Archivi tag: Milano da bere

Milano da mangiare

Losanna, l'assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026Anna Lombroso per il Simplicissimus

Altro che “Milano da bere”, l’era Craxi ha preparato il trionfo della bulimia costruttrice e speculatrice della “Milano da mangiare”, culminata nell’urbanistica negoziata e  depravata della Moratti, di Albertini, di Pisapia, forse il più empio,  e oggi di Sala, del quale si è appreso che ha promosso la svendita per 7 milioni di euro di un’area che si identifica tra le odierne vie Zecca Vecchia, Fosse Ardeatine, Valpetrosa e Piazza San Sepolcro, corrispondente al Foro della antica Mediolanum romana – come testimoniano i resti archeologici nei sotterranei della vicina Biblioteca Ambrosiana e della Chiesa del Santo Sepolcro – l’unica  rimasta di verde pubblico nel cuore storico della città ( e d’altra parte a  Viale Argonne i residenti denunciavano tempo fa «l’inutile abbat­timento di 573 alberi, molti dei quali secolari»)  e che gli speculatori hanno “riproposto” con successo a 90 milioni di euro.

Come al solito l’operazione, grazie all’abituale stravolgimento semantico, che fa diventare un malfattore il rimpianto statista in esilio, viene definita come “riqualificazione” di un sito in vista del prossimo appuntamento mondiale delle Olimpiadi invernali, grazie alla realizzazione di un albergo, dotato di parcheggi pertinenziali a servizio anche delle forze dell’ordine che attualmente occupano piazza San Sepolcro, dalle “dimensioni simili” al tessuto urbano preesistente, a cura   del team di progettazione di Rimond (cito dal Corriere della Sera) “società specializzata nel «design and built» che opera a livello internazionale”, con l’intento, cito ancora, di riempire “l’area di via Zecca Vecchia che oggi è «un vuoto» del tessuto urbano in una zona centralissima di Milano. L’obiettivo è sanare questa ferita. Di contrapporre al gesto violento di demolizione un esercizio paziente di ricostituzione”.

Non ci è dato di sapere, a parte l’indecente garage Sanremo, chi vivesse là, se creativi che preferiscono la “valorizzazione” dei Navigli, stilisti, art decor, indossatrici, finanzieri  oppure nativi meneghini cacciati con ambrosiana  fermezza come d’altra parte cominciò a succedere dopo il 1934 quando furono messi a ferro e fuoco  i quartieri popolari nella zona centrale e con la deportazione degli abitanti di circa 100 mila abitanti, a proposito di vecchio e nuovo fascismo.

E infatti più di tre quarti della città entro i Bastioni ha meno di cent’anni, è sorta in maniera improvvida, irrazionale, disorganica a dimostrazione che ingordigia e avidità sono inestinguibili e che costruttori, immobiliaristi, finanza, banche, amministratori, croupier addetti ai giochi finanziari valutari e borsistici della speculazione fondiaria e edilizia  della Capitale morale, non si accontentano mai, sanno piegare le regole al profitto e il bene comune ai loro interessi convertendo programmazione e pianificazione in una contrattazione dove vincono sempre loro.

Così non basta loro la vergognosa operazione dell’Expo, del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), la riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  i grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, delle città nuove saudite, di Kuala Lumpur o Bangkok o Shanghai  o Rio o Denver, dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri che graffiano il cielo.

Così pensate che abbuffate ancora più voraci di quelle dell’Expo dell’alimentazione si avvicinano grazie alle Olimpiadi invernali (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/09/emergenza-comincia-il-magna-magna-olimpico/) che vedono protagoniste due città emblema della deregulation urbana, del consumo di suolo (Milano in quello ha già meritato la medaglia d’oro), dello sviluppo edilizio a base di variazioni di piano, cambi di destinazione d’uso, assoggettamento supino agli interessi proprietari, in barba a norme, leggi e compatibilità ambientale (Cortina è nota per essere così poco disposta a subirle gli effetti da altalenare tra la secessione dal veneto e il rientro sotto l’ombrello leghista in vista della desiderata autonomia regionale).

Il Consiglio dei Ministri ha definitivamente approvato il decreto legge “per le misure per l’organizzazione e lo svolgimento dei Giochi invernali Milano-Cortina del 2026 e delle Paralimpiadi. La cosiddetta legge olimpica , formata da 19 articoli (compresi anche quelli per le ATP Finals di tennis a Torino dal 2021 al 2025) istituisce gli organismi per la governance dei giochi: Consiglio Olimpico Congiunto Milano-Cortina 2026 presso il Coni che svolgerà il ruolo di “indirizzo generale e di alta sorveglianza sull’attuazione del programma di realizzazione dei Giochi“, la Fondazione Milano-Cortina 2026 che si occuperà soprattutto di gestione e promozione degli eventi sportivi,  la Infrastrutture Milano-Cortina 2026 SPA che ha funzione di “realizzazione, quale centrale di committenza e stazione appaltante, anche stipulando convenzioni con le altre amministrazioni aggiudicatrici, delle opere individuate” e si ispira a “necessari” criteri di semplificazione “per riuscire, nel rispetto delle norme, a rendere le procedure piu’ snelle in modo da non rallentare l’operatività'”, come ha dichiarato esultante il presidente di Regione Lombardia. E per finire, aggiungendo al danno la beffa, un Forum per la sostenibilità e l’eredità olimpica durevole, che dovrebbe far pensare a lungimiranti programmi per il dopo.

Da parte di tutti c’è stato l’invito a accelerare, a fare presto, che l’alato carro del tempo incalza, ma è già evidente che come al solito i ritardi saranno invece benedetti, perché sono quelli che permettono di dichiarare il provvidenziale stato di emergenza più utile delle semplificazioni perché autorizza leggi eccezionali, commissari straordinari, smantellamento dell’edificio dei controlli, autorità speciali. Così l’iter e le procedure per la realizzazione  di 25 opere «essenziali», 13 «connesse» e 3 «di contesto» che aspettano di essere realizzate in Lombardia, più le 21 opere definite «principali» dalla Regione Veneto (e alcune decine di opere venete considerate «secondarie») potrà seguire quelle scorciatoie doverose e ineluttabili che hanno fatto e faranno la fortuna di cordate cui erano stati sottratti ossi succulenti tramite tardivi ripensamenti (Olimpiadi di Roma) e grazie a indagini giudiziarie che almeno temporaneamente hanno rallentato o impoverito il banchetto.

E infatti, recita il Sole 24 Ore, “le Olimpiadi invernali, come accaduto per altri grandi eventi (ultimo dei quali l’Expo di Milano del 2015), sono viste come l’occasione per portare a termine lavori utili alle regioni” e quindi vai col cemento, sottraendo fondi e risorse agli investimenti per la difesa e messa in sicurezza del suolo e aggiungendo pressione e inquinamento.

Anche se la maggior parte dei paesi disertano l’accreditamento a ospitare le kermesse, anche se quelli che ne sono stati afflitti in passato pagano ancora i debiti contratti, anche se nessuno restituirà le case di Londra abbattute o svuotate per far posto alle strutture e infrastrutture, anche se pesa sui brasiliani l’oltraggio postumo dei costi e dell’umiliazione di dover nascondere la miseria delle favelas, pare che da noi ci sia ancora qualcuno che crede al linguaggio universale dello sport e alle magnifiche occasioni di sviluppo e occupazione che ne deriverebbero, dimentichi dei buchi in bilancio di Torino, dell’archeologia  miserabile degli impianti, delle stazioni, dei servizi rimasta a marcire a Roma, che ci sia ancora qualcuno che ci vuol persuadere che questa sia l’occasione epr eseguire opere di interesse generale che altrimenti non verrebbero finanziate e alle quali penserebbero munifici sponsor.

E che ci sia qualcuno  così boccalone da credere al valore delle cosiddette compensazioni ambientali e sociali, o che siano opere essenziali a beneficio della comunità il potenziamento del terminal 2 dell’aeroporto di Malpensa, l’adeguamento logistico e tecnologico del suo collegamento alla stazione Centrale di Milano; l’acquisizione di 10 treni per il potenziamento dei collegamenti Milano-Sondrio-Tirano, o il collegamento Lecco-Bergamo, la Pedemontana lombarda, il prolungamento della metro 4 di Milano da Linate a Segrate. E anche la variante di Longarone, la Variante di Cortina, il collegamento ferroviario Verona Porta Nuova-aeroporto Catullo, la linea ferroviaria Mestre- Castelfranco.

Quando per realizzare le “nuove Milano” di Pisapia e Sala sono state cancellate linee di bus e tram, quando i nostri aeroporti, per non dire delle nostre alte velocità, sono già ora e più che mai in prospettiva sovradimensionate rispetto al traffico fi oggi e di domani, quando i pendolari che dall’hinterland dove sono sati confinati ci mettono ore per raggiungere i posti di lavoro, quando appartengono alle leggende metropolitane le vicende di autostrade fantasma dove non passa nessuno come la Brebemi o la Pedemontana.

È davvero avvilente che qualcuno di beva la menzogna velenosa di poter trarre giovamento da un nuovo Bal Excelsior dopo il fallimento dell’Expo e voglia affidarsi alle bugie di due regioni, Lombardia e Veneto, assatanate di quattrini con i quali appagare gli appetiti dei privati cui vogliono consegnare a nostre spese la sanità, la scuola, l’università e che rivendicano di poter mettere le mani sul miliardo stanziato per accontentare amici, affiliati, famigli e complici. Tanto che Toscana e Emilia vogliono imitarli al più presto e hanno già parlato di un nuovo duetto olimpico, Nardella-De Micheli perché hanno detto    “se Milano è la capitale finanziaria e Roma quella politica, Firenze e Bologna possono rappresentare il polo italiano delle eccellenze e del made in Italy, visto che rappresentiamo il meglio in campo alimentare, in quello della moda, dei motori, della tecnologia e dell’alta formazione universitaria”. Altro che Bonnie e Clyde, altro che Totò e Peppino, siamo andati peggiorando anche coi cialtroni.

 

 

 

 


Fazio ritorna in ginocchio da Lui

renziAnna Lombroso per il Simplicissimus

«La data è la differenza tra un sogno e un progetto, diceva Walt Disney».  Non si smentisce mai Renzi ancora una volta davanti al Topo Gigio/Fazio, italianissimo a differenza di Mikey Mouse, se come c’è da temere, adulazione, accondiscendenza vergognosa, servilismo, appartengono alla nostra autobiografia nazionale, annunciando il suo mercoledì da leoni, con il derby Irpef Irap, vantando la consulenza di Piano per tirar su i tubi innocenti, almeno loro, sulle scuole in rovina da “rammendare”, encomiando la dinamica contiguità  di ufficio e camera da letto a Palazzo Chigi che favorisce azione e fattività,

Nel frattempo la socia del sorcio viscido veniva premiata come personaggio dell’anno, dedicato simbolicamente alla Bellezza, tramite pistolotti vergognosi e Oscar ai peggiori stereotipi locali. Così che per par condicio lo vogliamo per la d’Urso, per Sallusti, che Minzolini si è già premiato da solo.

Si sa che qualunque bruttura diventa  confortevole col tempo e l’abitudine. All’inizio magari si prova repulsione per ala cortigianeria più sgangherata, per l’adulazione più commerciale, poi lo spirito critico si stanca, si addomestica attraverso una sia pure amara rassegnazione, finché l’accettazione di ciò che è inutile rifiutare conduce a  familiarizzare con attrezzi pericolosi che entrando a far parte dell’arredamento del tinello, sembrano inoffensivi, disarmati.

Si sa che ogni regime ha aspirato a creare un  suo stile nazionale unitario, impiegabile dalle Alpi alla Sicilia. Mussolini confezionò la sua Grande Immagine sia pure di cartapesta, i suoi Trionfi imperiali, un trabocchetto solo apparentemente grottesco se ci cascarono D’Annunzio, Pirandello, Marinetti, grandi comunicatori si direbbe oggi, insieme a filosofi, intellettuali, scienziati ammaliati dal culto dell’italiana superiorità, anche razziale. La Dc esaltò lo spirito unificante, il collante della religione, della Grande Famiglia, al cui consolidamento dovevano contribuire tutti, lavoratori e padroni, operai e contadini, in una artificiale  ed edificante condivisione che ripartisse con rigida e iniqua disuguaglianza oneri e onori. A questi Miti ha sempre contribuito la stampa, con un potere di persuasione che è andato sempre più intrecciandosi con propaganda, “apostolato” e spettacolarizzazione via via che si affermava l’egemonia della televisione e del suo tycoon. Con la Milanodabere, con  l’Italian Style, lo strapotere mediatico si è mostrato in tutta sua autorità, intridendo la società e sostituendosi all’opinione pubblica, per testimoniare e rappresentare segmenti “prestigiosi” ed esemplari.  Erano gli anni di Class, il mensile della classe dirigente,  le riviste patinate che insegnavano a un tempo a comandare e a consumare in modo che i padroni sfruttassero con più rapacità ma minor volgarità, modernizzando in purezza le gerarchie ottocentesche, collocando al primo posto profitto e quattrini, poi l’economia, poi il potere e le leggi che lo garantiscono e infine la Cultura, con il disegno industriale, la moda, l’arredamento, i vini, tanto che perfino manager e industriali si mettono a dettare libri oltre che a comprarne metri ben rilegati per abbellire l’ufficio. E i giornalisti li intervistano, li portano sulla ribalta dei primi talk show, li fanno sfilare in oscene passerelle.

Forse è l’ultima volta che si parla con proprietà di Classe, categoria poi negata quando arriva l’uomo che le riassume in sé, presidente, cantante,seduttore, operaio, manager, imprenditore, barzellettiere, sciupa femmine, padre, esemplare in ogni sua manifestazione e per questo irrinunciabile protagonista, adulato, ammirato, esaltato. Unico, insostituibile, poderoso motore per le vendite ancor prima di padrone assoluto di stampa, Tv, editoria, capace di riempire carta e schermi di delle sue gesta, delle corna nelle foto ufficiali e di quelle che incoronavano la moglie reietta, di intercettazioni pruriginose e di scorribande in bandana, di pericolose amicizie e di reati di ogni genere, delle sue campagne acquisti di giornalisti, deputati, ragazze, città terremotate, ville a Lampedusa, e voti, voti, voti rendendo accettabile con l’abitudine, come già detto, illegalità, licenziosità, trasgressione, convertendo in virtù imprenditoriali e vocazione al comando, i vizi della sopraffazione, dell’autoritarismo, del razzismo.

In quegli anni, infiniti come il secolo breve, chi voleva distinguersi è caduto nella trappola della cosiddetta stampa indipendente, la Repubblica, Santoro, Fazio e le loro figurine, nell’illusoria convinzione di liberarsi dal conformismo  della volgarità con il conformismo alternativo di chi era andato in Via Veneto, di chi partecipava di una liturgia culturale comprando, se non leggendo,  In nome della Rosa, essendo a un tempo moralista e disinvolto, frivolo e predicatorio, come chi ha trovato accoglienza confortevole e gratificante n un club esclusivo a disposizione di tutti.

È cominciato così, con il costo della copia di un giornale ti compri la soddisfazione di essere insoddisfatto, la libertà di essere scettico, la licenza di cambiare opinione vorticosamente, segnale di pragmatica intelligenza, tra Berlinguer e De Mita, in abbracci mortali dai quali esce vivo solo il direttore poi evangelizzatore che colloquia con Dio con o senza il tramite di papi. Con una puntata di Fazio, ospite Saviano, contribuisci alla condanna della camorra. Ti guardi Santoro e fai del sano necessario giustizialismo, nemmeno fossi sotto la ghigliottina a sferruzzare. Stai in prima fila davanti a Che tempo che fa e contribuisci al Fare del nostro tempo.

I giornalisti dovrebbero essere meglio della media dei lettori, non per incarico divino, ma solo per ragioni deontologiche, per non doversi fare la barba al buio per non incontrare il proprio sguardo. Dovrebbero evitare il conflitto di interesse tollerato in politica per poterlo denunciare, esimersi dal corteggiare liste elettorali soprattutto se non sono corrisposti, per dare conto con lucidità  se non con l’inarrivabile obiettività, di caratteristiche  qualità di programmi e candidati. Dovrebbero sottrarsi alla tentazione del doppio binario: giornale di regime dove si scodinzola, blog e tweet dove si abbaia.

Ma non sono migliori di noi.. e viene la tentazione di sollecitarli a fare come la Spinelli, come i cinquantenni e sessantenni della nomenclatura che scelgono la via delle europee, vadano, è una sine cura ben pagata, si lavora poco, si vive come in colonia, si partecipa di un disegno, di un progetto vincente, quello di annichilire ogni forma di libertà e responsabilità democratica, compresa quella di informare e essere informati.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: