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Racconto di Natale


articolo32 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vi ricordate quando, sia pure in presenza di quella che veniva definita l’eclissi del sacro, permanevano nella nostra società ben dritti e imponenti alcuni pilastri della confessione comune, radice indiscussa dell’Europa? Uno dei più solidi ereditato dalla fede cattolica da altre religioni monoteiste talmente severe da non offrire nemmeno l’espiazione tramite confessione, salvo quella sul lettino dell’analista, è stato certamente il senso di colpa, condiviso a tutti i livelli pubblici e privati, redentivo quando sfociava nell’orgoglioso pentimento, perfino per terroristi, mafiosi e leader politici ladri quanto baciapile.

C’era il senso di colpa nei confronti di babbi laboriosi e mamme dedite al sacrificio, degli insegnanti sotto i cui occhi copiavamo la versione;  c’era quello che provava il birichino che rubava le gomme dal tabaccaio. E c’era quello del magnate che a Natale si emendava con l’elargizione di panettoni. C’era quello dei mariti che si sollazzavano con la segretaria e riparavano con un regalo sospetto. E poi c’erano quelli di scala, il complesso di colpa coloniale, quello di qualche filantropo che scontava i peccati con carità pelosa prontamente scaricata dalle tasse, quello di qualche mecenate che aveva comprato un Van Gogh per due soldi e gli dedicava una sala nel suo museo. E  forse qualche faraone in una iscrizione che la pietra di Rosetta non ci ha aiutato a decifrare, avrà dedicato un pensiero penitenziale agli schiavi che avevano costruito il suo monumento a imperitura memoria della ferocia.

E c’era la quaresima per pagare il fio di abbuffate di frittelle e galani, il venerdì con l’odiata sogliola bollita (per i più reietti la polenta passata sull’aringa) come punizione di capricci gastronomici, perfino il rosario recitato dalle ragazze del ramo cattolico della mia famiglia interreligiosa,  con i capelli ancora umidi dai primi tuffi proibiti di maggio insieme ai figli dei vicini.

Beh, preoccupati di poter essere contagiati dal quelle patologie della coscienza ci hanno tolto anche quelli, come in un pizzino dei vari presidenti del consiglio di questi anni.

Levare il complesso di colpa coloniale, in presenza di disperati che arrivano fuggendo a guerre esportatrici di civiltà? Fatto, è colpa loro, come d’altra parte di debosciati siculi e calabresi inclini all’adesione a organizzazioni mafiose, che non hanno saputo approfittare delle magnifiche sorti e  progressive del nostro stile di vita.

Disperdere la responsabilità collettiva e individuale per i treni piombati verso Aushwitz dai quali si è distolto lo sguardo? Fatto, siamo italiani brava gente, tanti anni sono passati e poi basta firmare qualche petizione per le sanzioni a Israele e i conti sono alla pari, che gli stranieri mica arrivano su ferro e semmai li facciamo rimpatriare in aereo.

Cancellare i morsi  per via di sfruttamento intensivo della forza lavoro? Fatto, era necessario per allagare le geografie sulle quali disperdere un po’ di polverina d’oro del benessere che arricchisce chi ha e arriva come una nebbia anche sugli altri.

Depennare la contrizione per la nausea comprensibile indotta da trasgressioni a inclinazioni e comportamenti normali? Fatto, si è già dato col minimo sindacale di diritti concesso a unioni di fatto, quote gay, dolce comprensione per genitorialità di affittuari celebri, come dimostra la festosa illuminazione esibita dalla Casa Bianca per celebrare la legittimazione dei matrimoni omosessuali, mentre intanto si bombardavano etero e omosessuali a Aleppo.

Buttar via lo spirito quaresimale dopo feste goderecce? Fatto, perfino questo, ormai siamo tutti a dieta e le minestrine penitenziali sono una ricette gaudente da grand gourmet.

Eh si ormai governano anche le nostre coscienze, perché rimordano secondo criteri dettati dall’alto e non certo per liberare noi, ma invece chi le colpe le ha commesse e distribuite anche quelle non equamente  tra sottoposti e sudditi.

In cambio di qualche assoluzione preventiva e senza la recita di qualche padrenostro, ci viene concesso di non provare né pietà né solidarietà per le vittime ma anzi di accanirci e respingerle in qualità di custodi di un modello e delle sue tradizioni e convinzioni identitarie minacciate e offese. Ci viene permesso di considerare malati e anziani un peso che è legittimo cercare di far ricadere su altri, di rimuovere, in vista di più pressanti necessità. E siccome invece di mettere a disposizione di senzatetto e terremotati i fondi per il più elementare dei diritti, un tetto dignitoso sulla testa, abbiamo dovuto contribuire a comprare aerei da bombardamento e a salvare banche criminali e  la loro dirigenza sotto l’ombrello di influenti complici governativi, veniamo amnistiati per il delitto di avere detto ancora una volta di si, ricordandoci che bisognava collaborare alla sicurezza e alla perpetuazione del nostro stile di vita e dei nostri risparmi, alla tutela del valore dei nostri immobili,  alla salvaguardia dei nostri fondi e delle nostre assicurazioni, minacciati dall’avidità di improvvisati giocatori al tavolo verde in vena di guadagni facili.

Uno invece dei sensi di colpa viene promosso e nutrito, quello che dovremmo provare per le generazioni future, le più povere dal dopoguerra si dice, che scontano le nostre esistenze al di sopra delle possibilità,  l’orgia di conquiste e diritti alle quali abbiamo immeritatamente partecipato, le troppe garanzie erogate che hanno compromesso la vita e le prospettive di sviluppo di aziende e imprese pubbliche e private costrette a cercare nuovi mercati e nuove, meno esigenti, risorse umane.

Così dopo averci persuaso che “consumo dunque sono”, adesso non siamo nessuno per aver troppo voluto, troppo preteso e troppo comprato, quindi perfetti per stare piegati sotto l’onere della dissipazione, la frustrazione di non poter più comprare il superfluo e nemmeno il necessario, la negligenza di non dare altrettanto giù per li rami, nemmeno a Natale.

A pensarci bene un senso di colpa dovremmo invece coltivare con scrupolo, quello nei confronti di noi stessi, che abbiamo scambiato dignità, rispetto, responsabilità, ragione, passioni per un po’ di egoismo da conservare come capitale per la sopravvivenza.

 

 

 

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