Annunci

Archivi tag: Matera

Peccatori di provincia


Cesso-doroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Maledetti “ismi”: il popolo retrocesso a plebaglia per via del deplorevole populismo, l’autodeterminazione nazionale ridotta a condannabile sovranismo, le idee annegate e rimosse dall’ideologismo.  Ma le province cancellate, invece, pare abbiano promosso a virtù europea e globalista il provincialismo.

Beati i tempi nei quali i retrobottega delle farmacie di paese erano cenacoli di riflessione e dialogo, beati i tempi nei quali da località marginali irrompevano intelligenze luminose che non si vergognavano della loro origine, al contrario mantenevano la loro casetta natale oggi promossa a museo visitato da vandali e lanzichenecchi che ignorano vita e opera del lontano residente e la impiegano come sfondo di selfie.

Un Paese che è diventato nazione e stato grazie a un ceto che arrivava dal Mezzogiorno oggi emarginato e ripudiato, potenza industriale e commerciale grazie a  lavoratori e inventori che hanno dato al mondo qualità, immaginazione   e ideazione, e, che, voglio anche io attingere al coglionario dei custodi dei giacimenti di petrolio culturale, ha la più alta densità di patrimoni  riconosciuti dall’Unesco, sembra vivere una vergogna di sè, della sua storia, del suo presente.

Credo anche abbia avuto la stessa origine la visione aristocratica  del gruppetto di  residenti temporanei, profetica di una unità tenuta insieme dal mastice del denaro, di una superiorità inflitta a paesi terzi con lo sfruttamento coloniale, e pure di una subalternità vissuta come giudiziosa pratica solidale per riaffermare l’appartenenza fedele all’impero e quella identitaria al sogno occidentale, oggi pronta a contrastare la barbarie dell’Oriente medio e estremo, salvo ovviamente petrolmonarchie e despoti africani.

Così pare che se ci si vuole affrancare dalla Macerata di Flaiano, dalla Girgenti di Pirandello, dalla Recanati di Leopardi, dalla Modica di Quasimodo, dall’Ales di Gramsci, bisogna uscire dai gretti confini dei borghi natii, Roma, Torino, Firenze comprese, con l’alta velocità che adesso si declina al maschile, perché ce n’è uno solo di treno che possa riscattarci, quello Torino Lione che s’ha da fa’ a tutti i costi – i nostri però – per non far brutta figura con la Commissione e con i cugini d’oltralpe, proprio quelli che non essendo interessati,  la  delegano a noi per molti non nobili motivi, non ultimo il collaborazionismo con l’Ue che deve annientare e affogare nei  debiti i partner del sud e le loro democrazie, per far sopravvivere le cancellerie carolinge e mantenere la greppia dei signori delle mazzette.

Come fossimo dentro a  Miseria e nobiltà ci accolliamo le spese che non possiamo permetterci, per non farci riconoscere come straccioni, in modo che mentre i pendolari passano ore su carrozze bestiame i pacchi delle multinazionali della distribuzione arrivino prima come nella barzelletta del cumenda che si compra la Ferrari per andare da Milano a Como in venti minuti, ma a Como non ha niente da fare e alla fine non possiede nemmeno il grano per la benzina.

Posseduti dal pensiero magico futurista, fuori tempo, pare non sia importante per studenti professori lavoratori, turisti andare in treno da Napoli a Reggio, dalla capitale della cultura con stazione ma senza binari alla Capitale, bensì avere un bel convoglio moderno che attraversa le montagne e pianure non più incontaminate, realizzato con criteri e requisiti innovativi, che pare non possano essere applicati a linee esistenti, condannate a morire senza essere nemmeno promosse a archeologia ferroviaria. Per non dire della concreta possibilità di mettersi al pari con l’ideale di lavoro come lo vuole il ceto dirigente globale, e pure il deludente segretario, consumato in cantieri a termine, nei magazzini di Amazon, sui taxi di Huber, nei B& B e nelle mangiatorie della grande turistificazione, nella edificazione di svariati tipi di piramidi dei nuovi faraoni, che ormai piccolo è bello, il mito dei distretti, la valorizzazione dell’artigianato tradizionale e dell’agroalimentare, sono stati cancellati dai Fichi di Farinetti, dalle opportune e inesorabili delocalizzazioni, dalla trasformazione del tessuto dei centri abitati minori in albergo diffuso dal quale cacciare gli inopportuni indigeni o impiegarli come manovalanza in  cioce o divisa da camerieri.

Ci si riscatta così dalla vergogna di essere la provincia remota e indolente,  sopportando di essere messi in mora per non aver riservato trattamenti umani e civili agli immigrato che gravano sul nostro territorio, mentre si aiuta generosamente la Turchia di Erdogan sostenendo economicamente e moralmente i respingimenti implacabili verso altro Pig, o elargendo con un po’ di carità pelosa come succede quando la solidarietà di converte in carità e lo spirito umanitario in beneficenza, guadandosi bene dal mettere in discussione guerre esportatrici di democrazia, sfruttamento avido dell’Africa, sistema capitalistico e finanziario la cui sinistra sa bene le malefatte della destra .

Eh si pare che proprio sia necessario riabilitarsi dalla condizione di provincia non andando a onorevole trattativa coi cravattari, ma cercando di assomigliare loro, accattivandosi la loro simpatia o almeno la loro indulgenza, mettendo i vestiti buoni riscattati al Monte e lustrando la scarpe con i buchi nella suola,  parlando male il loro idioma, andando a vedere i loro film, mangiando le loro schifezze universali e offrendogli  i nostri gioielli a prezzo di affezione.

Viene da dare ragione al Giornale che qualche giorno fa lamentava che nella Biennale di quest’anno presentata con gran pompa dal presidente Baratta, l’esprit mondialista  si manifesta con 90 partecipazioni nazionali (new entry: Madagascar, Pakistan, Algeria, Ghana), 21 eventi collaterali, progetti di formazione e ricerca e una selezione di 79 artisti scelti con tutta evidenza per il loro cosmopolitismo che spazia tra Berlino, New York, Sidney e Pretoria, due dei soli dei quali italiani (Lara Favaretto e Ludovica Carbotta, in incoraggiante quota rosa).

Mica vorremmo “prima gli italiani” anche nelle sale espositive, ma resta il dubbio che i criteri di scelta siano esenti da condizionamenti delle mode e quindi del mercato globale, confermato peraltro da innumerevoli prove accertate. Che vanno dall’imposizione obbligata di direttori stranieri nei musei italiani, dettata non dalla volontà di concretizzare il principio retorico dell’arte “linguaggio universale”, ma dalla volontà di affidare il nostro patrimonio a esperti di marketing che lo trasformino, come voleva Tremonti, in panini imbottiti, o  come voleva Renzi, in profittevoli juke box. O anche dalla possibilità per legge di alienare e vendere all’estero facendo mercimonio, opere di incommensurabile valore artistico (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/12/impara-larte-di-metterla-da-parte/).

E c’è da interrogarsi se sia proprio vero che a Napoli, Torino, Palermo, Venezia, Cagliari non ci sono giovani creativi capaci di mettersi in concorrenza con produttori di ordigni a orologeria di provocazioni sotto forma di tuboni di dentifricio olandesi, macchina rottamate esposte davanti antichi palazzi da talenti francesi, cessi d’oro di varia nazionalità, gommoni come architravi su Palazzo Strozzi giapponesi …. che modestamente anche noi dopo Caravaggio, Michelangelo, Tiziano e ben prima della sala sigillata con 80mila chilogrammi di feci umane, ben squadrate in blocchi marroni, di tale Mike Buchet, abbiamo avuto la nostra Merda d’Artista nazionale.

 

Annunci

Lancia i Sassi e nascondi la testa

old-townOggi vi sembrerà quasi impossibile, ma quando frequentavo le elementari almeno due o tre volte l’anno la scolaresca veniva portata a teatro per ascoltare brani di concerto e persino brani d’opera che venivano estrapolati dalla normale stagione concertistica. Naturalmente gli orchestrali, i tecnici e i cantanti erano tutt’altro che felici di queste matinée scolastiche e dunque immagino che non avranno dato il meglio di sé, ma comunque, anche di malavoglia, si costruiva un gusto a patto di avere meno di dieci anni. La cosa mi è venuta in mente inciampando per caso in una trasmissione dedicata a Matera capitale europea della cultura, intitolata Open the future che a naso non mi sembra lucano, né italiano, né appartenente a una qualsiasi lingua parlata sul continente europeo dagli Urali a Cabo da Roca, anzi sembra una pubblicità della Samsung o dell’Audi. Ma per carità si è anche cantato volare in spagnolo e non so quale altra canzone in tedesco, come se fossimo a Cattolica nel 1958: Wenn bei Capri di rote Sonne…

Ma è giusto così perché a leggere il programma, come ho fatto con diligente masochismo, nulla è più lontano dalla cultura autoctona e dalla cultura tout court di questo insensato zibaldone di cosette e cosacce che contiene un po’ di tutto e tanto niente, compresa la ripetizione ciclica di un concerto di Mendelsshon per orchestra e direttore sconosciuti che appunto mi hanno ricordato i trascorsi elementari, ma che comprende gli immancabili e assolutamente perdibili video reading e le performance, conferenze che con Matera c’entrano poco o nulla, manifestazioni ecclesiastiche, persino una commemorazione di Andreotti e tanta scienza estetico alberghiera, perché alla fine quello che conta è il soldo. Insomma una piccola distribuzione di pani e di pesci per il generone intellettuale democristo piddino che ha radici in Rai e nel milieu contiguo che ogni tanto va nutrito con qualche assegno. Nulla che investa in maniera diretta e onesta la straordinaria storia di questa città, uscita dal neolitico appena da un secolo: questi modesti spettacolini che alla fine non sono altro, andrebbero bene dovunque, da Riga e Vladivostok, ma anche a Sapporo o a Lagos, sono insomma un’espressione dell’ incultura globalista che ha come suo supremo riferimento l’incasso e la futilità assoluta dell’espressione, intercambiabile come il lego. Infatti le città della cultura, fondotinta dell’europeismo più emblematicamente sciocco, sono assolutamente fungibili  perché non devono parlare di sé, devono parlare d’altro, del più e del meno, in un’educata e insulsa conversazione da dimenticare al più presto. E’ la cultura delle parruccherie dei quartieri bene di qualsiasi colore.

Promozione si dirà e passi, qualche soldo che arriva e non c’è nulla di male, ma diciamo che se questo è quanto può fare l’Italia o l’Europa per Matera città che non ha ancora un collegamento ferroviario, siamo di fronte a uno dei più tipici aspetti della società dello spettacolo dove conta è ciò che appare, la manifestazione in questo caso, ma nulla che abbia a che fare realmente con le persone se non per qualche spicciolo che cade nel portafoglio. Dire invece che Matera potrebbe essere un centro di interesse planetario come residuo quasi vivente di una vita perduta, come una specie di Pompei non sepolta dal vulcano o di Petra appena abbandonata, ma ancora in vita appena qualche decennio fa: con adeguati finanziamenti potrebbe davvero rimpannucciarsi. Invece le tocca l’onore di una vetrina episodica che per di più la sfiora soltanto, anzi culturalmente la evita preferendovi il solito squallido e sussiegoso barnum contemporaneo. Del resto è dal 1985 che va avanti questa sagra della città della cultura e poi della capitale della cultura senza che la cosa abbia avuto qualche memorabilia, nemmeno presso le agenzie di viaggio, ma è servita soltanto a foraggiare i circoli portatori di sub cultura europide, per non dire l’intellighentia cialtrona, disposta in cambio di poco a scambiare il turismo con la conoscenza e la comprensione.

Matera e queste città del rito diventano di fatto testimoni dell’assenza e della burocrazia, come se il massimo grado di acculturazione continentale fossero gli istituti alberghieri: non è un caso che tutto sia concepito, ma senza l’originalità che lo contraddistingueva, sul vecchio modello del club Med, una effimera cartolina e tanta animazione.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: