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Che pensava Pansa?

pans Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è azzardato sostenere che l’informazione ha preso il peggio dai nostri colonizzatori, pensando al celebratissimo giornalismo anglo sassone e alla goffa imitazione nostrana che ha preferito lo scandalismo e il sensazionalismo al servizio della pubblicità e delle vendite, all’investigazione e all’indagine, l’opinione dalla poltrona davanti al desk al male ai piedi dei cronisti investigativi, i registratori infilati in bocca a congiunti in lacrime alle domande stringenti ai potenti, insomma  il “diritto” e non il “dovere di informare”, Prima Pagina di Wilder al Caso Watergate.

Ne abbiamo visti nelle redazioni,  direttori e capiredattori esultare, carichi di adrenalina, perché con numero dei morti nella catastrofe spettacolare aumentavano anche le tirature, mandare sul campo le delicate croniste perché facessero spremere un po’ di lacrime in più ai testimoni, aggiungendo pennellate di colori forti e la femminea emotività alla ricostruzione degli eventi. E ne abbiamo visti, con rarissime eccezioni, di pensosi elzeviristi e inviati scatenarsi in scenari sociologici o letterari,  in arditi reportage frutto di incursioni sotto i tavoli di Fortunato al Pantheon, sotto i letti donati da satrapi e tiranni somministrando pillole e ragguagli pruriginosi offerti dai protagonisti o da avversari occasionali in cambio di fedeltà alla causa di un regime impersonato e sostenuto  da editori impuri e improvvisati.

Per quello non c’è stato da stupirsi quando qualcuno, Pansa, tanto per fare un nome, ha deciso di esprimere lo stereotipo dell’italiano piccolo borghese, provinciale e intrinsecamente fascista, di Guareschi, Longanesi, di Prezzolini, dedicandosi alla pubblicistica in quel comparto specifico detto dell’uso pubblico della storia, come lo definì Habermas, che tanto i modi erano poi gli stessi e anche le finalità:  accreditare e diffondere attraverso la manipolazione, l’omissione, l’esaltazione fuorviante, una interpretazione di parte del passato. Ma anche suscitare scandalo per conquistarsi popolarità e “presenza” nelle vetrine, nelle classifiche e nelle Tv, mettersi cinicamente al servizio dei vincitori (in questo caso i liberatori di Auschwitz come nella vulgata del premio Oscar) per togliere vigore a un riscatto popolare, nel migliore dei casi retrocesso a cruenta guerra civile, e soprattutto contribuire così a quel clima che in nome della “pacificazione” aveva l’intento di parificare carnefici e vittime, oppressori e sfruttati, criminali e combattenti per la giustizia e la libertà.

Quello spirito del tempo aveva già preso piede quando la autorevole firma di Repubblica e dell’Espresso diede alle stampe il primo dei suoi pamphlet (i “Figli dell’Aquila” è del 2002,) tra la cronaca e il romanzo, carichi di bilioso spirito di rivalsa nei confronti della Resistenza, quei prodotti che nel gergo dei cosiddetti “vinti” sarebbe stato catalogato come l’invidia risentita degli “imboscati”, e che dovevano servire a rivalutare in morte – ma meglio ancora in vita – chi ha commesso crimini con convinzioni a loro dire speculari e nobili quanto  quelle del nemico, quindi ammissibili, giustificabili, legittimabili in nome della coerenza e della fedeltà a una causa, e che in nome dell’abnegazione di assassini e imbecilli, perde il carattere dell’infamia assassina.

Si può collocare nel tempo questo processo, in non sorprendente coincidenza con l’assunzione nel pantheon dell’immaginario collettivo insieme alla Giovane Italia, ai carbonari, ai garibaldini, dei ragazzi di Salò, dei repubblichini, dei divi dei telefoni bianchi con Valente e la Ferida, messi alla pari coi Fratelli Cervi, ma anche e non a caso coi morti di Reggio Emilia, con quelli di Portella della Ginestra, coi caduti sotto i colpi di Bava Beccaris o di Tambroni. Il tutto grazie alla decodificazione aberrante offerta da autorevoli profili istituzionali, primo tra tutti l’allora presidente  della Camera, Violante. E in previsione dell’augurabile convinzione da diffondere come un gas velenoso, che siccome siamo tutti nella stessa barca, tutti equivalenti in nome dell’unica uguaglianza concessa,  tutti vigliacchi, tutti ladri, tutti corrotti, è meglio non guardare per il sottile, e fare, appunto,  di tutta l’erba un fascio.

Anzi qualcuno situa l’inizio del cosiddetto uso pubblico della storia proprio in una data precisa , il novembre del 2002, quando  il consiglio regionale del Lazio  incarica il presidente della  Regione Francesco Storace di  istituire una commissione di esperti “che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie” e che studi  “forme di incentivazione per autori che intendessero elaborare nuovi libri di testo…” alternativi rispetto alla storiografia corrente animata dalla faziosità del controllo e dell’occupazione culturale delle sinistre intesa a nutrire “ in modo artificiale uno scontro generazionale che dura ormai da troppi anni e impedisce la ricostruzione di un’identità nazionale comune a tutti i cittadini italiani e l’affermarsi di un sentimento di autentica pacificazione nazionale”.

Comincia così la carriera di rinomati epuratori, che scaraventano sulle spalle della storia patria il carico vergognoso e impudico del revisionismo, frutto di polemiche e di esercitazioni  giornalistiche più che di rigorose ricerche storiografiche, pompato da rancori e frustrazioni, da sfrontati recuperi postumi di personalità indegne di memoria e di viventi altrettanto indecenti operato sotto l’influsso di sbornie intese a celebrare la fine delle ideologie per seppellire  le ultime idee. Comincia così e non si conclude.

Le rievocazioni compunte e commosse di Pansa “giornalista infedele in nome delle idee”, martire della “ricerca di verità scomode”, giornalista “che ha segnato un’epoca”, coraggioso professionista “controcorrente”, fanno il paio con le commemorazioni e beatificazioni del grande esule: un invito alla pace – meglio quella sociale imposta per decreto e per manifestazioni di piazza –  mentre soffiano ovunque venti di guerra, per stringerci tutti in un abbraccio così stretto da soffocare la sete di giustizia, la ribellione allo sfruttamento, la lotta dei reietti contro i sopraffattori.

 

 

 


Dalla padella a Nardella

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dovevamo aspettarcelo, tutto era stato preparato per smantellare l’edificio democratico costruito tenacemente su rovine e morte, grazie alle picconate alla storia, alla memoria del riscatto, a quella pacificazione che doveva sortire l’effetto di mettere tutti alla pari, vincitori e vinti, vittime e carnefici, eroi e vigliacchi. Ci avevano pensato negli anni fiori di figure istituzionali e alte cariche, dalla pietas comprensiva di Violante per i ragazzi di Salò, a Ciampi, restauratore di parale militari, indulgente con “i giovani che fecero scelte diverse”, come un successore iscritto al Guf in tempi sospetti, dalla benevola attenzione e generose ospitalità offerta perfino alle feste dell’Unità ai “pensatori” di Casa Pound al negazionismo istituzionale di un presidente del Consiglio che taglia i fondi alle associazioni partigiane.

Adesso siamo alla stretta, ostaggi di un’Europa che più volte ha messo in guardia dai rischi “morali” di carte costituzionali nate dai movimenti di resistenza nazionali e ispirate a principi socialisti, a ridosso di un referendum segnato dalle istanze bonapartiste e plebiscitarie di un napoleone formato bonsai, perfino i figuranti, perfino i caratteristi dialettali, perfino  i gregari rispetto ai neo costituzionalisti del Si, diplomati per corrispondenza a Radio Elettra,  sono chiamati a dare segnali simbolici e  dimostrativi.

Duole doversi occupare di una mezza figura come Nardella, un mezzo sindaco sotto tutela dell’augusto predecessore, del quale si sente chiamato a suggellare le nefandezze avviate contro la città di Firenze. Ma l’ometto, ha anch’egli una valenza allegorica: impegnato com’è a vario titolo a svendere patrimonio pubblico, territorio, diritti e buonsenso (è noto per volersi guadagnare l’approvazione dell’Unesco non attraverso la tutela dei monumenti, fermando l’alienazione dei beni comuni, limitando il sacco delle risorse e del suolo, non circoscrivendo la pratica oscena della trasformazione del tessuto abitativo in strutture a uso turistico, B&B residence, non rinunciando a una risibile alta velocità,ma multando energicamente gli extracomunitari per il reato di spaccio di stracci etnici e kebab, che oltraggia il decoro urbano), ma anche democrazia, partecipazione, radici storiche.

È stato lui a decidere di rottamarle, come vuole il padroncino, non invitando nessun rappresentante dell’Anpi alla ricorrenza della giornata della Liberazione di Firenze dall’occupazione tedesca.

Per dir la verità ragione  e onore dovrebbero persuadere le associazioni partigiane a procedere con celebrazioni proprie, lasciando al regime le sue giornate del tradimento e della slealtà, tanto sono stati  screditati la lotta e il sacrificio di chi ha combattuto ed è morto per consegnare a loro una libertà che non vogliono conoscere, amare e rispettare. Ma forse hanno ragione a fare della loro presenza una superstite denuncia, una residua forma di resistenza, se poi il Nardella per bocca della sua vice sindaca ha motivato la sua selezione con l’opportunità di offrire una immagine unitaria e coesa, in ragione dei pericoli che ci sovrastano: “il clima geopolitico mondiale e i recenti accadimenti terroristici hanno suggerito al sindaco di affrontare i temi della libertà religiosa e della convivenza civile tra popoli, collegandoli alla Liberazione”.

E come no, meglio far tacere quei pericolosi fanatici, quegli irriducibili e divisivi oltranzisti, quegli anarco isurrezionalisti che si sono macchiati di apostolato per il No. E ai quali viene rimproverata la data di nascita che non ha consentito loro di morire eroicamente, perché, ammettiamolo, i partigiani sono preferibili da morti, in modo che il loro esempio sbiadisca, la loro lotta si diluisca nella grande marmellata unitaria, quella del partito unico, dell’unico sindacato, della televisione unica, del pensiero unico.  

Ma andando in rete, leggendo i commenti a margine degli articoli si capisce che non è solo la miserabile propaganda dei golpisti in erba a aver attecchito. C’è qualcos’altro che ha corrotto tante testoline che non hanno voglia o che hanno paura di pensare, per non rischiare, per non prendersi la responsabilità di ribellarsi all’esproprio di tutto, beni, garanzie, diritti, lavoro, che queste mezze figurine stanno esercitando, quelle testoline che per il quieto vivere si accontentano di una sotto-vita.

E consiste probabilmente nell’affermazione dell’egemonia del presente, per la quale stiamo raggomitolati nell’istante in corso, rifuggendo la storia colpevole di ricordarci che anche noi siamo mortali, effimeri e rifugiandoci nell’eternità fittizia e immateriale delle rete, dello spettacolo che deve andare avanti. Qualcuno, Hobsbawn, Debord, ha messo in guardia dal presente permanente, che viene promosso dall’ideologia dominante perché è funzionale e organico all’ordine esistente, quello governato dai meccanismi di mercato, così che qualsiasi critica, qualsiasi memoria della dignità umana viene assimilata a velleitaria utopia. E dubito che Nardella sia consapevole di farsi strumento di quella rarefazione del tempo attuata da chi vuole far dimenticare il passato per non far credere nel futuro. Ma spetta a noi  difendere una storia di speranza, pena l’oblio di quello che vorremmo essere.

 

 


La giornata dei souvenir

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi mi ero ripromessa di prendermi una salutare vacanza dal web, di non farmi tentare da una visita ai social network, in modo da risparmiarmi il rituale quanto perentorio invito rivolto agli italiani di origine ebraica, ancorché atei, agnostici, laici e perfino bestemmiatori,  a differenziarsi fino all’abiura dalle politiche di uno stato straniero e dalle sue colpe, come se il sionismo – e l’adesione morale cieca e acritica ad Israele – fosse l’unica espressione possibile e moderna dell’ebraismo, del riconoscimento in una cultura, fatta di tradizioni,  abitudini,  ricette, canzoni, libri, poesie, musica, barzellette.

Invito particolarmente pressante proprio oggi perché la giornata della memoria pare fatta apposta per suscitare sdegno a orologeria e ad intermittenza in coscienze pigre, dedite all’oblio, inclini a quel “chiamarsi fuori”, a quella pretesa di innocenza favorita da una certa predisposizione all’ipocrisia di comodo, che dovrebbe esimere automaticamente dal prendere le distanze  dalle colpe e dai crimini commessi da noi.

Invito che pari pari viene rivolto a mansueti nativi di religione musulmana, oggi che l’antislamismo non prende il posto, e ci mancherebbe, ma si associa saldamente all’antisemitismo in un ecumenico  razzismo e in una generalizzata xenofobia contro chi è “differente” o pratica il misfatto di non volersi integrare accettando interamente usi, consuetudini, cucina, credo, abiti, idee e valori del pensiero dominante e asse portante della guerra di civiltà, come la disegna Michel Houellebecq, con un “occidente” costretto a scegliere tra Le Pen o l’islamizzazione.

Mi ero prefissata di non farmi affliggere dall’occasione offerta ai più cretini per sciorinare con l’occasione le loro moderne interpretazioni dei Protocolli di Sion, in modo da  addossare ai banchieri ebrei col naso adunco, avari e speculatori per codice genetico,  le responsabilità della crisi, ricordando magari che erano rimasti a casa l’11 settembre, magari per via di quella ossessione  paranoica per i “complotti”,  dall’abate Barruel ai  Savi Anziani di Sion, ai romanzi di Dan Brown, che esime dallo studiare le origine di quello che ci colpisce e dunque dall’agire.

Mi ero proposta di non farmi umiliare dalle forme più innovative di negazionismo, quelle facilitate da una lettura “politica della storia” che incoraggia infami pacificazioni, aberranti indulgenze e perverse assoluzioni che piacciono ai fan delle larghe intese,  quella che si dedica alla contabilità dei morti, alla gerarchia delle responsabilità, quella cui piace pensare che siamo “brava gente” e che usa l’appropriata celebrazione per dimenticare il manifesto della razza, le persecuzioni, l’apartheid, le leggi razziste riproposte con un certo successo nel corso dell’ultimo ventennio, le delazioni, anche quelle sdoganate contro i dipendenti pubblici all’attuale governo, le stragi, le repressioni e le discriminazioni nostrane che oggi siamo pronti a ripetere sul suolo natio e fuori.

Mi ero determinata a non cadere nella trappola di rispondere a vecchi e nuovi revisionismi, che non offendono solo le vittime della shoah, ma tutti gli “oggetti” delle soluzioni finali, perché apre la porta alla discolpa, al ridimensionamento, ai distinguo delle responsabilità degli assassini istituzionali di intere popolazioni, ai macellai coloniali –  alcuni dei quali di puro sangue italico –  di etnie, come ai persecutori di oppositori politici e ai repressori nel sangue di “diversi”, rei di inclinazioni, aspirazioni e costumi non ortodossi e non conformisti. E che sono già pronti a mettersi al servizio di più moderni imperialismi, di sempreverdi sfruttamenti e campagne cruente ai danni di legioni e probabili popolazioni di inferiori  resi tali dalla condizione di  vittime senza speranza di ricatti e sopraffazioni,  candidati schiavi, che se allora il lavoro rendeva liberi, figuriamoci adesso che il lavoro non c’è.

Perché si sa che il negazionismo, esplicito o pudicamente  implicito, della tragedia sofferta dagli amerindi,   dagli afroamericani, dai rom, dai sinti, dagli armeni  è un essenziale elemento costitutivo del mito  occidentale, delle patrie delle  democrazie, che può autoalimentarsi  solo a condizione di considerare irrilevante la sorte riservata alla massa di coloro che per secoli sono stati esclusi, oppressi o annientati dai signori del profitto, dai loro generali e dai loro kapò e soldatini colpevoli di banale e ottusa ubbidienza.

Si, mi ero ripromessa di non esternare una volta di più il mio fastidio per le celebrazioni ufficiali. E non solo perché il “commemorazionismo” diventa retorico e stucchevole fino a generare stanchezza e rigetto. E non solo perché riduce a liturgia la consapevolezza e ad obbligo estemporaneo e occasionale  il ricordo. E non solo perché non  liquida la possibilità che l’orrore si riproponga, visto che malgrado le giornate della memoria, delle donne, dei migranti si ripresenta con orrenda puntualità. E non solo perché ricordare non basta e non assolve. E non solo perché ridurre a rievocazione il male  potrebbe far pensare che  la malvagità sia prerogativa di alcune psicologie particolari e frutto di tempi e condizioni esterne da noi,  prodotto  di predisposizioni naturali, del carattere “perverso” di certi individui,  avvalorando l’idea di una “autoselezione dei malfattori” e che per difendercene basti individuare i “mostri”, giustiziarli e seppellirli fuori di noi.

 

Ma perché   tutto  può succedere di nuovo solo perché è già successo. Perché del male dobbiamo  avere paura ogni giorno, che ogni giorno occorre far sapere agli uomini che non deve mai cessare l’allarme. Perché  non sono l’irrazionalità, i profondi istinti ferini sempre in agguato, le tenebre della follia umana, a rendere  l’Olocausto   l’abisso dell’umanità, e insieme l’avvertenza che l’abisso si può replicare, proprio nella nostra contemporaneità nella quale per modernità  si intende una razionalità al servizio dell’omologazione, della tecnica al servizio del profitto, dell’organizzazione funzionale dello Stato al servizio di poteri di casta, dell’efficienza ingegneristica al servizio della disumanizzazione.   Proprio oggi che  si presentano le  condizioni per una ripresa generalizzata del fascismo e addirittura del nazismo, in Ucraina, in Olanda, in Ungheria, nei Paesi Baltici e così via, con il maquillage delle versioni più morbide e domestiche,   movimenti non solo tollerati, ma sostenuti dall’UE e dagli USA.

E che dire della presenza da noi della Lega Nord, del suo sfoderare la sua fusione operativa  con  Casa Pound,  solo apparentemente folkloristica o estrema. Apparentemente perché è solo il loro manifestarsi ed esprimersi con toni esplicitamente “barbari” che li distingue da un altro fascismo,  più potente e più pericoloso  fatto di ignoranza, incompetenza, corruzione, familismo e clientelismo, di arroganza, di prepotenza, e di sfregio continuo alle regole della democrazia costituzionale,   di condizionamento dei media e di promesse di ulteriori censure,  di aggressione dell’opposizione, di limitazione progressiva fino alla cancellazione di ogni diritto, un fascismo pronto a dismettere il volto sorridente appena si passa dal talkshow e dall’aula alla piazza,

Non basta ricordare il male un giorno e nemmeno  gli altri 364, per impedire che si ripeta. Non basta riconoscerlo nelle facce truci degli assassini.  Ma è già molto guardare quello che alberga in noi, anche quello mediocre dell’ipocrisia, della viltà, dell’indifferenza, dell’abitudine, del disincanto per riaccendere la passione e il coraggio dell’essere uomini.


Incresciosi disguidi degli smemorati di Livorno

 

 

anpi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Increscioso disguido”, hanno spiegato così la loro assenza alla cerimonia ufficiale per il settantesimo anniversario della liberazione della loro città, i dirigenti del Pd di Livorno. Un “problema organizzativo”, hanno detto, della stessa natura forse di quello che ha fatto perdere la maggioranza e la guida dell’amministrazione comunale tradizionalmente di sinistra. O una semplice dimenticanza, appunto, magari quella di appartenere a un movimento che doveva per vocazione e storia rappresentare gli sfruttati e interpretarne la volontà di riscatto, quella di portare rispetto agli uomini e alle donne che hanno dato la vita anche per la loro libertà e che in quella commemorazione dovevano essere onorati, quella che spinge quel partito alla rimozione fino alla distruzione della Costituzione nata dalla resistenza, alla cancellazione dei diritti conquistati allora e diventati anch’essi incresciosi ostacoli alla modernità e alla crescita, all’indifferenza irriguardosa per la nostra storia, per quell’affrancamento da una dittatura sanguinosa che forse sembra loro ormai un esempio da respingere, nascondere, che non venga in mente a qualcuno di trarne una lezione di dignità contro nuovi autoritarismi, nuove repressioni, nuovi fascismi.

Fino a qualche tempo fa l’avremmo attribuito a quella aspirazione a una artificiosa pacificazione ben oltre le manichee distinzioni tra bene e male, in modo che tutti fossero potenzialmente uguali, rei e incolpevoli, innocenti e criminali, fratelli Cervi e Ragazzi di Salò, Berlusconi e no. Oggi ormai non c’è nemmeno questa “disposizione”, non c’è più bisogno di distinguere tra fascismo e antifascismo, considerato da questo giovane o semplicemente scriteriato ceto dirigente, un fastidioso rottame del secolo scorso, un molesto vecchiume, un intralcio polveroso a un cambiamento che impone di disfarsi del passato, dell’edificio di regole, responsabilità, obblighi, doveri, diritti, rappresentanza, partecipazione che si chiama democrazia.

Non stupisce che per il Pd uscire dall’anomalia voglia dire uscire da quel poco che restava della democrazia dopo il ventennio di Berlusconi, favorito dalla latitanza di una imbelle opposizione appiattita nell’invidia dei suoi successi, nell’imitazione delle sue modalità, nell’assoggettamento al suo sogno italiano, appunto per legittimare come naturale il patto del Nazareno dopo che è stata autorizzata l’inazione sul conflitto d’interesse, sulla corruzione, sull’evasione, sulle amicizie e intrinsichezze con i mafiosi, sui sodalizi governative e parlamentari con razzisti e xenofobi, sulle smanie golpiste del piccolo tiranno più deriso per le sue ridicole esternazioni che condannato per i suoi propositi eversivi.

Sono finiti i tempi nei quali l’antifascismo costituiva un tratto comune delle democrazie europee del dopoguerra, pena l’esclusione dalla vita politica, come per una «conventio ad excludendum» che aveva ispirato perfino la destra gollista francese, preferendo perdere le lezioni che allearsi con Le Pen, che in Germania configurava come reato penale negare o ridimensionare lo sterminio del popolo ebreo (così come degli zingari, degli omosessuali, degli handicappati, degli oppositori politici a Hitler), che in Spagna o in Portogallo ha reso impossibile rivendicare il franchismo e il salazarismo. Sono finiti i tempi nei quali l’antifascismo doveva essere l’irrinunciabile orizzonte comune della cittadinanza democratica europea. Forse perché l’intento di chi comanda in Europa e altrove e chi gli ubbidisce lavora per distruggere con le sovranità nazionali, fatte anche della memoria di popolo delle proprie colpe e dei propri riscatti, la democrazie e le sue prerogative, a cominciare dalla carta di diritti e doveri, da libere elezioni nei quali i cittadini possano esprimere scelte stabilendo un patto di fiducia e sancendo l’incarico a rappresentarli di altri cittadini, selezionati in base alla competenza, alla capacità, alla trasparenza e onestà dei comportamenti, dalla tutela dei diritti, dalla protezione di chi vive da fuggiasco, dalla libertà.

La liberazione dalla servitù non piace al Pd, preferiscono assomigliarsi nell’ubbidienza, sentirsi affini  nell’arrivismo,  essere uniti nell’affermazione di sé e dei propri privilegi, restare smemorati per non dover ricordare la fatica di pensare, di decidere, di ribellarsi, di rischiare, di godere la fierezza e l’orgoglio della libertà conquistata, mantenuta, amata e trasmessa.

 


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