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La retorica dell’emergenza

monacaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Così inaspettatamente siamo ridiventati una nazione di navigatori, salvo Schettino, e di poeti, salvo quel molesto disfattista di Dante: serva Italia di dolore ostello, o quel frustrato nichilista di Leopardi:  vedo le mura e gli archi. E le colonne e i simulacri e l’erme. Torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, accordando invece una netta preferenza ai cantautori da Cotugno con l’italiano vero a De Gregori, viva l’Italia che lavora.

Il Corriere della Sera ha fatto il botto grazie all’edificante riabilitazione retorica dei connazionali a firma di degli esperti in caste e brocchi, dedicata a illustrare le virtù italiche suscitate dall’epidemia: Eppure, come nei momenti decisivi della storia, anche stavolta vengono fuori gli italiani solidali, lavoratori, coraggiosi. L’abnegazione di medici e infermieri è straordinaria. Le forze dell’ordine fanno la loro parte, mai difficile quanto ora. Categorie non amate come i politici e i giornalisti, che a dispetto dei luoghi comuni vivono una vita di relazione in mezzo alla gente, si scoprono particolarmente esposti. Le donazioni private crescono. Il patriottismo da balcone può non piacere; ma è anche questo il segno di un Paese che resiste. O intenta a auspicare il ritorno delle parole vere, che tornino a avere un peso, augurio quanto meno spericolato  a guardare la tribuna dalla quale viene somministrata la confortante pedagogia dell’emergenza. O emozionata nel  renderci teneramente  partecipi della epifania di chi ha la sorprendente rivelazione “delle strane suggestioni della solitudine in questi giorni di segregazione forzata…. Ero abituata ad andare a teatro o al cinema o a cena con gli amici. Improvvisamente mi rendo conto che quelli che io consideravo momenti poco importanti della mia vita, invece erano importantissimi”.

È tutto uno sventolare di tricolori sulle trincee dei supermercati, dei tinelli, delle terrazze, delle altane, comprese quelle di istituti religiosi senza Bertone, grazie a festose monache che improvvisano incoraggianti balletti “tanto pe’ cantà”.

E’ tutto un tributo al coraggio familiare, all’eroismo domestico di chi “sta a casa!”, al fegato di chi riordina la dispensa, all’ardimento di chi apre un libro di Vespa ricevuto a Natale scorso, all’intraprendenza di chi sbatte i tappeti in avvicendamento con i concerti di coperchi e i cori velleitari di Volare.

E  e dire che a migliaia facevano la fila per essere selezionati in qualità di stanziali coatti del Grande Fratello.

Chi si ricorda più la malasanità di ieri di fronte all’eroismo di oggi, chi si ricorda più gli anziani in corsia lasciati con lo stesso pannolone per una giornata, il morto nel letto vicino per tutto il weekend rievocativo di una esilarante pellicola americana, chi si ricorda più le liste d’attesa arbitrarie e discrezionali per una Tac o una risonanza, i pellegrinaggi da Sud a Nord alla ricerca del parere del clinico di fama. Chi si ricorda più i sorci che impazzavano sfrontati nel corridoio dove sostavano postulanti in attesa  di essere ammessi al pronto soccorso.

E chi si ricorda più il concorso di fattori che spingeva quotidianamente i cittadini a disertare l’assistenza pubblica, rivolgendosi a strutture e specialisti privati, pagando profumatamente esosi consulti e assicurazioni che dovevano restituire in cambio di altre cravatte, rate, privazioni, la restituzione se non della salute, almeno del rispetto dovuto a chi spende. Come se tutti quelli che hanno pagato le tasse, compresa quella sulla salute aggiuntiva delle normali trattenute, non avesse il diritto a assistenza e dignità negate perfino in punto di morte.

Perché poi è questo uno degli aspetti immorali degli stati di eccezione, far cadere l’oblio sul passato, sulle responsabilità e sulle colpe comprese quelle di chi ha subito e si è condannato al ruolo di vittima.

Così grazie al virus e a quelli che stanno compiendo il loro lavoro e il loro dovere, non siamo più autorizzati a guardarci indietro, a denunciare chi si è approfittato di noi e die nostri beni, speculando sulla debolezza della necessità o della malattia, a chi ha umiliato quelli che oggi celebra come martiri. Se c’è qualcosa che dovremmo contrastare quando si vive una condizione eccezionale è quel miserabile richiamo alla pacificazione, la stessa che equipara i ragazzi di Salò e i fratelli Cervi, in modo che carnefici e perseguitati meritino la stessa umana comprensione, o quell’invito a una unità che abbia il merito stendere una coltre di silenzio sull’urlo di dolore della gente e sulle risate degli imprenditori dell’Aquila.

Grazie al virus siamo tutti promossi, i ministri a statisti, i clinici in Tv piuttosto che in laboratorio, a Dottor Schweitzer;  il medico di base che effettuava le diagnosi per telefono: dica 33 al cellulare e faccia il selfie delle tonsille,   facendo passare avanti l’informatore medico con la strenna e i campioncini, a missionario;  la professoressa che volevate deferire al dirigente scolastico perché aveva tolto l’ iPhone al pargolo, o perché soffre di reiterate patologie che l’allontanano dalla cattedra, convertita in solerte educatrice a distanza. Senza dimenticare gli intrepidi bancari allo sportello tre mattine alla settimana, per farci pagare le cambiali.

Grazie al virus certo, ma soprattutto alla non disinteressata mescolanza di buoni e cattivi, onesti e sleali, che pare costituisca un fisiologico effetto collaterale degli stati di eccezione,  diventa un imperativo etico farci essere tutti uguali temporaneamente  e contemporaneamente, non davanti ai diritti, che restano sempre impari, nemmeno ai doveri, pure quelli difformi e discrezionali, ma davanti agli obblighi imposti dalla contingenza e dalla necessità.

Si tratta di obblighi imposti a tutti, con accolti con delle eccezioni, se guardiamo alla spesa dell’ex ministro esentato dai controlli ancorché senza nemmeno uno shopper dell’Esselunga. E con una preferenza per quelli che godono dell’onore delle cronache a fini dimostrativi e didattici: il delicato bozzetto delle giornate del primo cittadino di Firenze in isolamento per aver scelto il Pd invece di Italia Viva e così contagiato dal segretario, che si adopera a amministrare la città del giglio dalla stanza del figlio in qualità di smart-sindaco tra il pc e la play station del delfino, o i tweet della viceministra che aggiornano sui colpi di tosse e sul reponso del termometro. Perché nel caso non l’aveste capito, anche il coronavirus non riserva pari trattamento ai colpiti, quelli illustri lo contraggono in forma leggera, leggerissima, qualcuno addirittura si è messo in volontario autoisolamento, per non far correre pericoli agli altri, dice, facendo sospettare che si tratti di qualcosa che ricorda la sega a scuola, la “manca” il giorno del compito di matematica.

È finalmente ridiventato un obbligo anche quello di informare, talmente preso sul serio che siamo assediati da comunicazioni dissociate e schizofreniche, comandi contraddittori, soliloqui di inviati davanti alle porte serrate dei pronto soccorso, denunce e invettive con tanto di corredo iconografico di medici che farebbero meglio a stare in ambulatorio, profezie rovinologiche di accademici e predizioni di sventura di sociologi che Malachia je spiccia casa, sperimentazioni di festoso bricolage di giornalisti prestati a art attack, performance di statistici e analisti che fanno rimpiangere il pollo di Trilussa.

Così il vaccino consigliabile nell’immediato sarebbe spegnere la Tv, il pc, adibire i giornali la cui vendita è concessa per la loro qualità di servizio essenziale, all’antica funzione di incartare le scarpe da dare a risuolare. Che tanto la loro lezione è la stessa, trasmetterci il comando all’ubbidienza come fossimo i cagnolini da ammaestrare, non tanto per l’oggi, non tanto per farci stare a casa, ma per preparare un domani dimentico dei peccati originali, devastazione dello stato sociale, impoverimento di beni e valori morali, distruzione delle scuola, dell’università, della ricerca, quindi pronto a ripeterli, peggiorandoli grazie ai costi di questa emergenza, che ricadono sulla collettività.

E la collettività è chiamata da tutti a essere fiera, orgogliosa e contenta di essere cornuta, mazziata, ma applaudita dalle finestre dei palazzi abitati da chi oggi riabilita lo sciovinismo, il patriottismo del 2 giugno con la parata delle armi che compriamo invece dei indirizzare le risorse per ospedali, tetti e case, tutela del territorio, con i soldati che mandiamo non da riservisti e trionfalmente in campagne coloniali, in barba alla narrazione della nazione mite. Adesso la marmaglia peccatrice di populismo quando si incazza, ridiventa magicamente popolo, con una sua identità dimenticata, ora redenta e reintegrata con i toni epici delle eroiche penne habitué degli editoriali, perché   “quando arrivano i tempi in cui è questione di vita o di morte (mai espressione fu più appropriata) allora conta davvero chi parla la tua stessa lingua e condivide il tuo passato, chi ha familiarità con i tuoi luoghi e ne conosce il sapore e il senso, chi canta le tue stesse canzoni e usa le tue medesime imprecazioni” (Galli della Loggia, sempre sul Corriere).

Ci mancano solo la bevuta simbolica dell’acqua del sacro fiume in una grolla, il riscatto di Miglio, l’obbligatorietà della cassoeula a Masterchef, le mascherine autarchiche, e il recupero della baldanza e dell’orgoglio nazionale è fatto. Magari però sarebbe davvero ora di fare gli italiani.

 

 


Che pensava Pansa?

pans Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è azzardato sostenere che l’informazione ha preso il peggio dai nostri colonizzatori, pensando al celebratissimo giornalismo anglo sassone e alla goffa imitazione nostrana che ha preferito lo scandalismo e il sensazionalismo al servizio della pubblicità e delle vendite, all’investigazione e all’indagine, l’opinione dalla poltrona davanti al desk al male ai piedi dei cronisti investigativi, i registratori infilati in bocca a congiunti in lacrime alle domande stringenti ai potenti, insomma  il “diritto” e non il “dovere di informare”, Prima Pagina di Wilder al Caso Watergate.

Ne abbiamo visti nelle redazioni,  direttori e capiredattori esultare, carichi di adrenalina, perché con numero dei morti nella catastrofe spettacolare aumentavano anche le tirature, mandare sul campo le delicate croniste perché facessero spremere un po’ di lacrime in più ai testimoni, aggiungendo pennellate di colori forti e la femminea emotività alla ricostruzione degli eventi. E ne abbiamo visti, con rarissime eccezioni, di pensosi elzeviristi e inviati scatenarsi in scenari sociologici o letterari,  in arditi reportage frutto di incursioni sotto i tavoli di Fortunato al Pantheon, sotto i letti donati da satrapi e tiranni somministrando pillole e ragguagli pruriginosi offerti dai protagonisti o da avversari occasionali in cambio di fedeltà alla causa di un regime impersonato e sostenuto  da editori impuri e improvvisati.

Per quello non c’è stato da stupirsi quando qualcuno, Pansa, tanto per fare un nome, ha deciso di esprimere lo stereotipo dell’italiano piccolo borghese, provinciale e intrinsecamente fascista, di Guareschi, Longanesi, di Prezzolini, dedicandosi alla pubblicistica in quel comparto specifico detto dell’uso pubblico della storia, come lo definì Habermas, che tanto i modi erano poi gli stessi e anche le finalità:  accreditare e diffondere attraverso la manipolazione, l’omissione, l’esaltazione fuorviante, una interpretazione di parte del passato. Ma anche suscitare scandalo per conquistarsi popolarità e “presenza” nelle vetrine, nelle classifiche e nelle Tv, mettersi cinicamente al servizio dei vincitori (in questo caso i liberatori di Auschwitz come nella vulgata del premio Oscar) per togliere vigore a un riscatto popolare, nel migliore dei casi retrocesso a cruenta guerra civile, e soprattutto contribuire così a quel clima che in nome della “pacificazione” aveva l’intento di parificare carnefici e vittime, oppressori e sfruttati, criminali e combattenti per la giustizia e la libertà.

Quello spirito del tempo aveva già preso piede quando la autorevole firma di Repubblica e dell’Espresso diede alle stampe il primo dei suoi pamphlet (i “Figli dell’Aquila” è del 2002,) tra la cronaca e il romanzo, carichi di bilioso spirito di rivalsa nei confronti della Resistenza, quei prodotti che nel gergo dei cosiddetti “vinti” sarebbe stato catalogato come l’invidia risentita degli “imboscati”, e che dovevano servire a rivalutare in morte – ma meglio ancora in vita – chi ha commesso crimini con convinzioni a loro dire speculari e nobili quanto  quelle del nemico, quindi ammissibili, giustificabili, legittimabili in nome della coerenza e della fedeltà a una causa, e che in nome dell’abnegazione di assassini e imbecilli, perde il carattere dell’infamia assassina.

Si può collocare nel tempo questo processo, in non sorprendente coincidenza con l’assunzione nel pantheon dell’immaginario collettivo insieme alla Giovane Italia, ai carbonari, ai garibaldini, dei ragazzi di Salò, dei repubblichini, dei divi dei telefoni bianchi con Valente e la Ferida, messi alla pari coi Fratelli Cervi, ma anche e non a caso coi morti di Reggio Emilia, con quelli di Portella della Ginestra, coi caduti sotto i colpi di Bava Beccaris o di Tambroni. Il tutto grazie alla decodificazione aberrante offerta da autorevoli profili istituzionali, primo tra tutti l’allora presidente  della Camera, Violante. E in previsione dell’augurabile convinzione da diffondere come un gas velenoso, che siccome siamo tutti nella stessa barca, tutti equivalenti in nome dell’unica uguaglianza concessa,  tutti vigliacchi, tutti ladri, tutti corrotti, è meglio non guardare per il sottile, e fare, appunto,  di tutta l’erba un fascio.

Anzi qualcuno situa l’inizio del cosiddetto uso pubblico della storia proprio in una data precisa , il novembre del 2002, quando  il consiglio regionale del Lazio  incarica il presidente della  Regione Francesco Storace di  istituire una commissione di esperti “che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie” e che studi  “forme di incentivazione per autori che intendessero elaborare nuovi libri di testo…” alternativi rispetto alla storiografia corrente animata dalla faziosità del controllo e dell’occupazione culturale delle sinistre intesa a nutrire “ in modo artificiale uno scontro generazionale che dura ormai da troppi anni e impedisce la ricostruzione di un’identità nazionale comune a tutti i cittadini italiani e l’affermarsi di un sentimento di autentica pacificazione nazionale”.

Comincia così la carriera di rinomati epuratori, che scaraventano sulle spalle della storia patria il carico vergognoso e impudico del revisionismo, frutto di polemiche e di esercitazioni  giornalistiche più che di rigorose ricerche storiografiche, pompato da rancori e frustrazioni, da sfrontati recuperi postumi di personalità indegne di memoria e di viventi altrettanto indecenti operato sotto l’influsso di sbornie intese a celebrare la fine delle ideologie per seppellire  le ultime idee. Comincia così e non si conclude.

Le rievocazioni compunte e commosse di Pansa “giornalista infedele in nome delle idee”, martire della “ricerca di verità scomode”, giornalista “che ha segnato un’epoca”, coraggioso professionista “controcorrente”, fanno il paio con le commemorazioni e beatificazioni del grande esule: un invito alla pace – meglio quella sociale imposta per decreto e per manifestazioni di piazza –  mentre soffiano ovunque venti di guerra, per stringerci tutti in un abbraccio così stretto da soffocare la sete di giustizia, la ribellione allo sfruttamento, la lotta dei reietti contro i sopraffattori.

 

 

 


Dalla padella a Nardella

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dovevamo aspettarcelo, tutto era stato preparato per smantellare l’edificio democratico costruito tenacemente su rovine e morte, grazie alle picconate alla storia, alla memoria del riscatto, a quella pacificazione che doveva sortire l’effetto di mettere tutti alla pari, vincitori e vinti, vittime e carnefici, eroi e vigliacchi. Ci avevano pensato negli anni fiori di figure istituzionali e alte cariche, dalla pietas comprensiva di Violante per i ragazzi di Salò, a Ciampi, restauratore di parale militari, indulgente con “i giovani che fecero scelte diverse”, come un successore iscritto al Guf in tempi sospetti, dalla benevola attenzione e generose ospitalità offerta perfino alle feste dell’Unità ai “pensatori” di Casa Pound al negazionismo istituzionale di un presidente del Consiglio che taglia i fondi alle associazioni partigiane.

Adesso siamo alla stretta, ostaggi di un’Europa che più volte ha messo in guardia dai rischi “morali” di carte costituzionali nate dai movimenti di resistenza nazionali e ispirate a principi socialisti, a ridosso di un referendum segnato dalle istanze bonapartiste e plebiscitarie di un napoleone formato bonsai, perfino i figuranti, perfino i caratteristi dialettali, perfino  i gregari rispetto ai neo costituzionalisti del Si, diplomati per corrispondenza a Radio Elettra,  sono chiamati a dare segnali simbolici e  dimostrativi.

Duole doversi occupare di una mezza figura come Nardella, un mezzo sindaco sotto tutela dell’augusto predecessore, del quale si sente chiamato a suggellare le nefandezze avviate contro la città di Firenze. Ma l’ometto, ha anch’egli una valenza allegorica: impegnato com’è a vario titolo a svendere patrimonio pubblico, territorio, diritti e buonsenso (è noto per volersi guadagnare l’approvazione dell’Unesco non attraverso la tutela dei monumenti, fermando l’alienazione dei beni comuni, limitando il sacco delle risorse e del suolo, non circoscrivendo la pratica oscena della trasformazione del tessuto abitativo in strutture a uso turistico, B&B residence, non rinunciando a una risibile alta velocità,ma multando energicamente gli extracomunitari per il reato di spaccio di stracci etnici e kebab, che oltraggia il decoro urbano), ma anche democrazia, partecipazione, radici storiche.

È stato lui a decidere di rottamarle, come vuole il padroncino, non invitando nessun rappresentante dell’Anpi alla ricorrenza della giornata della Liberazione di Firenze dall’occupazione tedesca.

Per dir la verità ragione  e onore dovrebbero persuadere le associazioni partigiane a procedere con celebrazioni proprie, lasciando al regime le sue giornate del tradimento e della slealtà, tanto sono stati  screditati la lotta e il sacrificio di chi ha combattuto ed è morto per consegnare a loro una libertà che non vogliono conoscere, amare e rispettare. Ma forse hanno ragione a fare della loro presenza una superstite denuncia, una residua forma di resistenza, se poi il Nardella per bocca della sua vice sindaca ha motivato la sua selezione con l’opportunità di offrire una immagine unitaria e coesa, in ragione dei pericoli che ci sovrastano: “il clima geopolitico mondiale e i recenti accadimenti terroristici hanno suggerito al sindaco di affrontare i temi della libertà religiosa e della convivenza civile tra popoli, collegandoli alla Liberazione”.

E come no, meglio far tacere quei pericolosi fanatici, quegli irriducibili e divisivi oltranzisti, quegli anarco isurrezionalisti che si sono macchiati di apostolato per il No. E ai quali viene rimproverata la data di nascita che non ha consentito loro di morire eroicamente, perché, ammettiamolo, i partigiani sono preferibili da morti, in modo che il loro esempio sbiadisca, la loro lotta si diluisca nella grande marmellata unitaria, quella del partito unico, dell’unico sindacato, della televisione unica, del pensiero unico.  

Ma andando in rete, leggendo i commenti a margine degli articoli si capisce che non è solo la miserabile propaganda dei golpisti in erba a aver attecchito. C’è qualcos’altro che ha corrotto tante testoline che non hanno voglia o che hanno paura di pensare, per non rischiare, per non prendersi la responsabilità di ribellarsi all’esproprio di tutto, beni, garanzie, diritti, lavoro, che queste mezze figurine stanno esercitando, quelle testoline che per il quieto vivere si accontentano di una sotto-vita.

E consiste probabilmente nell’affermazione dell’egemonia del presente, per la quale stiamo raggomitolati nell’istante in corso, rifuggendo la storia colpevole di ricordarci che anche noi siamo mortali, effimeri e rifugiandoci nell’eternità fittizia e immateriale delle rete, dello spettacolo che deve andare avanti. Qualcuno, Hobsbawn, Debord, ha messo in guardia dal presente permanente, che viene promosso dall’ideologia dominante perché è funzionale e organico all’ordine esistente, quello governato dai meccanismi di mercato, così che qualsiasi critica, qualsiasi memoria della dignità umana viene assimilata a velleitaria utopia. E dubito che Nardella sia consapevole di farsi strumento di quella rarefazione del tempo attuata da chi vuole far dimenticare il passato per non far credere nel futuro. Ma spetta a noi  difendere una storia di speranza, pena l’oblio di quello che vorremmo essere.

 

 


La giornata dei souvenir

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi mi ero ripromessa di prendermi una salutare vacanza dal web, di non farmi tentare da una visita ai social network, in modo da risparmiarmi il rituale quanto perentorio invito rivolto agli italiani di origine ebraica, ancorché atei, agnostici, laici e perfino bestemmiatori,  a differenziarsi fino all’abiura dalle politiche di uno stato straniero e dalle sue colpe, come se il sionismo – e l’adesione morale cieca e acritica ad Israele – fosse l’unica espressione possibile e moderna dell’ebraismo, del riconoscimento in una cultura, fatta di tradizioni,  abitudini,  ricette, canzoni, libri, poesie, musica, barzellette.

Invito particolarmente pressante proprio oggi perché la giornata della memoria pare fatta apposta per suscitare sdegno a orologeria e ad intermittenza in coscienze pigre, dedite all’oblio, inclini a quel “chiamarsi fuori”, a quella pretesa di innocenza favorita da una certa predisposizione all’ipocrisia di comodo, che dovrebbe esimere automaticamente dal prendere le distanze  dalle colpe e dai crimini commessi da noi.

Invito che pari pari viene rivolto a mansueti nativi di religione musulmana, oggi che l’antislamismo non prende il posto, e ci mancherebbe, ma si associa saldamente all’antisemitismo in un ecumenico  razzismo e in una generalizzata xenofobia contro chi è “differente” o pratica il misfatto di non volersi integrare accettando interamente usi, consuetudini, cucina, credo, abiti, idee e valori del pensiero dominante e asse portante della guerra di civiltà, come la disegna Michel Houellebecq, con un “occidente” costretto a scegliere tra Le Pen o l’islamizzazione.

Mi ero prefissata di non farmi affliggere dall’occasione offerta ai più cretini per sciorinare con l’occasione le loro moderne interpretazioni dei Protocolli di Sion, in modo da  addossare ai banchieri ebrei col naso adunco, avari e speculatori per codice genetico,  le responsabilità della crisi, ricordando magari che erano rimasti a casa l’11 settembre, magari per via di quella ossessione  paranoica per i “complotti”,  dall’abate Barruel ai  Savi Anziani di Sion, ai romanzi di Dan Brown, che esime dallo studiare le origine di quello che ci colpisce e dunque dall’agire.

Mi ero proposta di non farmi umiliare dalle forme più innovative di negazionismo, quelle facilitate da una lettura “politica della storia” che incoraggia infami pacificazioni, aberranti indulgenze e perverse assoluzioni che piacciono ai fan delle larghe intese,  quella che si dedica alla contabilità dei morti, alla gerarchia delle responsabilità, quella cui piace pensare che siamo “brava gente” e che usa l’appropriata celebrazione per dimenticare il manifesto della razza, le persecuzioni, l’apartheid, le leggi razziste riproposte con un certo successo nel corso dell’ultimo ventennio, le delazioni, anche quelle sdoganate contro i dipendenti pubblici all’attuale governo, le stragi, le repressioni e le discriminazioni nostrane che oggi siamo pronti a ripetere sul suolo natio e fuori.

Mi ero determinata a non cadere nella trappola di rispondere a vecchi e nuovi revisionismi, che non offendono solo le vittime della shoah, ma tutti gli “oggetti” delle soluzioni finali, perché apre la porta alla discolpa, al ridimensionamento, ai distinguo delle responsabilità degli assassini istituzionali di intere popolazioni, ai macellai coloniali –  alcuni dei quali di puro sangue italico –  di etnie, come ai persecutori di oppositori politici e ai repressori nel sangue di “diversi”, rei di inclinazioni, aspirazioni e costumi non ortodossi e non conformisti. E che sono già pronti a mettersi al servizio di più moderni imperialismi, di sempreverdi sfruttamenti e campagne cruente ai danni di legioni e probabili popolazioni di inferiori  resi tali dalla condizione di  vittime senza speranza di ricatti e sopraffazioni,  candidati schiavi, che se allora il lavoro rendeva liberi, figuriamoci adesso che il lavoro non c’è.

Perché si sa che il negazionismo, esplicito o pudicamente  implicito, della tragedia sofferta dagli amerindi,   dagli afroamericani, dai rom, dai sinti, dagli armeni  è un essenziale elemento costitutivo del mito  occidentale, delle patrie delle  democrazie, che può autoalimentarsi  solo a condizione di considerare irrilevante la sorte riservata alla massa di coloro che per secoli sono stati esclusi, oppressi o annientati dai signori del profitto, dai loro generali e dai loro kapò e soldatini colpevoli di banale e ottusa ubbidienza.

Si, mi ero ripromessa di non esternare una volta di più il mio fastidio per le celebrazioni ufficiali. E non solo perché il “commemorazionismo” diventa retorico e stucchevole fino a generare stanchezza e rigetto. E non solo perché riduce a liturgia la consapevolezza e ad obbligo estemporaneo e occasionale  il ricordo. E non solo perché non  liquida la possibilità che l’orrore si riproponga, visto che malgrado le giornate della memoria, delle donne, dei migranti si ripresenta con orrenda puntualità. E non solo perché ricordare non basta e non assolve. E non solo perché ridurre a rievocazione il male  potrebbe far pensare che  la malvagità sia prerogativa di alcune psicologie particolari e frutto di tempi e condizioni esterne da noi,  prodotto  di predisposizioni naturali, del carattere “perverso” di certi individui,  avvalorando l’idea di una “autoselezione dei malfattori” e che per difendercene basti individuare i “mostri”, giustiziarli e seppellirli fuori di noi.

 

Ma perché   tutto  può succedere di nuovo solo perché è già successo. Perché del male dobbiamo  avere paura ogni giorno, che ogni giorno occorre far sapere agli uomini che non deve mai cessare l’allarme. Perché  non sono l’irrazionalità, i profondi istinti ferini sempre in agguato, le tenebre della follia umana, a rendere  l’Olocausto   l’abisso dell’umanità, e insieme l’avvertenza che l’abisso si può replicare, proprio nella nostra contemporaneità nella quale per modernità  si intende una razionalità al servizio dell’omologazione, della tecnica al servizio del profitto, dell’organizzazione funzionale dello Stato al servizio di poteri di casta, dell’efficienza ingegneristica al servizio della disumanizzazione.   Proprio oggi che  si presentano le  condizioni per una ripresa generalizzata del fascismo e addirittura del nazismo, in Ucraina, in Olanda, in Ungheria, nei Paesi Baltici e così via, con il maquillage delle versioni più morbide e domestiche,   movimenti non solo tollerati, ma sostenuti dall’UE e dagli USA.

E che dire della presenza da noi della Lega Nord, del suo sfoderare la sua fusione operativa  con  Casa Pound,  solo apparentemente folkloristica o estrema. Apparentemente perché è solo il loro manifestarsi ed esprimersi con toni esplicitamente “barbari” che li distingue da un altro fascismo,  più potente e più pericoloso  fatto di ignoranza, incompetenza, corruzione, familismo e clientelismo, di arroganza, di prepotenza, e di sfregio continuo alle regole della democrazia costituzionale,   di condizionamento dei media e di promesse di ulteriori censure,  di aggressione dell’opposizione, di limitazione progressiva fino alla cancellazione di ogni diritto, un fascismo pronto a dismettere il volto sorridente appena si passa dal talkshow e dall’aula alla piazza,

Non basta ricordare il male un giorno e nemmeno  gli altri 364, per impedire che si ripeta. Non basta riconoscerlo nelle facce truci degli assassini.  Ma è già molto guardare quello che alberga in noi, anche quello mediocre dell’ipocrisia, della viltà, dell’indifferenza, dell’abitudine, del disincanto per riaccendere la passione e il coraggio dell’essere uomini.


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