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Archivi tag: menzogne

Siamo tutti venezuelani

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La post democrazia di Guaidò quando negli scorsi esprimeva le sue idee

Se ieri qualcuno di voi avesse per caso visto qualche Tg o anche qualche sequenza di patchwork informativi dovrebbe davvero cominciare a tremare. A me che di solito mi tengo ben lontano da queste forme di informazione paludata, ma paludosa è capitato ieri  perché volevo sapere qualcosa sui danni prodotti dal vento e naturalmente questo ha comportato inevitabilmente l’orrore di assistere impotente allo scempio di verità perpetrato a canali unificati sul Venezuela in cui viene completamente omessa la grande manifestazione a sostengo del governo Maduro con centinaia di migliaia di persone, mentre si ciancia di tre soldati che sarebbero fuggiti in Colombia nonché degli “aiuti” che stanno gloriosamente giungendo allo squallido burattino Guaidò. Si tratta di un tipo informazione che non è nemmeno vergognosa, è metafisica, vacua, potrebbe anche essere dadaista se fosse intelligente e non vi si percepisse in sottofondo il sudore acre di Lucignoli e Pinocchi.

Non trattiene la propria indignazione persino un ex deputato del Pd e prima del Pds, il sociologo Pino Arlacchi, l’amico di Falcone e Borsellino che redasse il progetto esecutivo della Dia e ideò molte delle strategie della politica antimafia. Doveva diventare il supervisore dei servizi informativi italiani, ma la sua nomina fu bloccata con un trucco da Washington che per la bisogna fece riferimento ad ambienti criminali, in quanto “pericolo per il mondo libero”: “Ho appena terminato uno studio della crisi del Venezuela basato su documenti ONU e di centri di ricerca indipendenti. Mi è stato difficile mantenere la calma mentre davanti ai miei occhi si componeva una narrativa opposta a quella corrente. Il caso del Venezuela si configura nei termini di una gigantesca truffa informativa che ci oltraggia ogni giorno con notizie false, omissive e distorte su ciò che accade in quel paese. 

Sono le barbare sanzioni americane inflitte dal 2015 in poi approfittando del crollo del prezzo del petrolio, e cioè della maggiore fonte di entrate pubbliche del Venezuela, e non le politiche sbagliate dei governi Chavez-Maduro a detenere la massima colpa del dramma odierno sofferto da 32 milioni di persone. L’economia del Venezuela è crollata a causa del blocco delle importazioni dovuto all’impossibilità di usare il dollaro per pagarle dopo l’imposizione delle sanzioni da parte prima di Obama e poi di Trump.
Gli ospedali del Venezuela sono rimasti senza medicine perché le banche internazionali si rifiutano di accettare i relativi pagamenti in dollari da parte del governo Maduro.  E così sta accadendo per il cibo e per le risorse necessarie a far funzionare la macchina produttiva. L’opera viene completata dall’accaparramento di beni e dal mercato nero dominati dai gruppi mafiosi locali protetti e incoraggiati dall’ opposizione e dalla longa manus del governo USA.

C’è poi una mafia valutaria che ha distrutto la moneta locale, il bolivar, alimentando un iperinflazione senza riscontro nei fondamentali dell’economia. Mafia protetta anch’essa da chi vuole far crollare il governo legittimo e consegnare uno dei paesi più ricchi di risorse naturali del mondo nelle mani degli Stati Uniti.
Come?
Tramite la solita ricetta neoliberista di privatizzazioni, liberalizzazioni e tagli della spesa sociale promessa da Guaidò ed altri pupazzi manovrati dal governo USA e dalle sue estensioni internazionali. Questa è una prima sintesi dei risultati della mia ricerca. In un post successivo approfondirò ancora e vi indicherò le fonti cui ricorrere per contrastare questa industria della menzogna globale.

Mi sono permesso di riportare questo brano perché è del tutto evidente che il problema non riguarda solo il Venezuela, ma ci riguarda tutti, tutti noi che per essere indottrinati dai sacerdoti e dai chierichetti dobbiamo pure pagare un canone. Gli stessi sistemi, la medesima tipologia narrativa è stata adottata quando il governo doveva contrattare con Bruxelles la finanziaria e le oligarchie europee volevano punire il governo per il solo ardire di esserci. E giù balle stratosferiche sui bilanci, cretinerie d’agenzia, indignazione di grandi e piccoli politicanti e teste d’uovo sodo:  sapevano bene che senza qualche soldo in più, un governo profondamente diviso tra due visioni del tutto incompatibili e diciamolo pure, modesto fino all’indigenza, non avrebbe potuto resistere a lungo. tentare di confondere e di mescolare le carte in tavola lo avrebbe indebolito e spinto a innalzare bandiera bianca. Non crediate che guardando un tiggi di qualunque origine possiate avere il sospetto che qualcosa non vada nella narrazione sul Venezuela, ma che la cosa riguardi solo quel contesto: riguarda noi direttamente che possiamo essere presi per il naso e per la gola dall’ideologismo neoliberista che si salda sempre più strettamente con le forme dell’imperialismo. Siamo venezuelani anche noi.

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Propaganda blitz

pb-appeal-pic-resize2Questa volta non mi sono dovuto inventare un titolo, mi è bastato prendere quello del libro di cui voglio parlarvi: Propaganda Blitz: How the Corporate Media Distort Reality“.  Non credo che ci sia bisogno di tradurre il titolo di un volume che del resto non verrà probabilmente mai tradotto in italiano per gli eccessi eccesso di onestà che contiene e per il fatto che il nostro Paese con la sua editoria bonsai, tutta intrecciata in legami incestuosi con gli affari e la politica, è quasi una cartina di tornasole delle tesi espresse dai due autori, David Edwards e Daniel Cromwell, coeditori di Media Lens. Tesi certamente non nuove, ma espresse, come dire, dall’interno dei meccanismi informativi e supportate da quasi 400 pagine di esempi concreti e documentati: tutti i media aziendali ( e per trascinamento i pochi definibili pubblici, spesso legati alle medesime centrali politiche e finanziarie ) sono sistematicamente filtrati dai potenti interessi che li possiedono, li gestiscono e li finanziano, li influenzano distorcendo sistematicamente la realtà e nascondendo le vere questioni all’opinione pubblica. 

Viene così’ illustrata una lunghissima serie di campagne di tipo top – down ovvero che a partire da impostazioni ideologiche generali, scendono poi in dettagli che possono essere rifiniti, cambiati, sostituiti senza però intaccare il disegno complessivo: si va dalla guerra in Irak e Siria, alla questione palestinese, come al tentativo di  distruzione della credibilità di leader della sinistra come Chavez o anche lo stesso Corbyn, manca soltanto sebbene il libro sia uscito pochi giorni fa, la grande fake news della crisi migratoria in Venezuela.  I metodi usati per ottenere questi effetti deformanti sono gli stessi utilizzati in questioni che riguardano più da vicino la vita dei cittadini: c’è una lunga e puntuale analisi di come, attraverso nascondimenti, linguaggio ambiguo, imposizione di parole ad hoc, eufemismi aziendali, denigrazione gratuita e spesso capziosa delle strutture pubbliche, l’informazione abbia assunto un ruolo decisivo nello smantellamento del sevizio sanitario nazionale in Gran Bretagna, avvenuto praticamente senza che la popolazione si accorgesse di cosa stesse succedendo davvero. Un altro significativo capitolo è dedicato a esaminare con quali metodi vengono condotte campagne di diffamazione da parte di giornalisti “ufficiali” contro contro critici e informatori liberi: valga per tutte quelle esaminate,  la campagna contro Julian Assange condotta dalla stampa di regime globalista e con particolare accanimento dal Guardian che passa per giornale corretto e vagamente orientato a sinistra. In un primo momento la testata ha vinto premi di giornalismo e riconoscimenti pubblicando i documenti di WikiLeaks, ma poi, quando gli editori hanno tirato il freno per ragioni che si possono immaginare, ha dato vita a una  campagna di insulti e delazioni di incredibile volgarità. La morale  è che la fonte delle “false notizie” non sono solo i troll, o i media come Fox News, ma proprio quel giornalismo che si ammanta di rispettabilità che pretende di sfidare il i poteri e in realtà, li corteggia, li protegge e li complimenta.

Per quanto riguarda la Siria, solo la ricerca di un gruppo di giornalisti indipendenti ha rivelato la rete di sostegno anglo-americano di jihadisti in Siria, compresi quelli relativi al Daesh, sostenuti da una campagna di ” psyop finanziati ( vedi qui ad esempio cosa è successo con gli elmetti bianchi) dal Ministero degli Esteri britannico e dall’ Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) con lo scopo di ingannare il pubblico occidentale e accelerare il rovesciamento del governo di Damasco indipendentemente dall’alternativa medievale messa in piedi e dal rischio di guerra con la Russia. Ma è inutile continuare con la sintesi di esempi tratti dal libro che sono una marea: la cosa che emerge  da tutto questo è che le speranze in ‘informazione meno verticale e più onesta nate con la rete non si sono realizzate. Si poteva pensare che migliaia di informatori non legati a interessi o a corporazioni avrebbero indotto i media mainstream a vendere meno favole e pregiudizi elitari, meno Verità fasulla e inquinata; si poteva anche pensare che questa massa critica avrebbero rafforzate le persone dotate di dignità all’interno dei media corporativi. E’ accaduto invece che il maistream ha  sollevato subito i ponti levatoi, aumentando la posta delle menzogne invece di diminuirle. Così oggi abbiamo una sorta di censura di fatto e di censure legali imminenti che ci stanno trascinando verso la situazione delle peggiori dittature. Se si pensa che si si è messa in piedi dal nulla persino un’accusa di antisemitismo verso Corbyn, che ha dovuto essere decostruita da Chomsky, si tocca con mano il fondo di questo pozzo nero. Ma ormai il potere, enorme da una parte, ma fragile dall’altra non ha più alcun ritegno: il disastro sociale e poi climatico ci calerà addosso senza speranza mentre come idioti siamo  impegnati a cercare nuove diete, nuovi personal trainer e nuovi cake designer. Nessuno ci rimpiangerà.


Giornali alla turca

lira-turca-crisi-640x342Ieri ho cercato di inquadrare in un contesto geopolitico oltre che economico la crisi della lira turca (vedi qui), ma ciò che ho dovuto leggere dopo aver pubblicato il post mi costringe – per sventura dei pochi lettori di questo blog – a ritornare sull’argomento, e cercare di mettere argine alle bugie e alle idiozie che corrono, frutto dei cervelli in acqua dello status quo locale che non sopporta di aver preso il potere. Infatti un certo gruppo di scalzacani che fanno coro a pagamento o per pura ignoranza con l’establishment quando non ne fanno direttamente parte, ha già iniziato la consueta campagna di paura dicendo:  avete visto cosa potrebbe succedere se avessimo una moneta nostra? Giocano sul fatto che l’uomo della strada si sente disorientato o e persino sul fatto che la divisa turca si chiama anch’essa lira. Insomma panico per interposta Turchia.

Come forse avrete capito si tratta di vacuità allo stato puro, estratto essenziale di slealtà. Intanto perché questo ci è già successo nel ’92 quando dovemmo uscire dalla ipotetica protezione del sistema monetario europeo (zio dell’euro) assieme a Gran Bretagna e Spagna con una svalutazione del 7% che produsse nei due anni successivi sia l’inflazione più bassa mai registrata dal dopoguerra senza avere particolari effetti sul Pil che semmai accennò a rianimarsi. Per non parlare del fatto che la moneta unica non ci ha per nulla salvaguardato dalla crisi del 2008, divenuta poi endemica, anzi ci ha cacciato ancor più nei guai permettendo alle nostre banche giochetti infami che probabilmente con la lira non avrebbero osato.  In secondo luogo la Turchia è l’esempio perfetto per smentire tutte le stravaganti e fumose teorie di bilancio dell’oligarchia europea che si condensano nella dottrina dell’austerità: infatti la Turchia ha un debito che non arriva nemmeno al 30% del Pil e un deficit dell’ 1,5%, la metà cioè di quello che viene imposto a noi dai diktat di Bruxelles, ma questo non ha minimamente allontanato la crisi che è invece è causata data da una bilancia commerciale pesantemente negativa ormai da oltre un decennio. Come si può constatare è una condizione del tutto opposta a quella italiana che ha un lieve surplus commerciale  e nella quale semmai con l’euro finisce per provocare  un notevole calo di competitività rispetto alle tipiche produzioni nazionali. In ogni caso si rivela con chiarezza solare che le ricette ordoliberiste adottate da Bruxelles non preservano affatto né dalla speculazione, né dall’attacco dai cosiddetti mercati che in realtà non esistono già da decenni essendo formati da poche centinaia di ricchi che fungono da direttori d’orchestra.

La domanda che bisogna farsi è quanta parte di malafede c’è nelle esternazioni eurofiliache di questi giorni, quanto di ignoranza e disinformazione, quanto di un misto delle due cose che è poi il risultato più significativo dell’educazione al pensiero unico. Del resto la narrazione fatua è un’atmosfera che coinvolge tutti e che rende possibili ad alcuni maestri di frenastenia politica e sociale che dicono di militare nella sinistra di lodare Tsipras e indirettamente la troika per l’opera di salvataggio della Grecia, una fake news integrale, come arriva a dire persino Forbes che di certo non è un foglio patinato di opposizione al Fondo monetario. Rimane evidente che l’informazione su questi eventi è teleguidata dai poteri europei e autoctoni, cioè da chi specula sulla moneta unica non nelle borse o non solo in quelle, ma principalmente in senso politico. In pratica si tratta di insider trading dell’informazione.


Elmetti bianchi: Washington chiude i rubinetti

60e7d6d32ca64d6a3a9c504319d5a1d7Lo sapete bene quanto io sia “complottista” e come da anni consideri molti degli eventi che l’informazione occidentale mastica sulla Siria come frutto di una vera e propria produzione cinematografica tra i cui i principali protagonisti sono i celeberrimi elmetti bianchi, sempre presenti con i loro bimbi truccati e salvati perché si sa con i bambini l’audience aumenta e ci si ferma meno a pensare. Certo non è stato facile prendere una posizione intollerabile per coloro che si aggrappa alle cronache ufficiali, tanto più che questi elmetti bianchi, ufficialmente volontari al servizio dei civili siriani inquadrati in un’ennesima ong, sono stati costantemente accompagnati da un’aura numinosa che li faceva in odore di Nobel per la pace oltre che protagonisti di un film celebrativo, in questo caso di un meta film si potrebbe dire, prodotto da Netflix. una delle più note ditte della propaganda a stelle strisce.

Ma alla fine per una volta il tempo è stato galantuomo e la Cbs per prima ha lanciato una notizia che praticamente tenuta segreta dall’informazione occidentale: Washington ha chiuso i finanziamenti diretti nei confronti degli elmetti bianchi, cosa del tutto incomprensibile se il loro ruolo fosse così importante e così umanitario come viene detto. Per di più la stessa Cbs ha fornito dei particolari interessanti su questi angeli che gli Usa avrebbero foraggiato con 32 milioni di dollari, praticamente un terzo di tutti gli introiti della ong di riferimento, con un meccanismo messo a punto al tempo di Obama e che passava dall’ Usaid a due società di contractors, prima Chemonics dal 2014 e in seguito MayDayRescue.  Quest’ultima società è a sua volta finanziata dai governi di Germania, Gran Bretagna, Olanda e Danimarca e ha fornito comparse volontarie per tutte le presunte violazioni russe e siriane. Del resto non è affatto un mistero che a capo dell’ angelica Ong  ci sia  James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito di Sua Maestà e “consulente” (leggi agente sotto copertura) del ministero degli Esteri britannico, volato in Siria nel 2011 in concomitanza con le cosiddette primavere arabe e nell’imminenza di un’operazione tipo Libia messa a punto da Obama, ma poi saltata all’ultimo momento probabilmente per un deciso intervento diplomatico russo. Del resto anche il responsabile siriano dell’organizzazione, Zouheir Albounni è un impiegato dell’Usaid.

C’è di più perché gli elmetti bianchi hanno addirittura un curatore dell’immagine nella società inglese Purpose il cui responsabile europeo, Tim Dixon è anche il cofondatore di The Syria Campaign, finanziata sia dalla fondazione Rockfeller che dalla fondazione Asfari, creata dall’omonimo petroliere siro – anglo – americano che culla il sogno di diventare capo di una Siria coloniale e che per sostenere questo sogno ha persino  ha sganciato un milione di sterline al partito conservatore della May, nonostante pesi sul suo capo un’accusa di truffa. Solo dio sa come si faccia in questa condizioni a dire “siamo fieramente indipendenti e non accettiamo fondi da governi o da parti coinvolte nel conflitto siriano”, ma non credo che per questa gentaglia una sfacciata bugia in più faccia la differenza.

Molte di queste cose erano in gran parte già conosciute, ma con la chiusura ufficiale dei fondi diretti e l’interruzione della filiera di finanziamento, esse acquistano il  valore di un’ammissione di colpevolezza se non di una confessione. Cosa abbia portato a questa inversione di tendenza non è ben chiaro così come è impossibile dire se la cosa preluda a qualche cambiamento nella campagna siriana: può essere interpretata come una fase della battaglia fra Trump e lo stato profondo o come la decisione di prendere le distanze  di un’organizzazione ormai inaffidabile, colta con le mani nella marmellata per la sceneggiata di Douma, pretesto per il bombardamento dimostrativo e criminale di tre settimane fa, ma sulla quale si addensano sempre più nubi anche da altre parti, come per esempio i reportage da Aleppo dove pare che gli Elmetti bianchi funzionassero solo come struttura paramedica di supporto ai ribelli jihadisti e non abbiamo mai fatto nulla per la popolazione civile. O il fatto che il video sul presunto attacco con i gas del 7 aprile, sia stato diffuso prima che l’aviazione siriana colpisse le postazioni dei terroristi ovviamente moderati.

Insomma una volta scoperto il trucco meglio rimescolare le carte e nascondere quelle segnate, chiudere la serie tanto più che i territori dove gli Elmetti bianchi girano il film sono sempre più ristrette e tenere in piedi il teatrino potrebbe diventare pericoloso, squadernare verità inconfessabili: al limite possono essere finanziati in nero. Del resto il caso dei White helmets non è che un capitolo di una guerra mediatica e informativa che si basa in gran parte sull’ Idlib Media center che non è esiste ed è solo un canale su you tube, quello preferito di Macron che lì vi ha trovato le prove dell’attacco con i gas. Oppure  Ana Press agenzia fondata da citizen journalist vicina fino al 2016 a Erdogan,, che si vantava di distribuire ai media internazionali soltanto notizie verificate e neutre. Disgraziatamente questa agenzia è interamente finanziata dalla ong olandese Hivos che a sua volta si sostiene grazie ai fondi dei ministeri degli esteri olandese, britannico, statunitense, danese, tedesco e canadese oltre che con quelli della Ue e dell’Open Society Institute di Soros. dunque rappresenta in pieno il fronte anti Assad. Infine abbiamo il Syria Deeply con sede a New York che si autodefinisce “la piattaforma più importante del mondo riguardo al conflitto siriano e completamente indipendente dal punto di vista editoriale.” Un vero peccato che essa sia finanziata dalla medesima Hivos e dalla fondazione Asfari che come abbiamo visto è una colonna portante della The Syria Campaign.  Insomma un verminaio.


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