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488 incentivi per piangere (di collera)

Scusate l’esitazione, ma mi viene da piangere… per l ‘irritazione e la rabbia di fronte a una manovra di iniquità stellare, ma anche disordinata, scialba, così poco tecnica che viene il sospetto di aver chiamato l’idraulico sbagliato. Evidentemente non ho il cuore tenero, se piango di rabbia e sono ben lontano dalla “faiblesse du bourreau” che tutti abbiamo potuto vedere all’opera in televisione.

Però ci sono cose da non credere dentro la manovra Monti, è uno scrigno di colpi ai poveri e di favori ai ricchi che andrebbe esplorato con attenzione. Per esempio esiste un fondo di 30 miliardi all’anno per il sostegno alle imprese che è tra le spese più grottesche e inutili che si possano immaginare e che spessissimo invece di premiare l’originalità e l’innovazione finiscono nel mondo opaco di contatti tra politica e affari. Sono in ogni caso aiuti di Stato che non dovrebbero far parte della filosofia di Monti, se questa non fosse tumultuosamente cambiata in appena 17 giorni, un vero miracolo.

Si chiamano “Incentivi 488”, vengono usati soprattutto nel Mezzogiorno e secondo parecchi  interventi della Corte dei Conti sono del tutto inutili, la stessa conclusione a cui sono giunte diverse inchieste fatte fra gli stessi imprenditori. Fabrizio Barca, economista e attuale ministro per la coesione contrattuale che ha competenze in materia scriveva appena due anni fa: «ogni tentativo di manipolare l’economia e la società del Mezzogiorno con sussidi, gabbie salariali, imposte differenziali o esenzioni d’imposta è destinato ad attrarre le imprese e le teste peggiori, a richiamare investimenti e imprenditori “incassa e fuggi».  Persino la Pravda della borghesia , cioè il Corriere della Sera per la penna del Trokzij neo liberista, Francesco Giavazzi, si era scagliato contro questi incentivi regalia.

Ora anche togliendo una piccola percentuale di questo fondo, appena un po’ più del 5%, si sarebbe potuto evitare la tassa sulla prima casa almeno per i redditi medio bassi. O in alternativa, decurtandola della metà, avrebbe potuto costituire una buona parte della manovra con il vantaggio di poter distribuire più oculatamente e fattivamente la parte restante. Ma di tutto questo ci si è scordati o meglio non si è voluto dare un dolore a Confindustria e alla Marcegaglia che vorrebbero impegnare quei trenta miliardi come credito d’imposta, in pratica come un’ulteriore esenzione fiscale. Insomma come nuovo capitolo di un atteggiamento parassitario.

E certo tutto questo mica meritava di essere sacrificato, mica come i pensionati. Scusate termino qui non perché mi venga da piangere, ma perché mi verrebbe da prendere per l’azzimato bavero più di qualcuno .


Elsa piange e dimentica l’esodo

Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

Con dicembre, la macchina commerciale natalizia parte in pompa magna, con tutti i corollari filosofici, storici e religiosi.
Si rispolverano i racconti da catechismo, qualche lettura scolastica e qualche “peplum” con Victor Mature o Charlton Heston.
E torna in mente l’Esodo, quello biblico, cugino di quello vacanziero, ma nemmeno lontano parente di quello lavorativo.
Sì, perchè nel commovente (per lei) discorso di Elsa Fornero, non si fa cenno a un problema non trascurabile, almeno per qualche decina di migliaia di famiglie: gli incentivi all’esodo.

Negli scorsi anni si è ricorso con grande disinvoltura ai cosiddetti “incentivi” (manco fosse stata data un’alternativa) a dimettersi nei confronti dei dipendenti molto prossimi alla pensione; una somma che avrebbe dovuto “incoraggiare” gli “indecisi” a togliersi di mezzo in anticipo, tanto poi ci avrebbe pensato la pensione a tenerli in vita.
I governi (ambo lati) passati hanno incoraggiato questa pratica, con la scusa che si liberavano posti di lavoro per i giovani senza danni per i dimissionari, anzi, facendo loro guadagnare un gruzzoletto e qualche mese di “vacanza”.
Per le aziende il gioco non era male, perchè si toglievano qualche “scarpa vecchia” che poi veniva rimpiazzata da un bel precario o, meglio ancora, non veniva rimpiazzata affatto.

Ma la nostra Elsa, nata libera, non è stata neppure sfiorata dal dubbio di cosa accada a chi ha concordato l’importo per un’uscita di scena lavorativa su una data prevista e prestabilita per legge e se la vede slittare in avanti di tre o più anni.
A chi si è vista imporre l’attesa del pensionamento o nulla, a chi ha pianificato magari gli studi dei figli, l’accensione di un mutuo (sempre per quei figli) o semplicemente (e mooolto più frequentemente) l’appianare dei debiti contratti in questi anni magri, facendo i conti su quel tempo residuo e quindi sulla somma necessaria a superarlo.

Adesso la tenera Elsa ci dice che chi sarebbe andato in pensione, per esempio, a febbraio 2012 dovrà invece andarci nel 2015 o peggio.
E come ci campa per i tre anni aggiuntivi?
La fa facile la ministro “oh là là, sfaticati. Basta lavorare tre anni in più, non siete mica vecchi!”, e potrebbe anche andar bene per chi un lavoro ce l’ha e può tenerselo stretto.
Ma per chi un lavoro non ce l’ha più?
Per chi è stato “convinto” a dimettersi?
Cosa fa, a quasi sessant’anni cerca un altro posto?
Chè son tutti lì che aspettavano solo lui?
E non stiamo parlando di poche eccezioni: le cifre parlano di molte decine di migliaia.

Cara Elsa, il panico in cui hai appena gettato quelle famiglie richiede risposte più consistenti e meno commosse, perchè, come diceva Pietro Micca, un anno senza pane è lunghissimo, tre sono fatali.”


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