriazione di competenze, l’indebolimento di quelle relative al controllo e alla vigilanza. Esibire come un’ostensione l’indole a appagare gli appetiti dei padroni, soprattutto quelli che appartengono alle dinastie imperiali, con predilezione per le multinazionali che su stanno accomodando in attesa delle magnifiche sorti e progressive del Ttip. Anche  a far credere che il mare è liquido, circola, mica lo puoi trattenere, alzare muri o recintarlo, e allora lo si può cedere, dare in comodato, offrire in sacrificio alla Francia per una grande bouillabaisse sovranazionale coi nostri pesci, o alla Nato perché si eserciti all’arte della guerra.

Ma c’è anche un’altra immonda volontà: incrementare divisioni, popolare fronti avversi per praticare il ricatto come sistema di governo: occupazione o ambiente, lavoro o salute, come è avvenuto all’Ilva, come è avvenuto in troppi casi nei quali si sono artatamente contrapposti in un duello mortale le ragioni della salvaguardia del posto e della qualità di vita. E’ umiliante che ci riescano, che ci sia ancora qualcuno che cade nel loro tranello come il  segretario Chimici Cgil, che si è schierato apertamente contro il referendum e a fianco delle trivelle, perché    “siamo ancora lontani”,  ha detto, da un “superamento dell’energia da fonte fossile” e mettendosi dalla parte delle lobby, della devastazione, dell’alienazione dei beni comuni e dei diritti, del brutto e del cattivo, come fosse un destino implacabile e che ci meritiamo per garantirci la sopravvivenza, che la vita deve essere esclusiva proprietaria e padronale.

Allora dobbiamo mostrare di saperci riscattare votando e facendo votare si il 17 aprile, se non vogliamo aspettare un’altra Chernobyl per sapere da che parte stare.


Trivelle autorizzate. Tremiti, tremate

trivelle fotoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci eravamo ormai abituati a sperare che Cassazione e Consulta potessero salvarci da ulteriori   iniquità e oltraggi a leggi e ragione. Ma pare che il regime abbia imparato a farsi furbo, intervenendo sulle sue stesse “riforme”  in modo da indebolire qualsiasi forma di opposizione.

È successo con i tre dei sei quesiti referendari proposti da dieci regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) contro le trivellazioni. La Cassazione  ha trasferito sulla nuova normativa entrata in vigore con la Legge di Stabilità il sesto quesito,  quello “strategico” sulle estrazioni in mare e sulla durata del giacimento.  Due secondo la Corte sarebbero stati in parte recepiti dalle modifiche approvate in Parlamento ed entrate in vigore con la Legge di Stabilità.  E gli altri sono dichiarati  inammissibili salvo quello che riguarda i divieti  di trivellazioni per l’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia marine, demandato alle decisioni sulla congruità della Corte Costituzionale.

Il camouflage operato sulla Legge di Stabilità l’ha trasformata in una Legge Truffa, grazie all’approvazione di emendamenti governativi che apparentemente risponderebbero alle obiezioni sollevate dalle regioni e riprese dai quesiti referendari, ma che invece grazie a  un gioco delle tre carte, tra abrogazioni e aggiunte, rettifiche  e elusioni, mimetizzano, per rilanciarla in grande stile, la ripresa delle attività petrolifere in terraferma e in mare e persino entro le 12 miglia dalla costa.

Con la solita cieca protervia e nella totale e barbarica indifferenza per interesse generale, ragioni dell’ambiente e  lungimiranza,  è stata cancellata la predisposizione del “Piano delle aree” (strumento di razionalizzazione delle attività oil & gas), si è introdotta una opportuna  modifica della norma del codice dell’ambiente, nella previsione di far salvi tutti gli interventi collegati a “titoli abilitativi già rilasciati” — all’entrata in vigore della legge di Stabilità — “per la durata di vita utile del giacimento”,  si creano le condizioni con le quali i procedimenti entro le 12 miglia marine sono solo sospesi e non chiusi definitivamente, si istituisce   un doppio regime di titoli (permessi di ricerca e concessioni di coltivazione/titoli concessori unici), criterio di salvaguardia della separazione delle attività puramente fittizio e che invece permetterà alle società del greggio di scegliere arbitrariamente e a propria discrezione, in come e dove agire nel nostro Paese.

Regioni, comitati, associazioni di cittadini, gufi incontentabili, hanno annunciato battaglia, tacciati immediatamente di retrivo disfattismo, per non compiacersi del dinamico attivismo perforatore che investirà il Paese in barba a ogni ragione di convenienza, visto che  se si decidesse  di “sfruttare” i fondali dell’Adriatico si potrebbero estrarre, entro il 2020, 22 milioni di tonnellate di idrocarburi, a copertura del  fabbisogno di 4 mesi di consumi  quando la domanda di petrolio registra ormai un trend in flessione, per via della crisi ed anche di un sia pur lento cambiamento nel sistema energetico, prodotto dall’elettrificazione dei consumi e dall’efficienza.

Ma qui non si parla di benefici per la collettività, non si parla di vantaggi per tutti: a dettare legge, e “riforme” e misure e norme, è la voce del padrone, in questo caso quella dei signori del petrolio, i veri beneficiari dello sfruttamento di quei giacimenti del quale noi cittadini  ben poco, se calcoliamo il valore delle royalties per le estrazioni, le più basse del mondo, delle ricadute nefaste sulla qualità delle risorse e dell’ambiente, della pesca, del turismo.

Il catalogo dei loro appetiti insaziabili, così come l’ha compilato il Ministero dello Sviluppo Economico inventariando   le concessioni autorizzate per le ricerche e lo sfruttamento, enumera  90 permessi di ricerca per la terraferma e 24 per i fondali marini, cui si aggiungono le 143 assegnazioni per «coltivazioni» di idrocarburi già individuati a terra e 69 in mare. Ma a preoccupare non è solo il volume di territorio investito dall’ossessione a scavare, perforare, trapanare, per arrivare al centro della terra? Come in un incubo faustiano. È che le trivelle insultano alcuni dei paesaggi più straordinari e vulnerabili, dalle Tremiti, nel parco naturale del Gargano, al largo di Foggia,   oggetto di un permesso elargito  alla Proceltic Italia srl, un sacrificio ambientale consumato per 5 euro e 16 centesimi al metro quadrato, nemmeno duemila euro l’anno, al Canale di Sicilia e alle coste tutte,  salvo Marettimo, Favignana e  Levanzo, unica area vietata a ricerche e perforazioni, da   Pantelleria  a Marina di Modica, da Portopalo di Capo Passero a Marzamemi. Se volete potete mettere le bandierine dell’obbrobrio sulla mappa d’Italia:   Rimini, Ravenna,   Pesaro e Senigallia,  e poi Ancona e il Conero,   fino a Termoli. Per non parlare della Puglia, ne Brindisino e nel Leccese e fino a Santa Maria di Leuca. E in Calabria e in Sardegna, in Basilicata, ma anche in Lombardia, in Abruzzo, in Toscana, in Lazio e in Piemonte, nelle Marche e in Veneto.

Sarà bene mobilitarsi tutti per contrastare questa campagna  della guerra dichiarata ai beni comuni, all’ambiente e alla salute (il milleproroghe  prolunga di un anno la licenza ad inquinare  per tutti “i grandi impianti di combustione per i quali sono state regolarmente presentate, alla data del 31 dicembre 2015, istanze di deroga” in attesa della “definitiva pronuncia dell’Autorità competente”), in nome di una sicurezza fatta di ordine etnico, di una crescita ad uso di giganti crudeli, di un lavoro ridotto a fatica senza diritti e garanzie. Non possiamo sperare in una salvezza che viene da fuori, su da Marte e nemmeno giù da sotto il mare, dobbiamo difenderci da soli.

 

 

 


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