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Venezia. Gabelle medievali, svendite moderne

Carnevale Cannaregio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il Consiglio comunale di Venezia ha approvato nei giorni scorsi il Regolamento di applicazione del “contributo di accesso” al centro storico, la cosiddetta tassa di sbarco introdotta per la città lagunare dall’ultima legge di bilancio. Sono previste ben 22 tipologie di esenzione dal tributo: da quella per i nativi che abitano altrove a quella per tifosi, curve e hooligans compresi, in trasferta a Venezia per seguire gli eventi sportivi. Il  sindaco Luigi Brugnaro esprime compiacimento: «È un regolamento unico al mondo ed è la prima volta che qualcuno osa fare qualcosa di così impattante rispetto all’utilizzo di una città”.

Fatta la legge trovato l’inganno, recitava il vecchio proverbio. E adesso possiamo contare su Floris che alle istruzioni per aggirare le regole e gabbare lo stato sul reddito di cittadinanza, erudisca torme di garrule monache, scolaresche di adolescenti che trascinano i piedi sui masegni, galli in canottiera traforata e brachette, sassoni sudati che emanano afrori endogeni misti a filtri solari, pantere grigie col parroco in testa, bagnanti che giungono da Jesolo in pareo e calzoncini, trattati come numeri dalle agenzie, uniformati da berrettini (non a caso al terminologia che li riguarda è in gran parte militare: invasione, avanguardie, colonne prese d’assalto, concentramenti), e tutti parimenti adirati, su come evitare l’ingiusto obolo. Perché su questo hanno ragione, si tratta di un’imposizione ingiusta frutto dell’ideologia della disuguaglianza per censo, che sostituisce in questo caso una limitazione necessaria per stabilire e rispettare la capacità di carico della città, con una misura basata sulla capacità di spesa.

Quindi possiamo aspettarci che la creatività di tour operator, affittacamere, albergatori, osti e ciceroni si dimostri con espedienti immaginifici come è giusto avvenga in una città d’arte, in modo da aggirare le incresciose regole tramite autocertificazione di requisiti che potrebbero sconfinare nell’ambito dei diritti fondamentali e inalienabili: quello a presenziare a una gara agonistica su che fa la pipì più lontano in Canalazzo, o l’adesione a un safari di pantegane, quello a effettuare un sopralluogo, su mandato di influencer gastronomici, sul saor e l’efficacia nel tempo della suddetta forma di marinatura testata nel passato per conservare un alto prelato di Torcello la cui salma non poteva essere tumulata a Venezia  per via delle avverse condizioni meteorologiche, o anche la partecipazione a eventi a alto contenuto sociale, come il bacio collettivo qualche anno fa celebrato in Piazza, o anche  l’appartenenza con regolare esibizione dei requisiti e degli attestati a una qualche cerchia di meritevoli che un amico intelligente ha voluto giorni fa identificare in “amici di Costa Crociere”, o meglio aspirante speculatore edilizio a Marghera che il sindaco Brugnaro vuole promuovere a Serenissima 2 a vocazione turistica con tanto di frontline come Dubai e hotel come a Las Vegas e così via.

D’altra parte Venezia è abituata a leggi che non solo possono essere aggirate per motivi di interesse, per corrompere e ridurre tutto a merce, ma che proprio  nascono corrotte come nel caso del suo Mose, affidato a un’aberrazione giuridica.

Figuriamoci se si stupisce di un provvedimento che parte da un principio insano, per non dire suicida: per tutto il mondo andare a Venezia non deve essere un piacere ma un obbligo, un dovere morale e sociale per centomila crocieristi, centomila dipendenti della Toshiba, centomila scolari di college, centomila monache, centomila pensionati con centomila curati sollecitati a convergere tra le Mercerie e la Torre dell’Orologio, tra la Stazione e Campo Santi Apostoli. E’ diventato un impegno, un imperativo categorico che da oggi però, anche se si limita a un soggiorno breve, conquistato con mezzi di fortuna, un mordi e fuggi effimero, una tappa di crociera o una deviazione in vista della costa romagnola, grazie al pagamento di un modesto tributo si converte per  chi l’ha sborsato in diritto a calpestare i sacri mosaici con gli zoccoletti, a intavolare un picnic di cibi estratti dallo zaino all’ombra delle Procuratie,  abbandonando poi le bottigliette e i sacchetti in bella mostra, a tuffarsi dal Ponte di Rialto, a cavalcare i leoni dell’omonima Piazzetta, a trascinare trolley e perfino biciclette “su e zo per i ponti”, salvo magari quello di Calatrava dove sarebbe consigliabile non avventurarsi.

Eh sì perché la misura di commercializzazione della città sia pure a prezzi scontati già praticata con l’alienazione del patrimonio comune di palazzi, siti, immobili di pregio, permette a chi paga di acquisire un diritto di proprietà, o, più modestamente, di libero oltraggio. Anche perché l’ingresso in quello che la giunta veneziana ha dichiarato non più città, ma museo a cielo aperto realizzando la distopia imperiale che vuole l’Italia un grande parco tematico coi cittadini ridotti in servitù, camerieri, facchini, pony, baristi, tassisti, infine mica costa come un ingresso allo stadio, mica come una sera in discoteca, mica come un menu degustazione del locale della star di masterchef, ma molto meno, molto meno, così poco che non può essere interpretato come un dissuasivo disincentivo e non giustifica il provvedimento se non con motivazioni ideologiche. Quelle del pensiero debolissimo di un ceto dirigente consegnato al dio mercato che ha fatto della città, delle città, un prodotto da svendere, affittare, dissipare, svuotare di chi ci vive e lavora, per sostituirli con più desiderabili avventori e consumatori.

Ormai è fatta, non serve nemmeno ricordare che ben altro si sarebbe dovuto fare per difendere almeno la città se non i suoi residenti dall’affronto quotidiano (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/02/gabellieri-in-gondoleta/ ): controllo e razionalizzazione preventiva dei flussi, numero chiuso, certamente, ma soprattutto un nuovo pensare a Venezia come a una città e non come a un albergo diffuso, o peggio, a un “museo a cielo aperto”, e ai suoi residenti come a cittadini da rispettare e non da espellere, a meno che non si prestino a mansioni precarie e dequalificate. Ma questo significherebbe contrastare l’avidità irriducibile dei nuovi speculatori globali, l’egemonia delle rendite monopolistiche, il suolo urbano come terreno di estrazione, la città come brand da dissanguare. Significherebbe  abbattere  il nuovo “ordine urbano”, la  monocoltura turistica, che provoca l’espulsione e il pendolarismo di lavoratori e abitanti nel parco a tema, che induce la trasformazione del territorio, del paesaggio e dei monumenti da bene comune a merce.

Così  si deve fare i conti con una verità brutale e rimossa dalla nostra ammortizzata società: viaggi sempre più facili su aerei e navi sempre più grandi, su pullman multipiano, su treni sempre più lunghi e inutilmente veloci, su auto sempre più velenosamente efficienti mettono sempre più in circolazione masse di turisti “poveri” per i quali si possono moltiplicare i cestini con pizza e cocacola, le lattine di birra e gli hotdog, ma non Venezia, Taormina, Capri, Firenze, Pisa, luoghi unici e non replicabili neppure a Las Vegas destinati a diventare, pena la distruzione totale, destinazioni e privilegi per minoranze.

E se non è giusto che si voglia essere tutti nello stesso posto e nello stesso tempo, se non è giusto che luoghi eccezionali per essere goduti da tutti prevedano di non essere goduti da chi ci vive e ha contribuito nei secoli a farne il prodigio che sono, è altrettanto ingiusto che sia necessario via via impedire che in mezzo alla calca sudata e spesso ignorante e distratta, che si dà gomitate per farsi un selfie davanti al Ponte dei Sospiri, tra gli scimmieschi analfabeti e annoiati  che si trascinano stancamente in Fondamenta dei Vetrai per acquisire un animaletto made in Taiwan, qualcuno, un illuminato per caso, scopra la bellezza, venga fulminato dalla Madonna dell’Arancio, dai Mori che stanno a guardia dell’appartato campiello, che qualcuno, sia pure tirato su a spot, a scenari di cartapesta, a manga e percorsi virtuali,  senta come un alito, un sussurro, una luce di perfezione, non gretta, non commerciale, non cruda, una grazia insomma, la benedizione laica della bellezza.  In fondo è per loro che il Consiglio dei Dieci si sarebbe impegnato a trovare una soluzione, è per loro che, cogitabondi, hanno meditato di diritti e  morale, doveri e responsabilità collettive, Lutero, Kant,  Schopenhauer e Marx.

E cosa pretendevamo da Brugnaro?

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Elemosina educativa

elemosinaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ho sempre nutrito forti sospetti sul reddito di cittadinanza, elargito come una bracioletta buttata ai cani affamati, e che è sempre piaciuto invece  alle marie antoniette, che l’assistenzialismo lo approvano se è compassionevole con gli Agnelli, i Riva, i De Benedetti, i Benetton, e che, anche fuori dai nostri angusti confini, lo hanno sostenuto in qualità, dicono loro,  di motore dei consumi, propizio invece all’incremento dei profitti dell’ 1%  della popolazione, alla caduta dei salari e la loro precarizzazione

E d’altra parte non può essere che così trattandosi di una misura che mentre dovrebbe far parte del quadro ideale della giustizia sociale   agisce separata invece se non addirittura in contraddizione con il   lavoro e le sue dinamiche, riassorbendo tra l’altro altri stimoli precedenti (come il reddito di inclusione, alcune indennità speciali ed esenzioni) e destinata com’è alla mera sussistenza.

Figuriamoci se non sono ancora più sospettosa se l’obolo poco più progressivo rispetto alle gratifiche renziane e sulla falsariga delle mancette ai ragazzi sotto forma di cultura da mettere in mezzo alle due fette di pane, si immagina condizionato al rispetto di alcuni dogmi  necessariamente imposti  e fini pedagogici a un popolo capriccioso (l’ha detto anche lo sciupafemmine greco), corrotto (l’ha detto anche Juncker), indolente (l’ha detto anche la Merkel), bamboccione (l’ha detto anche la Fornero)  perché adegui i suoi consumi e pure i suoi desideri a una etica pubblica se non equa e solidale, almeno sobria, misurata e pure autarchica ( indirizzata all’acquisto di produzioni Made in Italy?), simbolica della vittoria dei neo rigoristi sugli spendaccioni.

Tanto tempo fa una persona che ho molto amato mi ha insegnato che se un amico mostra di aver bisogno di un aiuto economico glielo devi dare senza esigere che ti dica a cosa gli serve. Anche se quel prestito venisse investito in una spesa apparentemente futile. Perché se la morale pubblica  permette  che a qualcuno manchi il “suo” necessario, non possiamo pretendere di sostituirla con una morale privata e individuale che alberga nella nostra troppo elastica coscienza e che si fonda su un catalogo arbitrario di morigerate priorità  e di punizione di voglie impure.   ‘virtù deboli’ come il silenzio, la pazienza, la perseveranza, la frugalità, siano quelle di cui abbiamo bisogno per un agire anche socialmente virtuoso?

Il fatto è che troppo è cambiato e di troppe cose siamo stati espropriati per farci guidare dalla legge morale dentro e fuori di noi sotto quel  solito cielo sempre meno stellato e sempre più frequentato da missili, caccia e satelliti che spiano e controllano le nostre vite, i nostri desideri e le nostre spese. E sempre di più non solo ci viene negato l’accesso e perfino il permesso di reclamare  i bisogni alienanti, per dirla con Agnes Heller: l’accesso e  il possesso di beni, soldi e potere, ma pure quelli radicali che non dovremmo più ascoltare e tantomeno appagare e che  riguardano l’introspezione, l’amicizia, l’amore e il piacere secondo una molteplicità di inclinazioni, le vocazioni, la convivialità e il gioco, perfino la libertà di morire con dignità. E sempre di più un agire socialmente virtuoso, un tempo rappresentato come esercizio di pazienza, riservatezza, perseveranza, frugalità, ora proposto sotto forma di tenaci arrivismi,  urlacci da comizianti, tracotanti sfrontatezze deve perseguire finalità di profitto e rendita in modo da mettere in moto la macchina dell’economia, compresa quella di guerra e successiva auspicabile ricostruzione,  e per far sì che la solita sempre più avara manina delle provvidenza sparga un po’ della sua polverina d’oro sui miseri, a patto che mostrino gratitudine e ossequio.

La storia ci ha insegnato che c’è poca differenza tra totalitarismi secolari e religiosi. Potremmo aggiungere anche quello che oggi occupa il mondo: non ostacolato, che impiega una violenza ferina ma organizzata, nel quale perfino il linguaggio è assoggettato al potere e stravolge e rovescia la verità, cancellando ogni distinzione tra vero e falso, tanto che è autorizzato a muovere guerre umanitarie, la cui potestà si esprime nell’autoritarismo, nel controllo sui tempi e i processi di lavoro, nella imposizione di modelli di consumo e soprattutto di lecite aspirazioni in modo da influenzare comportamenti attitudini e scelte, nell’alimentazione della paura, nutrita con il sospetto e il risentimento, nell’esercizio come sistema di governo del ricatto e dell’intimidazione per esaltare i benefici della rinuncia, del conformismo e dell’accettazione come  abiure inevitabili alla dignità e all’autodeterminazione in nome della  incontrovertibile necessità, se al posto degli Stati e della politica è subentrata la supremazia indiscussa delle corporation, delle multinazionali, di quella cupola  che sconfina esplicitamente nelle geografie del crimine, nel contesto di un sistema che coinvolge la “totalità” delle relazioni sociali legandole alle dinamiche del capitale e del mercato, e che concede ai molti sempre più ridotte  quote della ricchezza sociale al solo scopo di garantirsi la sopravvivenza, facendo interiorizzare i suoi schemi psicologici e comportamentali di dominio.

E’  questa la banalità del neo-male: la rassegnazione in virtù della soddisfazione di bisogni  “inoffensivi”, l’affermarsi di false libertà e falso benessere in un regime di alienazione ormai accolto e giustificato come normale, l’assuefazione e introiezione di messaggi che spacciano per libertà la concessione discrezionale di licenze,   quando  ai vecchi tabù ne sono stati sostituiti di nuovi. È questa la cattiva democrazia, un percorso aberrante disegnato nella mappa del “progresso” in modo l’uomo non sia né in grado di intuire i segni della propria illibertà, né di immaginare il percorso verso una libertà futura, da conquistare concretamente e  in cui l’unico diritto/dovere  elargito a ciascuno è unicamente quello di produrre e consumare, felicemente  esonerato dalle questioni morali, dalle decisioni finalmente delegate,  dalla solidarietà, spodestato da qualsiasi   riserva critica a cui attingere per resistere allo status quo e che quindi non può e non deve né pensare né, di conseguenza, realizzare le alternative; un individuo, insomma, che non vive ma si lascia vivere.

In questa realtà artificiale fatta di franchigie, grazie e assegnazioni arbitrarie che hanno messo in scena si realizza quella che qualcuno  ha chiamato  “caduta nella libertà, ovvero nel nulla”.  E pur essendo così in basso, senza il paracadute della ragione e dell’utopia ci facciamo un gran male.

 

 


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