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Più foreste e meno trecce

asia_tamo_2017_fullQualche mese fa, in piena estate, la Nasa, per un attimo distratta dall’ affannosa ricerca della vita su Marte e in ogni dove da cui trae cospicui fondi, ha pubblicato uno studio dal quale emerge che la terra è del 5% più verde rispetto a vent’anni fa. Questo effetto era in qualche modo atteso  dal momento che la maggiore percentuale di Co2 in atmosfera favorisce lo sviluppo vegetativo, ma la vera sorpresa è stata che  la maggior parte di questo fenomeno si ha in due Paesi inaspettati, ovvero Cina e India, vale a dire quello con la maggior concentrazione  industriale del pianeta e quello con la massima densità di popolazione: sono proprio loro che contribuiscono in maniera determinante all’aumento della densità vegetativa, mentre le grandi riserve di verde in occidente e specie in Sud america sono pericolosamente attaccate dalla speculazione. In Cina l’aumento delle foreste deriva dai programmi messi in atto per ridurre l’erosione del suolo e fermare l’avanzata dei deserti del nord per cui si è costruita una vera muraglia vegetale, mentre in India il maggior verde è dovuto all’estensione delle coltivazioni in terre prima non sfruttate: insomma abbiamo  un fotografia della realtà assai diversa da quella propagandata da decenni attraverso una narrazione che ci vede come campioni dei temi ambientali  piuttosto che come i massimi devastatori secondo una semantica che scambia la cattiva coscienza con le buone (e pie) intenzioni.

Mettendo assieme queste due grandi aree asiatiche  abbiamo un totale di oltre 4 milioni di chilometri quadrati di nuovo verde, una superficie pari a 14 volte l’Italia o a tutta l’Europa con una bella fetta di Russia e tutto questo in un Paese che si proclama comunista e che in ogni caso ha una preponderante presenza dello Stato in economia (nello specifico la riforestazione di un milione e mezzo di chilometro quadrati e l’ agricoltura biologica su altri 900 mila è un piano di diretta emanazione pubblica) e in un altro che al di là delle istituzioni formali ha un cultura radicalmente differente da quella occidentale. Così la Nasa scopre  che “l’influenza umana diretta è un fattore chiave per rendere la Terra più verde”. Ma guarda un po’, ce ne voleva per arrivarci, quasi che l’abitudine a pensare in termini di mani invisibili ci abbia rincretinito. Tuttavia questa influenza umana per una volta di segno positivo e non negativo si ha  proprio laddove è meno forte l’influsso sia delle ideologie capitalistiche di stampo occidentale che dei capitali effettivi che la impongono.

Tuttavia si può ben comprendere come da noi ci si sia concentrati su altro, sulla coltivazione di ragazzine che con i loro discorsi generici e salottier catastrofisti, non individuano nessun colpevole e anzi finiscono per assolvere quelli veri. In un certo senso proprio la natura apocalittica conferita al riscaldamento climatico finisce per allontanare azioni concrete oltre alla produzione di cartelli e si esaurisce in un rabbioso fatalismo che spoliticizza completamente la questione facendo mancare gli strumenti per un effettivo cambiamento. Si potrebbe tranquillamente dire che Greta Thunberg è la massima produttrice mondiale di Co2. Certo non lei, la ragazzina vittima della voglia di visibilità dei genitori, ma tutto ciò che la spinge sulla ribalta perché i riflettori non siano puntati altrove. Ne abbiamo una prova proprio in questi giorni con l’Ilva poiché gli stessi ambiti di potere che alla fine pagano le campagne mediatiche di questo tenore (Arcelor Mittal è un cocchino della Commissione europea e agisce secondo le sue regole) , chiedono impunità di avvelenamento. E un’altra viene dal fatto che anche i gestori di fondi e l’alta finanza si sono subito interessati al fenomeno come nuovo campo per raccogliere denaro e fomentare una nuova trasformazione industriale che secondo i calcoli fatti solo per essere attuata raddoppierà i livelli di emissioni di di Co2. Il perché tutto si concentri sull’anidride carbonica è che si tratta di un  gas serra che meglio serve agli interessi di questo cambiamento ( vedi qui). Mentre gli altri producono verde noi produciamo chiacchiere e bond.

 


L’ecologia che piace alla gente che piace

fg Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Da grande sogno di diventare scienziata e di continuare ad occuparmi di tematiche ambientali …. Vorrei farlo all’estero e non perché ritengo che l’Italia nono sia adatta ma perché penso che un ‘esperienza fuori faccia parte di quel bagaglio culturale che ogni scienziato dovrebbe avere”.

So già che parlando della Greta de noantri, Federica Gasbarro l’italiana invitata a  partecipare allo Youth Summit ddell’Onu, riceverò gli strali dei benpensanti ecologici, che fanno il paio con gli umanitaristi che basta mettere Lucano sul profilo per dimostrare civismo,  raccogliendo bottiglie di plastica una tantum all’Ultima Spiaggia di Capalbio prima di andare al brunch servito dall’unico straniero integrabile, il cameriere in guanti bianchi.

Ma mi ha colpito quella sua dichiarazione resa alla stampa prima della partenza, in un posto riservato su un volo completamente carbon neutral.  come ci informa un settimanale femminile che l’alterna come eroina a Carola e Meghan Markle, sposa già divorziata e ovviamente ribelle di un cadetto della casa reale inglese, quando spiega quello che vorrà fare “da grande”.

Perchè 24 anni, non i 16 della Greta della quale è una pallida imitazione anche pensando ai vettori scelti, aereo contro la barca a vela da regata IMOCA   battente i colori dello Yacht Club de Monaco,  è una dimostrazione che qualcosa nel nostro Occidente in declino se vengono spostati i nostri orologi per consentire che i giovani restino il più possibile bambini, tanto che una ventiquattrenne quindi un po’ in ritardo nel percorso verso la laurea, guarda a sè e viene accreditata come un enfant prodige cui riporre speranze con il solluchero che proviamo quando il nipotino recita la poesia di Natale sullo sgabello,   bebè  cui riservare indulgenza incondizionata come ai diciassettenni che menano  l’autista del bus, o pargoli sapienti a 40 anni suonati come Renzi o Macron,  eterne promesse  che è meglio non vengano mantenute.

I propositi della ragazza che si è già meritata il titolo di influencer, che spetta parimenti alla Ferragni e alla Madonna, parola del papa, e pure l’esercitazione pratica che si è portata a New York – un acquario popolato di microalghe –  proprio come quelle ricerche delle medie, che venogno confezionate la sera prima della consegna da tutta la famiglia,  confermano i sospetti che ho sempre nutrito sulla qualità dei messaggi e quindi dell’ideologia che ispira e agita questo movimento che, lo dice lei,    ha scelto di scioperare (in forma situazionista?)  invece di dialogare, salvo andare a farsi omaggiare nei paesi più inquinanti del modo e  vezzeggiate dai più inveterati e solenni zozzoni.

Beati i tempi infatti, nei quali i ragazzini stavano davanti al piccolo chimico sognando da grandi di mettere a punto la pozione che cura tutti i mali, di andare nella giungla come  Schweitzer o sul microscopio come Pasteur, macché l’attivista italiana vuole, una volta laureata in biologia, “occuparsi di tecnologie volte alla creazione di nuovi biocarburanti, bioplastiche”   alla scoperta quindi “di nuove soluzioni”.   Ci sta tutta con l’ideologia dei ventriloqui che parlano per bocca di Greta facendoci immaginare che tutte le sfide siano possibile per l’uomo: governare gli oceani e i fulmini o vivere su Marte,    grazie a nuovi prometei,  mentre che invece  cambiamento climatico si possa contrastare solo  “non assistendo immobili al tracollo provocato dall’incuria dell’uomo”, è lei che parla,  e anche che “potrà avvenire solo e soltanto attraverso l’educazione ambientale e civica“,  cambiando le nostre abitudini di vita, comprando a caro prezzo come atto simbolico ed esemplare mele organiche e bacate, riciclando la carta e il vetro, in modo da contribuire individualmente esonerando così imprese inquinanti e energivore e governi insipienti.  Nella convinzione apotropaica che sia decisivo  contribuire alla declinazione “morale” del capitalismo  capace anche in questo caso di trasformare perfino la responsabilità sociale ed ecologica in fonte di profitto,  in valore aggiunto propagandistico e in strumento di mercato dispiegato per risolvere i problemi che il mercato ha creato.

Infatti dietro alle cheerleader ecologiste ci sono i burattinai che vogliono persuaderci che i danni prodotti dal mercato si sanino con strumenti di mercato, trattati commerciali tra privati e Stati e privati, licenze e concessioni illegittime, così che i grandi inquinatori possano continuare ad emettere Co2 comprando le opportunità di far rotolare il mondo nel precipizio, e non a caso le chiamano diritti, dai paesi meno industrializzati o sempre meno produttivi attraverso la quotazione monetaria  stabilita da un protocollo disatteso e mai sottoscritto dai più forti contaminatori e dando forma a un meccanismo speculativo.

Ecco, se avessimo avuto la possibilità (la intraprendente studentessa si è auto candidata riempiendo un modulo capitatelo sotto gli occhi per caso)  di indicare alle Nazioni Unite i profili di ragazzi  che lottano per l’ambiente, maglio sarebbe stato se avessimo dato la scelto quelli di Sardegna dove insiste il 61 % di servitù militare, i tre poligoni più grandi d’Europa e dove le indagini ambientali condotte nel PISQ dell’Aeronautica Militare hanno dichiarato contaminati almeno 800 ettari di territorio. O i giovani No- Muos, i  No-Tav, i No- Tap, che dovrebbero essere, proprio loro, i veri influencer che possono combattere i veleni.


Sacrifici umani

103385684_1b68b06eb6_zDa sempre qualcosa è stato sacrificato sugli altari per propiziare la benevolenza degli dei o alla ricerca di una purificazione: il vitello, il prigioniero, l’obolo al mendicante o al tempio, le vergini o simbolicamente dio stesso nei casi più estremi. E peggiori sono gli individui, peggiore e più ipocrita è la società nel suo insieme, più è frequente la necessità di purificazione. Com’è ovvio ogni tempo ha avuto le sue modalità di catarsi temporanea che sono divenute tuttavia più complicate e contorte da quando nelle società occidentali si è affievolito il senso del sacro ed è venuto meno il dio che faceva da schermo e da tramite alle pratiche redentorie: così il tempio e gli altari sacrificali si sono trasferiti nei media, guardati a vista dalla casta sacerdotale che non veste più tonache e sai, ma si addobba come “bel ami” contemporaneo.

Tuttavia non è che con questo siano finiti al macero gli archetipi con cui anche le religioni erano state assemblate e tra queste ovviamente il mito della purezza incarnato dall’infanzia e ancor più dalla verginità  sia nel suo senso concreto che in quello simbolico, visto che all’occorrenza può anche essere estrapolato dalle condizioni reali e realizzarsi ugualmente in allegoria grazie a connubi col divino, vedi le mogli dei faraoni o la Madonna o magari nel mondo contemporaneo con mistici amplessi col pensiero unico. Attraverso la “purezza” la società si redime senza alcun bisogno di cambiare ed è questo il punto sostanziale, messo in luce ormai molti anni fa da Roland Barthes, questi “sacrifici” servono proprio ad evitare che qualcosa cambi, un po’ come la confessione è il passaporto per il peccato. Forse la prima “vergine” del dopoguerra è rappresentato dal caso di Minou Drouet, enfant prodige che ad appena 9 anni raggiunge la gloria letteraria. Tra il ’55 e il ’56 diventa un caso e le sue immagini fanno il paio con quelle di bambini neri in divisa che guardano affascinati e fedeli il tricolore francese. (una di queste immagini è quella riportata all’inizio del post)  Non ha importanza che poi si sia scoperto che i testi erano una mediocre produzione della sua matrigna ( Jean Cocteau disse: ” tutti i bambini sono poeti, tranne Minou Drouet”) l’importante è che in quel particolare periodo storico la società francese con alla testa la sua grande borghesia doveva in qualche modo ribadire la propria innocenza rispetto alla politica coloniale e presentare se stessa come capace di produrre una grande poetessa bambina, difendendola oltre ogni plausibilità. Era come proclamare al mondo di essere innocenti la sciando alla bambina il compito di uccidere il male.

Insomma i sacrifici servono a placare la coscienza e quando le normali ritualità mediatiche non servono più e anche la creazione di miti espiatori di fantasia non è sufficiente ecco nascono miti reali che servono efficacemente a mostrare pentimento senza pericolo di intaccare gli interessi reali o anche i comportamenti  individuali: parafrasando Cocteau si potrebbe dire che tutti i ragazzini sono ecologisti tranne Greta Thunberg per riferirci all’ultimo utilizzo di un personaggio sacrificale che serve a “domare” l’ecologia, a prevenire l’idea di pensare ai modi per migliorare concretamente lo stato del pianeta, ognuno dei quali andrebbe contro gli interessi di qualche area delle classi dominanti neo liberiste. Tanto è vero che dopo aver osannato la ragazzina svedese l’Europa si è rimangiata ogni piano contro la CO2. Ora è ovvio che “Greta” è stata inventata da spin doctor, mettendo insieme tutti i criteri necessari a garantire il successo  del prodotto multimediale. Anzi non si va troppo lontano a ipotizzare che la costruzione di Greta prende in qualche modo spunto dall’eroina di Millennium, Lisbeth Salander, naturalmente senza le ombre del passato. Greta contro gli uomini che non amano il pianeta.

Ma anche Carola Rakete che in qualche modo ha oscurato Greta, partecipa di questi caratteri e di questa funzione rituale in maniera ancora più chiara: lei deve “uccidere” con le sue azioni il padre, ingegnere. ex tenente colonnello dell’esercito tedesco e attualmente mercante di armi: la sua esaltazione come traghettatrice di migranti serve a rinsaldare tutta la filiera occidentalista ed atlantista che attraverso le sue guerre e le sue rapine di risorse diffonde miseria, crea sradicamento e produce poi quei profughi che vengono recuperati e parcheggiati in nome di del senza frontierismo dello sfruttamento globale. Ogni occasione è buona per mettere insieme una messa cantata con cui si chiede solennemente perdono per poter poi uscire dal tempio e fare esattamente come prima e più di prima.  Ma con la coscienza bella pulita.


I post gretini

vvox_einaudi2-1030x539Non sono state elezioni facili per il potere oligarchico, né è stato semplice riuscire a contenere sovranisti ed eurocritici  e non concedere loro la platea del parlamentino di Strasburgo che sul piano concreto conta meno del due di coppe quando briscola è a bastoni, ma che può avere comunque un potere di tribuna. Tuttavia la governance è riuscita a sfruttare i suoi stessi peccati per recuperare consensi usciti dalla porta principale  facendoli transitare dalla porta di servizio grazie all’operazione Greta Thunberg: deviando il discorso sui temi dell’ambiente che essi stessi tradiscono quotidianamente, sono riuscite a riempire i serbatoi dei Verdi continentali. Occorreva però qualcosa di forte per poter spostare consensi su formazioni da sempre alleate con le socialdemocrazie più corrive con il capitalismo di mercato: ed ecco la ragazzina davanti al Parlamento di Stoccolma che già fa simpatia, soprattutto se si dimentica che è circondata da guardie del corpo, per giunta autistica o dichiaratasi tale che moltiplica per due l’interesse, portatrice di discorsi apocalittici, abbastanza ingenui e rozziin pratica solo slogan,  da far presa a largo raggio dentro un’opinione pubblica devastata e facile all’emozione più che al pensiero e tanto meno all’azione. In ogni caso del tutto aliena dall’avere un’idea coerente dell’insieme dei problemi che in realtà sono spesso  molti diversi da come vengono affrontati (vedi nota).

Probabilmente l’idea è stata data dai gilet gialli che fin da subito hanno collegato i temi ambientali con quelli della critica al sistema, non occorreva altro che gonfiare i primi con l’aria fritta del millenarismo escatologico e cancellare i secondi, per creare il terreno di colture perfetto per convogliare voti su formazioni che hanno da sempre accettato il sistema capitalistico e il mercato in una ambiguità che li ha condannati all’impotenza sostanziale: non bisogna dimenticare, tanto per fare una citazione, che fu il ministro degli esteri tedesco , il verde Joschka Fischer a dare il via definitivo ai bombardamenti sulla Jugoslavia. Ma questo non è che un segnale: nel governo Jospin hanno approvato le privatizzazioni e le detassazioni per gli azionisti, mentre nel governo Schroeder  sono stati protagonisti della restrizione del welfare e della deregolamentazione delle leggi del lavoro.

Però la ventata di ecologismo a reti unificate, che ha assunto il tono di una vera e propria campagna elettorale,  li ha portati ad ottenere il 13, 47% in Francia, addirittura il 20 e qualcosa in Germania, il 15% in Finlandia ed altrettanto in Irlanda. Dalle analisi del voto risulta che i Verdi hanno raccolto i consensi della classe medio alta giovanile e scolarizzata delle grandi città, quella che fa eco alle marce e agli scioperi per il clima, mentre si prepara ad accedere alle posizioni con cui devastare il pianeta in età adulta. Non è certo un caso se ecologisti radicali come Jutta Ditfurth in Germania e Martine Billard in Francia abbiano abbandonato il verdismo di mercato. Né può essere una sorpresa vedere come i verdi post gretini abbiano cominciato ad attaccare  France Insoumise e anche il Front de Gauche ora per l’attaccamento ai regimi progressisti dell’America Latina,o per il loro posizionamento anti sanzioni sulla Russia o ancora per il lato “sovietico” che scorgono nella pianificazione ecologica elaborata da Jean-Luc Mélenchon.

Essi ora inalberano sul loro vessillo ciò che ritengono sia una medaglia al valore, ossia il non essere né di destra né di sinistra, che in realtà significa poter essere entrambe le cose a seconda delle convenienze: così ora il co-presidente dei verdi valloni Jean-Marc Nollet dice di essere pronto, a livello federale, a “una coalizione con tutte le parti “, mentre in Germania già da tempo ci sono “coalizioni nero-verdi” con la destra, come quella in atto nella regione del Baden-Württemberg, che adesso potrebbero moltiplicarsi sull’onda di un successo che ha portati i Grünen ad essere il secondo partito grazie ai voti in libera uscita da Cdu e Spd. A Strasburgo hanno annunciato di voler essere “pragmatici”, insomma disponibili a tutto detto in soldoni. Dunque l’ennesima creazione di false alternative è pienamente riuscita, anche a livello strategico perché non c’è alcun dubbio che i problemi ambientali siano in stretta relazione di causa ed effetto con il sistema neo liberista ed è questa consapevolezza che si vuole stroncare sul nascere, mettendo in campo ogni sorta di depistaggi che coprono le diverse aree socio culturali: il negazionismo climatico per la destra borghese corrotta e incapace, la catastrofe millenarista annunciata da una Cassandra sedicenne per le aree radical chic, le buone e false intenzioni dei vari accordi e conferenze internazionali per i ceti medi tradizionali. Di certo quella del gattopardo non è una specie in estinzione.

Nota Un esempio di scuola è quello della salute oceanica e del suo ecosistema. A tutti viene detto che il problema principale è quello della plastica che ormai forma intere isole ed è causa della morte per molte specie marine. Che questo costituisca un motivo d’allarme non c’è dubbio, ma  un rapporto dell’ Ipbes, l’Istituto di ricerca sulla biodiversità e gli ecosistemi, creato dall’ Onu, in un rapporto di poche settimane fa ha chiarito che il crollo della vita negli oceani non è dovuto a questo, né all’acidificazione delle acque e nemmeno al cambiamento climatico, ma all’industria della pesca commerciale che non solo preleva immense quantità di pesce e di crostacei, spesso sotto banco, dimezzando le cifre ufficiali, ma agisce in modo da devastare interi ecosistemi. Tuttavia non se ne parla mai per il fatto che qui non si tratta del pescatore che esce con lampara e a cui va addebitato circa il 2%  del pescato totale, ma di mostri commerciali la cui gestione è in mano – nel pianeta – a non più di 600 grandi aziende che hanno un forte potere di interdizione sulle notizie, come per esempio è accaduto alla Bbc che nella serie Blue Planet  evita sempre di collidere con gli interessi forti. Attribuire tutto alla plastica da una parte nasconde i responsabili e il contesto strutturale nel quale essi possono crescere, dall’altra colpevolizza i singoli.


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