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Er mejo deve ancora arivà

monica-maggioni-217356Viviamo in Paese che si chiama Italia, ma che comincia con la m, un Paese in cui i referendum nascono con la risposta già data ( vedi qui), in cui i fraticelli di San Giovanni Rotondo forse insoddisfatti per la flessione delle regalie si sono venduti il cuore di Padre Pio in America, mentre torbidi e intricati giri hanno fatto finire la proprietà del Dna dei sardi a Londra e dove, per completare l’opera, la presidentessa della Rai, cioè della televisione pubblica, nominata in ragione del dimezzamento degli ascolti di RaiNews24, diventerà a breve presidente della Trilateral Italia, ovvero uno dei maggiori centri a sostegno di una visione fanatica e integralista del privato e del liberismo. E’ in buona compagnia visto che nell’organizzazione milita tutto un milieu di teste raffinate, da Monti a Letta Letta, personaggi della Bocconi e di Confindustria, parlamentari Pd tutti a far la spola su lucrose poltrone e intenti a controllare anche l’Ispi ovvero l’Istituto per gli studi di politica internazionale dove alla mattina e alla sera si stende il tappetino e si prega inginocchiati in direzione di Washington. E’ fin troppo chiaro il legame tra politica, geopolitica e mujaeddin del privato, ma con la eventuale nomina della Maggioni ,la Rai diventerebbe ufficialmente di parte trilaterale, senza che nulla abbiano da dire i grandi progressisti che fanno la posta ai cassonetti per esercitarsi con la Raggi.

Del resto l’educazione alla stupidità è andata troppo avanti, la capacità di crogiolarsi nelle ritualità senza vero contenuto è diventata una difesa contro la realtà, il luogo comune è ormai lo stile cognitivo unificato. Così dopo otto anni di crisi è possibile che una casa editrice vicina nei fatti al neo franchismo spagnolo, ovvero Rba, lanci anche in Italia una collezione di libercoli per aprire la caverna di Aladino dell’economia anche ai profani e spiegare loro perché devono soffrire. Oddio il passaggio dall’idraulica o dai corsi di moda per Barbie , dalle vite dei santi come della Bibbia a fascicoli, il salto è grosso, ma insomma mica ci si può formalizzare in questa era del contemporaneo. Come sempre del resto il problema non sta non sta in quello che è scritto, ovvero nelle risposte, ma nelle domande: il primo aureo libercolo si chiede se il welfare sia ancora sostenibile e già nell’interrogativo è contenuta la risposta, perché trascina la questione dello stato sociale da un piano di diritti e di progresso umano a uno di dare e avere dei profitti. E’ come se un giocatore compulsivo e patologico, si chiedesse se il suo vizio sia ancora compatibile con il mantenimento della famiglia e dei figli. La risposta ovviamente è no, ma proprio in questo sta il segno della malattia.

Sono cose che lasciano il segno, che si accumulano le une sulle altre, dando luogo al mondo grottesco del giorno della fertilità, oppure della mobilitazione dei sedicenti progressisti, saliti sul carro di palazzinari e cementieri, in favore delle Olimpiadi. Forse ignari del fatto che i cittadini di Amburgo, cioè di una città agli antipodi di Roma per efficienza, organizzazione e livello di corruzione hanno detto no alle olimpiadi del 2024 e non si sono fatti prendere per il naso dalla retorica giocaiola, sapendo bene che alla città vengono solo spese e problemi mentre i soldi vanno nelle tasche di organizzatori e speculatori. Un referendum risalente a meno di un anno fa ha bocciato la magniloquenza a  cinque cerchi; sono gli stessi cittadini, purtroppo gravati dall’onta di aver inventato la celebre polpetta, che nel febbraio del 2015 diedero alla Merkel un misero 16% dei voti, il 47 per cento alla Spd e un quasi 9 alla Linke. Ma come direbbero gli stilisti spagnoli di Barbie, Roma, dopo essere stata sgovernata dalla società dei magnaccioni  è sostenibile senza un’Olimpiade o un Giubileo? E’ mejo er vino de li Castelli che de sta zozza società, questo il sublime rimasuglio di critica e progetto sociale.


Pedagogia dei luoghi comuni

Licia Satirico per il Simplicissimus

Come in un crescendo rossiniano, il primo pedagogo parlante è stato Monti, premier “per tempi disperati”, nell’intervista a Time: «spero di cambiare il modo di vivere degli italiani, perché altrimenti le riforme strutturali sarebbero effimere». Il secondo pedagogo è stato Marchionne, che ha subito appoggiato il governo in carica «altrimenti si torna tutti alle caverne»: escluso ogni riferimento imprenditoriale a miti platonici, resta il dubbio che nelle caverne suddette l’applicazione dell’articolo 18 non sia ritenuta preistorica. L’apoteosi pedagogica spetta però, per acclamazione, al lungo editoriale di Beppe Severgnini apparso oggi sul Corriere. Anche Severgnini diventa ortottero e comincia a discettare di cambiamenti impossibili e di insetti simbolici: «non siamo previdenti come la formica della favola, ma siamo troppo smaliziati per non intuire il destino della cicala». Sarà perché la cicala era cara agli antichi greci oggi in profetico collasso economico, sarà forse perché gli italiani-formiche con posto fisso e piccoli risparmi sembrano proprio lo zimbello del governo Monti, ma l’accostamento entomologico non convince.

In effetti, di tutti i luoghi comuni declinati da Severgnini non convince nulla. Noi italiani possiamo e dobbiamo diventare qualcos’altro, tenendoci tutte le nostre storiche virtù inimitabili e lavorando sulle debolezze correggibili, «denunciate sempre con squilli di retorica ma sostanzialmente impunite». Tra le debolezze figurerebbero «l’intelligenza (asfissiante), l’inaffidabilità, l’individualismo, l’ideologia e l’inciucio». Non mancherebbe, peraltro, qualche “debolezza spettacolare”, subito articolata in tre esempi di portata epocale: «altre culture hanno prodotto malavita organizzata – spesso frutto di un’idea degenerata di famiglia – ma soltanto la mafia ha creato tanta letteratura, tanto cinema e tanta televisione. Molte belle città hanno attraversato momenti difficili: ma Roma e Napoli sono riuscite a trasformare problemi normali (immondizia e neve) in pasticci clamorosi, fornendo sfondi gloriosi a polemiche imbarazzanti. Alcuni Paesi importanti hanno eletto leader teatrali: ma nessuno ha eletto (tre volte!) un personaggio come Silvio Berlusconi, vero detonatore di stereotipi».

L’intento paideutico ha qui evidentemente asfissiato l’intelligenza di Severgnini, che considera la letteratura sulla mafia una debolezza narcisistica, quasi un vezzo autoreferenziale: come se lo scrivere di mafia potesse alimentare quell’antistato la cui presenza rappresenta non una mera “debolezza”, ma una tragedia piena di morti. D’altronde, si tratta anche di affermazione non inedita: nell’aprile 2010 Silvio Berlusconi dichiarò che la mafia italiana è famosa per Gomorra, e che fiction e letteratura sarebbero state un supporto promozionale per una forma di criminalità che è in realtà solo la sesta al mondo. Inedito è invece l’accostamento tra immondizia e neve, semplicisticamente liquidate come “pasticci clamorosi”: si mettono sullo stesso piano gli sforzi recenti di De Magistris contro la gestione criminale dei rifiuti (a proposito di mafie poco letterarie) e la debacle di Alemanno di fronte alle precipitazioni atmosferiche. Quanto a Silvio Berlusconi, come lo stesso Severgnini ricorda, Monti ha espresso al Time apprezzamento per il suo progressivo recupero di credibilità come uomo di stato internazionale, che favorisce l’evoluzione dell’Italia: il detonatore di stereotipi è sulla bocca riconoscente dell’uomo che vuole cambiare gli italiani.

Severgnini prosegue con l’asfissia da paragoni. L’Italia non è come gli orologi ma al più come i bambini: non può pretendere servizi sociali nordeuropei mantenendo comportamenti fiscali nordafricani, non può permettersi scuole, ospedali e strade finché investe nell’economia malavitosa, nelle banche svizzere, in corruzione, in rendite ingiustificate, in sprechi. Non possiamo, a maggior ragione, «andare in pensione quando siamo ancora attivi, per essere mantenuti da giovani che manteniamo inattivi (chiudendo loro il mercato del lavoro)».
Veniamo, è vero, da un ventennio eversivo il cui esponente di punta riteneva di sentirsi moralmente autorizzato a non pagare le tasse: ma è addirittura offensivo per disoccupati, pensionati e malati collegare i micidiali tagli alla spesa pubblica delle politiche liberiste agli investimenti (si spera non statali) nell’economia malavitosa, nelle banche svizzere e nella corruzione. È singolare descrivere il mercato del lavoro come un circolo vizioso in cui chi va in pensione prima del tempo si fa mantenere da chi non può lavorare perché le nuove assunzioni sarebbero precluse dal peso economico dei pensionamenti anticipati.

È oltraggioso pensare di essere educati attraverso la riduzione dei diritti, attraverso i sacrifici imposti da chi non li fa, da chi si erge a educatore sentendosi al di sopra di ogni messaggio educativo: da chi, come scrive Anna Lombroso, usa il “voi” e non il “noi”, ribadendo una distanza incolmabile tra governanti e governati. La paura della precarietà, lo spettro della Grecia non hanno nulla a che vedere con pregi e difetti endemici di un popolo: né ci salveranno solo gentilezza, generosità, grinta, gusto e genio.
Una classe politica squalificata, confusa e non più in grado di rinnovarsi rende poi improbabile l’immagine severgniniana del vecchio prodotto elettorale “che si allontana nel cosmo politico a velocità vertiginosa”. A noi Santanché non sembra affatto “il nome di un satellite di Saturno”: e pare che persino i satelliti di Saturno, raggiunti dalla notizia, abbiano rimarcato le opportune distanze.


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