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Governo Tersilli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è certo una novità che ogni volta che qualcuno – ultimamente accusato di volta in volta di negazionismo, eresia, irresponsabilità, tradimento e così via – che compia  delitto di lesa maestà criticando governi in carica, si senta apostrofare con la richiesta perentoria di offrire soluzioni alternative, concrete e praticabili.

Già da quando lo coniò la lady di ferro, siamo in pieno regime di Tina, There is no alternative, in italiano: “Non c’è nessuna alternativa“, oggi trasformato da manifesto ideologico in religione i cui dogmi, come in tutte le fedi, devono persuadere alla bontà dell’obbedienza a principi perfino motivati da criteri di carattere sanitario, quelli del kosher, dell’halal o del venerdì di magro, proprio come sta accadendo di questi tempi.

Guai a chi spezza il patto che saremmo stati costretti a stringere con l’esecutivo e in second’ordine con una selezione appropriata della comunità scientifica e con una scrematura di manager, per garantirci la sopravvivenza.

E se all’inizio lo slogan ricorrente era sempre lo stesso, quello che invitava a non disturbare il tranviere,   è successivamente diventato la base programmatica di un vero e proprio partito, con tanto di manifesto degli intellettuali, inteso a  dare forma a un ordine pubblico e profilattico, nel  rispetto del quale era legittimo  creare una  separazione netta, con tanto di gerarchie, tra cittadini scrupolosi di serie A per questo meritevoli di salvarsi dal contagio, grazie a costumi morigerati e all’appartenenza a ceti medio alti e produttivi quindi socialmente e moralmente superiori. E invece altri di serie B essenziali nelle funzioni servili necessarie alla sopravvivenza dei primi, esposti alla pestilenza diffusa anche da untori sottoposti a pubblica gogna, tra runners, utenti di rave party, frequentatori di locali scambisti, organizzatori di orge  e fiere di paese, vacanzieri irriducibili che pensavano di rispondere agli inviti a partecipare della ricostruzione,  e pure vecchietti troppo arzilli da reprimere e isolare.

Sarebbbero stati quelli i veri colpevoli che dobbiamo tuttora concorrere a condannare, per la loro asocialità che sconfina nella sociopatia  delle piazze, tanto da rendere doveroso circoscrivere la loro espressione fanatica e criminale aggirando il dettato costituzionale all’articolo 17 che sancisce il diritto dei cittadini a riunirsi pacificamente.

Così pare sia stato stabilito a norma di legge, o Dpcm, il primato della responsabilità individuale e personale su quella collettiva e sociale, che da marzo in forma esplicita corrisponde alla tutela del profitto della classe imprenditrice impegnata a  dettare calendario e regole all’esecutivo, che rispettoso e ossequiente esegue e che trasforma in sistema di governo la conversione delle deleghe amministrative in rimpallo astioso di oneri e competenze.

Per questo mentre non si chiede conto a nessuna autorità della qualità ed efficacia delle scelte, si pretende dalle coscienze critiche di esercitare quella creatività politica strategica e organizzativa dalla quale i “poteri” e le istituzioni si sono liberati come di un peso trincerandosi dietro gli alibi della non volontà mascherata da impotenza: non ci sono le risorse, dobbiamo ripetere l’atto di fede all’Europa e all’austerità, bisogna tagliare la spesa pubblica.

E poi è diventato un imperativo etico assecondare le indicazioni di entità alle quali abbiamo sacrificato sovranità e competenze in cambio di promettenti rinunce e sacrifici e mea culpa, qualcosa, ammettiamolo, che non si è più soliti fare nemmeno in forma di fioretti e penitenze.

Infatti l’autodafè secondo l’Fmi e parte dei sacerdoti della scienza consisterebbe in nuovi lockdown, che forse farebbero aprire le porte dal paradiso ma chiudere i battenti a milioni di attività, la redenzione e la salvezza avverrebbero attraverso il vaccino monopolio dei mercanti del tempio farmaceutico, anche se pure il droghiere sotto casa conosce il mercato tanto da sapere che la concorrenza per lo più sleale tra aziende non può che rallentare se non impedire la ricerca e la sperimentazione di cure.

Fosse un Decreto del Presidente del Consiglio, si potrebbe raccomandare a tutti quelli che  fuori dalla cerchia oligarchica,  hanno osato avanzare obiezioni e critiche sulla gestione dell’emergenza e sul rilancio infinitamente rinviato come in un Milleproroghe, di indicare priorità e soluzioni, così come suggerisce loro la tanto vilipesa “pancia”, sprezzantemente inascoltata in quanto populista, proprio come l’esperienza e la realtà che sta vivendo e i suoi effetti.

Circolano in rete molte “testimonianze” di gente della strada e anche di qualche soggetto più noto, come a suo tempo Sansa candidato alla presidenza della Liguria e trombato dal garante della produttività contro i parassiti, come in questi giorni il giornalista Golia che narra la sua epopea di infetto, abbandonato senza assistenza alcuna, pur in una condizione di relativo privilegio: ho avuto difficoltà io a sentire l’Asl o Immuni, figuriamoci le persone normali.  

E come lui possono testimoniare tutti quelli in quarantena alle prese con il primo interrogativo: ma la quarantena quanto dura? tutti quelli che hanno avuto una relativa fortuna, trovando risposta nel medico di base che come il dottor Tersilli gli ha fatto dire il fatidico 33 al cellulare e prescritto una tachipirina,  tutti quelli che sono stati ore in coda in macchina, o ore al telefono per effettuare una prenotazione online, inevasa, o  tutti quelli che per ipocondria o autentica preoccupazione sono rimasti ore in attesa fuori dal pronto soccorso, come quelli che hanno fatto la file per i tamponi. E tutti quelli che hanno dato retta al Direttore Sanitario dell’ATS di Milano che in un Tg di Sky ha dichiarato: “Non riusciamo a tracciare tutti i contagi… chi sospetta di avere un contatto a rischio o sintomi stia a casa.”

O i tanti che hanno creduto nella miracolistica app Immuni, del cui fallimento sarebbero colpevoli gli increduli che non ha potuto essere collaudata in Veneto o in Sicilia,  e che ha dato luogo a performance comiche dove invece è attiva e dove chi ha aderito entusiasticamente al contact tracing segnalando la sua accertata positività – alcuni casi sono stati denunciati dalla stampa e sui social – per avviare l’allerta è stato contattato dall’Asl di riferimento quindici giorni dopo che si era sottoposto al tampone.

Ecco, loro, una proposta l’avrebbero e alternativa all’ipotesi lanciata in un workshop di ministri e regioni     di assumere duemila soggetti incaricati di “sviluppare”  l’esecuzione dei tamponi, investendo risorse che da otto mesi dovevano essere stanziate per aumentare il numero di personale sanitario competente negli ospedali.

O forse ci vorrebbe un tumulto di facinorosi come quelli che si battono contro il Muos, l’uranio impoverito, i poligoni, per denunciare  la tendenza alla militarizzazione del territorio e della società, interpretato magistralmente dall’intesa siglata tra i ministeri della Salute e della Difesa per l’attivazione  dei “200 Drive-through” allestiti per eseguire i tamponi,  con circa 1500 militari interforze, quelli che sindaci e presidenti di regione vorrebbero reiteratamente per il controllo del territorio da convertire in repressione dei comportamenti trasgressivi e “malsani”  

E soprattutto suggerirebbero di fare quello che non si è pensato di fare da marzo: impegnare sforzi economici e organizzativi per potenziare la medicina territoriale, primo avamposto per prevenzione, diagnostica e applicazione razionale di sperimentazioni e cure individuate da anni e probabilmente efficaci, consisteva nell’imporre procedure speciali, vista la liberatoria data a provvedimenti e  misure eccezionali.

Uno sforzo questo, che avrebbe dovuto riguardare anche le forniture e le competenze delle Asl, sia per quanto riguarda il materiale sanitario, i farmaci, i dispositivi, anche adottando quei criteri di semplificazione e di eccezionalità che fanno parte del mantra della classe politica, quello che si usa ai convegni, nei think tank, o per demolire l’impianto dei controlli e della vigilanza.

Ma tanto, se, come si narrava un tempo, democrazia significasse partecipazione, sorveglianza dal basso dell’azione di governo, trasmissione  di bisogni e aspettative, quella cinghia di trasmissione relegata in soffitta con la paccottiglia arcaica del Novecento, non occorreva il Covid per piangere sulle sue patologie, c’è da temere,  incurabili.

Intanto però veniamo invitati (ormai è questa la semantica governativa della mano di ferro in guanti di velluto: raccomandare, suggerire,  esortare dolcemente pena censure, sanzioni, multe) a obbedire ciecamente a un sistema di mummie, quei valori del pensiero mainstream: efficienza, competitività, iniziativa, produttività, meritocrazia, tenuti su come gli scheletri  del Tunnel della Paura,  coi fili del profitto, dello sfruttamento, della sopraffazione, sempre robusti e forti.


A cuccia…

70651_18891_cuccia-per-dueAnna Lombroso per il Simplicissimus

È perfino banale osservare che c’è una guerra fuori moda, sgradita ai più che proprio non vogliono esserci messi in mezzo, nemmeno quando sono vittime civili e le loro tragedie sono identificabili come effetti collaterali.

E’ quella che dovremmo muovere a un sistema economico-finanziario che sarebbe giusto chiamare col suo nome “totalitarismo”, anche se non è stato preso in considerazione dell’europarlamento, troppo occupato a mettere all’indice il comunismo e perfino  con la damnatio memoriae, il ricordo  dei martiri dell’antifascismo, rei di quella “appartenenza” ideale.

Così la critica al capitalismo è stata confinata nelle anguste geografie degli “specialisti” a ranghi sempre più ridotti o è caduta nelle mani di avventizi che la riducono a critica del marxismo in modo da non fare mai i conti col presente e meno che mai col futuro, scenari per esercitazioni sociologiche e letterarie, se pensiamo al successo del Moccia della filosofia, Fusaro.

Peggio ancora se a pensarci e parlarne sono gli “economisti”, che infatti hanno contribuito a darne una lettura circoscritta alla dimensione dei rapporti di produzione e di mercato, sottovalutando non casualmente quegli aspetti non strettamente legati al profitto e all’accumulazione   che invece hanno investito e condizionato tutti i rapporti di potere, lo stato e le istituzioni, l’espropriazione colonialista e imperialista dell’ambiente e delle risorse, la “riproduzione sociale” che non remunera il lavoro,  tutti aspetti di un ordine sociale  che via via ha perso la forma di un ordine naturale, incontrovertibile e inestirpabile.

Tanto che  ormai pare ineluttabile consegnarsi fatalmente al sistema e alla sua ideologia, non riuscendo a immaginare un’alternativa praticabile da quando è tramontata l’ipotesi di una rivoluzione contro il capitale, come Gramsci chiamava quella russa, che richiederebbe nuove forme di emancipazione.

Ormai pensiero, creatività politica, sono stati egemonizzati dalla sua ultima corrente, il neo liberismo, che ha dato alle élite “intellettuali” che occupano con la loro pretesa di superiorità culturale e morale lo spazio pubblico dell’informazione  della costruzione dell’opinione, una tana relativamente protetta e ancora sicura, con discreti privilegi e forme di tutela, che conducono alla rinuncia e addirittura alla derisione o alla condanna di qualsiasi critica e opposizione al governo della cosa pubblica, ma anche della vita delle persone, delle loro scelte e inclinazioni individuali, retrocessi a esercizi visionari irrealistici e impraticabili.

Ci si è messa anche l’emergenza sanitaria – che non sarà nata come complotto ma che assume i contorni cospirativi di uno stato di eccezione destinato a prolungarsi – a stigmatizzare ogni forma di ricusazione di scelte imposte, contraddittorie e immotivate se non dall’esigenza di creare una condizione favorevole alla sospensione della democrazia, grazie ai poteri speciali attribuiti al governo tra cui quello di adottare Dpcm che non hanno bisogno dell’approvazione delle Camere.

Basta guardare all’anatema lanciato contro chi si interroga su qualità e portata della proroga delle misure di sicurezza. Ormai ostracismo e condanna non riguardano più soltanto i comportamenti  “irresponsabili”, che hanno fatto arruolare chi osava contestare l’efficacia di misure e proibizioni -anche se si era sempre lavato le mani e osservato criteri elementari di profilassi anche in latitanza di influenze e non mangiava le cozze crude né tanto meno topi vivi – nelle file degli scambisti trasgressivi, degli organizzatori di rave party e di crapule.

Diventato impossibile contestare le scelte anche le più irragionevoli e suicide, è quindi doveroso accettare tutto il pacchetto: mascherina, guanti forse si forse no, distanziamento, rilancio dello smart working (l’industria chimica e quella farmaceutica fanno da apripista per regolare il lavoro da casa, sottoscrivendo  il 9 luglio un accordo programmatico in materia con i sindacati) e della didattica a distanza, vista l’impossibilità di applicare il principio costituzionale del diritto all’istruzione, ricorso a forme di rapporto di lavoro atipico indispensabili a riavviare lo sviluppo,  regolarizzazioni fasulle a spese degli immigrati cui si potrebbero aggiungere i percettori di redditi e aiuti.

E poi,   il part time per le donne che permette la dolce espulsione dal posto occupato,  in modo da combinare  cura, assistenza, aiuto pedagogico e cottimo, senza contare i debiti per il risarcimento del Mes e dei generosi aiuti europei in cambio di riforme,  a pesare sulle spalle dei cittadini che – lo dice la Banca d’Italia –    arrivavano già a marzo  alla fine del mese con difficoltà per una contrazione del reddito generalizzata e che per il 36% ammonta alla metà. E poi, ancora, indebitamenti per proseguire nel disegno insensato per la realizzazione di Grandi Opere e infrastrutture, mentre non si prevedono gli investimenti decantati per la sanità, l’istruzione, nemmeno per le tecnologie che dovrebbero sostenere la rivoluzione digitale.

Pare proprio necessario scontare la salvezza con il crollo della domanda determinata dal lockdown, cui si reagisce con politiche finanziarie che comporteranno a loro volta impoverimenti, anche per quelle fasce di popolazione che non sono state pesantemente colpite, dipendenti pubblici e pensionati che si vedranno ristrutturare la pensione e le remunerazioni o sui cui conti correnti inciderà una tassazione straordinaria.

A esigere a gran voce obbedienza, senza contestazione o dubbi, diventata una virtù civica, sono quelli che, a leggere le loro esternazioni sui social e esibiti come testimonial della cittadinanza responsabile dalla stampa, rivendicano il loro sacrificio, lo “ io resto a casa” per tre mesi e più, i resilienti, ma qualcuno si sente resistente,  dalla trincea del divano, del pc aperto su Fb,  della poltrona davanti a Netflix, dello smartphone con l’app  Immuni, distribuita non dal Governo che l’ha finanziata, ma dagli gli store di Apple e Google, generosamente e giudiziosamente pronti a perpetuare la Fase 2, come è diventato inderogabile da quando si sarebbe resa necessaria  una compressione delle libertà, che non sarà un colpo di Stato, ma che ha prodotto una obiettiva limitazione delle prerogative  e garanzie, senza violare apertamente la Costituzione ma attribuendo una scala di valori e una gerarchia ai diritti per mettere al primo posto la sopravvivenza.

Invece non hanno avuto né hanno voce  gli altri milioni che dall’inizio del Lockdown sono stati destinati ad altro sacrificio, esposti doverosamente al contagio, senza dispositivi di sicurezza, graziosamente previsti nei limiti di accordi volontari e dunque arbitrari e discrezionali dalle rappresentanze padronali, negli uffici, nelle fabbriche, nei supermercati, raggiunti con mezzi di trasporto affollati, che non hanno suscitato le reprimende rivolte agli aerei che in questi giorni permettono a quelli di serie A di raggiungere mete gratificanti nelle quali riposarsi con mascherina e distanziamento dopo l’estenuante isolamento.

C’è da temere che non sia lontano il momento nel quale di fronte alla loro ribellione, in vista della indispensabile punizione di chi contesta le verità dell’establishment, governo, comunità scientifica, stampa ufficiale, si materializzeranno più concretamente forme di censura e repressione, già ipotizzate: chiusura di sociale, task force di sorveglianza severa sulla “controinformazione”, la mobilitazione contro le bufale e il complottismo a cura di chi si è insignito di una superiorità, sociale, culturale e morale, che di solito finisce per sfociare nella desiderabile eventualità di circoscrivere il suffragio universale, in modo da selezionare i meritevoli con diploma, patentino di progressismo antipopulista e antisovranista, muniti di piccola rendita, o posto fisso, o startup finanziata dagli amici di famiglia, esito del tampone e dichiarazione di intenti in favore di ogni tipo di vaccinazione contro le influenze.

Influenze, si, intese come patologie, che i condizionamenti che vengono dall’alto sono invece raccomandati, come l’isolamento che favorisce la fine della coesione e della solidarietà.


App…estati

questo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Persone più competenti di me in materia informatica – ma ci vuole poco, mi informano che la app Immuni  “pensata” per realizzare un tracciamento elettronico dei contagi da coronavirus, non potrebbe mai essere efficace.

E per molti motivi,  pare,  in aggiunta alla inefficienza dei sistemi digitali italiani e della loro operatività, rivelata quando si chiede una carta d’identità in nuovo formato, quando si cerca di ottenere un pin dall’Inps (metà ve la inviano per posta), quando si aspettano i risultati dei un esame diagnostico anche nell’arcadia pre-virus rappresentata dalla normale crisi sanitaria.

Nel nostro paese, consumatore compulsivo di cellulari, infatti, ci sarebbe comunque bisogno di almeno 30 milioni di affiliati, tempi di raccolta della posizione degli utenti velocissimi, procedure prodigiose in grado di controllare e trattare una massa enorme di dati raggiungendo il risultato di allertare le persone infette e isolarle, estirpandole dal loro contesto civile, ma pure quelli che hanno avuto dei contatti con loro sulla metro, sul bus, al supermercato.

Se è così, allora è giusto sospettare di quale sia il vero intento di Immuni, (ne avevo scritto ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/21/tintinnar-di-app/ ) quello di svolgere un’azione capillare di controllo sociale, inteso alla sorveglianza, all’intimidazione e alla repressione delle eventuali disobbedienze.

Per carità, è vero che allo scadere dei 65 anni è successo che arrivasse su qualche telefonino l’offerta di una fornitura particolarmente vantaggiosa di pannoloni per l’incontinenza, che il giorno dopo l’acquisto in farmacia di un test per la gravidanza si fosse oggetto della pubblicità dei prodotti Johnson Baby e che all’abbandonato di fresco dalla fidanzata pervenisse un mese di prova di Meetic perché siamo monitorati, spiati, condizionati nei comportamenti, nei consumi, nel desideri, ma si tratta di una pratica che avviene in dispregio delle norme sulla privacy e nel rispetto delle leggi del mercato, che suscita in noi malumore e fastidio per l’indebita ingerenza.

Mentre da due mesi, nel nome di una emergenza sanitaria che dovrebbe giustificare solo temporanee e ragionevoli limitazioni e non certo la soppressione di libertà personali e collettive, stanno persuadendoci che la loro sospensione, fino a  chissà quando, sia un bene, un dovere nei confronti degli altri, ma soprattutto il godimento di un nostro diritto che avrebbe la prevalenza su tutto, quella alla conservazione della salute e dunque alla sopravvivenza.

Perchè, ammettiamolo,  sarebbe azzardato parlare di vita nella sua pienezza, quando ci si impone o di stare in domicilio coatto o di circolare senza riguardi per lavorare e produrre, quando sono impedite le relazioni umane e affettive fino a non potere assistere e salutare i nostri cari che muoiono trattati come numeri e rifiuti da conferire in inceneritore, quando i bambini vivono una sospensione dei riti dell’infanzia, amicizie, giochi, scoperte.

Temendo conseguenze incontrollabili, il governo tramite i suoi scherani delle task force nel ricordarci che oggi essere tracciati è un beneficio che generosamente ci elargisce nel nostro interesse, ne affida il godimento alla nostra volontà, smentendo che per chi non si adegua irresponsabilmente e incautamente possa pagare la sua diserzione con misure restrittive aggiuntive.

Tutte balle, non c’è più nulla di libero, volontario, autonomo in uno stato di eccezione, in una condizione di detenzione e reclusione innaturale e regressiva, trattati come bambini coartati a obbedire perché lo dice la mamma, perché lo decidono le autorità politiche e para-tecniche che non sanno o non vogliono motivare i loro imperativi, le loro leggi marziali, la loro invadenza, perché sono soltanto interessati a far distogliere l’attenzione dalle cause della crisi che non è quella sanitaria, ma di sistema, demolizione del welfare, privatizzazioni, fine della ricerca svenduta e quindi dell’autorevolezza di una scienza ridotta a opinione, esercizio delle disuguaglianze più impari.

E come avviene da tempo, in occasioni di catastrofi che non sono quasi mai naturali, per promuovere regimi speciali e istituire poteri eccezionali dando il caratteri di interventi di interesse primario senza i quali si configura uno stato di emergenza perfino alla realizzazione di grandi opere inutili e dannose, si fanno evaporare i diritti attraverso il diritto, si trasgrediscono regole e imperativi morali in nome delle norme di legge, legge speciale che si rifà a quella naturale della tutela della salute e della vita, ma una vita animale in gabbia o a lavorare come avviene nei circhi.

Avremmo dovuto farlo da tempo, ma ormai è arrivato il termine ultimo per pensare e giudicare e scegliere. Da anni ci dicono che non esiste alternativa allo sfruttamento del potere economico e finanziario e del mercato, da anni vogliono persuaderci che non è colpa del loro modello e del loro stile di vita avvelenato e perverso ma delle nostre abitudini dissipate meritevoli della punizione dell’austerità, da anni è stata imposta la normalizzazione dei sacrifici e della rinuncia, la perdita delle garanzie e delle conquiste delle lotte dei lavoratori.

Adesso si è aggiunto un nuovo primato della necessità in nome del quale dobbiamo abiurare a diritti, libertà, sostituite da concessioni arbitrarie e discrezionali, da licenze e dalle modeste trasgressioni di un’ora d’aria intorno a casa, della spesa al supermercato, del pascolo del cane o di un bimbo alla volta.

Ma stavolta hanno conseguito un risultato in più, rispetto a quello del tradizionale ricatto “o il salario o i diritti“.

Stavolta “o la salute o la libertà” è così potente che addirittura non ha avuto bisogno finora di comandi, multe, sanzioni erogate come prove di forza per consolidare e potenziare i messaggi delle autorità, si è collocato nelle nostre teste con una tale tenacia che si aspetta pazientemente il “fuori tutti” come se fosse una scelta avveduta e responsabile, perché le raccomandazioni, i consigli, compresi quelli per gli acquisti, le limitazioni e le regole, anche se stanno via via perdendo ogni credibilità, tra rappresentazione apocalittica, numeri a caso, statistiche manipolate, vengono accettati come dogmi e come atti di fede indiscutibili, che fingiamo di professare in via volontaria, per dimostrare la nostra conformità  responsabile a un credo diventato comune.

È proprio arrivato invece il momento dell’eresia.

Lo lo stato di eccezione anche quando si presenta come “costituente” di un ordine nuovo, proiettato alla costruzione di qualcosa di superiore rispetto alla mediocrità dello status quo, reca comunque e sempre in sé i veleni della istituzione di un potere supremo, dell’assolutismo che piega la volontà popolare e individuale per conformarsi con il silenzio, l’assoggettamento, a un disegno autoritario capace di affermarsi non solo con la repressione ma anche con l’autocensura, l’abdicazione apparentemente volontaria a fondamenti, valori e facoltà che hanno legittimità costituzionale, che salvaguardano la rappresentanza, che garantiscono i diritti politici e civili, ben oltre la mera “legalità” delle norme e della giurisprudenza.

È proprio arrivato il momento di dire no all’elargizione di volontà e scelte condizionate, quando lo “stare a casa” significa la previsione di un ordine pubblico che minaccia di proibire le piazze, le manifestazioni, gli scioperi, i dialoghi, l’amicizia, gli affetti, i desideri, dopo aver impedito i valori del lavoro, la scoperta del sapere e la potenza dell’istruzione, la bellezza del paesaggio e della memoria.

 

 

 

 


Tintinnar di App

orv Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non avevo nemmeno fatto in tempo a sospettare che Immuni, la app scelta dal governo per tracciare i contatti delle persone contagiate, in modo da contenere “gli effetti di un’eventuale seconda ondata”, sarebbe stata così persuasiva  da non doverla nemmeno rendere obbligatoria, che subito ci fanno sapere che con ogni probabilità chi si sottrarrà all’accertamento virtuale della sua mobilità nell’ora d’aria, potrà essere sottoposto a misure straordinarie punitive della sua insubordinazione, mediante limitazioni delle libertà aggiuntive a quelle della fase 2.

Per essere utile alla causa, ci hanno fatto sapere, Immuni  (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/18/virus-faccia-di-tolla/ )dovrebbe essere scaricata almeno dal 60% della popolazione, altrimenti i contatti mappati non sarebbero sufficienti a tenere sotto controllo la situazione.

In prima battuta i due figuri messi a capo delle task force di secondini informatici, l’Arcuri e il Colao, si dovevano essere aspettati un’adesione entusiastica: l’applicazione era stata presentata come una specie di cartella clinica in continuo aggiornamento in modo da proteggere se stessi con un quadro diagnostico in tempo reale e gli altri da possibili contagi.

Ma le performance registrate tra telelavoro e telescuola in un paese dove alla faccia di Orwell c’è la gara dei call center a offrire a caro pezzo modem stantii tra rame rubato e fibra macilenta, dove l’Inps è andato clamorosamente in tilt, dove la banda larga è confinata nel mondo di Utopia tra Leopolda e Casaleggio, dove se hai Tim non telefoni dal  Gragano e se hai Vodafone non navighi a Venezia, devono averli consigliati a fare il muso duro.

Così, annuncia il Corriere della Sera, avrebbero pensato a un  incentivo per spingere il maggior numero possibile di italiani a scaricare la app sul proprio telefonino, in qualità non dell’accesso gratuito a Netflix o Prime durante il post detenzione, bensì sotto forma di ricatto e minaccia come ormai è uso di governo.

Gli irresponsabili indisciplinati saranno forse penalizzati con restrizioni della mobilità (le accuse di incostituzionalità vengono ormai rinviate al mittente per via della apocalittica emergenza, mentre gli anziani, colpevoli di non aver voluto entrare nel rutilante mondo dei vecchi digitali, potrebbero essere beneficiari di un divertente gadget in sostituzione delle manette, quel braccialetto elettronico negato come misura alternativa alla detenzione, lo stesso che non è stato applicato a stalker e potenziali assassini di mogli, compagne e fidanzate nella normalità della violenza quotidiana senza febbre, sternuti e sanzioni.

Intanto la Lombardia che malgrado le sue prestazioni rivendica una efficiente indipendenza di pensiero e azione ha già inviato tramite sms  un questionario ai cittadini con quesiti sul loro stato di salute in regime di autodiagnosi fino a oggi criminalizzata e in attesa di perfezionare la sua app regionale in aperta concorrenza con Immuni, peraltro frutto della partnership di tre soggetti radicati nel tessuto imprenditoriale lombardo, in modo da poter animare con un po’ di concorrenza il brand delle biospeculazioni.

Che dietro ogni dogma e ogni imperativo si nasconda la teocrazia del mercato si sa,  quindi è facilmente ipotizzabile chi godrà degli effetti e dei profitti dell’imposizione a fare del telefonino un’appendice, un arto o un organo più irrinunciabile del cervello, del quale ci raccomandano di fare utilmente a meno per non rischiare un contagio peggiore del Covid 19, quello della libertà di pensiero.

Ed è ormai banale denunciare come lo stato di eccezione nel quale ci hanno fatto precipitare abbia assunto i connotati della distopia orwelliana, tanto che le forme di soggiogamento della popolazione attuate fanno pensare anche ai più renitenti alla leva del complottismo che sia in corso una grande cospirazione, anche grazie a questa spropositata accelerazione digitale al servizio del controllo sociale.

Così dobbiamo a Colao Meravigliao l’ultima frontiera che condurrà con la ripartenza a aprire con qualche abitazione anche qualche manicomio, in funzione di accoglienza di traumatizzati dalla peste ma più probabilmente di ribelli alle costrizioni, come d’altra parte è sempre accaduto.

Al posto dei test sotto l’ombrellone sostituito da yurta in plexigas, sta per essere avviata infatti una rilevazione da condurre su un campione di cittadini italiani per calcolare gli effetti dell’isolamento sociale sulla loro psiche. Si tratta di “una verifica concepita dal pool di psicologi del Comitato tecnico scientifico che assiste il governo assieme alla task force e correderà la decisione sulle riaperture della fase 2”.

Non mi piace dire ve l’avevo detto, ma ve l’avevo detto che forse hanno ragione di impiegare un linguaggio bellico per farci stringere a coorte. Infatti siamo nel pieno di una guerra e come nel Vietnam di Comma 22, vi ricordate? Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.

Basta guardare i quesiti: “Quante volte al giorno pensi possa durare questa situazione anormale di lockdown per l’emergenza coronavirus? Quante volte ti capita di passare ore senza far nulla? Quante volte accusi la solitudine derivante dall’isolamento coatto? Pensi sia vero che andrà tutto bene? Ti capita spesso di avere pensieri negativi durante la notte?”,  per capire che chi non è disturbato, destabilizzato, disorientato dall’esperienza che gli fanno vivere, lui deve essere il matto e che chiunque conservi un minimo di lucidità e ben dell’intelletto non può che pensare di essere stato infilato dentro a un film di fantascienza di serie B.

In attesa della somministrazione forzata di psicofarmaci distribuiti insieme alle mascherine e al Corriere e Repubblica, in forma di simpatiche offerte promozionali della Ripartenza, aspettiamo le reazioni dei Bonino, Cappato, Boni e soprattutto quelle dei 5Stelle che candidarono il rimpianto Rodotà e che per anni furono presi per i fondelli per la preoccupazione che poteri occulti volessero dotare la gente di un microchip per controllarne azioni  e pensieri. E che adesso sono ben contenti di essere stati annessi a un potere per niente occulto che con il braccialetto elettronico ci mette anche l’anello al naso.

Spetta a noi non lasciarglielo fare.

 


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