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Diplomati in servitù

laurea Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale…. Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita.

Calza a pennello questo scritto di Antonio Gramsci in occasione della tradizionale querelle che si ripresenta puntualmente ad ogni cambio di governo quando a  laureati incompetenti nella materia oggetto di diploma  in qualche università privata o lottizzata dimostrano poca dimestichezza con altri optional: sintassi, grammatica, lingua straniera tabelline,  si contrappongono gli allievi della scuola della strada, come sui profili Facebook, sventolando le insegne di Mattei o Di Vittorio, altrettanto gloriosamente inabili all’esercizio di governo.

Tanto per cambiare l’Ocse ci bacchetta: saremmo gli ultimi negli investimenti statali nella pubblica istruzione e penultimi per numero di laureati, seguiti soltanto dal Messico. Per non parlare della qualità dell’istruzione che già prima della Buona Scuola di Renzi, della Fedeli e della Bellanova solo per citare tre casi di studio interessanti, aveva la vocazione di attrezzare il delfinario del privilegio degli strumenti per attrezzare gli adulti del futuro forgiando le  coscienze secondo dei valori di “civiltà” che avrebbero dovuto rappresentare in qualità di élite, più che di cittadinanza.  E non occorre essere Don Milani per sapere che non tutti gli studenti godevano delle stesse opportunità, che per molti il cammino era impervio per via di un ambiente che non favoriva l’esprimersi di talento e inclinazione. O che la scuola era abitata anche da cattivi maestri, da professoresse sciaguratamente dedite a pensare che la docenza fosse una sine cura per madri di famiglia favorendo così selezioni arbitrarie e discrezionali.

Ciononostante anche se lo scopo principale non era quello di  garantire a tutti i giovani  la trasmissione e la diffusione del sapere, tutti avevano accesso sia pure disuguale a una “bussola” , quella  della conoscenza, per orientarsi nelle scelte e di una attrezzatura per abituarsi alla fatica necessaria quanto gratificante di non smettere mai di studiare e impiegare la ragione e esercitare la libertà. Come spiega bene Gramsci: Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno…. che pare alludere profeticamente alla ormai dimostrata indolenza e accidia del nostro ceto dirigente e politico.

Era per quello che la nostra scuola era indubitabilmente superiore per qualità e attitudine a quella anglosassone e america , quella cui si è ispirata la riforma di Renzi impegnata ad imporre un modello ad uso dei leopoldini, nel quale ignoranza, superficialità e spocchia la fanno da padroni e dovrebbero aiutare irresistibili carriere di  arrivisti cretini,  con la conversione della scuola così come l’avremmo voluta e in parte conosciuta, luogo di formazione civile e spirituale in  una unica, indistinta, scuola professionale e dove la cultura, l’insieme di discipline in cui si declina il sapere del nostro tempo,  sia ridotta unicamente ad apprendistato, un campo indistinto di “competenze” imposto agli studenti per accedere al lavoro. Una scuola di servitù dunque, nella quale  la specializzazione serve a produrre in serie addetti abilitati unicamente  a  premere quel  tasto, magari quello di un pc che sgancia una bomba a n. chilometri di distanza.

Proseguendo su questa strada vedrete che quella disputa sull’importanza degli studi – soprattutto quelli umanistici dei quali perfino gli americano stanno comprendendo in ritardo l’utilità – non avrà ragion d’essere. Perchè l’obbligo della scuola dell’obbligo e oltre è ormai dichiaratamente quello di fabbricare automi sperando che funzionino e ubbidiscano meglio dei robot e che costino meno in manutenzione, sopprimendo ogni capacità creativa, ogni istinto di critica e  libertà, ogni aspirazione a fare  della tecnologia che avanza uno strumento di liberazione umana e non sistema di soggezione.

I fan dell’università della vita, i diplomati in “praticaccia”, quelli che oggi sono incaricati di compiere scelte in nome dell’interesse generale, finiscono con l’anticipare questa insana tendenza, avendo appreso con successo la lezione di chi comanda, di chi gestisce le  scienze e l’informazione, che approfitta della permeabilità di un terreno spoglio di conoscenze e competenze, che vuole emarginare e criminalizzare chi vorrebbe decisioni e atti indipendenti dai comandi superiori. E infatti dimostrano una spericolata ubbidienza, una consolidata fidelizzazione all’organizzazione che ha garantito la loro carriera, a quel sistema che colloca le sue pedine in nome di un rinnovato corporativismo al servizio dei padroni: maestri a dirigere l’istruzione, ingegneri alle opere pubbliche, clinici alla Sanità, annunciando il definitivo trionfo  del conflitto di interessi.

Pare siano lontani i tempi nei quali la meta sognata degli operai era avere un figlio laureato, delle braccianti avere una figlia maestra, se adesso possono aspirare a avere una schiatta di ministri che lavorano contro i loro stessi diritti e i loro stessi bisogni.

 

 

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Governo Renzi: il remake di Bulli e Pupe

0001Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri sera qualche commentatore in quell’età dei rimpianti che persuade ancora qualche maldestro a indossare il chiodo, girare in moto malgrado la lombaggine, calzare stivaletti col rialzo e tingersi i capelli di improbabili colori, pur esprimendo perplessità per composizione e programma ciclico mensile del nuovo governo Renzi, offriva al popolo intento ad approfittare dell’ultima occasione di voto plebiscitario o meno: il Festival di Sanremo,una sfumatura di paterno ottimismo.

In fondo, borbottava dentro agli stessi peli della sua barba il filosofo Cacciari, impreparazione, incompetenza e improvvisazione se appartengono a giovani generazioni, possono essere il segno di una augurabile e inconsueta innocenza, prova di integrità, dimostrazione evidente di non aver ancora sperimentato commerci osceni col potere, di essere ancora immuni dal contagio della corruzione economica e morale.

E se poi nella compagine sfilano bei visetti, madonnine infilzate, delicati incarnati, sguardi da cerbiatte, con buona pace della Litizzetto, il gioco è fatto: perché se è legittimo, anzi doveroso dare del cialtrone inetto a Razzi, del venduto inverecondo al Scilipoti, del bastardo sfruttatore a Calearo, è assolutamente e rigorosamente proibito dare della carognetta inadeguata e incapace, assoggettata al padronato più rapace alla nuova riccioli d’oro del governo, Marianna Madia, quella che appena eletta rivendicò di “non sapere nulla, non conoscere nulla” come una virtù, ma che ora dimostra di aver imparato in fretta come fottere i lavoratori, grazie a alcuni cattivi maestri cari al premier e ai premier prima di lui.

Che bei faccini e limpidi volti maschi di quasi quarantenni non siano così poco adusi agli usi di mondo lo si apprenderebbe anche solo scorrendo le loro biografie, brevi ma esaurienti. Che sia no stati piazzati là per perseverare con giovanile esuberanza nell’ubbidienza ai diktat che stanno distruggendo il paese sulla cui Costituzione giurano slealmente, lo si apprende anche con una rapida scorsa alle referenze che presentano con sfrontata esultanza. Dalla figlia d’arte Federica Guidi, imprenditrice, ex  presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, sulla stessa barca insieme a Colaninno e alla squadra juniores degli affiliati di Ichino e Sacconi, con gli operai e i lavoratori italiani  cui propongono la liberazione dalle fastidiose pastoie delle regole e di diritti, con il “varo dei nuove relazioni industriali” e la più licenziosa liberalizzazione e privatizzazione dei beni comuni, alla Roberta Pinotti, festosa affossatrice della tradizione  di sinistra in uno dei luoghi deputati in Liguria, che va a ingentilire il comparto della Difesa con il suo “portato” di mamma felice, avendo virilmente difeso allo spasimo l’acquisto improvvido degli F35, insostituibile “arma di pace”. Dalla Federica Mogherini che dovrebbe assolvere un ruolo di negoziatrice dei cappi al collo imposti dall’Ue , esibendo il curriculum di fedele custode nel suo piccolo delle relazioni tra i partner occidentali sempre più preoccupati di mantenere una leadership in declino, attiva supporter in bilaterali con gli Usa, come è d’uopo in una irriducibile anche se se timida fan di Veltroni, del quale il marito è stata plenipotenzario nei rapporti con l’estero. Alla renziana di ferro Maria Elena  Boschi che può vantare l’incarico ricevuto dalle mani del capo indiscusso di procedere con dinamica rapidità alla privatizzazione di Ataf, l’azienda dei trasporti fiorentina. E che può esibire  in segreteria del Partito il ruolo di responsabile alle riforme, e così si che stiamo freschi. Per non dire di Orlando prima Ministro invisibile all’Ambiente dove era approdato da responsabile Giustizia, ora riportato agli antichi studi, in modo che in nessuna della due collocazioni sia costretto ad affrontare  il tema cruciale delle ecomafie.

È perfino banale scorrere i curricula dei soliti sospetti, gente da Casini, ringhiosi e svergognati appartenenti a quella Scelta Civica che dovrebbe essere denunciata per abuso del nome, il responsabile dell’Economia, ficcato là a fare il totem e al tempo stesso il tabù dell’ideologia di regime.

Un tempo l’avrebbero chiamato governicchio, sembra una cellula di boy scout, bambinacci vestiti da cretini con qualcuno più adulto e cretino vestito da bambino. Peccato che i loro siano giochi al massacro.

 

 

 

 

 


Ribollita di governo

matteo_renziSul governo del guappo di Firenze vediamo fare tante riverenze … sarebbe stato proprio adatto allo stornellismo di Odardo Spadaro l’esecutivo che è nato sulle ceneri di Letta. E rappresenta in pieno l’essenza del suo premier: vecchi vizi incarnati in anagrafi più fresche, le solite lobby trattate al gerovital e immerse in bagno rosa. Non manca nulla: dalla Pinotti, pasionaria degli F35 alla Difesa in quanto rappresentate dell’industria bellica e dei suoi “dividendi”, alla confindustrina Federica Guidi, al boss di Cl, l’inamovibile Lupi, a Giuliano Poletti l’uomo che ha traghettato le coop nel meraviglioso mondo del capitalismo finanziario, la montiana Giannini all’istruzione perché porti avanti la privatizzazione dell’istruzione, la Lorenzin alla Sanità, un premio ai pasticci che ha creato, il commercialista Galletti di antica stirpe democrista all’Ambiente che già di per sè è un manifesto di svendita e/o di noncuranza, l’immarcescibile Alfano, il giovane Orlando alla Giustizia in maniera che dimostri la sua multiforme incompetenza e Franceschini alla Cultura, nella evidente speranza che, dai e dai, se ne faccia una.

Insomma  Cencelli purissimo, gattopardo assicurato. L’unico nome sensato, ovvero quello del magistrato antimafia Gratteri in funzione di guardasigilli è stato cassato da Napolitano: sarebbe stato uno sgarbo. L’unico ministro significativo è Pier Carlo Padoan all’Economia, non tanto per il ruolo chiave nel governo, quanto per la continuità che esprime: dall’essere stato consigliori di D’Alema e  Amato, coordinatore per l’Italia delle strategie europee che ci hanno portato al punto in cui siamo, direttore esecutivo per l’Italia dell’Fmi con competenza anche su altri Paesi tra cui Grecia e Portogallo (che già vengono i sudori freddi) e attualmente  capo economista dell’Ocse e presidente dell’Istat.

Insomma racchiude in sé la funzione esecutiva, quella conoscitivo – statistica e quella impositiva dei circoli finanziari. Non è un mistero che il Job Act di Renzi sia stato suggerito dall’Ocse riprendendo le ricette greco-iberiche e si sustanzi per ciò che ci riguarda in una ultima mattanza di aziende in mano al pubblico per recuperare denaro, dando un qualche temporaneo pourboire a chi sarà espulso dal lavoro nel dopo svendita. In un certo senso, purtroppo nel male, è l’unico ministro adeguato a un’Europa che vede in Renzi una chance per continuare sulla strada del declino forzato della periferia a tutto vantaggio del centro, dando tuttavia all’opinione pubblica la sensazione che si cambi pagina. Ed è un fan accanito dell’austerità, tanto che poco tempo da in un intervista arrivò a dire che “il dolore è efficace”.

Ma questo governo nato forzosamente dentro le vecchie logiche di potere, questa ribollita cucinata nel brodo dell’ambiguità è difficile  che raggiunga lo scopo. Oddio è vero che questi venditori di fumo, in proprio come Berlusconi o in qualità di rappresentante nel caso di Renzi, hanno come  suprema soddisfazione ciò che dialettalmente si esprimerebbe con “che co’ teo ga’ messo in culo, te ghe disi anca grassie”, però in questo caso l’effetto di discontinuità si sente proprio poco, nonostante i peana dei giornaloni e delle tv i cui editori sono anche, ufficialmente o dietro le quinte, i grandi elettori del sindaco di Firenze. Eh si sul governo del guappo di Firenze  si fanno pure di molte indecenze…


I predatori dell’Italia perduta

indy11Fino a tre mesi fa si poteva anche sostenere che il berlusconismo fosse in declino come il suo protagonista, che si stesse accartocciando come una foglia alla fine dell’estate o come il suo autore ormai simile al risultato di un esperimento nel gabinetto del dottor Caligari. Oggi invece abbiamo la prova definitiva che esso è vivo e vegeto e anzi ha creato una nuova antropologia e una propria ideologia peculiare all’interno del capitalismo finanziario che pare ormai imprescindibile.  Guardando Renzi e ascoltandone il fraseggiare per apologhi si capisce bene quali siano i topoi fondamentali: il leaderismo mediatico come forma di autorità e succedaneo di autorevolezza, l’idea che un Paese possa essere equiparato a un’azienda, che un partito non ne sia che una branca commerciale con una dialettica interna solo di facciata, la necessità della creazione di un nemico fasullo da evocare a piacimento, che lo stile burino equivalga a spigliatezza, normalità, sincerità, che i mezzi della politica ne siano i fini. Ci rendiamo conto che il berlusconismo non solo non è morto, ma è nel suo apice, avendo conquistato tutto ciò che vi si opponeva.

Però in questi giorni vediamo con chiarezza anche un’altra cosa: che esso non ha scalzato le vecchie forme del potere, ma vi si è depositato sopra come una vernice che nasconde le ruggini. L’Italia è ormai come una vecchia nave dipinta più volte nella speranza di farla apparire nuova: l’antiruggine messo trent’anni fa da Craxi sugli assetti di potere democristiano si era ormai consumato quando è arrivato Berlusconi a cromare le parti corrose e adesso ci si prova  Renzi a dare la sua mano di belletto su una struttura resa ancora più fatiscente proprio da queste successive aggiunte. Le difficoltà che già si manifestano nella formazione del governo non sono altro che il risultato di questi interventi: le “personalità” del mondo produttivo destinate a dare l’effetto ottico del rinnovamento nel quadro del Paese – azienda si sono fatte di burro perché è meglio fare affari con i pubblici poteri da posizioni defilate, gli zii della patria pure o perché covano altre ambizioni o perché non vogliono essere coinvolti in un possibile disastro. Così come gli intellettuali di riferimento intrigati dalla poltrona, ma spaventati dal fatto che non sia un divano da salotto dove poter fare gli eterni Holden.

Rimangono i giovani virgulti twitteranti che alla 141° battuta vanno in crisi, del tutto ignari della complessità, scontati personaggi di partito o il solito gruppo di vlasti, con l’aggiunta di personaggi  che hanno attivamente collaborato al declino delle strutture del Paese quando non perenni portaborse di antichi sovrani scomparsi: i Moretti, i Montezemolo. Per non parlare dei banchieri come Bini Smaghi, idolo della Spinelli (proprio quella che vuole andare a Strasburgo chiedendo un passaggio a Tsipras) o la ex Bce Lucrezia Reichlin. Insomma nulla che esca fuori dal cerchio magico del potere che già conosciamo e che si riciccia come le coppie in un club privè. Niente che non sia l’ennesima riedizione del Cencelli: il verso rimane sempre quello, non basta la vernice. E i predatori di sempre sono lì a fare banchetto.

Certo l’antropologia del berlusconismo permette di smerciare per nuovo un semplice scambio di poltrone tra personaggi già collegati tra di loro, basta qualche barbaglio mediatico. Anzi qualche abbaglio. Ma non è affatto il vecchio contro il nuovo, come sarà certamente detto a scusante: sono solo i limiti delle pezze messe sopra la toppa.


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