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Censis, il Novelliere dei regimi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come non avere nostalgia dei bei tempi andati, quando la ghiotta rubrica fondopagina del lunedì, così cara a sciure e  cumenda, era a firma di Alberoni,  mentre oggi rischiamo che ci tocchi il suo erede ideale Fusaro, tempi nei quali la sociologia più che una scienza era un piacevole genere letterario, tanto che le formule e gli slogan del Censis facevano irruzione nell’immaginario collettivo e diventavano espressioni di uso comune:  famiglia combinatoria, furore di vivere, sovranismo psichico e sono solo alcuni, come Italia del cattivismo, che riguardava però solo una deplorevole minoranza,  alla prova della sopravvivenza.  

Anche nei momenti più bui infatti i narratori del Censis “da oltre 50 anni interpreti del Paese”, assistevano i regimi e regimetti con il loro favoleggiare  innervato di positività, cauto ma realistico ottimismo, con i loro facondi messaggi di dinamismo che aggiornavano i nostri miti fondativi di popolo di navigatori e poeti grazie alla fertile aggiunta del contributo di imprenditori dei distretti del Nordest che andavano a recare i doni del know how in giro per il mondo, con la lieta novella della creatività italiana al sevizio del Made in Italy.

E non mancava mai il riferimento ai capisaldi della famiglia custode più che della tradizione di tesoretti investiti nel successo delle generazioni future, capace di modernizzare i valori costitutivi, aprendosi a scelte, inclinazioni e relazioni fertili di conquiste morali e emozionali.

Guardandoci indietro mentre via via si disgregava tutto, mentre si approfondiva sempre di più la distanza tra ceto dirigente e società civile, mentre imperversavano gli scandali che incrementavano il disincanto democratico e nessuno sapeva offrire radiose visioni del futuro, mentre la politica comunicava messaggi di doverosa rinuncia meritata per esserci noi concessi troppo, il Censis bonariamente ci regalava un’Italia che non c’era, si rallegrava che fossero superati, insieme alle classi, il conflitto e la lotta, ci raccontava un Paese dove la democrazia faticosa e non del tutto conquistata sapeva addomesticare il sistema e la sua ideologia stemperando la ferocia  capitalista nei tinelli di Novello di una piccola borghesi  che sa negoziare bisogni e aspirazioni rivendicando per sé il merito di aver contribuito a benessere, conquiste, diritti cui possono accedere anche uomini in tuta blu, contadine, artigiani e poi perfino nuovi arrivati, a condizione che dimostrino la volontà di integrarsi.

Dev’essere stata un’impresa ardua dover rendere conto che si era usciti da quell’Eden del ceto medio, che la severità paternalistica necessaria a guidare un popolo in eterna crisi adolescenziale, si era trasformata in austerità che toglieva a chi aveva già poco, che si allargavano sempre di più  le categorie che subivano la cocente perdita di beni, garanzie, lavoro, sicurezze, trasformati in topi bianchi che passano i giorni in una gabbia di doveri e frustrazioni su e giù sulle scalette dei mutui, delle bollette, costretti a indebitarsi per comprare l’istruzione dei figli e dei nipoti, l’assistenza medica, fondi che dessero una parvenza di dignità alle pensioni maturate in età sempre più avanzata, quando la sopravvivenza è più “cara” perché si è più vulnerabili, fragili, cagionevoli. 

Negli ultimi anni la rivelazione è stata amara e difatti il rapporto annuale ha così perduto il suo appeal ottimistico, scopiazzato da leopolde, think tank e sardine, e i giornaloni della Gedi che aspettavano la pubblicazione per cannibalizzarla e cucirle intorno editoriali, inchieste, pensose riflessioni, doverosamente dedicano un pezzullo marginale tratto dal corposo comunicato stampa.

Quest’anno poi, capace che il rapporto subisca un ostracismo per i reati di disfattismo, nichilismo fino a quello di eresia. 

Eh si perché perfino il Censis si è accorto che il capitalismo è in crisi, che il Mercato non ce la fa a mantenere le sue promesse di prosperità per tutti, ma che invece ha prodotto e peggiorato squilibri e disuguaglianze, che l’ordine mondiale che lo garantiva sa solo portare guerre di conquista, morte, fame  e repressione, generando sommovimenti che non riesce a controllare e che la globalizzazione, come il mito del Progresso,  è un mostro a due teste e adesso rivela quella cattiva, quella dei poteri  selvaggi della finanza, delle multinazionali, del controllo sociale sempre più pervasivo, dell’inquinamento e del cambiamento climatico,  perfino della circolazione di virus.

In una “ruota quadrata che non gira”, il 2020, anno della paura, ha registrato perfino secondo il Censis, la vittoria del governo apocalittico del terrore costringendo gli italiani a decidere che è meglio “essere sudditi che morti”, ammesso, ci sarebbe da aggiungere, che una esistenza privata di lavoro, istruzione, cultura, bellezza, socialità e affettività non assomigli da vicino a una progressiva dipartita. Così è “naturale”, ammesso che ci sia qualcosa di naturale nell’assoggettamento a una emergenza della quale non si vede fine perché le scelte iniziali non possono essere smentite o riviste pena la perdita di un consenso fondato sulla repressione combinata con la dolce violenza di una persuasione moral-sanitaria, che si radichi, lo dicono loro gli osservatori del costume e della percezione, la “bonus economy”, con l’amministrazione  e l’erogazione di mance, ristori compassionevoli quanto arbitrari, nella misura di circa 2000 euro a testa per almeno un quarto della cittadinanza. E che quelli che conservavano ancora qualche bene, proprio come evasori che temono prelievi forzosi e delicate patrimoniali, ricorrano a forme di “liquidità precauzionale”: 41,6 miliardi in sei mesi, per immunizzarsi, ammesso che sia un vaccino, dai rischi.

Mentre pare proprio non ci sia difesa contro un rischio che era già presente e che ora, come sempre succede ai rischi qui da noi, ha assunto le proporzioni di una emergenza, che sancisce il successo della politica del divide et impera, che cresce con el disuguaglianze e che sa mettere tutti contro tutti, ma orizzontalmente, perché chi sta in lato mentre muove i fili si salva: garantiti (ammesso che ne ce siano) contro precari, insegnanti contro artigiani, impiegati contro osti, nipoti contro nonni sperperatori, occupati contro disoccupati (se ne sono aggiunti altri 500 mila) che minaccerebbero chi ha qualche briciola con la loro pressione parassitaria.

E così si spiegherebbe che un numero ragguardevole di italiani invochi la pena di morte, il 44 per cento, anche se non chiarisce contro chi deve essere comminata, trasgressori sugli sci, negazionisti cui far fare da cavie per vaccini non sperimentati, se il 77,1% pretende pene severissime per chi non indossa le mascherine di protezione delle vie respiratorie, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento, come accade quando le frustrazioni di chi è pronto a recedere da conquiste liberano i bassi istinti di sopraffazione che albergano in noi (il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni alla mobilità personale e quasi il 40% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni).

È finito il tempo dell’ottimismo sociologico, che di per sé era un ossimoro: non potrà che andare sempre peggio se l’epidemia ha permesso che venisse demolito totalmente il sistema dell’istruzione pubblica. Solo l’11,2% degli oltre 2.800 dirigenti scolastici intervistati dal Censis ha confermato di essere riuscito a coinvolgere nella didattica tutti gli studenti più del 10% dei quali mancava all’appello alla stentata ripresa. Il 53,6% dei presidi sostiene che con la didattica a distanza non si riesce a coinvolgere pienamente gli studenti e soprattutto quelli con bisogni educativi speciali, quelli per i quali la socialità che si instaura nelle aule scolastiche è insostituibile: gli alunni con disabilità (circa 270.000 persone solo nelle scuole statali) o con disturbi specifici dell’apprendimento (circa 276.000). E una larga maggioranza di dirigenti ammette di non poter far nulla per prevenire la dispersione scolastica.

E sono fosche perfino le previsioni per il Natale: il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali da mettere sotto l’albero, il 59,6% taglierà le spese per il cenone dell’ultimo dell’anno.

E ci credo:  il 44,8% degli italiani è convinto che usciremo peggiori dalla pandemia, che ha contribuito non sapremo mai in quale misura a 60 mila decessi, un olocausto di anziani morti di vecchiaia accelerata, diagnosi e  cure sbagliate, malasanità, che ha inizialmente rivelato poi rimosso in favore della colpevolizzazione della collettività i crimini ai danni del sistema di assistenza, eroso, ragionevolmente, qualsiasi fiducia nelle istituzioni e nella comunità scientifica per rafforzare invece l’aspettativa nei confronti di una tecnica che si sviluppi nelle direzioni della digitalizzazione e informatizzazione e di una ricerca indirizzata alla produzione di un susseguirsi di vaccini che tengano in vita e “produttivi” miliardi di automi davanti al Pc.

Ormai perfino il Censis potrebbe essere a rischio censura quando conclude: “Quando esaurirà la sua onda d’urto, la pandemia lascerà dietro di sé una società più incerta e impaurita, ma soprattutto una società con una profonda crisi economica e occupazionale, di cui non tutti pagheranno le spese allo stesso modo”.

Ma potete star tranquilli, se la cava ancora con la solita paccottiglia di resilienza, capacità di adattamento: Franza o Spagna purché se magna, siti Unesco a consolarci: basta ca ce sta o sole, ca c’è rimasto o mare,   a conferma che siamo proprio il Paese delle canzonette, e che la musica è sempre la stessa, colpevolizzarci per farsi assolvere.


Verona, il Pd muore con la vita

copia Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non pensate che abbia deciso di aggregarmi alla schiera dei fan del fusaro-pensiero, altrimenti detto il Moccia del Marxismo, di quegli analisti politici da tastiera che discettano tra gattini, test astrologici e rime della Merini sulla necessità ineluttabile di sottostare al regime dell’élite neoliberista piuttosto che sostenere la rivolta populista contro l’establishment, così sboccata e rozza, scomodando perfino il primo Moro del Manifesto quando sosteneva che il proletariato doveva favorire l’avanzata del capitalismo in ogni sua forma in quanto apripista – suo malgrado – del socialismo, suscitando la ribellione delle classi sfruttate più emancipate proprio grazie alle magnifiche sorti del progresso.

No, è che anche io mi sono fatta fuorviare dalla convinzione  che sia stato messo in atto un meccanismo compensativo: a fronte della spoliazione dei molti dei diritti primari (lavoro e sicurezza sul lavoro, dignitosa retribuzione, assistenza sanitaria, istruzione, casa) e dell’abrogazione sostanziale di quelli social, sindacali, partecipativi, politici, ci siano stati concessi quelli che qualcuno ha definito “diritti cosmetici”, quel camouflage di una società privata del diritto ad una esistenza economicamente dignitosa, risarcita dalla formale non discriminazione delle persone per genere, sesso o provenienza, una “società dove il lavoratore è tornato alla mercé del datore di lavoro, grazie al Jobs Act e alle tante “riforme strutturali” ma viene riconosciuta la piena parità fra  Genitore 1 e Genitore 2.

Ora, è senz’altro vero che queste ultime prerogative, volte a concedere a singoli individui quelle libertà che chi ha tutto si è già aggiudicate o addirittura ereditate, sono servite e persuadere il popolo del fatto che i diritti primari e sociali siano patrimonio acquisito e consolidato. E che battersi per le battaglie “civili” dimostri l’appartenenza  indubitabile all’esercito del progressismo antifascista contra la barbarie conservatrice. Come dimostra la sorpresa esecrazione per la decisione di una esponente dem, che ha votato la indegna mozione “anti-aborto” proposta dalla Lega e votata dal Consiglio Comunale di Verona, autoproclamatasi “città della vita” oltre che del Pandoro, peraltro molto minacciato appunto dalle politiche economiche e del lavoro dei governi Pd.

Tutti a stupirsi, ma come una dirigente politica riformista e per giunta donna si schiera con chi contrasta una conquista difficile e sofferta sancita da una legge dello Stato?

C’è poco da meravigliarsi, la rincorsa a cancellare tutta la gamma delle vittorie conseguite in secoli di lotte per l’autodeterminazione, dovrebbe avvalorare che non c’è gerarchia, non c’è graduatoria, non c’è classifica dei diritti, che non è vero che se ne togli un po’ a qualcuno te ne restano di più, che se ne cancelli uno  gli altri ingrassano e che la rinuncia a quelli primari per ragioni di necessità non poteva che comportare l’abdicazione ad altri. E chi ha distrutto l’impianto di garanzie e prerogative sul lavoro, nelle città, negli ospedali, nelle scuole, era di sicuro, per indole e missione di servizio, predisposto a spazzar via tutte le altre, anche quelle secondarie, che pure invece riguardano le nostre esistenze, la nostra felicità negata, le nostre inclinazioni legittime, appellandosi a motivi “morali” che riconfermano quanto avesse ragione Rosa Luxemburg quando diceva che dietro ogni dogma c’è un affare da difendere, e all’ombra dei temi eticamente sensibili si vedono luccicare le monete.

Infatti non c’è dubbio che dietro le proclamazioni bipartisan dei promotori del recente manifesto in difesa della razza in salsa veneta, (e non è la prima volta se pensiamo alle misure propizie all’invadenza dei comitati pro vita negli ospedali promosse da altra notabile Pd), dietro alle preoccupazioni per la china che su cui scivola l’Ue   verso il  meticciato, dietro al timore della sostituzione delle nostre genti e del nostro credo comune, con colorati di ogni etnia e islamici per giunta, c’è il solito intento: esaltare, con il richiamo a leggi naturali, immodificabili e intangibili, il ruolo e la funzione della “riproduttrice” (come le mucche frisone) per rinsaldare  il primato del sistema economico e della sua ideologia, grazie al controllo sulla riproduzione della specie, all’appropriazione e svalutazione del lavoro domestico e di cura delle donne in seno alla famiglia e il loro conseguente sfruttamento discriminatorio  nell’occupazione extradomestica.

In una cosa hanno raggiunto l’obiettivo, condannare le donne al loro “destino biologico” di macchine da procreazione, di sostitute obbligate del sistema assistenziale, prodighe dei servizi che lo Stato non può dare e che con le restrizioni finanziarie al welfare sono diventati bisogni inevasi più pressanti, di tuttofare  pronte per indole gregaria e missione “naturale” a una servitù multitasking precaria e svalutata. Che fa tutt’uno con il condannare anche i maschi alla rinuncia a talento, esperienza, remunerazione, vocazione con l’unico diritto rimasto, quello del salario, quando c’è, maledetto e indispensabile a reggere le mura di una casa, quando c’è, e di una famiglia che finisce per assomigliare a una gabbia dove gli abitanti si arrampicano su e giù per le scalette dei debiti, dei mutui, della bollette, come le cavie da esperimento.

Anzi, no anche in un’altra hanno avuto successo, compresa la curva meno oltranzista del governo, nel convincerci che le battaglie e la politica della vita, sono secondarie rispetto alle guerre e alla politica del potere, che è ragionevole essere appagati dal minimo sindacale: piuttosto che niente è meglio piuttosto, si dice in Veneto,   che anche mettere al mondo figli  è un lusso che possono concederci in forma discrezionale come le mance,  l’allegoria di uno stile di vita in cui ogni aspirazione dovrebbe trasformarsi in possibilità, ma vengono negati   modi e strumenti per realizzarla, che è obbligatoria la rinuncia non solo alle garanzie, comprese quelle di tutela della dignità, ma anche a sogni e desideri, e ai diritti che dovrebbero presiedere  alla loro realizzazione.

 


Zitti! per favore

Ivory_TowerAnna Lombroso per il Simplicissimus

Con prevedibile periodicità di tanto in tanto qualche Augusto Marpione interrompe il suo dorato letargo per chiamare a raccolta la corporazione degli “intellettuali” in modo che somministrino la loro lungimirante saggezza, dimostrata  con l’appassionata e ammirata adesione al sindacalismo territoriale della lega, costola della sinistra,  al pragmatico dinamismo di Craxi, alla punitiva austerità dei sobri prestati al governo, alla rottamazione di Renzi (propagandato da un venditore ambulante di psicoanalisi  “un tanto al metro” come Telemaco, il figlio giusto, capace di guidare la modernizzazione), prendendo a frustate morali e civili la plebe irriconoscente, pelandrona e volontariamente dedita al più bieco servaggio tramite il consueto ricorso a illustri appelli, con in calce   esimie firme   di venerabili maestri, di giovani enfant prodige della petizione, soprattutto di soliti stronzi.

Non mi permetto di scomodare il povera Gramsci frequentato grazie a Wikiquote, né Bobbio, finito nel novero dei disfattisti e nichilisti, gufi e professoroni, quei ”professionisti della cultura che pretendono di fare a pugni con la realtà e l’innovazione” come ebbe a dire l’inarrivabile bullo,   in favore di profeti del Si estratti dalla tomba per servire la causa di recenti giovani golpisti. Gli usignoli dell’imperatore sono  passati dai gorgheggi degli editoriali sui corrieroni ai 140 pigolii su Twitter, con uguale sicumera, pari arroganza e usuale negazione di ogni correità, si tratti dell’esimio filosofo transitato con disinvoltura dalla collina dello Steinhof  alla cadrega di doge, di deputato, di europarlamentare, di  consigliere regionale, devoto di volta in volta di Potere operaio, del Pci poi Ds, sempre in posizione critica e solinga preferendo a tutte la compagnia di se stesso, unico degno di venerazione e autorizzato a esprimersi in favore di una “riforma” che definì contemporaneamente una schifezza, si tratti del Moccia del Marxismo, Fusaro, si tratti  dell’eterno teoreta della bora, Magris, folgorato sui tavolini del Caffè Italia dalla semplificazione, si tratti del cantore vernacolare della Costituzione Benigni pronto a farne carta da macero, dell’immarcescibile Galli Della Loggia, entusiasta del renzismo, del nuovo uomo della provvidenza  e della sua missione di abiura del postcomunismo per lavorare alla costruzione di quella politica realmente riformatrice; e poi giù giù, altre mezze figurine del negazionismo della responsabilità di testimoniare e rappresentare sfruttati, deboli, altre  “pennette” rinunciatarie di pensiero, critica e ragione, i Pisapia, i Serra,  il caravanserraglio della Rai sul tappetino di Fazio o elogiatori  dell’astensionismo e dell’aventinismo come virtù morali e cifra di menti superiori e quindi necessariamente sdegnose, quali il profeta dell’abdicazione Roberto Esposito, seguito da uno stuolo di fan selezionati tra gli speculatori teorici da tastiera, fino a oscuri sebbene molto più titolati insegnanti delle medie, contagiati dalla smania di riconoscersi in un ceto dal quale cervelli del passato darebbero entusiastiche dimissioni.

In questi anni avevamo vissuto una fase beata, il  consenso al regime aveva determinato una produzione di interviste omaggio condotte da redattori genuflessi, ma pure una eclissi di appelli che avevano fatto sperare che l’adesione al pensiero forte li portasse all’estinzione.

Macché, eccoli i dinosauri svegliarsi nel jurassic park  della cerchia degli influenti laddove non esiste più cultura sostituita da nozionismo e gerghi tecnici, non esiste più informazione sostituita da un affastellarsi di comunicazioni grezze, non esiste più verità sostituita da divulgazioni parziali e contraffatte, non esiste più libertà sostituita dalla somministrazione dall’alto di regalie e licenze arbitrarie.

Sono tornati ringalluzziti dalla possibilità di ritagliarsi un posto in prima fila dalla parte della ragione, quella di chi vuole vincere facile nella guerra contro la volgarità plateale, l’ignoranza esibita anche tramite il disuso dei congiuntivi e dei condizionali, la approssimazione e l’incompetenza fino a pochi mesi fa guardati con tenera indulgenza quali manifestazioni di giovanile e appassionata intraprendenza. Ma anche dall’opportunità offerta di affacciarsi dalla loro torre d’avorio, egotica e snobistica, per ritrovarsi con rinnovato spirito di appartenenza al ceto aristocratico nella tenzone – virtuale e teorica – contro la marmaglia, contro il maledetto populismo, contro quel sentiment che hanno contribuito a generare, suscitare, legittimare a forza di puzza sotto al naso, di ripugnanza per le miserabili rivendicazioni che affiorano dal fango delle periferie a di Rio Bo che non vogliono gli “altri”, proprio come a Capalbio (in quella dolce Maremma dove vive uno dei più celebrati esponenti della cricca: ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/24/la-vie-en-rosa/)   salvo che a loro non è consentito perché il brutto è meglio sia confinato nelle geografie del brutto, come la povertà, la malattia, la disperazione.

La fine del lavoro non ha prodotto la fine della fatica. Ma questi non conoscono né l’uno né l’altra e mi viene da dare ragione a una mente luminosa napoletana appartenente a una generazione nella quale pensiero critico, ironia leggera ancora circolavano e che della professione di intellettuale diede la folgorante definizione di quelli cui piace stare comodamente  “int’o liett”,  con preferenza, c’è da dire, per i triclini delle abbuffate del declino dell’impero romano.

 

 

 


L’arte di Cacciari balle

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come è risaputo, le popolazioni andine fanno un uso terapeutico delle foglie di coca per contrastare il soroche, quel mal di montagna che deriva da altitudini impervie e vertiginose.

Mi sento di raccomandarne l’utilizzo anche al più divino degli sdegnosi, al più irriducibile degli schizzinosi, il filosofo Cacciari, per combattere gli effetti del prolungato soggiorno nelle rarefatte atmosfere dello Steinhof, per coprire senza danni le distanze siderali dalla  torre  inespugnabile nella quale soggiorna – grazie a beni di famiglia, quelli che rivendicava come antidoto alla corruzione dimenticando che il possesso non esonera dall’avidità, come dimostra l’istinto rapace all’accumulazione dei ricchi, ma anche per via del suo concedersi magnanimamente ad  atenei tanto confessionali quanto redditizi  – che lo separano da noi mortali, che frequenta il meno possibile, salvo assolvere ingrati compiti pedagogici tramite interviste e comparsate in talk show dove viene invitato e celebrato come massima autorità della critica sofistica ed incontentabile della nostra generale mediocrità.

L’ultimo in ordine di tempo è contenuto in una lenzuolata stesa ad asciugare malgrado l’eclissi del sol dell’avvenire su Repubblica. Nella quale l’altrettanto oscurato Mauro, pronto anche lui a conversioni tardive, scoperte della religiosità in età matura, rivelazioni apostoliche come pare sia destino degli ex dell’autorevole quotidiano, lo interroga invitandolo a pronunciarsi sul referendum in materia istituzionale.

E lui non si fa mica pregare: si tratta di «una riforma modesta e maldestra», «un brutto topolino partorito dalla montagna», un testo fitto di trovate «balzane», frutto della modesta intelligenza e della evidente impreparazione di una cricca di sciampiste e tronisti impenitenti, collezionisti inveterati di  fallimenti politici (e lui se ne intende).

Però,   ciononostante, tuttavia.. è necessario dire Si, la riforma è un atto doveroso per “ rafforzare tutti i soggetti del sistema democratico… Esecutivo e anche un parlamento dotato di strumenti di controllo e d’inchiesta all’americana,   capace di agire autonomamente, senza succhiare le notizie dai giornalisti o dai giudici: un’autorità quasi da tribunato…. Più potere al governo, dunque, ma con un vero impianto federalista che articola il meccanismo decisionale, e un autentico Senato della Regioni con i rappresentanti più autorevoli eletti direttamente, e non scelti tra i gruppi dirigenti più sputtanati d’Italia, come oggi”, che, si sa, le Regioni hanno dimostrato di essere luoghi della rappresentanza dove hanno dimorato uomini d’onore, dediti all’interesse generale e al bene comune, intoccati da scandali e malaffare”. Questa “svolta” sarebbe indispensabile per irrobustire le istituzioni che quando sono deboli si lascerebbero condizionare da poteri esterni, rispecchiando l’intento delle menti più illuminate della sua generazione politica, che volevano riformare la Costituzione, una volta superata la paura dei fantasmi del Novecento e il timore del tiranno.

Si vede che i despoti di oggi, imperialismo finanziario e suoi generali, colonnelli e caporali,   non fanno paura a  uno di quelli cui si attaglia l’invettiva di  Schopenhauer  contro “l’accademico mercenario” e “i sicari della verità” che  colpiscono al cuore la libertà di pensiero  in base alla regola “di chi io mangio il pane, di lui canterò le lodi”, che poco c’è rimasto delle intelligenze luminose di un tempo, condannati ai Fusaro, ai  Žižek, insomma ai celebrati acchiappacitrulli col culo al caldo e la  didattica punitiva, che ci meriteremmo per via della nostra condizione di “inferiori”, renitenti alla fatica e all’ubbidienza.

Eh si, è giusto penalizzarci visto che non siamo stati estratti tra gli eletti e gli unti nella lotteria naturale, benché nati dalla parte del mondo più fortunata, non siamo tra i protetti della Provvidenza che con la sua manina benefica risparmia dalla canizie capelli e barbe eccellenti e dal ridicolo un istinto sfrontatamente voltagabbana al servizio di mode e regimi.

Il reducismo aberrante del pensatore lo ha convertito da idealista in pragmatico, ha mutato la militanza di sinistra in realpolitik, tanto lui mica soffrirà degli esiti del dinamico “fare”, dell’egemonia della necessità implacabile e senza alternative. Mentre noi dobbiamo subire il destino di non poter nemmeno aspirare al meglio, neppure al bene, appena appena al male in attesa dell’inesorabile peggio, pena comminata per il reato dell’aver troppo voluto, per aver aspirato a un futuro equo, per aver desiderato benessere, giustizia e libertà.

I maligni potrebbero essere portati a pensare che alligni in Cacciari un maligno risentimento oltre a una certa inclinazione per repentini cambi di opinione: ha in spericolati e rapidi avvicendamenti sostenuto e rinnegato quasi tutti gli attori e anche le comparse di questi anni, Monti, Veltroni, Prodi, Della Valle e Montezemolo, Occhetto e Rutelli, eccetera eccetera, di volta in volta folgorato dal federalismo anticipatore della Lega, dal partito liquido, a quello gassoso di improbabili candidati veneziani, in particolare quello che ha poi portato alla vittoria di Brugnaro. E i malevoli potrebbero sentirsi confermati in questo pregiudizio, proprio dalla sua di esperienza di amministratore, segnata dall’evidente insofferenza nei confronti degli elettori e cittadini e dei loro molesti bisogni, giustamente invitati a indossare gli stivaloni in occasione di prevedibili mareggiate, giustamente sollecitati in caso di evidenti ingiustizie alla denuncia anonima nella Bocca delle Verità, giustamente afflitti da opere inutili e dannose con contorni di corruzione, abusi, malaffare, sfuggiti alla vista dell’elegante e sussiegoso Serenissimo, dell’Uomo Difficile remoto e inavvicinabile cui Hofmannsthal fa un baffo e anche la barba.

Macché, si sbagliano. L’uomo è probabilmente fragile, ingenuo, vulnerato dalla nostra ingratitudine,   inascoltato nelle sue profezie, deluso per il mancato riconoscimento della sua dedizione, del suo concedersi generoso di amministratore e maestro. Io però lo voglio rivalutare: ormai è diventato una efficace cartina di tornasole, grazie alla sua attitudine naturale a sbagliarle tutte ci aiuta sia pure involontariamente a decidere per il meglio. Basta fare il contrario e se dice Si, basta votare No.

 

 

 

 

 


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