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E ora Gramsci è fuorilegge

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa ne pensate, potrebbe aiutare il dibattito in corso  questo brano di uno storico che è stato protagonista della storia e che la risoluzione dell’Europarlamento parifica ai suoi carnefici, o, in presenza di un verdetto di un tribunale fascista, ai criminali di Norimberga condannati dal tribunale dei liberatori?

Scrive Antonio Gramsci in un articolo del 1917 apparso in “La città futura”:  “…. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente….”.

Quante volte in questi anni siamo stati fulminati da eventi che pure erano stati preparati, il cui verificarsi era stato profetizzato e previsto? una crisi venuta del solito posto e gonfiata ad arte per permettere restrizioni, severità, limitazione dei diritti in nome della necessità, migrazioni effetto di guerre di rapina, ruberie e sfruttamento di geografie ridotte alla fame e alla disperazione, o del saccheggio di risorse naturali e delle ricadute dell’avvelenamento e della dissipazione dell’ambiente, il ripresentarsi del fascismo in forme già viste e vissute, come declinazione ineluttabile del totalitarismo economico e finanziario, della sua corruzione delle sue disuguaglianze, che però non viene nemmeno incidentalmente annoverato tra i regimi che avrebbero insanguinato il secolo breve.

L’oscena ipocrisia nella lettura del passato da parte del Parlamento Europeo a prima vista fa parte di quella corrente “culturale” che viene chiamata uso pubblico della storia, annoverando tutto ciò che si svolge fuori dai luoghi deputati della ricerca e della dottrina scientifica. E vorrebbe far intendere come ad un certo punto in un mondo civile e sereno in cammino verso le magnifiche sorti del progresso facciano la loro comparsa manifestazioni  di follia collettiva, narrazioni e visioni incarnati da maniaci sanguinari  con una mostruosa capacità di persuasione, in forma di incidenti che si palesano in natura, come scrive Gramsci, terremoti, vulcani che eruttano lava e terrore indiscriminatamente. 

Il fine di questa interpretazione, e in Italia lo sappiamo bene, è  prima di tutto  quello giustificazionista – che si veste da pacificazione – dei trascorsi più vergognosi, individuali e collettivi, mettendo alla pari e riservando pari trattamento a vittime e carnefici della pagina più indecente della nostra autobiografia nazionale. In questo caso più che di uso pubblico della storia si potrebbe parlare di privatizzazione: manipolarla serve a interessi di parte che coincidono con quelli imprenditoriali, per legittimare alleanze scandalose, per accreditare la condivisione di colpe che alla fine esonerano tutti dall’espiazione, in sostanza per far ammettere che “sono tutti uguali” e per giustificare abiure, tradimenti, magari in nome della realpolitik.

E infatti quello è un modo di interpretare gli eventi come lo vediamo nelle tv pubbliche e commerciali, le soap di un genere che è stato ben catalogato:  “la storia spiegata a gente che non la sa da parte di altra gente che non la sa, che un po’   l’imparacchia, un po’ l’inventa” per imbellettarla o drammatizzarla secondo il vento che tira. E che funziona per in molti casi è cominciata l’era della post memoria, favorita dalle sue paludate “celebrazioni” pensate per cancellare il disagio e ridurre il ricordo a retorica, come succede quando viene meno  l’ intreccio tra le nostre memorie e la memoria dei testimoni, come vogliono imporre quelli che preferiscono l’uso pubblico e politico per dare interpretazioni e operare tagli, manomissioni, mutilazioni, negazioni e rimozioni. 

Ma l’altra esigenza è quella di chiedere ai popoli di dissociarsi, richiesta che viene accolta di buon grado da chi vuol chiamarsi fuori, che assume un valore censorio speciale nei confronti dei Paesi dell’Est, in una riesumazione non casuale di guerra fredda e nel tentativo di riaccreditare il ruolo salvifico dell’America. E’ qualcosa di nuovo che si impone, da parte di una entità sovranazionale che chiede a altre di rinunciare a un patrimonio identitario come non ha mai fatto nei confronti di chi ha riesumato nazismo e fascismo e siede nel suo consesso alla pari con democrazie e carte costituzionali malviste perchè frutto di lotte di liberazione e in odor di socialismo. E che ha rimosso il suo ruolo nella guerra dell’ex Jugoslavia nel corso della quale avvenne quello che Kofi Annan definì «il più brutale atto di genocidio dai tempi della Seconda guerra mondiale», compiuto in dieci lunghi giorni a Sebrenica, città sotto la tutela dell’Onu. Quell’organismo nel cui palazzo venne coperta pudicamente Guernica di Picasso in occasione dell’arringa di Colin Powell per “autorizzare” la guerra in Irak.    

E’ proprio quello il senso, dare uguale peso e responsabilità a chi ha immaginato e realizzato Auschwitz, a chi l’ha liberata e oggi a chi si fa i selfie in posa davanti ai binari dei lager, in modo che si perda la coscienza di sé, del proprio passato e, peggio, del proprio domani, di nuovo numeri di una massa che non deve essere popolo, piegato sotto il tallone di un totalitarismo, quello esplicitamente economico e finanziario, investito dello stesso potere, quello dell’avidità, dello sfruttamento e del denaro.

 

 

 


Ora comincia la campagna elettorale

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso è chiaro che la “società” non è Facebook né Twitter. Chissà se adesso è chiaro che l’antifascismo degli striscioni al davanzale, di “sto con Luciano”, dello stupore per la tracotanza di Casa Pound è un sentimento diffuso nella misura che l’establishment vuole come manifestazione di una coscienza post ideologica che non va oltre la superficie della deplorazione per un bruto forastico, per limitare lo scontro a posizioni umanitarie e compassionevoli che non compromettano la realizzazione degli obiettivi del sistema economico  e finanziario, guerre predatrici e commerciali comprese.

Duole dire che avevo ragione … ma avevo ragione: l’elezione di un organismo senza potere in una supernazione con troppi poteri arruolati e concentrati in un unico soggetto che lavora pro domo sua era solo lo spiazzo dietro al convento dei cappuccini dove aveva luogo un duello all’ultimo sangue di bande locali.

I vincitori sono quelli prevedibili, il satanasso che gli oppositori formali hanno aiutato a crescere come una divinità incontrastabile per via politica, giuridica, morale e loro, che nutrivano la speranza ben riposta di far fuori così i veri antagonisti, a loro immagine e somiglianza: ugualmente inadeguati, ugualmente impreparati, ugualmente pasticcioni quanto sbruffoni, ugualmente privi di un bagaglio di ideali, valori, principi diventati ormai gli arnesi da riporre in una cassetta degli attrezzi obsoleta e che potrebbe ostacolare il sano realismo del fare, dello scendere a ragionevoli compromessi, dell’adeguarsi agli imperativi dello stato di necessità, con una differenza  che proprio oggi ha perso parte della sua potenza, quella di un controllo dal basso che non è esercitato da un popolo militante di partito, ma da simpatizzanti che si aggregano su temi e su aspettative, perlopiù etiche,  e il cui consenso, per questo, è effimero e labile.

Ieri si è consumato l’estremo paradosso: il 30% degli elettori ha votato per un cagnaccio che ha sempre abbaiato contro l’Europa e la sua moneta, standoci dentro ben accomodato (ma da distante, in modo da prendersi il salario non guadagnato senza il fastidio del pendolarismo) e volendo continuare a starci, latrando contro i suoi comandi ma ben disposto a eseguirli a cominciare dall’alta velocità, che ha ormai il valore di un discrimine e che denuncia l’unità di intenti con l’opposizione, alla Flat Tax, alle norme incostituzionali del decreto Sicurezza-bis, ma ancora di più e in totale contrasto con le dichiarazioni sovraniste, nel perseguire un disegno di “riforme” costituzionali che deformino le competenze dello Stato centrale non tanto in vista della super esposizione dei governatori, ma per favorire la consegna di interi settori ai privati e per la ostinata pervicacia nel ridurre il peso della rappresentanza rispetto agli esecutivi, fino all’attribuzione di poteri speciali alle “sue” regioni,.

E anche in questo è ben visibile come dietro al teatrino kabuki, al gioco delle parti in commedia di Lega, Pd e Forza Italia resti in vigore un patto mai sciolto, strettamente accomunati dalla stessa ideologia che si distingue solo per apparenze, slogan e esternazioni se la ferocia dell’uno è stata propiziata dalla legittimazione della diffidenza e dell’autorizzazione della paura compiute dagli altri, con la promozione a “sicurezza” della repressione del rifiuto, con l’appoggio alla corsa agli armamenti secondo la regole che la pace si deve preparare con la guerra, con la cancellazione di diritti e garanzie e conquiste del lavoro che hanno seguito un disegno preciso ben collocato nel Jobs Act dentro la cui cornice si sono applicati i principi della precarietà, la depravazione del ruolo della rappresentanza sindacale, in modo che i lavoratori fossero tutti più esposti, più vulnerabili, più isolati e più soli all’Ilva come al Mercatone 1.

Eh si, non è difficile immaginare gli elettori del partito unico che ha il sostegno di un’unica stampa, un’unica televisione, e che ubbidisce a un unico padrone con le sue declinazioni e i suoi kapò territoriali: sono gli arruolati alle classi che si sono scoperte disagiate recentemente, espropriate di beni, piccoli privilegi e speranze di consumo e affermazione, quelli che sperano che l’appartenenza all’impero sorvegliato dalla Nato promuova un’occupazione dove la fatica è svolta dai robot e si può far  carriera affittando B&B, pilotando droni, creando siti dove si vendono prodotti cinesi nascondendo l’etichetta di origine, quelli che sono troppo abbienti per rinunciare alle proprie aspirazioni e troppo poveri per realizzarle e che per questo sconfina nel risentimento dei figli e nipoti per generazioni dissolte che hanno vissuto meglio di loro, quelli che pensano di avere il monopolio meritato della libertà perché è concesso loro di lamentarsi e di fare satira sui comandi cui sono costretti a ubbidire.

E non è difficile immaginare la soddisfazione degli eletti, non quelli all’europarlamento che tanto non conta nulla, no, quelli promossi senza la fatica di esibire programmi, di vantare successi e recriminare sulle colpe, perché questa era una competizione giocata sui pregiudizi, nemmeno sul braccio di ferro ma sulla gara a chi l’aveva più lungo, cui è affidato quello che succederà  commissionato alle loro trattative, a come sapranno raccontare accordi tra Salvini, Meloni e il vecchio cavaliere, a come ne sarà partecipe il Pd con il flebile Zingaretti che ha l’unica qualità di non essere Renzi, alla capacità di resistenza non proprio affidabile dei 5stelle col loro minimo storico e la consegna non premiata alla ragionevolezza dopo il promettente scalpitare, all’irresolutezza sia nei confronti dell’Europa che dell’alleato prepotente e preponderante, e che ha perso voce e egemonia perfino sui temi della moralità e della legalità messi alla prova dalla realpolitik.

Come è naturale da oggi vincitori e vinti hanno una opposizione comune, l’astensione che come è tradizione sarà interpretata come disdicevole disincanto democratico, ma che invece è la reazione fisiologica a un’Europa che è vista come una forza di occupazione e a una politica remota, crudele, avida e indifferente ai bisogni, un esercito nella guerra dichiarata contro i popoli che nessuno ascolta, nessuno rappresenta, nessuno difende, ridotto e in clandestinità che quando alza la voce contro  le grandi opere, contro le trivelle, per tutelare la sua terra e la sua casa, contro la trasformazione dei suoi luoghi in meta turistica o in poligono di tiro, viene condannato al silenzio, deriso come ignorante custode della conservazione e freno alle fiduciose promesse dello  scambio e del mercato.

Ma anche quello è un partito mobile, ieri si astiene, oggi si può mettere un gilet giallo o anche una camicia nera e la colpa è di chi ha detto che sono morte le ideologie per far morire le uniche idee e  l’unica lotta che potevano liberarci.

 

 


Europazzi

2 eAnna Lombroso per il Simplicissimus

La quotidiana pratica di umiliazione di cittadini ed elettori ha trovato il suo vertice in questa campagna elettorale nella quale l’Europa è stata un nome accompagnato da un più, da un “altra”, poco meno di un fantasma intimidatorio che si aggira nei territori nazionali in modo da avvilire  qualsiasi critica e opposizione ai comandi dell’Ue,  catalogandole come  razziste, neofasciste, xenofobe, sessiste, espressioni insomma del governo vigente che è arrivato come un fulmine inatteso a squarciare l’atmosfera solare, pacifica e limpida del “prima”.

Ci sarebbe quasi da compiacersi per l’inusuale pudore delle liste in lizza che non hanno nemmeno tentato di nascondere la portata “locale” della sfida, se non fosse sicuro che in caso di disillusioni e punizioni, anche quei risultati sarebbero immediatamente retrocessi a dati non significativi e decodificati in modo strumentale per non dire aberrante, fino a ipotizzare selezioni dei target degli aventi diritto in modo da scremare all’origine i più meritevoli.

Ma non c’è da stupirsi, si tratta di un male comune in questa “confederazione” di stati che, lo dice il nome stesso, avrebbero dovuto trovare una temporanea o permanente unità di intenti  per la comune difesa dei partner, regolata in base a norme di diritto internazionale, ma che fin dalla fase della sperimentazione in provetta ha imposto la doverosa cessione di sovranità in forma disuguale e iniqua a formare un super-sovranismo tenuto non sempre saldamente in due o tre mani di ceti dominanti che rinunciano a qualsiasi progetto nazionale che non si ponga l’obiettivo di generare una classe sottosviluppata, impoverita e dunque subalterna.

Ed è un prodotto esemplare di questa visione proprio quel Parlamento per il quale si vota domani, nato come organo puramente consultivo che solo nel 1999 ha visto rafforzare i suoi poteri ma che tuttora non possiede potere di iniziativa legislativa, che spetta invece alla Commissione. Mentre di fatto la “Legge Primaria” in Europa restano i Trattati, Maastricht, Lisbona, o il Fiscal Compact, ridicolizzando la partecipazione e rappresentatività dei cittadini elettori  e che  nessun partito e movimento nazionale o transnazionale ha la forza e la volontà di impugnare per contrastare le politiche neo-liberiste e la soggezione alla Nato e ai suoi fantocci,  a cominciare dal fascista e sfascita Salvini, che fascista è, che porta in piazza i suoi sovranisti per far contare i voti che porterà dopo domenica a alleati più compiacenti, antisovranisti a casa e sovrasovranisti a Bruxelles e Stasburgo, gli stessi che lo hanno più che sottovalutato, blandito, vezzeggiato, fatto crescere, perché è meglio un cagnaccio che abbaia ma sta nel canile a guardia dello stesso padrone.

Così officiata la solita liturgia e fatti i doverosi scongiuri e esorcismi contro il riaffiorare delle oscene pulsioni scaturite a sorpresa da chissà dove, ci viene somministrata la solita balla stratosferica sulla necessità di votare per la galera che applica la ricetta fallimentare dell’austerità per combattere la povertà che produce, di sostenere la fortezza che ci rimprovera per la cattiva accoglienza ai migranti che provoca in prima linea in guerre coloniali, di dare appoggio all’entità che ostacola e riduce le democrazie colpevoli di nascere da lotte di liberazione per salvare la democrazia dalle destre che nutre e alimenta, per gli sbirri della sicurezza secondo i comandamenti dell’ ordoliberismo  comunitario per tutelarci da quelli indigeni mandati a menare chi non abbraccia l’ideologia e le opere del totalitarismo mercantile, economico e finanziario, compresi i giornalisti scambiati per antifascisti che potrebbero disturbare mercati e la roulette del casinò globale protetta dai croupier del rating e dello spread.

A guardarsi intorno non c’è da fidarsi proprio di nessuno, non certo di un Salvini che ha imparato a cambiare felpa a seconda degli interlocutori del suo latrare grazie al frullato di populismo, sovranismo e neoliberismo, o dei 5stelle che hanno scoperto un realistico moderatismo democristiano la cui parola d’ordine ormai è “vorremmo ma non possiamo”, preoccupati delle intemperanze dello scomodo alleato quanto delle minacce di quella che si continua a chiamare troika che potrebbe metterci ginocchioni sui ceci se avanziamo legittime rivendicazioni, nemmeno a parlarne di quelli che con la loro presenza simbolica e purtroppo già collaudata l’Europa pensano di riformarla, mettendo un po’ di strofe di Bella Ciao, ormai sdoganata in chiesa e in piazza, non certo dell’Internazionale, come controcanto alla ferocia degli inni della guerra di classe alla rovescia.

Siamo oggetto di appelli al voto “comunque”, della implacabile offerta imperdibile del peggio (Pd e Fi),  conosciuto e purtroppo provato e non solo rispetto al peggio cominciato da poco, più maleducato, ma soprattutto nell’ipotesi indesiderabile per l’establishment di un meglio che ancora non sappiamo e che dovremmo farci noi, non stando più a ascoltare le loro sirene, mica solo quelle europee, piuttosto quelle delle ambulanze per il malato già morto.


I vitelloni di Tsipras

sordi-ombrello Anna Lombroso per il Simplicissimus

E mica si schiodano da quella croce. Macché,  ogni giorno apprendiamo che alcune intelligenze della sinistra d’antan rinnovano la loro fiducia nel progetto europeo, proprio come se fossero al confino condannati dai tribunali speciali del neo fascismo, quello di Salvini, è ovvio, e si rifugiassero nel sogno di Ventotene tramite Syriza, il duetto dei due vitelloni della Plaka, nella mesta replica del clubino che aveva garantito il seggio a Barbara Spinelli, che almeno adempiva a un obbligo familiare o a Maltese, non Corto purtroppo, anche se la sua vista non dimostra di essere particolarmente lungimirante.

Proprio ieri abbiamo appreso che Luciana Castellina si candida con Syriza, in un fronte trasversale che, poco ci manca, va da Trsipras a Macron a Zingaretti a Landini,  tutti quelli che sulla letteratura rosa, sulla green economy, sull’occupazione nera, moderna, dinamica e mobile dove la libertà è essere imprenditori di se stessi nel consegnare pasti a domicilio,  possono mettere tranquillamente la firma.

D’altra parte con tutta la simpatia umana che è giusto riservarle, la ragazza rossa dei Parioli, compagna di classe di Annamaria Mussolini che definisce “arrogante ma simpatica”  si è sempre accorta con un certo ritardo di quello che le succedeva intorno scoprendo il 20 ottobre, e “per la prima volta, che i partigiani esistono e non sono solo qualche drappello disperso che si è dato alla macchia”,  aspettando il 1947 per iscriversi al Pci, mettendoci un po’ di anni a scoprire il limiti del socialismo reale, folgorata tardivamente dalla lotta di liberazione della donna,  mettendoci un ragionevole lasso di tempo a rendersi conto che le Br non erano compagni che sbagliano.  Adesso a 90 anni portati con il suo invidiabile piglio, pur avendo a lungo soggiornato nelle grigie aule di Strasburgo, pare ancora  pensa ancora che là si possa realizzare l’utopia di Ventotene, e in un certo senso ha ragione perché   nato già allora come prodotto elitario di cancellerie e non di popoli prometteva di trasformarsi in un incubo.

E’ strano per un’esperta di cinema un’amante della Grecia, come ha riaffermato in questi giorni,  che non abbia  dato credito al trailer di quello accaduto là e che si sta consumando in tutte le incompiute democrazie europee, quelle osteggiate dall’Ue perché macchiate della colpa di nascere dalle resistenze, con le immagini dei ghigni  di Martin Schultz –presidente allora del parlamento europeo –  o del feroce Schauble; delle minacce  dei tedeschi che sollecitavano l’espulsione del popolaccio che aveva preteso un referendum, quando bastava vedere gli spot pubblicitari trasmessi a reti unificate per promuovere la svendita di beni comuni, isole, orchestre,  teatri e monumenti compresi, per inneggiare la necessaria cessione  del patrimonio di tutti a  potenze straniere e a magnati locali corrotti,  per convincere dell’ineluttabilità della rinuncia a assistenza, cure, e anche alla prima casa soggetta al sequestro da parte del racket. Difficile credere già allora che Trispras non sapesse, non fosse già stato scelto come incaricato di sbrigare gli affari sporchi, fino al punto di farsi umiliare pubblicamente dalle cancellerie carolinge in attesa di successivi riconoscimenti.

I clan politici che allora assistevano muti alla mortificazione e all’oltraggio, salvo collocare ne profilo social Piazza Syntagma e scegliere la Grecia per una vacanza all’insegna della solidarietà turistica, che oggi sanno bene che allora era stato segnato anche il nostro stesso destino, dimostrano di voler credere ancora a un modello sociale ed economico  iniquo e infame che rende impraticabile ogni possibile auspicio di “società giusta”, per dimostrare così la propria condanna  alla deriva “populista” e a un “sovranismo” accettabile solo quando reagisce scompostamente all’invasione gialla scrivendo invettive con un iphone Xiaomi.

A nessuno sfugge che dietro alla liturgia elettorale europea si officiano 27 “rese dei conti” nazionali, 27 “consultazioni” sui governi in carica, 27 proposte di coalizioni future guidate da uomini dell’apparato pronti a ribadire l’inesorabilità dei trattati, mai messi in discussione dai resti esangui delle sinistre riformiste e progressiste proprio come mai si mette in discussione la galera dell’euro blindato nella cassaforte di un sistema finanziario globale e incarnata da una banca centrale indipendente da ogni controllo e che non possiede alcuna legittimità politica.

Chi può davvero immaginare che la presenza nell’europarlamento di divini reduci che non hanno mai maturato una parvenza di autocritica su un format europeo segnato indelebilmente dalla cifra della necessità, dell’obbligatorietà dell’austerità, del rigorismo, del pareggio di bilancio, della proibizione degli aiuti di stato, possa condizionare e influire sulle politiche di austerity e sull’egemonia privatistica che sta cancellando il welfare e i servizi pubblici, che voglia abbattere l’edificio di  organismi, strutture e procedure per permettono alla finanza di controllare imprese e governi, che sia davvero intenzionata a contrastare un regime di concorrenza deformato, come se potessero bastare la deplorazione del fascismo risorgente, la condanna della xenofobia, quando non si hanno avuto né si hanno la forza e il coraggio civile e democratico di dire no all’ideologia totalitaria che ha strutturato l’ordine europeo anche  nella forma  dell’”ordo-liberismo”.

Almeno gli augusti candidati che scendono in campo saranno premiati in caso di successo da laute pensioni, meno comprensibile se non da uno psicoanalista i sentimenti di chi la pensione se l’è vista  negare, impoverire, rinviare e che   pur disapprovando  il contenuto specifico delle politiche europee e i conseguenti vincoli sulla condotta delle politiche nazionali, rifiuta l’idea di spezzare le catene e i vincoli ingiusti e impari dei cravattari regionali, di smascherare le sentenze ricattatorie delle agenzie di rating, di rompere con l’euro cattivo per sostituirlo con l’euro democratico, come se bastasse girare la faccia della moneta per depurare  le nostre geografie continentali dal veleno liberista e come se la critica del capitalismo potesse camminare su una gamba sola, senza appoggiarsi a quella all’Europa che ne incarna il sogno realizzato in incubo.


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