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Archivi tag: Laos

Bombardate quel ponte

0-15452Il declino di un’epoca e quello delle classi dominanti ad esso legate si mostra con chiarezza nel rifiuto di accettare la nuova realtà che si sta formando e nell’incapacità di mettersi in rapporto con essa cercando di integrarla o di approdare a diversi equilibri.  In questo senso il grido di dolore che sale dai lobbisti e dagli oligarchi di Bruxelles per la sconfitta dei loro impiegati in Italia che si traduce nel vendetta tremenda vendetta dello spread, è assolutamente analogo all’invito da parte del Washington Examiner, di bombardare il nuovo ponte di Crimea, un capolavoro dell’ingegneria lungo oltre 18 chilometri che collega la penisola al continente russo senza passare dall’Ucraina dominata dagli Usa .

I motivi della demonizzazione sono chiari come il sole, ovvero la definitiva perdita della Crimea da parte dell’Ucraina che del resto non l’aveva mai posseduta nei lunghi secoli della storia russa prima che il “dittatore” Kruscev (così è visto in occidente) si facesse venire la malnata idea di regalarla amministrativamente a Kiev. Secondo un principio di legittimità puramente astratto  avrebbero più diritto a governarla le repubbliche di Genova e Venezia (e ovviamente, per proprietà transitiva, l’Italia) le quali ottennero vaste concessioni dai tatari che vi regnarono fino al 1783 anno nel quale i russi conquistarono la penisola senza tuttavia un formale passaggio di potere. Cosa che è anche avvenuta in Ucraina con il sanguinoso golpe del 2013. Questo tanto per mettere in chiaro la flebile consistenza delle recriminazioni di Kiev e dei loro padroni bombardieri,  che sperano di confondere i torti con la pignoleria, anche da un punto di vista formale. Il fatto vero però è che questi incitamenti criminali alla distruzione, oltre ad essere espressione del cretinismo ontologico cui porta il sistema, non sono altro che la spia dell’incapacità del potere occidentale di mettersi in relazione dialettica con l’altro, siano essi i “populisti” interni, siano l’ascesa di altri centri di potere, concependo solo la distruzione come ultima prospettiva possibile.

Accade semplicemente che non si individua più un punto di sintesi e quindi l’antitesi va distrutta: la fine della storia preconizzava la fine della storia degli apparenti vincitori. Del resto a dimostrazione di questo valgono tutte le guerre, i tentativi di golpe militare o civile che si sono svolti e si svolgono sotto i nostri occhi, ma forse la prova più convincente è la patetica guerriglia occidentale contro i colossali progetti ferroviari che la Cina sta intraprendendo nell’ambito della sua nuova strada della seta e le relative opere infrastrutturali energetiche e viarie che accompagnano i binari, facendo arretrare il neocolonialismo di rapina occidentale.  Prima che che il grande progetto arrivasse in Laos con l’avanzamento della ferrovia tra Kunming e Singapore, la capitale di questo Paese semidistrutto dalle bombe americane al tempo del Vietnam, Vientiane, era una cittadina, buia con poche strade asfaltate sulle quali sfrecciavano unicamente le auto sportive delle Ong statunitensi ed europee le quali incoraggiava la popolazione a tenere spente le luci per risparmiare la poca energia che c’era e non avevano altro pensiero che determinare la governance del Paese per mantenere gli enormi profitti su un lavoro schiavizzato.. Poi sono arrivati i cinesi, la dighe sui fiumi, fabbriche ed energia in quantità è la città è rinata, mentre i soldi occidentali andavano a finanziarie “attivisti” che si opponevano a tutto e che cercavano di rallentare ogni progetto. Attivisti che in casa vengono peraltro criminalizzati, manganellati e incarcerati addirittura con l’accusa di terrorismo.

Nemmeno per un attimo si è presa in considerazione l’idea di controbattere l’offensiva cinese con altrettanti investimenti visto che i soldi servivano invece alle guerre e ad alimentare i giochetti di borsa: non si è offerta alcuna alternativa, ma ci si è limitati ad azionare le tradizionali e ingannevoli leve del soft power americano, fatto di diritti umani e questioni ambientali, quelli per l’appunto negati dalle guerre e dalle devastazioni del pianeta d praticamente ogni giorno. E’ evidente che il sistema non si è più in grado di reagire in maniera razionale, efficace e produttivo ogni qualvolta non c’entrino le armi, la speculazione selvaggia o la riduzione in schiavitù del lavoro come effettivamente accadeva in Laos.

Ma torniamo al ponte e ai propositi di bombardamento cui incita il Washington Examiner. A chi appartiene questo giornale ritenuto espressione del conservatorismo radicale? Al miliardario Philpp Anschutz i cui nonni, grandi latifondisti terrieri, arrivarono in Usa per sfuggire alla rivoluzione di ottobre. E’ un seguace integralista della chiesa evangelica, è proprietario di ferrovie, ha avuto da Bush figlio il via libera per il fracking in Montana, nonostante la strenua opposizione di gruppi ambientalisti, della popolazione e delle tribù indiane, ha finanziato in gran parte la costruzione del Millennium Dome a Londra in cambio di un assenso del governo britannico alla creazione di un megacasinò, che dopo le polemiche scoppiate si è fatto lo stesso, ma a Manchester. Ora chiediamoci con quale faccia questo emblematico rappresentante del sistema neoliberista possa lamentarsi per le ferrovie cinesi, per la Crimea o per i diritti umani e  l’ambiente che vengono opposte al riscatto di intere popolazioni da uno stato di servitù.  Ora se il suo giornale ritiene che sia giusto bombardare i ponti o trova Israele  “così mite nella propria autodifesa” è una cosa che non riguarda certo qualche giornalista stupido e un editore carogna, ma è semplicemente una particolare espressione di un modo di essere dell’occidente, anzi in questo caso dell’estremo occidente. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensino gli europeisti a tutti costi di casa nostra che si credono dei progressisti solo perché non si accorgono di vedersi nello specchio di Dorian Gray.

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Cina, Vietnam, Laos ma quanto je rode

cinese-640x342L’altro giorno si è aperto il 19 congresso del partito comunista cinese con la tradizionale esecuzione dell’Internazionale , suonata dalla banda dell’esercito popolare. Quello stesso dato più volte per morto dall’occidente, paradossalmente accusato sia di non essere più comunista e di aver completamente accettato il capitalismo, sia di essere un regime liberticida di stampo comunista. Ma poco importa una qualsiasi coerenza, ridotta nel mondo occidentale a meno di un gadget, visto che si tratta a seconda del contesto  da una parte di giustificare un’ascesa economica gigantesca che in trent’anni ha fatto del celeste impero la maggiore potenza manifatturiera del pianeta, cosa impossibile per un regime comunista secondo le vulgate liberiste che hanno dominato durante la guerra fredda e poi passate come prova del nove nella narrazione neo liberista,  dall’altro di ostracizzare Pechino appunto per il suo comunismo.

Sta di fatto che, qualunque opinione si ne possa avere su questo, la Cina è un Paese leninista dove il governo centrale ha di volta in volta dettato le regole e governato l’economia anche nei suoi tratti per così dire privatistici ed è anche il Paese che ha avuto, ma di gran lunga di gran lunga, la maggiore crescita nominale e ancor più reale durante gli ultimi trent’anni,  ovvero da quando il comunismo è stato dichiarato morto e  sepolto. Ma non è l’unico esempio c’è anche quello del vicino Vietnam, anch’esso retto da un governo leninista che nonostante sia stato praticamente raso al suolo dalle bombe americane è quello che oggi si prepara a vedere il maggior incremento del Pil in Asia e a essere l’erede  della stagione di crescita miracolosa delle tigri asiatiche, ovvero delle piccole repubbliche a trazione Usa, come Taiwan, Corea del Sud, Singapore.

Ma la stessa cosa vale più o meno per il Laos, Paese assai meno conosciuto, anch’esso una Repubblica popolare in forte crescita, di circa il / per cento all’anno sebbene abbia subito distruzioni enormi durante la guerra indocinese con 580 mila raid aerei Usa e oltre due milioni di tonnellate di bombe lanciate sul suo territorio, il 30 per cento delle quali inesplose, lo dico ai mitomaniaci delle “buone cose” americane, ma soprattutto per segnalare le immense difficoltà dell’agricoltura alle prese con milioni di ordigni sparsi nei campi. Per giunta lungo circa vent’anni ha dovuto subire una continua pressione dei guerriglieri di etnia Hmong a suo tempo ( ormai sono disponibili sono i documenti ufficiali) addestrati e armati dalla Cia in totale violazione degli accordi di Ginevra del 1954, i quali anche molto dopo la guerra continuarono sotto il comando di consiglieri Usa a opporsi al governo centrale.

Secondo la confusa e occasionale narrazione occidentale queste crescite straordinarie sarebbero dovuto all’apertura al mercato che rappresenta il bene supremo, mentre il comunismo o comunque le forme che ad esso si ispirano, sarebbero il male assoluto. Solo i bambini e gli idioti possono credere in questo manichesmo intellettualmente scadente e moralmente deteriore che ha un unico scopo: quello di cancellare la realtà e di negare che i forti elementi di pianificazione economica hanno fatto la differenza tra una crescita formidabile, ma in qualche modo regolata e guidata e invece un’ economia di rapina e da guerre dell’oppio, determinata dalle multinazionali e dallo sfruttamento intensivo, come avviene in tante altre parti del mondo. Tutto va bene da da Port Artur al Mekong, dal Gobi alla baia del Tonkino? No di certo, ma non si può non prendere atto dell’efficacia che ha avuto questo assetto diciamo leninista in realtà instabili, complesse, , spesso poverissime in partenza, frammentate, in rapida trasformazione e per quanto riguarda la Cina di scala gigantesca nella quale un piccola regione ha gli stessi abitanti di una grande nazione europea. Le elites lo sanno e sanno che prima o poi saranno costrette al confronto. Per ora nel segreto delle loro torri rosicano.


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