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Archivi tag: Norbert Elias

La governante del Friuli

immAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nel suo godibilissmo testo “La civiltà delle buone maniere”, Norbert Elias conclude rammentando che la civilizzazione è un processo in itinere  e che va di pari passo con progresso economico, scientifico, umano e sociale.

Deve essere per quello che la civilizzazione sembra andare a ritroso come i gamberi e solo una buona dose di ipocrisia interviene ad addomesticare comportamenti e azioni ispirate da violenza, sopraffazione, arroganza e sfruttamento se non sventriamo più la cacciagione a tavola, ma incarichiamo  gente in divisa di praticare le stesse macellerie in corpore vili di nostri simili, se non sputiamo, non esprimiamo piacere per le performance dei masterchef  con festosi rutti.

E  se, insomma, sembriamo censurare  istinti e atti  “indecenti” e poco consono con l’ortodossia della correttezza politica e di Facebook – così mai ci abbandoneremmo al rito del rogo dei gattini in uso a Parigi per festeggiare Sal Giovanni –   ma al tempo stesso non esercitiamo lo stesso controllo su certe inclinazioni e sollecitazione che in tempi andati avremmo seppellito vergognosamente nel nostro profondo,  temendo riprovazione e condanna in passato riservati a razzismo, xenofobia, nausea e ostilità nei confronti di chi ha attitudini  e usi diversi dai nostri.

Mirabile rappresentante dell’egemonia dell’ipocrisia, così imperante da far mutare perfino fonai d’opera e corso della storia, è oggi la governatrice del Friuli che si è presa la briga di promuovere coi quattrini pubblici una sconcertante iniziativa: la pubblicazione di un agile volumetto indirizzato ai “suoi” amministratori, i sindaci della regione,  denso di raccomandazioni e consigli utili, a detta della Serracchiani, per evitare gaffe e incomprensioni che potrebbero incrinare le relazioni istituzionali, quali prima di tutto l’esonero volontario da deodorante, acqua e sapone, ma pure l’ostentazione delle cosce da parte di prime cittadine, barbe irsute e incolte   di gorilloni assisi nello scanno più alto del municipio, inappropriato  e forse criminoso impiego del cucchiaio nel consumo di risotti.

A questi semplici moniti di un contemporaneo galateo in 21 capitoli, uno per lettera dell’alfabeto e 75 pagine, la pubblicazione della odierna Mon- sciuretta  della Casa, accompagna suggerimento e buone regole per l’accoglienza, quella degli ospiti illustri, l’esposizione delle bandiere,  la disposizione dei posti a tavola in occasione di celebrati magna magna, e la collocazione delle cariche pubbliche durante le cerimonie.

Nel difendersi da ingiustificate critiche  la ruspante presidenta ha voluto ricordare come la sua trovata altro non sia che l’adozione a livello locale di un manuale ispirato – ma vedi un po’ – a quello predisposto nella patria della buona educazione, nella nazione che ha fatto del chewing gum biascicato un brand, della volgarità una merce da esportazione, insomma negli Usa, e redatto qui da noi da nientepopodimeno che dall’associazione dei guru dei cerimonialismi tra i quali spicca un triestino a lei caro e che riunisce gli esperti nei protocolli  e nelle cerimonie dello Stato che lavorano nei palazzi romani, nelle Regioni e nei grandi Comuni. Una declinazione territoriale insomma del prodotto di quella disciplina che aiuta a dare una parvenza di eleganza e comune accettabilità a incursioni belliche  e bombardamenti, saccheggi e ruberie, e a  creare nemici per legittimare le guerre, il tutto però con tanto di feluche, marsine, pennacchi e medaglie di ordini cavallereschi da operetta.

Ma d’altra parte cosa ci potevamo aspettare da una di quelle meteorine che hanno attraversato il cielo   del Pd in omaggio alle doverose quote rosa spacciando per domestico buonsenso e muliebre pragmatismo la ferocia della realpolitik. Da una che ha invocato pene aggravate per gli immigrati che fanno concorrenza agli uxoricidi, femminicidi e violentatori nostrani, compresi di carabinieri, pagando il doppio nella loor vste di ospiti molesti?   Da chi, sdegnata dalla prospettiva di quote di accoglienza di profughi attribuite alla sua regione, ha risposto perfino al suo ministro; si scordino che prendiamo noi gli avanzi non voluti dagli altri?  E che, a proposito della evidente leggerezza con la quale tratta i fondi pubblici, e in qualità di leader della corsa al ripristino dei vitalizi, ricorda se stessa in veste di gioiosa sciacquetta in Europa, quando proprio non  sapeva a quanto ammontasse il suo emolumento né come venisse spesso.

Cosa vi aspettavate? Che pubblicasse un vademecum di buoni consigli sulla lotta alla corruzione e all’appropriazione indebita? Di regole per ridurre l’obiezione di coscienza begli ospedali della sua regione? Di misure per garantire umana e efficiente accoglienza ai profughi indesiderati? Di contrasto alla lottizzazione e agli abusi? Di indicazioni per appalti trasparenti?

Cosa vi aspettavate di diverso da un quadro dirigente del partito che ha a cuore il decoro e lo persegue emarginando e sanzionando i poveracci che ha contribuito a creare? Che sbandiera lo ius soli mentre elegge e protegge i sindaci dei murim delle panchine riservate e dei respingimenti, purchè in giacca e cravatta? che dispensa testamenti biologici, il minimo sindacale in tema di dignità, mentre abbrevia la nostra vita con i tagli all’assistenza, la fine del lavoro, l’esproprio dei nostri risparmi? E che colloca su un trono una donna e al tempo stesso esautora di diritti e conquiste tutte le altre?

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Galateo del vecchio porcellum

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Raccontano gli storici che i pavimenti dei castelli venivano coperti di paglia proprio come quelli delle stalle, a coprire escrementi, sputi, vomito di Falstaff ubriachi. Mamme e amanti spulciavano i loro cari come bertucce, in segno di amorevole dedizione. Raccontano anche che gli animali venivano scannati e sventrati a tavola, davanti ai grandi camini nei quali sarebbero stati poi arrostiti.  E che i commensali li sbranavano a morsi, orgogliosi della loro voracità bestiale. Non occorre essere Elias per sapere che poi, via via nel processo di civilizzazione avviato dalla nobiltà e favorito dall’avvento della borghesia, l’umanità ha stabilito e seguito criteri di ortodossia comportamentale, rispondendo a comandi interiorizzati che impongono il  controllo di istinti, il contenimento delle più appariscenti manifestazioni emotive, e che alimentano un crescente sentimento di ripugnanza per quanto è corporeo, ferino, selvaggio. Salvo, naturalmente, la guerra, considerata fisiologico sbocco della politica e della diplomazia, quando non addirittura un’arte patrizia, che attribuisce nobiltà alla macellazione.

Poco ci vuole guardandoci intorno, a capire che siamo tornati indietro, che, come i guerrieri medievali,  qualcuno considera legittimo far esplodere la sua furia in battaglia,  qualcuno  in nome di una qualche divinità considera  il martirio e la mutilazione dei prigionieri un “raro piacere” concesso in premio della fede. Altri, nella culla della civiltà, sono determinati a ricostituire una società nella quale le disuguaglianza siano talmente esasperate che caste di faraoni, imperatori, despoti, decidano il destino, la vita e la morte di schiavi.

Eh si, ci sono stati momenti nei quali le buone maniere sono sembrate un retaggio ipocrita di sistemi sociali intrisi di valori conformistici e borghesi, cui ribellarsi per riaffermare indipendenza creativa, autonomia di pensiero e comportamenti, sicché i ragazzi di buona famiglia disprezzavano l’etichetta a tavola, gli abiti ben confezionati, toni di voce e linguaggi appropriati mentre per nelle famiglie contadine ed operaie la “buona educazione” era un’aspirazione, una conquista quasi alla pari con l’istruzione, ambedue leve per il riscatto sociale. E momenti nei quali il bon ton si è trasformato in un brand per dame decadute e gai giovanotti che hanno guadagnato grazie alla volgarità un bel po’ becera di nuovi arricchiti smaniosi di essere ammessi in salotti esclusivi.

Poi è arrivato Berlusconi, che ha sdoganato i motti salaci e le battute scollacciate, che ha rinnovato i fasti della virilità collezionista di prede, non importa se a lauto pagamento, che ha fatto della trivialità un contenuto elettorale e propagandistico di successo, a dimostrazione che grazie alla conversione di vizi e difetti privati – spregiudicatezza, avidità, doppiezza, ambizione, impudenza, cinismo  –  in virtù pubblica, si può aspirare ad “arrivare” in alto. E quelle modalità, quei costumi li ha trasferiti in politica, esprimendo, anzi esibendo, appetiti ingordi, dileggio della sofferenza e della diversità, sprezzo e coercizione di pareri altri, concezione dei rapporti come di scambi commerciali dove qualsiasi cosa e chiunque ha un prezzo e si può comprare e vendere, denigrazione di regole e svilimento di ideali, primato della visibilità a dispetto della reputazione, conferimento dei valori di dignità e rispettabilità a manifestazioni solo esteriori: abiti, liturgie domestiche, sopravvalutazione della giovinezza come anticamera prolungata dell’immortalità, da mantenere con al cosmesi, la chirurgia, il vampirismo, e proposto come mito collettivo grazie a modelli estetici e a una somatica di regime. E volgarità sfrenata, in una ostensione senza vergogna, come quei dementi che fanno sfoggio delle loro parti intime, in un delirio impudico e esibizionistico che sembra una parabola, un’allegoria sguaiata dell’avidità senza freni e dell’accumulazione senza limiti.

Beh, è tornato sul palcoscenico, finalmente libero dopo aver dovuto tramare nella clandestinità di un amore furtivo oggi innalzato a organismo istituzionale, elevato a sacra alleanza per l’adeguamento della democrazia ai comandi di quel ceto padronale del quale fa parte per censo, ma tenuto ai margini per la sua esuberanza provinciale e ordinaria. Così ieri, finalmente in veste ufficiale, ilare, ridanciano, indecoroso e sguaiato nel senso più proprio se una misericordia bipartisan pare volerlo tirar fuori dai guai, ha potuto raccontare una barzelletta  sulla mafia alla presenza dell’augusto fratello di una vittima, ha offeso con ripetitiva insensatezza la Bindi, quella già più intelligente che bella ora più maschio che donna, si è aggirato come il vecchio zio scapolo,  intemperante, dissoluto e licenzioso, disinibito da sindromi frontali, sboccato e trasgressivo, che la “famiglia” è costretta a tollerare, blandire, accontentare facendo finta di ridere delle vecchie battute da  commesso viaggiatore, ascoltando le canzoni stonate da intrattenitore di piano bar periferico, perché è lui che ha la grana, che ha speso, spende e pretende.

È riprovevole, è ridicolo come una macchietta ritinta. È ancora pericoloso, come lo sono i tiranni in tarda età, irriducibili e cupidi di potere, soldi, emozioni, come di riti propiziatori di una giovinezza senza fine. Ma fa ancora più ribrezzo la famiglia che si compiace delle sue facezie, che salta quando fa schioccare la frusta, che balla al suono della sua pianola l’eterna mazurka del cinismo e della sopraffazione.


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