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Un appello contro la rottamazione delle coste sarde

Yacht-Club-Costa-Smeralda-Porto-Cervo.Anna Lombroso per il Simplicissimus

10 anni fa la Sardegna dimostrava che il territorio può essere protetto dalla speculazione e dall’alienazione di beni comuni, e che altrettanto poteva essere fatto altrove. Il 10 agosto del 2004 la giunta regionale di centrosinistra allargato a Rifondazione comunista, approvava un decreto che vietava qualsiasi attività edilizia all’interno di una fascia di due chilometri dal mare, bloccando un progetto criminale e perverso: quello di una città lineare, dispiegata lungo tutto il perimetro delle coste, una colata di cemento di proporzioni impressionanti, già predisposta nei particolari con piani di cementificazione già tutti approvati e ingenti capitali privati impegnati.

E in quello stesso anno veniva approvato il Piano paesaggistico regionale (Ppr), quello contro il quale la famigerata giunta Cappellacci ha armato durante il suo impero, un esercito di alleanze impure e opache e usato tutte le armi legali ma non legittime, con l’intento esplicito di azzerare le misure di tutela che avevano messo a riparo la Sardegna dagli appetiti speculativi e immobiliari. Perfino proponendo di farne un’unica zona franca, con lo scopo di garantire alle industrie già presenti sul territorio e a quelle che nell’isola volevano investire consistenti riduzioni fiscali, ma smantellando al tempo stesso buona parte dell’apparato industriale e i tradizionali settori dell’agricoltura e della pastorizia. E il terreno di scorreria più ambito era proprio quello costiero, nel quale dovevano essere “sospesi” i criteri di salvaguardia generali e complessivi, decidendo caso per caso, secondo regole discrezionali e arbitrarie, mirate a “ mediare tra la tutela delle risorse primarie del territorio e dell’ambiente e le esigenze socio-economiche”.

Chi si era illuso che la sconfitta del delfino sardo di Berlusconi mettesse fine all’empia strategia speculativa, farà meglio a stare in campana. E intanto – e non vi stupisca che il suggerimento provenga da me, da sempre poco fiduciosa nell’efficacia delle firme sia pure influenti e delle petizioni sia pure generose – se ne legga una e magari la sottoscriva, perché anche un piccolo gesto simbolico può contribuire a far vedere che non stiamo proprio tutti soggiacendo a un destino di esproprio di quello che è nostro, che abbiamo ricevuto, magari maldestramente riconosciuto e mantenuto, ma che dovremmo restituire a chi viene dopo di noi.

Alla faccia dei buoni propositi di trasparenza, efficienza, la giunta regionale insediatasi a marzo e presieduta da Pigliaru, composta da professori emeriti, tecnici con chilometrici curricula e personalità scientifiche di chiara fama (l’ambiente è delegato a un Professore ordinario in Scienze e tecnologie dei sistemi arborei e forestali, nonché componente della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile nazionale, che stavolta non si è accorta del pericolo) ha deciso di “commissariare” l’Agenzia Conservatoria delle coste della Sardegna, restituendo la gestione di oltre 6.000 ettari, fra i litorali di Alghero, Muravera, Buggerru, Castiadas, alle strutture regionali ‘’ordinarie’’, quelle stesse che 10 anni fa si erano prestate appunto a promuovere un sistema di licenze, deroghe, arbitrarietà. Con la soppressione dell’Agenzia, il timore è che migliaia di ettari di coste, ad alto valore paesaggistico e ambientale, potrebbero essere messi in vendita ai migliori offerenti, pronti ai business più spericolati, con il pretesto di attrarre investimenti esteri. E dire che in controtendenza con gli usi e le performance degli organismi regionali, la Conservatoria è un Ente non in perdita, ha dimostrato capacità, efficacia, uso oculato del suo budget, come mostrano i rapporti ufficiali sul suo funzionamento.

E sarà per quello infatti che è meglio toglierla di mezzo per allinearsi alle prestazioni e agli standard nazionali oltre che per favorire l’attrattività di quei capitali privati, troppo spesso penalizzati da lungaggini, adempimenti burocratici, addirittura leggi troppo buone e lungimiranti per essere applicate, come ripete stancamente il mantra governativo, locale e nazionale.

Eh si, si vede che tutto quello che non è già Costa Smeralda, acquistata dalla Qatar Holding, il fondo sovrano braccio finanziario della famiglia reale dell’emirato arabo, deve diventarlo, quello che non è Cala di Volpe, Pitrizza, Romazzino, Cervo Hotel, Marina e Cantiere di Porto Cervo e Pevero Golf Club, deve diventarlo. Quello che non è grand hotel, campo da golf, piscina, protetto da mura, confini invalicabili, vigilantes, mare compreso, deve diventarlo, per gli agi, il riposo, la contemplazione dei nuovi padroni del mondo, particolarmente interessati all’uso esclusivo e a profitti redditizi e facili, come moderni Alì Babà, ancora più determinati, avidi e spregiudicati dello statunitense Barrak che dopo aver investito 315 milioni di euro per diventare proprietario dei terreni e degli alberghi un tempo posseduti dall’Aga Khan, ha venduto agli arabi per 600 milioni, “frustrato” dagli ostacoli frapposti alla sua irruenza speculativa, dal quel piano paesaggistico che ancora un volta è minacciato di impudenti manomissioni, se è vero, come è vero, che si comincia sempre dagli organi di tutela e vigilanza, per passare a sbrigative cancellazioni di regole e regimi di tutela.

Una petizione poco fa, ma anche una voce flebile fa compagnia ai cittadini espropriati dai loro beni e dai loro diritti: così chi vuole può aderire all’appello, firmando online sulla piattaforma Change.org o scrivendo una mail all’indirizzo appellocostesarde@gmail.com.

 

 

 

 


Emirati, Franza o Spagna, purché se magna

Anna Lombroso per il Simplicissimus 13882_alitalia12

Cousinage fait mauvais voisinage, recita un proverbio, appunto, francese. E si sa che tra noi e i cugini vicini la concorrenza è sempre stata aspra: meglio il Gorgonzola o il Camembert, i prosecchi non saranno infine meglio dello champagne … e pure er vino dei Castelli?

Sarà stato per quello che Passera, quello di Banca Intesa, si è messo al servizio del governo Berlusconi per azzerare la cessione ad Air France preparata dal governo Prodi, col risultato del vergognoso sperpero di denaro pubblico in Alitalia? Il ceto politico italiano si sente meno umiliato se svende un bene nazionale a Etihad Airways la compagnia aerea di bandiera degli Emirati Arabi Uniti, che ha fatto aspettare un mese intero la sua lettera d’intenti per giunta stilata in arabo, tanto per far capire chi comanda? Sui contenuti resta ancora il massimo riserbo, in attesa di traduzione e che l’amministratore delegato Gabriele Del Torchio la illustri alle parti sociali, agli azionisti ed al Governo, che ha già espresso la sua soddisfazione per bocca del ministro Lupi. La considera infatti oltre che «la migliore risposta a Berlusconi, che non so se si è dimenticato di essere un imprenditore, quando ha proposto di licenziare», un “grandissimo passo avanti verso l’intesa dopo la frenata della prima missiva arrivata a Fiumicino 10 giorni fa”.

E figuriamoci se non gli piaceva, se non è pronto al negoziato che comporterà tagli del costo del lavoro per 128 milioni, di cui mancano ancora all’appello 48 milioni da raggranellare grazie al blocco di indennità e alla riduzione degli stipendi oltre i 40.000 euro, e che prevede un taglio degli “esuberi” tra i 3.000 e i 2.000, con un forte coinvolgimento del personale di terra. E tra le richieste di Etihad ci sono interventi infrastrutturali come l’alta velocità con Fiumicino e l’accelerazione sulla liberalizzazione di Linate. Misure graditissime e il sintonia con il Renzi pensiero: non ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono gli Emirati, ma a una Tav non si rinuncia mai, ammonisce il ministro: «L’alta velocità negli aeroporti italiani non va portata perché ce lo chiede qualcuno, ma perché siamo un grande paese», che ha ritenuto infatti “grandioso”, profittevole e moderno ridurre a uno scheletro la rete dei collegamenti ferroviari dal Sud, far viaggiare i pendolari peggio di animali, sui cui trasporti invece l’Europa vigila con criterio e un buon numero di direttive.

L’unico nodo vero resta dunque la cifra del debito, che Etihad vorrebbe rinegoziare per 400 milioni, e su cui sarebbero ancora in corso le trattative con le banche, perché sono alla fin fine loro i veri negoziatori come sono stati i beneficiari dello scempio speculativo, orchestrato dalla combinazione della pulsione elettoralistica di Berlusconi armonizzata con le aspirazioni politiche del banchiere Passera, che in barba al conflitto voleva miscelare tutti gli interessi in campo, a cominciare da quelli del suo Istituto. Come in tutte le spoliazioni aziendali, in tutti i raggiri contabili travestiti da ristrutturazioni o privatizzazioni, come nell’operazione scellerata degli azionisti Telecom riuniti nella Galassia del Nord che cedono il controllo agli spagnoli pur di limitare le perdite, e se ne infischiano se il 78% degli altri azionisti comuni mortali che hanno comprato in Borsa non vedranno un centesimo. Come quando il grande boiardo Paolo Scaroni che all’Eni riesce a aggirare lo scandalo del crollo di valore della controllata Saipem, perché lui appartiene a una fazione, o meglio una combutta, inviolabile. O come dimostra il definitivo espatrio della Fiat trasformata da Marchionne in multinazionale svincolata dagli impianti italiani, a beneficio dell’accomandita Agnelli e a detrimento del paese.

Era proprio giusto che Alitalia rimanesse italiana, solo un capitalismo come quello italiano ridotto a una materia putrida e inerte, poteva volersi fregiare di un simile simbolo, rivendicare un’operazione losca come il cosiddetto «salvataggio» Alitalia, caricando i debiti, gli esuberi, le vite di 7mila persone, sulle spalle degli italiani, come è solita fare una classe imprenditrice cialtrona e codarda, abituata a socializzare le perdite e a privatizzare gli utili. E oggi sembra che ci meritiamo che venga liquidata così, dopo che per favorire traffici opachi ha richiesto una legge ad aziendam, dopo che ci si sono accaniti intorno i dinamici e temerari imprenditori che parteciparono alla «cordata», quelli che vivono di concessioni dello stato, a cominciare dalle tariffe autostradali, o quelli che vengono dal mercato immobiliare, sicuri che il favore reso si sarebbe tradotto in sostanziosi appalti se non addirittura in Piani casa o Città, come puntualmente è avvenuto, perché il loro segreto consiste nel trasferimento del rischio di impresa sui lavoratori, mentre i padroni, immuni, vengono ripagati in favori e privilegi.

Come sempre la storia, perfino quella più recente, non insegna nulla: l’Italia, negli anni novanta, ha portato avanti la più grande dismissione di beni pubblici dell’intera Europa., che si è rivelata uno dei più clamorosi fallimenti politici del dopoguerra e che, insieme agli accordi del 1992, governo-sindacati-industria, sulla concertazione e alla legge Treu del 1997 sulla flessibilità, è stato l’inizio di un crollo progressivo del complesso di grandi imprese e il punto di avvio di una crisi profonda del sistema industriale, che da allora non si è più ripreso. Basterebbe ricordare tra le altre, le vicende ancora in corso e tragicamente dell’Ilva, di Autostrade, da cui i Benetton traggono molte risorse spremendo gli automobilisti a volontà, della Telecom Italia, ceduta per pochi soldi alla spagnola Telefonica. Per non parlare del grande saccheggio nel settore alimentare: con gli spagnoli (tra acquisizioni vecchie e nuove ricordiamo Riso Scotti, Fiorucci Salumi, Bertolli, Carapelli, Olio Sasso), i francesi (con Parmalat in particolare, Galbani, Locatelli, Invernizzi, Orzo Bimbo), mentre i cinesi si affacciano nel Chianti, o in quello della moda (Loro Piana, Bulgari, Fendi, Gucci, Pucci, Bottega Veneta, Brioni, ecc), nelle telecomunicazioni e perfino nel calcio.

È proprio vero: Franza o Spagna purché se magna, ma noi invece restiamo a digiuno.


Un troll chiamato Letta

trollSiamo perseguitati da un  troll. Da uno che qualsiasi cosa accada dà sempre la stessa risposta con effetti tanto incoerenti che si può sospettare si tratti di una macchina o di un pazzo catatonico. Così nella domenica di pioggia l’unica notizia di rilievo, a parte la solita mota mediatica del “servizio volontario femminile” del regime, è ciò che il troll Letta dice dagli Emirati: la crisi è finita e ci aspetta la ripresa. Già ancora una volta, come se la voce uscisse da un  disco che gira e rigira, con la solita canzone senza riuscire a fermarsi.

Ma anche peggio del normale visto che queste parole irritanti e sconcertanti per il loro evidente litigio con realtà, arrivano dopo una settimana in cui l’Fmi si è riunito in sessione straordinaria per esaminare le conseguenze dell’aumento dei tassi nei Paesi emergenti che mette sotto pressione le esportazioni europee e l’economia italiana in particolare che proprio all’export è attaccata come estremo filo. Settimana in cui c’è stato un vertice semi segreto tra Germania e Francia per trovare un qualche accordo sulla nuova disastrosa situazione della Grecia che si avvia al terzo default. In cui è diventato conclamato il rischio deflazione per tutta l’area euro. Settimana nella quale la disoccupazione in Italia ha sfondato un altro record. Ma i troll sono troll e si nascondono dietro l’anonimato oppure come nel caso del premier anonimo, ma identificabile, dietro la distanza o il clima desertico che protegge dall’umido delle pernacchie Enrico D’Arabia nella sua funzione di piazzista mendicante per Alitalia, Poste, Finmeccanica.

Qui siamo ormai alla scaramanzia oratoria o all’adamatina fede nella credulità popolare. Perdonate una piccola notazione tecnica: con una crescita del pil nominale dello 0,6 %, stimato  dall’Fmi, la decisione di fissare nel Def il deficit del 2014 al 2,5% (contro il 3% di quest’anno)  implica proprio che non vi sarà ripresa e che occorra un mix di tagli e di privatizzazioni per la bellezza di un punto di pil per stare dentro al parametro. Queste stesse manovre però – se attuate -sottrarranno ulteriori risorse all’economia e con l’inflazione al minimo (il pil nominale è la somma tra la crescita reale più il livello di inflazione) portano la previsione del pil reale tra -0,7 e -1 per cento. E praticamente a zero il pil nominale considerando un’inflazione allo 0,7 – 1%. Questo sempre al netto delle turbolenze sempre più evidenti sullo scenario mondiale che potrebbero portare a non riuscire a rispettare quel 3% di deficit che è la condizione di sostenibilità del fiscal compact. Persino il presidente di Confindustria, Squinzi, non ha potuto dissimulare la stizza di fronte a tanta vuota sfacciataggine.

Alla fine il troll Letta quando sostiene che la crisi è finita si riferisce semplicemente al fatto che il suo governicchio può riuscire a trovare ancora una volta la benedizione, sia pure condizionata e sospettosa, di Bruxelles che è l’unica speranza per lui di durare. Senza accorgersi che ammettere un deficit di bilancio, sia pure inferiore a quello dell’anno scorso, viola il grottesco pareggio di bilancio inserito a forza nella Costituzione. A meno di non varare qualche ulteriore manovra, cosa praticamente certa.

La crisi è finita solo nei sogni. Anzi negli incubi di Enrico d’Arabia: solo che al contrario della famosa storia, sono gli italiani a finire nelle mani dei turchi. E a farsi molto male.


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