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Drogati di guerra

talkAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma che nostalgia hanno delle carte geografiche con tanto di spilli e di bandierine, chissà come si strugge Vespa nel rimpianto dei plastici con le zone calde dei conflitti e dei modellini di bombardieri e tank. Hanno grandi difficoltà ad accontentarsi delle opportunità offerte da questa guerra asimmetrica, come la definiscono con un certo sussiego, diventati tutti strateghi, spioni, esercitando l’ossimoro dell’intelligence intelligente, già ampiamenti smentito dalla polizia belga retrocessa a nuova icone delle barzellette sui carabinieri. Però ce la mettono tutta i media nel proporci la miserabile passerella delle comparse della paura, dei guitti dell’opinione di regime, dei profeti dell’escalation di sventure, dei sociologi della portineria accanto, degli islamisti su Wikipedia,  tutti intenti all’opera di alimentatori di paura, di suscitatori di allarmi, di interpreti e suggeritori a un tempo  delle viscere più profonde  e vergognose dell’opinione privata, quella che torna a credere a quello che dice la televisione, proprio come una volta diceva: ma l’ho letto sul giornale, nella totale eclissi dell’informazione, oltre che della ragione.

Venuta meno la mediazione giornalistica, vomitano le immagini scaricate su twitter in modo da tenere in redazione e in salotto i cronisti, pronti a porgere domande di comodo proprio come bonbon, quelle previste e concordate dalla rigida sceneggiatura alla compagnia di giro dei politici, dei commentatori, degli esperti, dei tecnici, frettolosi passanti perché poi devono subito procurarsi la comparsata nell’altro talkshow, che l’unico effetto solidale  e coeso di questa “guerra” è la creazione di un pensiero unico, del superamento della concorrenza tra competitor in nome di quella necessaria unità nazionale che passa per il parlamento, il partito unico, il principino che recita il copione della cautela, da buon poliziotto buono in accordo con quelli cattivi, con RaiSetSette.

No, mi sbaglio, ogni tanto qualche giornalista, di preferenza donna – in modo che sia più credibile il ricorso alla paccottiglia delle emozioni artificiale come le lacrime post Fornero della nostra diplomatica di carriera, che non ha certo mostrato la stessa muliebre commozione e pietas per i profughi, economici e non, per le popolazioni coinvolte in bombardamenti umanitari, per non parlare dei poveri greci o nostrani incravattati dai nodi scorsoi comunitari – viene inviata nelle periferie, a affacciarsi in aulette e palestrine e cantine convertite in centri, associazioni o moschee, o davanti a banchi di strana frutta e pittoreschi, per stanare con stringente sicumera possibili simpatizzanti delle Jihad, per costringere a confessioni e per condannare alla doverosa gogna musulmani renitenti all’abiura, con il fine esplicito e dimostrativo di evidenziare la latitanze di un Islam accettabile, tollerabile, integrabile  con la dovuta prudenza, selezionato alla fonte anche grazie ai preziosi uffici del sultano caro all’Europa.

Continuando così è sicuro che perderanno la battaglia sulla concorrenza mediatica dei tagliagole, che forse per via di finanziatori, formatori e pedagoghi all’orrore di chiara marca occidentale, hanno appreso la lezione di Hollywood e il loro meta-terrorismo ha fatto tesoro  dei codici comunicativi e  sui modi   cinematografici e televisivi, praticando con efficacia truce le tecniche della post-produzione e del  lancio in prime time.

Ma in compenso tutto questo concorre a realizzare le aspettative del potere, di quell’imperialismo che applica la determinazione di imporre la sua egemonia a tutta la sfera sociale, economica, culturale: alimentare la paura, il sospetto, la diffidenza, l’inimicizia in modo da renderci più vulnerabili, più permeabili a soluzioni forti, all’imposizione di misure straordinarie diventate desiderabili, al sopravvento di figure autoritarie, alla necessità implacabile e improrogabile di rinunciare a conquiste, diritti, garanzie e libertà sul lavoro, come nella vita di tutti i giorni, della opportunità ineludibile di dismettere non solo le pacifiche abitudini ma anche e soprattutto allo stato di diritto. Quello stesso che viene sbandierato come componente essenziale della nostro civiltà, in contrapposizione con l’oscurantismo del nemico che ci assedia.

A proposito del Capodanno di Colonia,  il filosofo-sociologo-narratore acchiappacitrulli Zizek che in un suo pamphlet aveva non a torto sostenuto che   il fondamentalismo religioso e il liberalismo sono le due facce di una stessa medaglia, in cui jihadisti invasati e dall’aspetto truce, decapitatori, stupratori, genocidi, prelevati direttamente da un passato mitico e crudele, speculano in borsa, sono esperti di informatica  di media e quindi “figli ripudiati della modernità”, li ha interpretati come una manifestazione  dell’invidia dello “straniero” nei confronti del tenore di vita occidentale,  cui aspirerebbe. Tanto che frustrato e umiliato reagirebbe con lo sbrigliare di istinti bestiali.

Non so perché ma più mi guardo intorno e più dubito che il nostro modello esistenziale possa suscitare invidia, emulazione, imitazione ossessiva e rancorosa. A cominciare dal fatto che abbiamo rinunciato a immaginare l’utopia possibile, a proiettarci radiose visioni del futuro, a credere nella possibilità dei sogni, appagando il nostro bisogno fantastico con gli incubi, quelli della realtà.

 

 

 


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