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Venezia, morti di turismo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Inutile chiedersi perché  ci immalinconissero quasi come una umiliazione collettiva quando apparvero anni fa a propagandare quelle nefande rivisitazioni vivaldiane tramite sintetizzatori e pianole elettroniche promosse addirittura a colonna sonora di Regate Storiche,  trasmesse a elevatissimi decibel per il godimenti dei mordiefuggi.

È che quei ragazzi messi  a patire il freddo in abiti di broccato, polpe  e crinoline a distribuire dépliant cercando clienti agli angoli delle strade, quelle desolate immaginette goldoniane  stavano proiettandoci il trailer sinistro del destino di una città che non aveva per fortuna voluto l’Expo del 2000 per trasformarsi in una squallida esposizione permanente, in uno di quei parchi a tema che retrocedono a  scenari e quinte   di cartapesta facciate e sfilate di palazzi  monumentali,  dove circolano quelli che erano gli abitanti ridotti ad umiliate comparse e avviliti figuranti in velluti  tarmati e lisi, in uno di quegli outlet della memoria e dell’immaginario, in uno di quei centri commerciali della cultura e dell’arte, senza più residenti ma solo inservienti e clienti.

È per denunciare questa trasformazione aberrante di Venezia, che venerdì veneziani di tutte le età hanno scelto in pieno Carnevale non un travestimento ma una maschera simbolica, quelle macchie nere su fondo bianco di un animale in via di estinzione minacciato a braccato  dalla violenta potenza del profitto e dello sfruttamento, sotto forma di interventi speculativi, di opere pesanti e rischiose, della mercificazione di paesaggio, cultura e storia convertiti in prodotti di consumo, proprio come le emozioni negate a cittadini di territori invasi, divorati e esauriti da invadenza e logorio, ma anche i visitatori resi passivi utenti di un rituale sempre uguale: arrivare, parcheggiare, comprare il biglietto, girare per il luna park e sostare per brevi istanti, quelli di un selfie, davanti alle attraction imposte dalla liturgia turistica, finalmente tornare alle auto, ai pullman. Insomma alla loro realtà.

Il fatto è che città come Venezia che hanno creduto di vivere di turismo, di turismo muoiono.  Anche prima di quello che potrebbe rivendicare di essere il peggior sindaco,  quello che vuole fare un nuovo porto offshore per le navi oceaniche, quello che pensa a una nuova Marghera con nel “waterfront grattacieli fino a cento metri con terziario e residenziale, tanti quanti ne vorranno i costruttori, alle spalle una zona industriale, sui canali la logistica”, quello che ha venduto l’aeroporto del Lido a 26 mila euro e ha privatizzato il Giardino di Papadopoli, solo per fare qualche esempio, anche prima con amministratori superboni e remoti, con altri esplicitamente ammanigliati, con commissari inutilmente autoritari, le invasioni turistiche ormai non più stagionali soffocavano la città.

Ma nel tempo l’allarme è stato addomesticato ad arte. Nell’88 uno studio condotto dall’Università di Ca’ Foscari e in particolare da Paolo Costa aveva fissato a 20.750 il numero di turisti “sostenibili”.

Poi Costa è diventato sindaco e dopo ancora presidente di quell’Autorità Portuale (ora torna nelle vesti di consulente influente del sindaco Brugnaro, come dire uno Schettino al management pubblico) che ha scelto come mission la promozione euforica delle crociere con categorico e doveroso passaggio in Bacino e ha rimosso il monito a conclusione del suo studio: troppo oltre quei 20.750 turisti, Venezia potrebbe non sopravvivere in quanto comunità urbana.

Così risale al 2009 una successiva analisi, considerata più “realistica”, commissionata dal Comune a un ente  che gli appartiene,  ha fornito sulla base di un modello matematico il dato della capienza massima della città: centocinquantamila persone. Tante sarebbe in grado di reggerne – fisicamente – Venezia,  tante ne possono   «camminare» tra Piazzale Roma e la stazione verso Rialto e piazza San Marco, lungo l’asse più frequentata della città. Oltre  il sistema  urbano collassa, diventa ingestibile. E aveva predisposto uno studio sui flussi cui per anni in troppi si sono riferiti, indicando in 21,5 milioni l’anno il numero di visitatori con una media di 59.189 giornalieri, secondo dati ricavati dai servizi di trasporto incrociati con quelli delle presenze alberghiere. Già c’era poco da crederci. Ma pensiamo a cosa è successo con il boom del turismo da crociera e alla sua incidenza se il report del Comune sul 2015 parla di 25 milioni di presenze “stimate” e se perfino l’inappropriato ministro “competente” Franceschini si è detto preoccupato dalla notizia che hanno gravitato nell’area Marciana di Piazza San Marco 27 milioni di persone.

È che è difficile una contabilità di passaggi, soste, pernottamenti  tra quelli che come marionette vengono trascinati per calli e campi e quelli che invece possono appartarsi nelle piscine del Cipriani, quelli che sfuggono a ogni controllo perché la crisi ha creato una economia sommersa di B&B e case vacanze, quelli che vengono vomitati per poche ore dai pullman e quelli che scendono per pochi minuto dai mostri marini, giusto il tempo per una foto e per sfiorare i pochi indigeni ormai molesti.

Ma comunque sono troppi. Sono troppi per una città così speciale e fragile e sono troppi perché la loro pressione è il segno del successo del disegno di cacciata dei residenti, della strategia di commercializzazione della città, di svendita del suo patrimonio monumentale e abitativo, di conversione delle sue botteghe e attività artigianali nei santuari del mercato, mall uguali qui come a Dubai, dell’espulsione di uffici pubblici diventati superflui, del rincaro di affitti e servizi promosso per favorire l’esodo, dell’espropriazione e alienazione anche dell’anima di una città che ha rappresentato un miracolo urbanistico, un prodigio di convivenza, un miracolo di mecenatismo e incoraggiamento di arti e mestieri.

Se non ci ribelleremo nulla verrà fatto per sospendere questo processo involutivo, che ci riguarda tutti non solo perché nell’immaginario Venezia è un bene comune, ma anche perché è un laboratorio osceno del destino che aspetta tutto il paese, con i paesi e i borghi investiti dal sisma condannati a svuotarsi per diventare anche quelli mete del turismo religioso, con la Sardegna svenduta agli sceiccati, con il Mezzogiorno abbandonato in modo che diventi merce deteriorata offerta a predoni variamente criminali, con Milano offerta a imprenditori intenti a svuotarla per convertirla in un grande centro direzionale di una economia immateriale e improduttiva. Le misure ci sarebbero: limiti alle presenze, controllo degli accessi e indirizzamento dei flussi,  decremento del turismo dei corsari delle crociere, vigilanza sulle forme illegali di ospitalità. Ma non bastano di certo se i veneziani non potranno riappropriarsi della loro città, ritrovare una vocazione che non sia solo quella servile di affittacamere e di ingordi quanto miserabili profitti, se non premieranno amministratori che vogliano sottrarsi agli imperativi padronali, ai gioghi del pareggio di bilancio, ai ricatti delle lobby.

Bene hanno fatto quelli dell’associazione ‘Veneziamiofuturo’ a scegliere il sagrato della Salute, la chiesa innalzata per celebrare la fine della tremenda epidemia. Oggi sono solo 54.600 i residenti nei sestieri, molti meno dei sopravvissuti alla peste del 1630 quando ci volle un secolo per tornare ai livelli di prima del terribile contagio, e pari al numero di quelli che sfuggirono alla falcidia  del 1348. Ma si vede che si trattava di flagelli meno cruenti.

 


Venezia, la Palmira del renzismo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo che gli italiani vanno proprio matti per la politica estera. Sarà perché permette di sdegnarsi, schierarsi, protestare, manifestare stando comodamente in poltrona. Sarà come con la ginnastica passiva, magari non si dimagrisce, ma non succede niente,  non si fa fatica, non si suda e ci si sente a posto con se stessi, quando si protesta per i muri di Clinton e Trump, mentre si tollerano e forse sotto sotto si  approvano quelli virtuali, a Gorino, Capalbio, Padova, Verona. Sarà che ci si sente autorizzati dall’appartenenza alla civiltà superiore a dar sfogo alla riprovazione per le distruzioni di memorie culturali e monumenti storici e artistici a opera di empi barbari, mentre si assiste o addirittura  si partecipa allo scempio dei nostri beni, all’oltraggio al nostro patrimonio e al nostro paesaggio.

Che mica solo a Palmira si distrugge scientemente, che mica sarà meno assassino il piccone talebano dell’incuria che a Brera ha permesso l’irreversibile danno a 50 opere per via della cattiva conservazione. Che mica sarà meno criminale mettere uno dei più prestigiosi musei del mondo nelle mani di un manager geneticamente predisposto a sfruttamento, mercificazione e profitto. Che mica sarà meno delinquenziale promuovere in ogni modo la cacciata degli abitanti feriti da un terremoto che sembra non finire mai, per favorire una conversione di borghi e territori in un grande parco a tema, enogastronomico, con prodotti globalizzati, che là è finita la tradizione, sono morte le bestie, sono scappati i piccoli allevatori e imprenditori, e religioso, se d’improvviso al primo posto nella ricostruzione sono state collocate le chiese, prima delle case, prima delle scuole, prima delle aziende, dopo tanta trascuratezza e abbandono: non solo non erano state puntellate ma nemmeno erano state asportate e custodite le opere pittoriche, gli arredi, le statue.

Per non parlare della nefasta riforma Franceschini: cosa ci si può aspettare da uno che sogna lo sviluppo della Sicilia tramite campi da golf, che si bea che i nostri musei entrino nel mercato, magari dalla porta della cucina visto che vengono concessi a inquietanti sponsor a metà prezzo per cene, convention e sfilate. Quello che ha sancito lo smantellamento della rete di vigilanza e controlli delle sovrintendenze, come auspicato in diretta tv dalla Boschi, o dall’ex premier: “cancelliamo la brutta parola soprintendente dal vocabolario della burocrazia”, così è possibile che le ruspe – quelle dell’ignoranza e del mercato, non poi tanto diverse da quelle di Salvini, facciano irruzione di gran carriera in un sito inimitabile, il promontorio di Capo Colonna in Calabria, quello che condanna le assemblee sindacali del personale o la chiusura di Pompei a Capodanno, ma lascia correre sulla chiusura per crolli della più vasta e importante area archeologica, quello che ha votato si all’impoverimento di quella carta costituzionale che stabilisce la natura di bene comune, anzi di diritto, del patrimonio artistico, culturale e ambientale. Quello che si compiace delle missioni spericolate delle nostre opere, per via di quella diplomazia da rappresentati di commercio, generosamente concessi in oneroso prestito in lontane località come se l’Italia avesse bisogno di commessi viaggiatori e piazzisti pure in tempi di russofobia, se a Mosca, chissà perché, si attende l’arrivo di   qualche Raffaello, costretto anche lui a emigrare in qualità di cervello, con il beneplacito di Poletti. Quello che mette su in fretta un simulacro di museo a Taranto perché Renzi potesse inaugurarlo, ancorché sia una scatola vuota di opere e personale di servizio, facendo dimenticare per due ore Ilva e cancro.

Sono due i luoghi simbolo della retrocessione da città d’arte a musei a cielo aperto, sgangheratamente offerti all’invasione turistica, dopo la progressiva cacciata dei residenti, veri e propri laboratori sperimentali della commercializzazione di bellezza, storia, diritti. Firenze (ne abbiamo scritto più volte e recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/01/30/firenze-e-un-groviera-e-i-topi-ballano/) dove amministratori e incaricati della custodia e della valorizzazione del patrimonio culturale si prestano l ruolo di lacchè delle multinazionali del turismo di lusso e di sbrigafaccende delle cordate die costruttori compresi quelli particolarmente affezionati a scavi e tunnel. E Venezia, anche quella tenuta d’occhio dall’Unesco per motivi analoghi alla città del giglio, minacciata di essere inserita nella lista nera per il “traffico eccessivo” (una pudica definizione del passaggio dei condomini  galleggianti), continuo incremento del numero dei turisti a fronte del calo dei residenti, conversione  di residenze in appartamenti ad uso turistico,  micidiale  combinazione di grandi opere e trasformazioni  nella città storica, già avviate e in essere, incluso l’ampliamento dell’Aeroporto, lo scavo di nuovi canali profondi per la navigazione, per il nuovo terminale portuale, per il cambio di destinazione del tessuto abitativo in  edifici a finalità  turistica e la conversioni degli appartamenti in  case-vacanze e B&B. 

Così dopo aver cercato di indirizzare la visita ispettiva degli incaricati della prestigiosa organizzazione, in modo che non avessero a incontrare molesti disfattisti come Italia Nostra, WWf o i comitati No Grandi Navi, dopo essersi espresso senza reticenza:  “A Venezia devono pensarci i veneziani.. di discorsi ne abbiamo le scatole piene”,  “ e poi siamo noi che portiamo valore all’Unesco e non viceversa” e “è ora di smetterla con le offese aristocratiche”, proprio come Peppino e Totò il sindaco Brugnaro è andato di persona personalmente a Parigi portando, a mo’ di missiva alla “malafemmina” nella figura della direttrice Irina Bokova, le sue “soluzioni” che non ha condiviso nemmeno con il Consiglio comunale, avendo ricevuto carta bianca e approvazione unanime  da quelli che contano: armatori e tour operators, costruttori e investitori immobiliari, con il loro corollario di intermediari e di lucrose attività esentasse. E a suffragio della volontà della sua amministrazione di rifiutare sdegnosamente qualsiasi riduzione sia della dimensione delle navi da crociera che transitano in Bacino che del numero degli arrivi  ha rivendicato l’appoggio totale dell’ex presidente dell’autorità portuale Paolo Costa  prossimo ad essere assunto come consigliori suo personale.

ma qualcosa si è saputo comunque, tra atti ad alto significato simbolico:   l’aumento del 5% della tariffa smaltimento dei rifiuti ai residenti, per mostrare ai turisti una città pulita; l’acquisto di pistole che “sembrano mitragliatori” per i vigili urbani, per ripulire la città da poveri la cui vista disturba i visitatori, dall’impiego “volontario” degli studenti di un liceo cittadino durante il prossimo carnevale al servizio, come Arlechin, dei turisti; e misure in linea con il disegno di trasformazione della Serenissima in prodotto  turistico  con un’offerta crescente di “ricettività”: nessun limite ai cambi di destinazione d’uso da residenza ad albergo,  occupazione e sottrazione di suolo pubblico, sistematico smantellamento di servizi pubblici e riuso a fini turistici degli edifici che li ospitavano, nuove massicce costruzioni in adiacenza ai terminal (porto, stazione, aeroporto) e sull’ intera gronda lagunare.

Allegoria della grande visione del sindaco, a dimostrazione dell’impegno profuso dalla bad company comunale di “intercettare investitori” con una magnifica attrazione sarà la costruzione, in adiacenza alla stazione marittima, di un albergo di duecento camere, un enorme parcheggio oltre che di una serie di attività commerciali. Insomma “una nuova porta d’accesso, con la creazione di una piazza grande come quella di San Marco” .

Si sa che la visita pastorale di Brugnaro e dei suoi cari, 18 persone, ha prodotto esiti prevedibili, strette di mano, foto di gruppo e sorrisi. Si sa che non c’è granché da aspettarsi da un organismo che non ha mai davvero rivelato la volontà di opporsi all’impero e al suo programma cultural-consumistico. Si sa che anche se Venezia venisse inserita nella lista dei siti a rischio, non verrebbe poi condizionata la politica di amministrazione e governo, che dimostrano la determinazione a proseguire comunque il saccheggio. Si sa anche che uno degli uomini forti e influenti nell’Unesco è un fan irriducibile del Mose. Si sa che poco fa lo striscione issato a Parigi dal Gruppo 25 aprile non potrà avere la potenza di fuoco per ostacolare gli empi disegni del sindaco e dei suoi soci, anche se il suo “vocabolario” di proposte parla a nome e per conto dei veneziani (lo trovate sulla pagina internet http://www.gruppo25aprile.org. )

E si sa che ci riprenderemo il mal tolto e il male amministrato soltanto se ricacceremo i barbari nei loro luoghi d’origine, quel mondo senza ragione, senza giustizia, senza libertà e senza bellezza.

 


Venezia, il canale di Costa Discordia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Al Gazzettino non sono piaciuti gli sponsali hollywoodiani, i motoscafi correvano troppo in Canal Grande, incuranti del moto ondoso, l’idolo delle signore è taccagno e per risparmiare ha scelto una location più economica di altri fastosi palazzi “dedicati” a pomposi eventi, la riservatezza degli ospiti non ha portato gli auspicati proventi nelle boutique delle grandi firme, che vendono prodotti sempre uguali, a Venezia come a Dubai, a Los Angeles come a Tokio.

È che  la voce dei padroni veneziani  avrebbe gradito più sfarzo, più foto ricordo con le poche autorità ancora a piede libero, soprattutto più volgarità, che sembra essere la cifra di chi comanda nelle città d’arte, in modo che si convertano velocemente in supermarket di tarocchi dei vetri, delle maschere, dei merletti, in sfondo per selfie, in Disneyland nostrane, in parchi monotematici di antiche grandezze, da attraversare in fretta come fanno i forzati delle crociere o meglio ancora da guardare dall’alto di un ponte, mentre si sfiorano antiche pietre, che pur avendone viste tante, si sorprendono dell’ultimo oltraggio.

Venezia continua a popolare i sogni, continua a occupare l’immaginario mondiale. Ma c’è da temere che quella sua “irradiazione”, il suo mito sempre più pop, siano legati più che alla sua singolarità, alla sua unicità,  all’attesa catartica della sua fine, dello sprofondamento come una nuova Atlantide,  dell’acme della sua decadenza di città stato, superpotenza, Serenissima, un processo esplorato dagli storici ma divenuto epifania simbolica e mito romantico, così che il tema della bellezza della morte sostituisce quello   della magnificenza, dello splendore.

C’è da presumere che quelle migliaia di persone stipate sulle grandi navi che l’attraversano sfrontate e intimidatorie, segretamente si augurino di assistere e testimoniare  del botto, della piccola apocalisse, con relativa sommersione, della punizione di una città troppo fuori dall’ordinario e dall’egemonia miserabile e distruttiva del presente.  C’è da essere sicuri invece dell’odio che le porta il ceto al governo, locale e nazionale, che ne ha fatto un test dell’ingiuria, per vedere fino dove ci si può spingere con l’avidità di profitto, con la corruzione anche delle leggi, confezionate su misura, con la commercializzazione di un’utopia, con il cemento spacciato per salvezza, con il gigantismo irrinunciabile, malgrado i suoi mini profitti.

C’è un proverbio che si adatta bene a quello che sta accadendo: xe peso el tacon del sbrego. Il canale che verrà scavato per “deviare” il passaggio delle grandi navi, può essere peggio del “sbrego”, ma si sta rivelando addirittura più redditizio. E quindi si farà.

Lo vogliono gli armatori, lo vogliono le agenzie che smistano nei mari del mondo le nefande galere del turismo  fotografa e fuggi, lo vogliono le cordate di imprese, sempre le stesse, quelle del Consorzio, che “per legge” è il soggetto incaricato di realizzare gli interventi nella gronda lagunare, le vuole il Ministro “competente”, quello dello svendi Italia, che considera il passaggio delle maxi navi a Venezia irrinunciabile, lo deve volere anche l’invisibile ministro dell’Ambiente che accetta la manomissione della procedura di valutazione di impatto ambientale, si suppone lo voglia anche quello dei Beni Culturali che tace come se non fosse affar suo, lo vuole soprattutto l’Autorità del Porto, per bocca inesauribile del suo sfacciato presidente, quel Paolo Costa che ha già ricoperto tutti i ruoli più influenti in città, incontentabile. E che ora sembra ormai esserne definitivamente gestore unico al servizio di quei generali che scavano per riempire, abbattono per tirar su in una infernale ammuina di grandi opere inutili e dannose, che di solito si rivelano, come il Ponte sullo Stretto, il Mose, la Tav, più profittevoli se non le fai.

Ma c’è da temere che il Canale di Contorta invece si faccia. A chi gli contesta di aver ottenuto una procedura di Via dimezzata, in modo da contenere in 30 giorni eventuali opposizioni e contestazioni dei cittadini, Costa risponde: facciano ricorso. A chi rileva che si tratta di un’opera che minaccia il delicato  equilibrio idrodinamico del bacino, Costa risponde che la Laguna è sempre stata oggetto di opere, che la Serenissima è stata instancabile nel realizzare interventi e uno in più non può essere così pericoloso.  A chi denuncia sconcertato che la Commissione di Valutazione di impatto ambientale è stata “arricchita” di una personalità tecnica discutibile, quel Giuseppe Fasiol che era stato arrestato il 4 giugno nell’ambito dell’inchiesta Mose su mandato della procura veneziana con l’accusa di «essersi messo come dirigente regionale a disposizione di Baita e Minutillo al fine di accelerare l’iter procedurale dei project financing presentati da società del gruppo Mantovani», Costa risponde accusando di “sciacallaggio” chi “se la prende con funzionarietto e fa  radiografie alle persone a prescindere dalle competenze”. A  chi chiede trasparenza sulle procedure di affidamento dei lavori, ricordando che  la  Mantovani ha firmato con Tethis il progetto preliminare dell’off shore per le merci in Adriatico e presentato proposte anche sul tracciato del nuovo canale, Costa risponde che verrà fatta una gara. A chi mette in luce che non c’è certezza del diritto in procedure e aggiudicazioni accelerate rese possibili nell’ambito della Legge Obiettivo, come se fosse di un’opera strategica di interesse nazionale, e che conferma la eccezionalità di Venezia, permettendo appunto mostruose eccezioni, Costa risponde che è inevitabile procedere in fretta e fuori dalle regole: il mondo ci guarda e aspetta una soluzione per il passaggio delle grandi navi. E la soluzione non può che essere  la nuova via d’acqua per far arrivare le navi in Marittima senza passare da San Marco:  150 milioni di spesa, 6 milioni e mezzo di fanghi da scavare per costruire un’autostrada d’acqua dove adesso è il piccolo canale Contorta, che andrà portato da 10 a 120 metri di larghezza, scavato da 2 a dieci e mezzo.

C’è stato un tempo nel quale la comunità internazionale si mobilitava per il destino di Venezia, ma non aveva ancora prevalso la convinzione che cultura, arte, paesaggio valgano in quanto merci, prodotti, salame da mettere tra due fette di pane che si mangiano pochi mentre molti muoiono di fame, fame vera, che lo è anche quella di bellezza e sapere.

Qualche speranza c’è in una città sempre più impoverita di abitanti e di energia, mortificata da passanti frettolosi e indifferenti. Qualcuno si sente defraudato. Qualcuno è in collera per l’esproprio di beni e diritti, compreso quello di partecipare a un processo decisionale che interessa i cittadini del mondo. Qualcuno protesta e si muove attraverso quegli strumenti della democrazia nei quali ancora confida chi crede a uno stato di diritto. Non lasciamoli soli:  http://gruppo25aprile.org/

 

 

 

 

 

 


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