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La Grande Sconcezza

E__MGZOOMAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come per  una rivelazione tremenda e sconcertante i romani – quelli che dal 2007 transitano per l’Esquilino davanti allo stabile concesso da Veltroni a Casa Pound, come gesto di integrazione nel contesto civile  di un movimento i cui dirigenti stanno alla pari in piazza con i sindacalisti della Ps e   nelle sale da convegno  con esponenti dell’arco costituzionale, quelli che da anni hanno appreso a loro spese che il calcio della Magica o della Lazio è infiltrato da ultrà dichiaratamente “neri”, quelli che hanno sempre saputo ma ciononostante si sono sorpresi nell’apprendere che tutti gli affari sporchi della capitale  erano nelle mani di un assassino che combinava la militanza nei Nuclei Armati Rivoluzionari con l’attivismo nella Banda della Magliana, tranquillizzati però da una sentenza che lo risparmia dalla nomea di mafioso, quelli che stando ai Parioli o in Prati sono stati esentati dalla visione degli accadimenti che interessano quelle che vengono bollate come “periferie degradate” e covi di beceri squadristi, protetti da una plebaglia ignorante e malmostosa, dove sono stati confinati indigeni insieme a altri disperati venuti da fuori dunque non legittimati a esprimere malessere, controllate da organizzazioni di estrema destra che collaborano con la malavita –  ecco, i romani, proprio quelli sono stati informati  per via del secondo incendio appiccato a una libreria libera a indipendente dai circuiti monopolistici dei bestseller un tanto al chilo, che a Roma si è materializzata una minaccia fascista finora dormiente, che avrebbe tratto vigore dal consenso generatosi intorno a un leader che incarna l’ideologia della violenza, della sopraffazione, della xenofobia.

Allora hanno proprio visto giusto quelli che hanno preteso l’istituzione di una commissione che prende il nome dalla proponente più autorevole,  scampata alla ferocia nazista ma non a quella dei cretini tanto da essere costretta a dotarsi di una scorta, composta magari di poliziotti che erano alla manifestazione con i neo fascisti.

Eh si, perché cosa c’è di meglio che catalogare l’odio razzista secondo tipologie e gerarchie facilmente identificabili, grazie a antichi marchi sempre attuali, a slogan sempre riecheggiati, per lasciare in ombra altri meno emblematici e appariscenti, autorizzati e promossi dalle stesse autorità e dagli stessi poteri che proprio a Roma cedono alle pressioni di società sportive e immobiliari dedite a affari opachi e a loro volta soggette alle sollecitazioni esercitate da skinhead che pretendono uno o più Colossei, da quelli che grazie a una pianificazione  della città nella quale si negozia il diritto all’abitare concedendo un trattamento di favore agli appetiti dei costruttori, creando mostruose aggregazioni prive di servizi, marginali e emarginate,  concedendo volumetrie spropositate  per edificare costruzioni che non vengono popolate e si ergono come monumenti celebrativi della speculazione, quelli che esigono nuovi investimento per costruire mentre il patrimonio immobiliare pubblico e provato viene consegnato nelle mani di ceti privilegiati e faccendieri grazie all’esodo forzato grazie dei residenti, così ai colossi vuoti della Cristoforo Colombo o alle ristrutturazioni dentro la cinta del centro storico che stravolgono l’identità storica e urbanistica, fanno da contrappeso le nuove bidonville dei senzatetto, le occupazioni di falansteri mai finiti, la baracche ripopolate.

È che ormai abbondano le imitazioni farlocche delle ideologie e dei movimenti, un’ecologia dei giardinieri senza lotta a un modello di sviluppo imperniato sulla dissipazione e lo sfruttamento, un femminismo delle “arrivate” o arriviste solo in chiave antipatriarcale che non contempla la denuncia della sopraffazione capitalistica, e si augura la mera sostituzione aritmetica di donne al posto dei maschi nei ruoli chiave, di un antifascismo “liberale” che si compiace che una corporation privata chiuda le pagine di un’organizzazione o che venga istituita una commissione parlamentare, quando ha tollerato che per quasi settant’anni semplicemente non venissero applicate le leggi (Scelba o Mannino) preferendo l’applicazione di una censura discrezionale, intermittente e dunque arbitraria, ostentando una offensiva ignoranza del rapporto tra  diritti e diritto.

È l’antifascismo di occasione che ha ripreso fiato grazie a Salvini e lo ha soffiato nei polmoni di un partito morente per rinvigorirlo e permettergli la duplice funzione di ago della bilancia e di salvatore della patria e regalandogli un ruolo egemone usurpato grazie alla acquiescenza degli ex alleati del feroce all’Interno che aveva avocato a sé pieni poteri insieme a moijto, felpa, infradito, concessi e riconfermati anche via cavo Tv dal voto in Umbria. Quello che ci ha abituati al ragionevole compromesso tra onnipotenza virtuale con le armi dei like o dell’invettiva e l’impotenza concreta nei confronti delle armi imperiali, ricatti, intimidazioni, coercizioni che continuano ad essere quelle del totalitarismo che l’Ue non condanna perché ne fa parte in forma di volonterosa colonia, in modo che il poco fascismo visibile mascheri il molto fascismo invisibile.

Ormai si replica perché il fascismo a Roma come in tutta Italia  c’era, c’è stato e c’è, fatto di corruzione, di parassitismo, della speculazione di predoni, costruttori e immobiliaristi, di burocrazie che restano anche quando i ministri se ne vanno perpetuando la loro gestione opaca che ostacola partecipazione, conoscenza e trasferimento delle informazioni sui processi decisionali, di istituzioni finanziarie marce come ai tempi dello scandalo della Banca Romana, di amministratori pronti a consegnarsi ai soliti poteri forti di qua e di là del Tevere, a cancellare rioni per far passare qualche tiranno, a fare dei servizi alla città le greppie per clientele sempre più voraci e prepotenti,  di scandali e delitti soffocati grazie alle porte girevoli di tribunali e alte corti.

A manifestare contro l’incendio appiccato dal racket fascista non a caso appiccato con le stesse micce di quello delle estorsioni, è sceso in piazza il popolo di Centocelle a dimostrazione che le geografie della consapevolezza, della critica, dell’opposizione e dell’antifascismo ci sono anche se non hanno i riflettori e le telecamere puntate e non perché non fanno audience, ma perché il fascismo contro il quale lottano è quello comandato in alto e che si realizza a Chiatamone, a Taranto, con Tav e Tap, nell’hinterland di città dove non arrivano bus e tram gestiti da carrozzoni clientelari, dove vengono conferiti rifiuti, quelli che sfuggono l’import-export delle imprese dei triangoli industriali criminali e quelli considerati tali perché hanno la sventura di essere poveri, malati, vecchi, stranieri, nelle favelas che spaventano i ghetti di lusso con il respiro avvelenato della collera.

 

 

 

 

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E adesso povero sorcio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando penso agli italiani che ogni giorno si sentono minacciati nella loro identità e nella loro appartenenza a una civiltà con annesso stile di vita superiore, da etnie, abitudini e tradizioni incompatibili a loro dire con democrazia, libertà individuale, progresso, invece di prendersela con i loro carnefici, me li immagino come topini di laboratorio costretti a arrampicarsi su e giù per le scalette delle loro gabbie sempre meno dorate, pungolati nella loro dissennata corsa da rate, mutui, bollette e i mille capestri pensati per avvilirli, annientarne forza e indipendenza, ricattarli e impoverirli per farne sudditi annichiliti e animali spossati dal loro inutile affannarsi.

Adesso mi succede di vederne una nuova di cavia che si agita, corre su e giù, lancia squittii ormai inascoltati pensando siano ruggiti.  Perché non si tratta di un leone ferito e nemmeno di un cinghialone morente, è un sorcio che non ha conosciuto nobiltà nella vittoria e che mostra la sua miseria nella disfatta.

Non dirò povero Renzi nel vedere la sua ricerca di prove della sua esistenza, della possibilità, ormai remota, di resurrezione mentre insegue l’aborrito populismo, lancia risibili editti e scomuniche, invoca misure poliziesche, repressione e respingimento, o  cerca tribune e platee sempre meno influenti e sempre più ridotte, che, doveva saperlo, altri topi che aveva intorno hanno abbandonato da tempo la nave, fossero famigli per loro natura sleali, compagni di merende che ritengono di non aver mangiato abbastanza, affini e quindi come lui dediti a tradimento e abiura, celebrati censori a mezzo servizio e augusti giustizieri che si accorgono solo ora della trama oscura di misfatti nella quale agivano l’illustre babbo e l’acclamato amichetto del cuore.

Non dirò povero Renzi! di uno dei peggiori prodotti commerciali ridotto a esibirsi sugli scaffali dell’outlet della politica. Troppo dobbiamo imputargli: essere stato l’esecutore solerte di quella strategia che ha combinato debito pubblico sempre più ingente e impoverimento sempre più diffuso e devastante per esercitare un controllo sociale definitivo, con l’aiuto di misure e leggi speciali, il rafforzamento artificiale dell’esecutivo, lo smantellamento della rete dei controlli e l’esautoramento del parlamento, mentre diventavamo sempre più labili influenza e autorevolezza degli stadi intermedi, sindacati, stampa, organismi rappresentativi e partecipativi. A lui e alla sua cerchia di ministri si deve la poderosa ripresa in grande stile del sacco del territorio grazie al miserabile impegno investito nella difesa e protezione (dei 9 miliardi venduti ai giornali dallo sfrontato dittatorello due anni fa, sono stati trasferiti alle regioni solo 110 milioni), in virtù della priorità data sulla carta e non solo a megalomani progetti, già costosi nella fase di annuncio perché mettono in moto spese e  appetiti, perché promuovono alleanze scellerate tra imprese e amministratori creando le condizioni per corruzione e voto di scambio, mediante leggi che prevedono l’alienazione del bene comune attribuendo rilevanza alla rendita e alla proprietà privata. A lui dobbiamo la riforma  che ha mostrato inequivocabilmente  l’intento di cancellare  il lavoro per ripristinare le condizioni della schiavitù, con i suoi ricatti, l’intimidazione, la fine di valori legati a aspirazioni, talenti, vocazione e il volontariato obbligatorio  per  consolidare l’unico diritto sopravvissuto quello alla fatica, ma precaria, incerta, condizionata da racket e caporalato.  È stato lui il “demiurgo corrotto” che ha soffiato vita in banche intossicate, le stesse che mentre derubano i risparmiatori, riciclano indisturbate il “denaro sporco”, di cui droga, prostituzione, caporalato, traffico di esseri umani sono l’alimento, nell’intreccio velenoso di capitale finanziario e malavita.

Non dirò povero Renzi! Per carità. Se lo meritava di restare solo da quando, come avviene per i caratteri naturalmente distruttivi, ha messo in piedi la recita del guerriero solitario in lotta contro il male, del cavaliere senza paura che agisce per il bene rappresentato dal cambiamento e si attende il giusto riconoscimento tramite incoronazione referendaria, dell’avventuriero che sfida regole e leggi per far trionfare il suo progetto.

E mai vorrei cadere nella trappola di quei fini osservatori del costume nazionale già molto attivi, che a ogni caduta di despota, quando la testa rotola giù dal busto marmoreo ne approfitta non per denunciarne le colpe, ma per metterci sul lettino dello psicoanalista esprimendo schizzinosa deplorazione per la plebe ingrata, per il popolo incline per natura a omaggiare il potente e denigrarne la figura postuma, per la massa infida e la sua indole a servilismo e conformismo, che le stesse alate penne hanno alimentato e consolidato, contribuendo a creare l’icona positiva del vincente che si batte contro velleità e critiche di frustrati, parrucconi, disfattisti. È che bisogna guardarsi da chi trasforma le responsabilità del potere in colpe collettive, in chi manovra la livella in modo che criminali e vittime si mescolino, corruttori e comprati, imbonitori e creduloni accomunati dagli stessi vizi che una angusta antropologia attribuisce alla nostra identità nazionale.

Su un sentimento provo una lontana affinità con Renzi e i suoi: se ci hanno odiato tanto, è legittimo che lo stesso odio lo riserviamo a loro.

 


Sistema razzismo

Historia26Dopo l’orrore per l’omicidio razzista a Fermo, arriva la repulsione per le vomitevoli giustificazioni degli xenofobi, per Salvini il quale  magnanimamente ci fa sapere che ”  il ragazzo nigeriano  non doveva morire” ma… già quell’eterno ma dei cretini e dei balordi prestati alla politica, che in questo caso si concreta con la solita litania sull’immigrazione che alla fine avrebbe armato la mano del fascio tifoso. Insomma Emmanuel si sarebbe praticamente suicidato solo venendo in Italia, sfifando così la roulette russa dei più bassi istinti delle curve. Ma ancora di più mi lascia desolato l’ennesima denuncia del “razzismo  strisciante”  che si sostanzia nell’eufemistico “ultrà” con cui viene definito l’assassino come se avesse fatto esplodere un mortaretto in campo. Altro che strisciante, talmente palese e malintenzionato che il Senato si oppose al processo per istigazione razziale contro Calderoli che aveva dato dell’orango alla Kyenge.

Mi ferisce questa ipocrisia densa come catrame, ma anche la panoplia di condanne che va dalla sinistra radicale all’efferato renzismo che hanno tutte una radice esclusivamente morale, come se il razzismo fosse una variabile indipendente del sistema in cui viviamo, una scelta esclusivamente individuale, mentre esso nelle varie forme in cui s’incarna è un portato titpico del capitalismo borghese come si è andato configurando negli ultimi tre secoli e nei precedenti due di progressiva presa di potere. Nel mondo antico esisteva lo schiavismo, ma non il razismo in quanto tale e ne fa fede Roma con il suo crogiolo di etnie; nel medioevo esistevano le servitù della gleba, il lavoro forzato, ma nessuno faceva questione di pelle quanto di status e di volontà divina. E lo stesso accadeva nel mondo Arabo e mussulmano dove spesso la tratta dei bianchi (quello delle bianche è una leggenda) ottenuta con incusrsioni sulle coste italiane o spagnole, si risolveva a volte nella creazione di corpi militari a difesa del potere come testimoniano i giannizzeri del sultano tutti di origine bianca o egiziana. E’ invece con la crescita delle borghesie cittadine e l’espansione delle colonie americane che con altalenante sostengo della Chiesa e dei maggiori ordini religiosi si comincia a pensare che esistono “omuncoli” la cui consistenza umana è tale da destinarli a divenire schiavi”. Tali omuncoli erano ovviamente indios e neri, così che nel Setteccento – oltre ai lumi – era in piedi anche il più efferato e inumano sistema schiavistico mai creatosi nella storia proprio perché al lavoro forzato si era sovrapposto come sua giustificazione il razzismo.

Le ragioni di questa mutazione erano ovvie: siccome si dovevano strappare ai nativi due interi continenti, conveniva impiantare una teoria della razza che risolvesse gli scrupoli religiosi e che desse alla borghesia buttatasi con avidità oltre mare una patente di sfruttamento disumano a prescindere dal diritto feudale. E la cosa è andata avanti in Nordamerica fino a oltre metà dell’Ottocento, si è estinta man mano con la nascita della produzione industriale per la quale occorrono consumatori, non solo schiavi, ma è rimasta come base non sempre esplicita, ma  reale del diritto coloniale. In effetti  il capitalismo occidentale è cresciuto e si è strutturato nei suoi topoi grazie allo sfruttamento intensivo del resto del pianeta ed è proprio questa idea che è stata inculcata in sinergia con l’ancestrale diffidenza riguardo al forestiero, specie se l’estraneità è palese. La lotta tra poveri è stata fomentata a favore  del profitto, si è data allo sfruttato bianco la compensazione di sentirsi comunque “superiore” e così adesso il nero che viene da noi e pretende di lavorare alle stesse condizioni degli altri diventa un assurdo nelle teste più deboli: da una parte con la sua stessa esistenza di uomo e non più di nero o giallo o scuro nordafricano, cioè di inferiore, minaccia le basi del diritto di rapina codificato da secoli, dall’altro fa temere che quello stesso diritto finisca per non poter più essere esercitato.

Ma non basta: poiché il capitalismo stesso ha bisogno di sfruttati e quello finanziario teorizza la povertà e la mancanza di diritti come motore dell’economia, ecco che in qualche angolo oscuro delle menti occidentali esiste la paura che non sia più lo straniero a pagare il conto maggiore, che anche il bianco sia costretto ad abbronzarsi. L’odio divampa perché nell’immigrato si vede oscuramente il proprio futuro a cui non si è in grado opporsi in modo consapevole, razionale ed efficace, diventa un feticcio, una reificazione da colpire perché magicamente scompaia l’angoscia su se stessi. D’altro canto il capitalismo è divenuto fortemente antirazzista, almeno in superficie, per la medesima ragione: perché non si creda che si possa essere sfruttati fino all’osso solo perché si ha la carnagione più chiara.  Quei tempi sono finiti, ci dicono, prevaratevi anche voi a essere neri o indios. Perciò l’antirazzismo di sistema, su base esclusivamente morale, non  mi lascia nè appagato, nè tranquillo: perché colpisce un pregiudizio, non i motivi per cui quel pregiudizio esiste.


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