Annunci

Archivi tag: Oscar Farinetti

Il Bel Salame

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono notizie che esplodono come bombette puzzolenti lanciate da bulletti dentro ai cinema di periferia. Poi sembrano scomparire, il lezzo si affievolisce, i giovinastri pare si producano in altri miasmi. Invece  bisogna stare attenti perché il pericolo di essere asfissiati non passa. Succede con certe provocazioni lanciate per tastare il terreno, con certi annunci governativi sotto forma di promesse che al contrario sono minacce. Succede anche con progetti infami che si compiono sotto traccia nel silenzio complice dell’informazione.

Capita così che non sappiamo più nulla di quel centro  agroalimentare promosso dalla regione Umbria, dal Ministero delle politiche agricole e dalla Nestlé, capofila nella raccolta fondi, ma perlopiù  finanziato con fondi della Protezione Civile  peri via della sua profittevole qualità sociale di “struttura temporanea e reversibile” (sic)  “organizzata in una logica di rinaturalizzazione del sito”  e che dovrà ospitare  attività commerciali e di ristorazione a Castelluccio di Norcia. Ma guai chiamarlo centro commerciale: a luglio   la regione Umbria, insorta  in nome della verità e contro le fake news   (cui avevo modestamente contribuito anche io qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/07/22/svenduti-senza-un-piatto-di-lenticchie/ ) aveva magnificato  pregi di iniziativa nata per rivitalizzare la piana – ancora senza strade e collegamenti, al fine di offrire una vetrina agli allevatori e imprenditori messi in ginocchio dal sisma – ancora senza stalle, con le bestie morte di fame e freddo, molti dei quali ancora senza alloggio e quindi sfrattati dal loro territorio, e concordata a suo dire con le risorse umane locali, ma aperta a produttori, industrie e osti di tutta Italia e quindi in un festoso regime di concorrenza sleale, volto, c’è da sospettarlo, a mettere a disposizione il luogo, la fama e la memoria di un territorio simbolo del settore agroalimentare italiano, a multinazionali, ben rappresentate dallo sponsor caritatevole coi nostri soldi, e a da salumieri di regime. E aveva annunciato   che  entro la metà di agosto si sarebbe conclusa la fase di gara per l’affidamento dei lavori, con una rapidità finora mai esperita per quanto riguarda lo sgombero delle macerie, l’assegnazione di alloggi quelli sì temporanei e reversibili, per non parlare dei sussidi agli operatori locali, delle defiscalizzazioni e degli aiuti.

Pare che invece abbia proceduto con invidiabile efficienza il concorso di attori a sostegno dell’ultima poliedrica iniziativa del real fornitore del giglio magico, Oscar di nome e autopremiatosi Oscar del coraggio, come da bestseller, del mecenatismo grazie a trasvolate di guglie del Duomo e a vergognose mostre a fine didattico sul Rinascimento tramite luganeghe, e ora candidato anche a miglior fico del bigoncio, grazie appunto a Fico, il sequel dell’Expo in cui ha imperato in regime di esclusivo monopolio: 80.000 metri quadrati dati  in concessione per 40 anni dal Comune di Bologna e della Regione Emilia Romagna, 45 punti di ristoro alle porte di Bologna che saranno presenti all’interno di  Fabbrica italiana contadina, “un’arca” sulla biodiversità dell’agroalimentare italiano, con un percorso che andrà – pensate un po’ – dai campi, con due ettari di coltivazioni, alla produzione, con 40 stabilimenti artigianali, fino al piatto. “Puntiamo a 6 milioni di visitatori l’anno”. Al cui servizio presteranno la loro opera, nella maggior parte volontaria ma “formativa”,  700 dipendenti   in un’altra gioiosa sperimentazione dei fasti del Jobs Act, grazie al trionfo di contratti non più straordinari e al vergognoso istituto di sfruttamento legale dell’alternanza scuola lavoro.   E siccome Farinetti vanta anche una vocazione pedagogica,  Fico  ospiterà 40 monumenti di archeologia industriale come significativo corredo a gorgonzola e ‘nduja, gentilmente concessi dal Museo della civiltà contadina, incantato dal sogno demiurgico di  una «disneyland dell’ enogastronomia made in Italy» cui partecipano, con il Gran Norcino,  il Centro agro alimentare di Bologna (Caab), il Comune di Bologna e Coop Alleanza 3 e che verrà promossa in tutto il mondo grazie all’ Enit, l’ agenzia nazionale per il turismo.

Intanto Confesercenti denuncia che a Cascina Merlata “ un nome bucolico per una ulteriore gettata di cemento tra i quartieri Gallaratese e Quarto Oggiaro”  dovrebbe sorgere uno dei più grandi centri commerciali d’Europa, realizzato e gestito da Falcon Malls, del gruppo Fawaz Alhokair dell’Arabia Saudita, cui si aggiungerebbe ben presto una struttura gemella a ridosso – solo “a ridosso”? –  delle aree che hanno ospitato l’ Expo, di fianco all’ipotizzato distretto della salute, dove dovrebbero andare gli Istituti Besta e Tumori, in modo da avvalersi di servizi e viabilità.

Il destino d’Italia è segnato: quello di un parco tematico che combina merci uguali in tutto il mondo e storia senza uguali, una mangiatoia dove cittadini ormai affamati devono prestarsi a mansioni servili,  un supermercato della memoria e della creatività, organizzato per offrire a passanti frettolosi lo sfondo per i loro selfie, un mall della bellezza senza residenti, ma solo clienti. Clienti che sono sempre più poveri e in numero sempre più ridotto. Proprio perché viene meno quel tessuto  diffuso di beni artistici e paesaggistici, per far posto a imitazioni delle città e dei loro palazzi, perfettamente sovrapponibili a Milano come a Dubai, in Sicilia come in Minnesota. Così è preferibile aggirarsi tra i canali falsi della Venezia di Las Vegas e tra le vie della San Gimignano di Chongqing, se i banchi e le vetrine della Mecca e Riyad, di Pittsburgh o di Chandigarh espongono lo stesso lusso per gli stessi ricchi, ugualmente avidi e annoiati.

 

 

 

 

Annunci

Più Nerone di così

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non stupisce più di tanto che nel pantheon del Ministro dei Beni Culturali ci sia anche un mediocre suonatore di cetra affetto da patologica megalomania. Il ministro Franceschini ha già più volte dimostrato di essere un sostenitore di una rovinosa valorizzazione di monumenti e paesaggi, convertendoli a fini commerciali in ambientazioni per circenses, location per eventi e convention, anche grazie a un disinvolto regime   di  “affidamento”  quando non di comodato, a mecenati selezionati tra norcini reali e dinamici calzolai.

A lui dobbiamo alcune proposte creative perfettamente coerenti con l’ideologia che ha ispirato il suo slogan “Very Bello” , entrato ormai nella leggenda: la trasformazione della Magna Grecia in un polo del golf, nello spirito che ha animato la candidatura per la Ryder Cup, che, come si evince dall’articolo 65 della bozza di decreto legge ‘Disposizioni urgenti in materia di finanza pubblica” in attesa di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale,  potrà godere relativamente alla parte non coperta dai contributi pubblici, di una garanzia dello Stato per un ammontare fino a 97 milioni di euro.

O anche come la metamorfosi del Colosseo, riverniciato a cura dell’illustre sponsor dei suoi stivali, in futuro palcoscenico per gladiatori e leones e per eventi mediatici in stile son e lumière, grazie anche allo stanziamento di 18 milioni pubblici supplementari, per realizzare un’opportuna copertura, come nei cine estivi della riviera romagnola e come, col suo suffragio, avverrà all’Arena di Verona col proposito di farne un bel palasport. O il ristorante extra lusso sul Palatino per accontentare gli appetiti più esclusivi suscitati dall’Expo milanese.

Per non dire dell’appetitosa mutazione di musei e gallerie in aziende profittevoli in virtù dell’esperienza di marketing di manager dinamici e  innovativi, maturata in imprese commerciali internazionali. E con una particolare competenza  nell’export, valore in più necessario, pare,  per incrementare la somministrazione oltreoceano di opere e reperti in mostre e grandi eventi che dovrebbero ridare lustro alla nostra credibilità all’estero, ingiustamente messa in discussione da organizzazioni superciliose e occhiute.

Eh certo, da cosa nasca cosa:  esposizioni e fiere, comprese quelle dei salami e della porchetta come veicoli di propaganda del nostro secondo Rinascimento feat Renzi, rappresentano una passerella auspicabile e gradita per chi ha fatto suo quello sciocchezzaio infame della cultura come il petrolio, cui attingere con le trivelle dello sfruttamento speculativo, aprendo ai privati nella duplice e concorde veste di non disinteressati mecenati  come da avere di acquirenti, come dimostra un provvedimento “facilitatore”, concordato con quelle il ministro  ha benevolmente definito “associazioni di settore”, cioè il mercato dell’arte: mercanti, galleristi, case d’asta, assicuratori e trasportatori,  impegnati a ubbidire al leggendario imperativi di Renzi secondo il quale Uffizi, musei, arte devono diventare macchine per fa cassetta.

E a chi riferirsi idealmente dunque, se non a Nerone, alla cui figura è ispirato  il musical “Divo Nerone — Opera Rock”? un  mega show che ha trovato, anche grazie al suo patrocinio, lo scenario giusto nell’area di  Vigna Barberini all’interno del sito archeologico del Palatino, che ospiterà una struttura di   36 metri di larghezza, 27 di profondità e 14 di altezza,  una platea di 480 poltrone a 180 euro, imponente impianto audio e di illuminazione e, infine tre file di gradinate per la plebe da 45 euro,  con fitto a prezzo stracciato, per la spettacolare ambientazione, di soli 250 mila euro a fronte del vantaggio prelibato di far allungare di un giorno la permanenza di succulenti visitatori all inclusive.

Eppure con questa ulteriore referenza nel curriculum il Ministro ha avocato al suo dicastero la gestione assolutistica e il controllo scientifico, organizzativo e economico del sito archeologico del Colosseo, espropriando il  Comune di Roma di quello che non è solo uno straordinario frammento  di un ineguagliabile patrimonio storico, artistico e culturale,  ma un vero e proprio pezzo di città.

Alla reazione del sindaco di Roma e alla sua rivendicazione sacrosanta di autonomia, che dovremmo aspettarci anche altrove, a Venezia come a Firenze, Franceschini ha risposto con la stizza di chi si è visto rompere le uova nel paniere delle sue relazioni con privati, mercato, con la macchina degli organizzatori di eventi e della pubblicistica, della comunicazione e dell’advertising monopolistiche collegate, con gli sponsor, affittuari e compratori  dai quali lui e sindaci del passato e del presente si sono recati in missione col la valigetta del campionario.

A reggere il canestro insieme al ministro c’è il solito stuolo di reggicoda, chi impiegato nell’opera di diffamazione, purtroppo in altri casi meritata, della giunta Raggi, chi direttamente interessato, chi contaminato dalla volgarizzazione e mercificazione della cultura che dovrebbe essere obbligata a abbassare i suoi livelli per scendere a quelli del popolo bue: circenses senza pane, Mozart retrocesso a jingle negli spot del brandy, Divina Commedia erogata dal buffone, proprio come  la Costituzione d’altra parte, buona per essere divulgata nei biglietti dei cioccolatini da regalare il giorno della Memoria della Democrazia e della Bellezza.

 

 


Il norcino del re

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Guai fare indispettire il norcino del re: potrebbe mollare tutto e delocalizzare il brand della ribollita d’arte, trasferendo, armi bagagli, l’Italia della pizza e fichi, del lardo di colonnata e dei pistacchi di Bronte  a Detroit, in Olanda, in Gran Bretagna come hanno fatto altri illustri quanto permalosi imprenditori e manager a dispetto di governi che li idolatravano, assecondavano e gratificavano con   aiuti e prebende.

A far stizzire Farinetti – a un tempo industriale, pontefice della svolta confessionale del cibo officiata dai masterchef quando non dalla Parodi, mecenate di ravanelli come del Rinascimento (è tristemente noto il   “percorso museale” tra le mura del suo emporio fiorentino, che “racconta con  pannelli didattici i luoghi, i valori e le figure storiche che hanno contribuito al periodo artistico e culturale più fulgido di sempre” tra le quali campeggia immancabile il suo ritratto), finanziatore generoso e fiore all’occhiello della Leopolda anche in quanto sperimentatore in proprio del Jobs Act, ancora prima della “riforma”, attraverso un uso massiccio del precariato: 8 euro lordi l’ora, e perciò denunciato dai suoi sventurati dipendenti che lo chiamano lo “squalo” – è stato Raffaele Cantone, il magistrato collocato a capo dell’autorità nazionale anti corruzione. Esuberando dalla sua funzione simbolica e dimostrativa alla quale è stato condannato a fronte dell’inerzia ormai proverbiale di governo e parlamento,  il presidente dell’Autorità a seguito di un’interrogazione di Sel, ha chiesto di  verificare le procedure dell’aggiudicazione diretta degli spazi  per realizzare “l’osteria più grande del mondo” all’interno dell’Expo 2015: due ‘stecche’  (si chiamano così) da 4mila metri quadrati, in  ciascuna delle quali  funzioneranno 20 ristoranti, uno per ciascuna regione italiana.

Apriti cielo. La reazione del Farinetti furioso non si è fatta attendere: “Se continuano le polemiche di gente che non fa e che ha un sacco di tempo da perdere per criticare chi fa, noi ci ritiriamo senza problemi”. E nemmeno la difesa d’ufficio del commissario Sala: “Possiamo non fare una gara quando c’è unicità. E dal nostro punto di vista, Eataly è unico”.

Eh si, Eataly deve essere proprio unico, tanto è vero che ben oltre la protezione del premier che aveva chiesto al suo patron di ricoprire un incarico di governo in festoso conflitto d’interessi, il Comune di Bologna non ha mai smentito la congrua partecipazione con 55 milioni alla realizzazione di una “esperienza sensoriale” anche quella “unica”: il monumento a Eataly,  un polo della gastronomia  in mezzo a svincoli e viadotti, in una radura larga e lunga 72 ettari, due volte il Vaticano, a 10 chilometri dalla città.  Anche là partner d’eccezione, come all’Expò, sono le Coop, che hanno annusato insieme a quello della mortadella, il profumo ineffabile dei soldi, se verranno mantenute le promesse dello squalo in veste di  “ Disney  del cibo tricolore”, come ebbe a definirsi:  “datemi 100 milioni di euro, un treno veloce e vi porto 10 milioni di donne, bambini e uomini”.

Davvero unico, se il sindaco Pisapia, incurante del ridicolo e la curia di Milano, incurante dell’esuberante ingresso dei mercanti nel tempio, hanno acconsentito che il  Duomo facesse “il suo debutto nel Flatiron District con la mostra “Eataly per Duomo” ospitata dal fondatore Oscar Farinetti, in cui sono esposti storici tesori architettonici datati oltre sei secoli:  la statua di Santa Lucia, un’immagine della Vergine ed un assortimento di guglie uniche,  organizzata per promuovere la Expo Milano che prenderà il via a maggio 2015”. “La mia presenza a New York – ha spiegato in quell’occasione il sindaco Pisapia – soprattutto è per rafforzare l’amicizia tra Milano e la City, in secondo luogo per far conoscere le offerte che Milano farà sia prima che durante e dopo l’Expo”.  Insomma come non cogliere l’opportunità di approfittare della notorietà di Farinetti, dell’avvio della “food policy”  per promuovere il misconosciuto Duomo di Milano, proprio come il logo lanciato dal sindaco d’Italia doveva accreditare Firenze, notoriamente ignota ai più? Sarebbe quello l’obiettivo della  campagna pubblicitaria “Do You Duomo”,  corroborare l’immagine di Milano e del suo edificio simbolo, con l’intento secondario di raccogliere quei fondi per il restauro che, malgrado il trattamento di favore, il patron non sgancia preferendo il ruolo di oculato sponsor a quello di munifico mecenate .

Unico eccome, Farinetti che in tempi di carestia si propone di riempire la pancia .. peccato sia la sua.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: