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l’Aquila, dieci anni di solitudine

l'aq Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi rasentasse la città dell’Aquila a 10 anni dal sisma potrebbe a prima vista trarre una confortante impressione di alacre operosità: cantieri, gru, impalcature ancora appoggiate agli stabili che sono sorti a ridosso dei raccordi autostradali e più sotto altre costruzioni nuove e attrezzature e bulldozer che spianano rovine di quella che era una antica città. La stessa impressione chi si può ricavare dalla consultazione del documento di sintesi in premessa al nuovo piano regolatore della città, un testo incoraggiante, dinamico e propulsivo redatto secondo i sacri crismi dell’Ocse e scritto in quell’esperanto universale    imposto dall’impero che disegna l’Aquila del domani, con il centro storico che torna a essere il cuore sociale della smart city, grazie all’incoraggiamento dato all’accountability e allo sviluppo di un brand urbano e dell’intero Abruzzo che liberi il potenziale di risorse umane e naturali e incrementi la sua attrattività. Come Pompei, come Santorini, come le mete del turismo post catastrofico e magari post-atomico?

Intanto però l’Aquila di oggi in attesa del nuovo Piano regolatore risorge seguendo le linee direttrici del Prg   adottato nel 1975 e approvato nel 1979 (30 anni prima del sisma) in quella bolla che sospende regole e programmazione grazie alla prosecuzione seppure non dichiarata dell’emergenza, che permette il ricorso a strumenti e norme eccezionali e straordinari, secondo leggi e soprattutto licenze speciali stabilite da sponsor e benefattori nazionali e esteri, speculatori e appaltatori, istituti finanziari e imprese, sempre gli stessi raggruppati in cordate, imprese, controllate, partecipate, banche d’affari e d’investimento lungo  quel filo che unisce l’alta velocità e le casette del Cavaliere, le opere irrinunciabili ereditate dal governo vigente che non sa dire di no e i piani casa, i condoni travestiti da misure di necessità, leggi obiettivo e Salva Italia che hanno trasformato il paese in un immenso campo di scorribanda per predatori mossi dal puro scopo di accaparrarsi risorse pubbliche.

Sarà quello il brand auspicato? Me la ricordo bene l’Aquila indifesa e stremata di pochi giorni dopo quel maledetto 6 aprile, con il centro chiuso ai superstiti condannati nelle tende approntate dallo zar delle crisi, coi lettucci allineati come in uno spettrale ospedale da campo, la bacheche con le raccomandazioni del bon ton per terremotati riguardanti abbigliamento e civile comportamento, i cavalli di frisia guardati a vista dall’esercito perché nelle strade  a rovistare tra le macerie in cerca di memorie, foto dei nonni, catenine della cresima, orologi del diploma e pure farmaci salvavita (quelli mandati dalle industrie venivano misteriosamente intercettati) non si poteva entrare se non accompagnati da personale della protezione civile e tecnici autorizzati, che però non c’erano, perché era interdetto il contributo di volontari e professionisti che si erano proposti di svolgere perizie e vacazioni gratuitamente.

A governare l’Aquila commissariata e occupata militarmente era Bertolaso con le sue milizie e anni dopo sapremo il perché, un perché che è sempre rimasto impunito se ogni tanto lui risorge per candidarsi a risolvere problemi non ultimo quello della Capitale. Sapremo, ma lo avevamo sospettato, che dietro c’era la cosca del cavaliere che dispensava sorrisi anche tramite dentiere regalmente elargite insieme alla promessa di case subito “com’erano”, ma non dove erano, che dalla prima visita pastorale si seppe che avrebbe trasferito il modello Milano 2 e Milano  3, tirando su intorno alla città ferita estemporanei chalet, le sue news Town in numero di 19 riuscendo a spezzare in quella oscena periferia artificiale i vincoli sociali dei cittadini  e  minando la speranza di una rinascita della città.

Ce la ricordiamo bene l’Aquila quando anni dopo il solo documento che ce l’ha mostrata, nel silenzio di media: la parola d’ordine anche dei sacerdoti della controinformazione di Report era “lasciamoli lavorare”,  è stato un film, con una inviata criticata per essere magari un po’ prolissa o troppo condizionata dalle leggi dello show, l’unica ad avere il coraggio civile di penetrare nella fortezza in rovina, chiusa e isolata nella sua pena, per impedire l’accesso a chiunque non andasse in visita apostolica con le autorità, ma soprattutto a quelli che ci volevano tornare, a quelli che volevano riprendersele avendone tutti i diritti.

Ce la ricordiamo quando nel 2013 la Corte dei Conti Europea fece le pulci al governo Berlusconi accusato di sprechi e di aver favorito infiltrazioni malavitose, segnalando a conclusione dell’indagine su dove erano finiti gli stanziamenti comunitari, che ogni appartamento era costato il 158 per cento in più del valore di mercato, che  il 42 per cento degli edifici era stato realizzato con i soldi dei contribuenti europei (e non con quelli del governo italiano, come aveva sostenuto l’ex premier), che solo il calcestruzzo era stato pagato 4 milioni di euro in più del previsto, e 21 milioni in più i pilastri dei palazzi. E denunciando che un numero elevato di sub appaltatori non disponeva del certificato antimafia obbligatorio, che il  Dipartimento della Protezione civile aveva aumentato l’uso del sub appalto consentito dal 30 al 50 per cento, che una parte considerevole dei fondi per i progetti CASE e MAP sono stati pagati a società con legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata.

Negli anni successivi,  invece,  in presenza di governi più graditi all’Europa che fa carità pelosa coi nostri contributi, la Corte dei Conti comunitaria deve aver smesso l’attività di doverosa sorveglianza. E non sa quello che invece notifica la Corte dei Conti italiana secondo la quale (i dati si riferiscono al 2018) il  danno erariale per lo Stato provocato dalle condotte illecite solo per quell’anno in Abruzzo si aggira fra i 3 e i 4 milioni di euro e riguardano illegittime concessioni di contributi per la ricostruzione a seguito del sisma dell’Aquila del 6 aprile 2009, finanziamenti non dovuti da parte del Ministero delle Attività Produttive e dalla Unione europea, affidamenti illegittimi di incarichi da parte delle amministrazioni pubbliche.

Qualcosa avevamo saputo intorno al 2015 quando i Complessi Anti-sismici Sostenibili Eco-compatibili, le famose CASE delle News Town hanno preso ad andare in pezzi, un crac e giù un balcone, un altro crac e cascava un cornicione, scricchiolii e si sgretolava un muro. Uno stanziamento da 800 milioni, 490 alloggi finirono sotto inchiesta, gli abitanti provvisori vissero un secondo esodo. Due anni dopo crolla un’altra palazzina costruita da un’altra azienda, ma di quella indagine e dei doverosi provvedimenti non si sa nulla, nemmeno una breve in cronaca, mentre intanto gli operosi imprenditori si guardano intorno nel cratere dell’altro sisma, dove si ride meno perché se vigono gli stessi sistemi, i quattrini sono invece ancora meno.

Oggi, a 10 anni giusti giusti dal terremoto, la stampa locale annuncia che un  palazzo nel centro storico dell’Aquila sarebbe a rischio crollo e  una parte di corso Vittorio Emanuele potrebbe essere chiusa “con gravi ripercussioni sull’attività degli esercizi commerciali che hanno faticosamente riaperto”. Sono sempre i giornali locali che segnalano che solo 80 delle più di mille attività economiche presenti prima del 2009 “ sono tornate”, che la ricostruzione “privata” progredisce sia pure a stento, ma quella pubblica va a rilento. E che si compiace del pellegrinaggio del neosegretario   del Pd che richiama alla necessità dieci e tre anni dopo i due terremoti di avviare un piano  straordinario con tanto di commissario speciale, a sancire la prosecuzione dello stato di emergenza perenne in qualità di brand,   per l’Abruzzo, per il Centro Italia, per i comuni della regione che presiede: Accumoli (RI); Amatrice (RI); Antrodoco (RI); Borbona (RI); Borgo Velino (RI); Cantalice (RI); Castel Sant’Angelo (RI); Cittaducale (RI); Cittareale (RI); Leonessa (RI); Micigliano (RI); Poggio Bustone (RI) Posta (RI); Rieti;  Rivodutri (RI)). E per l’Aquila il  cui centro, il cui cuore pulsante è ancora una voragine che i cittadini chiamano il buco della ciambella. Una ciambella con intorno troppi sorci famelici.

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Grandi terremoti, grandi opere

Center Italy quakeCiò che ha evitato una nuova strage in questo secondo terremoto nell’Italia centrale è stato il fatto che la prima scossa ha avuto una magnitudo inferiore alla seconda inducendo le persone a scendere in strada prima che la seconda botta, assai più forte (vedi nota) distruggesse molti edifici. Questa circostanza, aggiunta all’attivazione di una seconda faglia dovuta al terremoto del 24 agosto scorso, confuta ancora una volta l’idea che dopo il primo colpo vi sia soltanto un assestamento o ancora che un lungo sciame sismico con scosse di moderata intensità le quali liberano gradualmente molta energia portino ad escludere che arrivi un fenomeno più intenso e distruttivo. Pare quasi banale dire queste cose, che sono del resto state sottolineate anche da Enzo Boschi dopo il prima sisma nella Val Nerina e ancora prima dopo il terremoto dell’Emilia, eppure proprio queste forzature previsionali in un campo nel quale si dice che non si possa prevedere, a causare la gran parte dei morti de L’Aquila.

Tutti ricordano l’irrituale riunione della Commissione grandi rischi, convocata all’Aquila  una settimana prima del disastro in cui Bertolaso, allora capo della protezione civile nonché organizzatore degli eventi e delle emergenze alla corte di Berlusconi, forzò la mano agli scienziati per far dire loro che non c’erano particolari pericoli ed evitare così al governo una serie di costose operazioni di sicurezza. La questione è diventata un caso giudiziario per omicidio colposo nel quale sono stati implicati diversi ricercatori, tra cui Franco Barbieri e lo stesso Boschi, accusato di aver sottovalutato con leggerezza i rischi, ma il vero colpevole, ovvero Bertolaso, l’ha fatta franca scaricando tutte le colpe sugli scienziati, mentre questi ultimi negano di aver fornito rassicurazioni fuori luogo («Il fatto che io possa avere escluso forti scosse in Abruzzo è assurdo – dichiarò Boschi – dunque qualcuno ha mentito”. Cosa sia davvero accaduto in quella riunione non si saprà mai perché il verbale fu fatto comparire da Bertolaso solo una settimana più tardi  a disastro avvenuto e dunque non è credibile. Ma si può tranquillamente supporre che sia trattato di uno dei più evidenti casi di condizionamento politico della scienza dove probabilmente il ricatto sulle carriere e sui posti ha indotto ad avvalorare o comunque a non contrastare i desiderata governativi.

Naturalmente come spesso accade in questo Paese delle mezze parole, dei ricatti e delle scappatoie leguleie il processo è finito a tarallucci e vino con un’assoluzione finale, dopo una una condanna in primo grado per gli scienziati, quale reprimenda morale e avvertimento. L’unico a ricevere in via definitiva una condanna, sia pure senza conseguenze concrete, fu il vicecapo della protezione civile Bernardo De Bernardinis e solo per un intervista televisiva data  poco prima della famosa riunione, nella quale rassicurava sull’assoluta improbabilità di una scossa distruttiva, inducendo perciò gli aquilani “a non mantenere la giusta cautela”. Non c’è bisogno di  sottolineare l’aspetto grottesco di questa sentenza in cui i cittadini devono avere la cautela che gli organismi dello stato non hanno e nemmeno suggeriscono. Del resto di che stato si tratti lo si vede bene dalla retata di ieri per infiltrazioni mafiose riguardo alla Tav Milano Genova, alla Salerno Reggio Calabria al “mover ” di Pisa e tutto questo sotto gli occhi dell’Anticorruzione di Cantone che dovrebbe prevenire e invece si occupa solo di rassicurare, di fare da schermo virtuoso alle nequizie che si svolgono al buio dei corridoi e delle sale del potere.

La logica in fondo è quella stessa della gestione dei terremoti che pur essendo un evento ricorrente in questo Paese finora è stato sempre considerata come un’ eccezione, senza dotarsi degli strumenti necessari per affrontare il problema in maniera strutturale a cominciare dagli strumenti finanziari per finire a quelli costruttivi e conservativi. Solo la fase di primo soccorso funziona dopo di che è solo un andare a tentoni a seconda delle convenienze, degli affari, delle disponibilità di cassa del momento e dentro una legislazione episodica. Grandi eventi, Grandi opere. Grandi disastri sembrano partecipare della stessa natura occasionale e opaca con cui viene governato il Paese.

Nota  Mi è capitato di dire più volte che la scala Richter e quella collegata della magnitudo non sono aritmetiche e lineari, ma logaritmiche e che dunque i valori reali non sono proporzionali: così la prima scossa di ieri di magnitudo 5,4 è in realtà molto minore della seconda di 5,9, non certo solo qualche punto in meno. Ecco un piccolo promemoria di calcolo. L’energia rilasciata da un terremoto, ovvero la magnitudo, viene calcolata come proporzionale all’ampiezza di oscillazione elevata a 3/2, ovvero a 1,5. Poiché il tutto viene riportato in scala logaritmica in base 10, ciò vuol dire che la potenza scatenata da un terremoto di magnitudo 1  la si ricava calcolando 10 elevato a 1 x 3/2, cioè dieci elevato a 1,5 che dà come risultato 31,62. Nel caso specifico è l’effetto dell’esplosione di 31, 62 chili di tritolo. Ma al di là di queste considerazioni di chiara derivazione americana , ciò che interessa è la proporzione, perché una magnitudo 2 corrisponde a 10 elevato a 2 x 3/2 ovvero a 3 che da per risultato 1000 e una magnitudo 3 a 10 elevato a 3 x 3/2, ovvero 4,5 che dà come risultato 31 622. E così via. Ogni grado insomma è superiore di circa 31 volte quello precedente e anche pochi decimali possono fare una grande differenza.


Il terremoto nel dna

terremoto-centroitalia1009-1000x600Com’è noto da almeno 2500 anni la penisola italiana è un’area ad altra frequenza sismica e alcune zone sono ad altissima frequenza: non è raro incontrare in Europa persone che non hanno mai avvertito un terremoto in vita loro, mentre questo è pressoché  impossibile in Italia. E di questa condizione fanno fede gli innumerevoli decreti o leggi di cui abbiamo conoscenza che si prefiggono lo scopo di dettare norme costruttive nelle zone colpite da un terremoto, fin dal 1627 quando un sisma distruttivo nella Capitatana indusse il vicerè di Napoli Antonio Alvarez de Toledo y Beaumont di Navarra ad emanare un decreto per stabilire un metodo costruttivo detto “sistema baraccato alla beneventana” basato su una struttura intelaiata in legno, con elementi verticali infissi in un basamento di muratura e con le specchiature dei telai chiuse con materiali leggeri (canne, legname) cementate con malta ed intonacate, metodo che ancora oggi fa baluginare le sue tracce in Puglia e che tuttavia permise una ricostruzione quasi totale in dieci anni dopo un sisma che aveva raso al suolo San Severo e fatto 30 mila morti.

Un evento che ha qualcosa di eccezionale e di unico in un Italia che dal tempo dell’unità ha visto 46 tra leggi e decreti tutti creati dopo qualche terremoto, Casamicciola, Messina, Irpinia, Friuli, Emilia, L’Aquila, Belice, Valnerina (nel ’79),  non c’è che da scegliere e che stabiliscono vari accorgimenti costruttivi, di solito rispettati solo per breve tempo e poi abbandonati o revocati come accadde per il regio decreto del 1937 nel quale con passo romano del gambero venivano ammorbidite per non dire completamente svuotate le regole stabilite negli anni precedenti.  Da tutto questo, anche facendo il confronto con altri Paesi con particolare attività sismica possiamo dedurre una lunghissima continuità storica riguardo ai terremoti: se Seneca considerava i fenomeni naturali distruttivi come ineluttabili e la cui conoscenza serve agli uomini non per intervenire concretamente, ma per sconfiggere superstizioni e paure innaturali, non pare che le cose sia cambiate in maniera sostanziale da allora, a parte una rivalutazione dell’universo apotropaico. Di fatto si agisce o ci si propone di agire solo dopo l’evento luttuoso, come se esso fosse unico e inaspettato, pur sapendo che in un arco di dieci anni esso è sicuro da qualche parte.

Certo dopo decenni di buonismo palazzinaro e di molte migliaia di morti  oggì abbiamo un quadro abbastanza completo della geografia sismica del paese e delle regole di costruzione sulle quali tuttavia è ormai quasi impossibile svolgere un controllo perché si metterebbero troppi lacci e lacciuoli all’economia, leggi profitti di padroni padroncini di incerta origine (è forse un caso che sia semicrollato l’ospedale di Amatrice, relativamente recente?) , ma questo riguarda comunque gli edifici nuovi a partire per una prima fase minima dal 1974 e per una invece più adeguata e realistica dal 2007. Tutto il resto, vale a dire l’immenso patrimonio definibile come storico e l’altrettanto enorme numero di edifici con sulle spalle 30, 50, cento e più anni che non ringiovaniscono col tempo, ma non hanno tutela alcuna, nemmeno nelle zone più a rischio. E per tutela non intendo solo l’adeguamento e la sistemazione le quali  procedono a un ritmo sfrenato, tanto che a fine giugno sono stati sbloccati  fra Stato e Regioni la bellezza di 139 milioni per quasi 3900 comuni, che ci si ristruttura anche un bagno, a patto di farlo fare ai bangla, ma protezioni legislative certe e non episodiche sia di carattere assistenziale che  economico, fiscale e assicurativo le quali almeno consentano di non perdere ogni cosa e di poter ricostruire e sistemare i danni secondo regole architettoniche precise. Tutto questo è del tutto impossibile secondo regole privatistiche e senza un intervento pubblico che prenda atto in concreto della sismicità del Paese e delle sue conseguenze a lungo termine. Perché se i forti terremoti non si possono prevedere per quanto riguardo l’ora, il giorno e la zona, la statistica di dà la certezza che avverranno.

Così sappiamo già cosa accadrà nella nuova aerea di lutto e di distruzione: precarissime tendopoli opportunamente sorvegliate perché non si osi alcuna protesta e i media possano lodare nel loro crudele e ridicolo rosario quotidiano l’azione del governo e del suo grullo in capo, chiacchiere e vaniloqui sulla ricostruzione che non avverrà, atterraggio di  avvoltoi per le new town di cartone, desertificazione turistica e produttiva. Insomma tutto il modello Aquila che giace ancora in perfetta rovina e dove spesso la conta dei vivi è drammatica come quella dei morti.


L’Aquila, avvoltoi, sciacalli e camorristi

l_aquila_-_una_new_town_del_progetto_case__-_30_07_2010_-_augusto_goio_large Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno dirà che il problema dell’Aquila è il traffico, come si disse di Palermo. Non è certo inattesa o sorprendente la notizia apparsa oggi sui quotidiani che per trarre maggiori profitti dagli appalti della cosiddetta ricostruzione privata i sette imprenditori coinvolti nell’inchiesta «Dirty Job» della Direzione Distrettuale Antimafia dell’Aquila si rivolgevano alla camorra, in particolare al clan dei Casalesi, per farsi procurare le maestranze a basso prezzo. Sono stati arrestati per ora solo sette imprenditori che operano nell’ambito della ricostruzione privata, quella caratterizzata dall’assenza di bandi pubblici con i lavori che possono essere affidati direttamente dai cittadini proprietari degli immobili danneggiati dal sisma del 6 aprile 2009, ma l’indagine continua.

In fondo all’appello tra i roditori e gli sciacalli che hanno spolpato l’Aquila fino all’osso mancava solo la presenza delle mafie, esplicita e di tradizione, poiché l’eufemismo in voga tra opinionisti e media impone che non vengano chiamate così le alleanze opache tra imprenditori, credito, pubblica amministrazione e politica anche se modi, usanze, linguaggio, usi di casa, coincidono.

Che a dirigere l’autorità che dovrebbe operare e in fretta contro la corruzione e ora a coordinare la vigilanza sull’Expo sia stato chiamato un magistrato in passato in prima linea nella lotta alla camorra dovrebbe significare che il governo ha ben chiare le commistioni oltre che la sinistra corrispondenza nell’agire delle mafie e del “malaffare”, l’integrarsi accertato tra i due contesti così come la convergenza degli interessi.

Ma sospetto che non sia così, che Cantone sia stato scelto per la sua popolarità che fa bene al premier, per la fretta della compagine governativa di far vedere risultati con nomine autorevoli cui non importa seguano i fatti, per quell’apostolato della fuffa che procede per gesti e annunci, cancellando enti e istituzioni ma lasciando al loro posto criminali eccellenti e non, imprese il cui core business è la progettazione e realizzazione di profitti facili e che, come dimostra il caso in questione, se portano “crescita” è quella della precarietà, della caduta degli standard di sicurezza e legalità, della svalutazione del lavoro. E che siano o no in odore di mafia poco importa, tanto è vero che si continua a non aggredire i gangli del crimine economico, in coppola e doppiopetto, per usare a un tempo due stereotipi: falso in bilancio, evasione, riciclaggio.

Addirittura a fronte dell’esplosione mefitica di scandali il burbanzoso giovinastro, così attento all’egemonia della comunicazione, ostenta ancora maggior disinteresse dei precedenti governi, perfino di quelli che santificavano dotti collezionisti tornati da Beirut o improbabili stallieri, al tema della “legalità”, se ne riduciamo la portata al tentativo di contrastare la criminalità organizzata in tutte le sue forme. Davanti alla Tav, al Mose, all’Expo, la priorità è andare avanti a tutti i costi, non ci si spreca nemmeno – come facevano Monti o Letta – a proclamare vigilanza contro le infiltrazioni di malaffare e mafie. L’isteria della crescita, il futurista pragmatismo dei festosi baciati dalla fortuna e dalla Merkel, considerano questi degli optional e d’altra parte si tratta di alleati di governo, finanziatori, compagni di merende, amici di compagni di merende, che ormai a pieno titolo fanno parte dei generosi creatori di Pil, quello cui l’Europa intende far contribuire prostituzione, gioco, scommesse, traffico di droga.

Ma non si può farne una colpa eccessiva. Anzi la colpa è dei mafiosi che sono venuti meno a certe tradizioni. Come i massoni hanno dismesso i grembiulini, loro hanno messo in naftalina la coppola e probabilmente anche il tritolo, forse perché sono sempre meno quelli che dicono di no. E così sono diventati indistinguibili rispetto ai Mantovani del Mose, ai Maltauro dell’Expo, agli uomini d’oro delle Coop, ai brillanti operatori di fondi e agenti immobiliari, a qualche ex-ministro, vanno nelle stesse scuole, seguono gli stessi master, si fanno vestire dagli stessi sarti, e se non lo fanno direttamente lo fanno fare ai loro manager, preparati, dinamici, cosmopoliti.

E dire che dovrebbero saperlo tutti che è così, non solo qualche valoroso investigatore o magistrato della Dia. Lo dovrebbero sapere i giornalisti e gli opinionisti che corrono su e giù per le scalette del consenso come criceti. Lo dovrebbe sapere il governo. Lo dovrebbero sapere i parlamentari, almeno quelli obbligati a leggere gli atti della Commissione Antimafia, e temo siano pochi, nei quali è scritto che le nuove mafie si caratterizzano per il controllo ossessivo, quasi maniacale, del territorio; per una struttura fluida ma saldamente ancorata all’elemento territoriale, ma con una spiccata vocazione alla proiezione internazionale, che permette di dare luogo alla nascita di gruppi federati che si costituiscono all’occorrenza per affari di droga o spartizione di appalti, secondo un modello non gerarchico, ma reticolare e cooperativo. E che le organizzazioni mafiose hanno trovato il modo di affrontare sfide e cambiamenti della modernità in modo sorprendente ed inatteso: rimanendo uguale a se stesse ed esportando in altri territori un modello organizzativo; rivelando una provata capacità di infiltrazione nella Pubblica Amministrazione con il fine di intercettare i flussi di denaro pubblico e una la profonda vocazione ad infiltrarsi nelle Istituzioni, specie con riferimento alla funzione di governo degli enti locali. I numerosi esempi di atti in danno di politici locali ed amministratori locali attestano una logica criminale che punta all’occupazione delle amministrazioni locali e un’elevata capacità di penetrazione nel sistema economico lecito, a seguito dell’accumulazione di patrimoni smisurati.

E se la ‘ndrangheta viene definita come una ‘holding criminale’, “che si caratterizza per il drenaggio delle risorse pubbliche riconducibili ad appalti pubblici, contributi, fondi comunitari e nazionali”, anche la camorra si sta costruendo un impero altrettanto moderno e innovativo, “vestendo sempre più spesso i panni dei colletti bianchi ed assumendo i connotati tipici di coloro che “si propone di fare a tutti i costi una scalata sociale alla grande ricchezza e al potere”e riuscendo a sostituirsi con il proprio ordine alle funzioni dello Stato e degli Enti locali, interfacciandosi con la criminalità globalizzata, accreditandosi come autorità economica, tanto “da indurre alcune realtà imprenditoriali a rivolgersi spontaneamente al capo clan, quasi ad “esorcizzare” l’effetto estorsivo, prima di iniziare l’attività di impresa; mentre in altre inchieste è emerso che grandi gruppi nazionali affidavano la rappresentanza in esclusiva a soggetti riconducibili ai clan, così da ottenere l’ulteriore effetto di facilitare l’inserimento dei propri prodotti sul territorio”.

Un bel po’ di anni fa ormai citavo in un post di questo blog una dichiarazione folgorante di un tenente dei carabinieri di Monza: “ il mondo ormai è la Calabria e quello che diventerà Calabria”. La profezia si è rivelata giusta, il mondo è Expo, è Tav, è Mose, è l’Aquila o lo diventerà.


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