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Il rottamatore della casa

matteo-renziFinalmente l’imbroglione Renzi è venuto allo scoperto regalando la famosa casa alle banche: ha cercato di far passare tutto sottobanco, di non farne sapere nulla agli italiani con la complicità dei media, ma alla fine, grazie anche ai 5 stelle che hanno diffuso la notizia, il piano per l’esproprio della casa dopo 8 mesi di rate non pagate è venuto fuori. E adesso i piddini corrono nei talk come galline senza testa (la loro natura del resto) per spiegare che cambierà tutto che non saranno più 8 mesi, ma 18 e che il provvedimento verrà applicato solo sui nuovi mutui che insomma adesso che sono stati presi con le dita nella marmellata cercheranno di rimediare. Certo fidarsi di questi borsaioli per conto terzi, ovvero per conto della Ue e della sua oligarchia finanziaria di comando, sarebbe perverso come farsi vittime volontarie, come darsi completamente in pasto alle illusioni. Bersi anche la immediata trasformazione della cattiva volontà in buona sarebbe perversione.

Questo perché la direzione nella quale marcia il provvedimento, quali che siano gli ammorbidimenti veri o fasulli che sono stati promesso per diminuire l’impatto del provvedimento, è la centralità del dominio finanziario che impone l’esproprio senza più il filtro dello stato, ovvero l’intervento di un magistrato e di un tribunale il quale, anche se non risolutivo dava almeno ai poveracci un tempo più ampio per tentare di risollevarsi e un maggior potere contrattuale nei confronti della banca che in certe occasioni veniva a patti. Sembra poco, sembra nulla, ma era tuttavia qualcosa, un diaframma ancora in piedi tra il cittadino a i poteri finanziari che lo strozzano. E lo strozzano comunque ingiustamente perché pagare le rate di un mutuo significa lavoro, fatica, produzione di ricchezza, mentre da parte della banca è solo l’emissione di un documento contabile del costo di pochi euro, senza relazione con l’effettiva raccolta di denaro dell’istituto di credito. La banca usa denaro eventuale contro denaro reale.

Si tratta soltanto di dare risalto al diritto del capitale, senza alcuna necessità o emergenza:, secondo quanto dicono i dati, la causa delle sofferenze degli istituti di  credito  non si deve certamente ai mutui, visto che il 70% dei crediti in sofferenza riguarda prestiti oltre il mezzo milione di euro, dunque non riguardante la casa, ma ben altri giri di affari, compresi quelli del sistema opaco tra affari e politica.

Così se durante l’anno scorso sono stati pignorati circa 60 mila appartamenti figurarsi cosa potrà accadere in futuro. Ciò che tuttavia sorprende è il fatto che il provvedimento sembra abbia colto di sorpresa un po’ tutti, come se fosse possibile in Italia evitare il medesimo destino di Spagna, Grecia, Portogallo, come se tutto questo riguardasse esclusivamente gli altri e non sia invece il risultato di una medesima logica che agisce come uno schiacciasassi. Il burattino Renzi è sempre più patetico nel suo dibattersi tra i diktat europei e quelli che vengono dai poteri forti nazionali anzi probabilmente sperava di brindare su un provvedimento che stava bene ad entrambi i suoi tiratori di fili. Anche questa gli è andata male, mentre gioca a guerra e pace.

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Renzi, morire con un twitter?

imagesI battibecchi euro italioti di questi giorni fanno pensare che i giorni di Renzi e del suo clan stiano arrivando al termine o che quanto meno il personaggio venga ormai messo in discussione dagli stessi poteri che lo hanno trascinato dai ceri e cappucci di provincia a Palazzo Chigi. Lo si sente nell’aria, nelle indiscrezioni, nelle cronache sempre meno entusiaste dei grandi giornali fiancheggiatori oltre che nei moniti della Ue: quando Juncker dice che ” non ha un interlocutore per dialogare con Roma sui dossier più delicati” è come se stesse dando il benservito al guappo di Rignano. Una cosa tutt’altro che sorprendente anche al di là degli errori commessi da Renzi e coagulatisi nella vicenda Banca Etruria: nella terra di nessuno che si estende fra la democrazia e l’oligarchia, la strada italiana verso l’autoritarismo è segnata dal rapido avvicendarsi di facce imposte ognuna delle quali rappresenta l’inganno della ripresa, del cambiamento o del ritorno a tempi migliori e deve essere sostituita non appena tale promessa truffaldina viene palesemente meno.

Altrove, come nella Francia degli eterni istinti bonapartisti viene favorito un passaggio diretto all’autoritarismo tramite le vecchie elites rivelatisi traditrici oppure in altri come nella Germania che ha goduto tutti i vantaggi dell’euro e del nuovo ordine, quindi con un consenso scalfito solo marginalmente, ci si preoccupa piuttosto delle deviazioni geopolitiche che potrebbero arginare il grande fratello americano, braccio secolare e armato del neo liberismo. E così i ricatti, i segnali di richiamo all’ordine si sprecano. Da noi dove il berlusconismo ha definitivamente portato a un immobilismo sostanziale in cui il vero potere è saldamente in mano a clan politico – affaristici, preoccupa soprattutto la necessità di tenere il Paese con la carota di speranze mal riposte e il bastone della paura, fidandosi che gli istinti grossolanamente reazionari di una consistente parte della popolazione permettano di tenere coperto il gioco. Si tratta prevalentemente di una questione di immagine, se non proprio di selfie sul nulla.

Così da qualche tempo ha preso fiato una sorta di prematura riffa sul dopo Renzi  nella quale si fanno strada sostanzialmente tre ipotesi: quella di un intervento diretto della troika, magari attraverso le delicate manine di Draghi (se vedi caso, chissù un’inchiesta sulla Banca d’Italia gli potrebbe soffiarela sperata presidenza dell’Fmi) o più probabilmente quelle dell’occhiuto Ignazio Visco nell’ambito di un governo di emergenza che tuttavia non consentirebbe quella “variabilità figurativa” utilissima nel nostro Paese; una sorta di soluzione istituzionale che per la quarta volta porti ai vertici una qualche faccia senza passare per elezioni e in questo senso viene mormorato il nome della Mogherini, che dio ce ne scampi; infine qualcuno pensa che il sistema di potere europeo e autoctono possa azzardare una mossa inattesa che quanto meno potrebbe dare una sensazione di novità per tempi un po’ più lunghi dei vari pinocchi di Palazzo e puntare sul movimento Cinque stelle, magmatico, ma proprio per questo scalabile a volontà come è avvenuto con Syriza. Il fatto che sulla stampa anglossassone comincino ad apparire articoli elogiativi sul movimento, nei quali Grillo non è nemmeno citato se non indirettamente come clown e sia invece portato sugli scudi Di Maio, la scomparsa dell’aggettivo populista dai report, la dice lunga sul fatto che anche questa ipotesi sia in campo.

Le possibili soluzioni sono tuttavia molte altre anche perché non tutto è determinabile nel dettaglio dai media e dal denaro, dai ricatti e dalle chiacchiere:  ma probabilmente la scelta di una soluzione e l’appoggio a quest’ultima dipenderà dagli interessi immediati e soprattutto dai tempi del nuovo gelo di crisi in arrivo, durante il quale l’euro diventerà indifendibile e insostenibile almeno nella periferia del continente: del resto la moneta unica ha già fatto gran parte del suo sporco lavoro politico e ora non c’è che da papparsi le banche, ciò che rimane del sistema produttivo e gravare i cittadini con nuove tasse impossibili e tagli di welfare per stroncare i ceti medi, proletarizzali ancorché non facciano figli. Probabilmente gli esperti di Bruxelles si attendevano che la nuova ondata di recessione facesse sentire i suoi segni premonitori molto più tardi nel tempo, ma non appena essa ha manifestato i suoi sintomi rendendo i conti italiani rossi come il diavolo e la legge di stabilità una bizzarra fantasia, è immediatamente passata alla demolizione del guappo. E lui non ha dalla sua che la difesa dell’opacità amministrativo – politica in cui consiste la residua sovranità italiana, dei vecchi equilibri di potere cui non piace che estranei vengano a buttare l’occhio. La variabile in tutto questo potrebbe essere data dai cittadini e dalla loro volontà di andare alle urne invece di sopportare nuovi colpi di mano, ma ormai è l’ipotesi più remota

Certo se il guappo di Rignano fosse un politico saprebbe sfruttare anche queste carte per rimanere in piedi, se fosse uno statista sarebbe lui ad indirizzare le forze centrifughe che ormai dominano in Europa, invece di esserne solo vittima. Ma è Renzi  e rischia di morire con un twitter.


Derivati e deviati: l’assalto allo Stato

images (1)Come avrete letto su L’Espresso e in rete lo scandalo derivati sta travolgendo il Tesoro: l’anno scorso gli investimenti in scommesse fasulle e perse sono costati 3,6 miliardi mentre quest’anno la perdita arriverà a 5 (senza contare i 3,1 miliardi al tempo di Monti e altre operazioni di cui si sa poco o nulla per un totale di 16 miliardi già saldati a cui si aggiungeranno nel tempo altri  42 miliardi come calcola Il Sole 24 Ore). Investimenti sbagliati si dirà, fatti nell’illusione che la finanza casinò avrebbe diminuito il debito ne avrebbe allungato i  i termini, atti di fede in un mercato che non aveva ancora conosciuto la crisi e che anzi si pensava immune da qualsiasi ripiegamento.

In definitiva questa perdita che annulla i vantaggi derivanti dalla diminuzione dello spread può essere messa sul conto della tetragona ideologia  liberista che nei primi anni del nuovo millennio era la fede ufficiale sia del berlusconisno puro che della sua variante mascherata da socialdemocrazia. Tuttavia queste perdite giunte alla cronaca solo grazie ad un’interrogazione dei 5 stelle nascondono un lato più inquietante e in qualche modo illuminante che va oltre le fedi ottuse, le illusioni e la credulità: da quanto si evince già al momento del ricorso a questi strumenti finanziari da parte dello Stato, attraverso sistema bancario, la possibilità che essi avrebbero portato un ristoro o un guadagno era scarsissima, meno del 10%, prevedendo un rialzo dei tassi del 6 o 7 per cento, del tutto improbabile almeno a quei tempi. Circostanza a cui si aggiungono inspiegabili anomalie di contratto  (per i particolari vedi qui).

Perciò tutto questo, proprio nel momento in cui si tacciano i risparmiatori di Banca Etruria e sorelle di essere degli speculatori e/o dei creduloni, non può essere sbrigativamente archiviato come una mossa falsa o un errore: o ci troviamo di fronte a una totale incompetenza dei funzionari del tesoro e dei loro referenti politici negli anni a cui si riferisce l’uso dei derivati o a una colpevole e irresponsabile imprudenza dovuta a cecità ideologica oppure a una combine nella quale si sono puntati i soldi di tutti in “scommesse” già perse in partenza e che vedevano come vincitrici le solite banche, facendole assurgere a creditori  privilegiati. La logica e il più elementare buon senso suggeriscono che di fronte a queste colossali perdite dovrebbe cadere, sia pure pro forma, qualche testa e qualche reputazione. Ma, come è nel velenoso spirito del tempo, dalle notizie sulla disgraziata vicenda viene totalmente espunto un qualsiasi riferimento alla responsabilità sia essa penale o meno, politica, amministrativa, conoscitiva: sembra che abbiamo perso miliardi solo per un capriccio del destino o perché era giusto così. Nessuna inchiesta è stata aperta, nessun commissione annunciata: la colpa, la negligenza, l’imperizia appartengono solo ai cittadini, ma non sfiorano i vertici dell’oligarchia.

In realtà che decine di miliardi se ne sarebbero andati in fumo non è una novità, se ne parlava già da mesi, anzi da anni, da quando nel gennaio del 2012 lo stato ha dovuto staccare un assegno da oltre 3 miliardi in favore di Morgan Stanley. Ma su quella operazione la Corte dei conti non si è ancora espressa, la Procura di Roma non ha riscontrato violazioni della legge e non ha approfondito, la Commissione Finanze della Camera ha avviato un’indagine conoscitiva, ma – udite udite – non avendo avuto copia dei contratti non è stata in grado di esprimere giudizi. E dire che quei pochi miliardi non sono che spiccioli rispetto a quanto presumibilmente uscirà dalle casse dello stato, tutti praticamente rubati alla scuola, alla sanità, alle pensioni, al welfare. E oggi non si fa più nemmeno la mossa, l’ammuina di andare a fondo a queste operazioni, a questo casino che non sembra nemmeno Sanremo o Montecarlo, ma una casa da gioco clandestina dove il giocatore non vince mai, anche perché se per caso le “assicurazioni” in derivati stipulate per difendersi da eventuali aumenti degli interessi sul debito pubblico funzionassero, fallirebbero gli assicuratori ossia banche e centri finanziari.

Stranamente però sono molte le inchieste e i processi per l’acquisto di derivati da parte dei Comuni, compresi Milano o Roma, come se  si trattasse di operazioni diverse rispetto a quelle dello Stato centrale quando invece sono perfettamente simili e in qualche caso hanno portato a perdite inferiori – in percentuale alla loro entità – rispetto a quelle provocate dal Tesoro. Ma nel caso degli enti locali c’entrano singoli pescecani e e poteri inferiori sui quali si può infierire per conservare la faccia. E  giocando sui quali si può facilmente far credere  che si tratti di errori o di anomalie, senza per questo dover mettere a nudo, smascherare l’assurdità del sistema. Lo Stato invece, di fatto sempre più dipendente da una governance diffusa dei poteri finanziari globali, sempre meno sovrano, deve far vedere che tutto è normale, che è stata solo una momentanea sfortuna.  Che tutto va bene e che in ogni caso bisogna farsene una ragione.


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