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Nelle tende, come i mohicani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono stati studiosi che hanno attribuito all’Italia la virtù della mitezza, valore impolitico per eccellenza ma indispensabile a rendere più abitabile la nostra società perché esalterebbe altre disposizioni e “ambizioni” morali, che tendono alla giustizia, all’uguaglianza, alla solidarietà, alla libertà propria e degli altri intorno a noi. E hanno trattato colonialismo, repressioni, fascismo,  le sue leggi razziali, i suoi crimini, come fatti mostruosi ma quasi incidentali rispetto a un’indole nazionale meno bestiale, meno cruenta anche se troppo accondiscendente.

Oggi sembra proprio che nulla sia rimasta di quella decantata virtù che farebbe parte della nostra autobiografia, non solo in lato dove è stata poco praticata, ma anche più giù sostituita da risentimento perfino per chi sta peggio, abulica indifferenza, consuetudine abitudinaria a concentrarsi sul proprio destino personale, sulle proprie perdite e i propri bisogni indispettiti che altri diversi da noi aspirino agli stessi diritti che riteniamo di aver meritato. E altri non sono solo gli ospiti indesiderati e indesiderabili ovunque nella fortezza difensiva che abbiamo contribuito a erigere col la complicità o il silenzio.

Chissà se tollereremo anche che venga istituita una giornata della memoria del terremoto, rituale irrinunciabile dei regimi per celebrare una volta all’anno criminali inadempienze, ipocrite promesse, interessi opachi, inettitudine scellerata, anticipata in questi giorni dalla liturgia mediatica del ricordo del sisma dell’Aquila a distanza di otto anni, di quello dell’Emilia del 2012, a pochi mesi da quello del Centro Italia i cui abitanti sono scesi in strada a manifestare la loro collera, arrivando fino a Roma, meritando qualche breve di cronaca.

Si, l’Aquila dove i ragazzini vanno ancora a scuola nei container, in Emilia dove la ricostruzione governata dal probo Ermini è sembrata al governo Renzi e diversamente Renzi talmente efficace da essere replicata, commissario compreso, anche in Centro Italia e dove tre procure hanno accertato che il cratere del sisma è occupato militarmente dalle organizzazioni mafiose infiltrate in appalti per togliere le macerie, seppellendo l’amianto sotto pochi centimetri di asfalto, e per realizzare costruzioni provvisorie e non, mettendosi d’accordo tra loro in tempo reale con l’immancabile e ridente telefonata che festeggiava il crollo dei primi capannoni.

E dove non ci sono le cosche, vengono in soccorso del “non fare” o del “far male” altre forme e modelli organizzativi altrettanto criminali, a cominciare dall’inadeguatezza sempre colpevole anche quando non nasconde orrende trame del malaffare sulla pelle dei disgraziati. Sicché dopo aver appreso che le propagandate casette di legno ordinate a imprese del Nord, sorteggiate in piazza per garantire con la riffa la trasparenza delle assegnazioni, non sono arrivate e ancor meno sono arrivate le stalle e gli aiuti promessi per gli agricoltori e allevatori, veniamo a sapere che il villaggio “donato” agli sfollati  con moduli abitativi per 400 persone a Amatrice non si fa, perduto, si dice, nei meandri della burocrazia.  Dando a intendere che è meglio astenersi, meglio affidarsi alla sorte e alle lotterie che prendere decisioni della quali non si vuole essere responsabili, che essere accusati di losche alleanze con cupole e clan, come se lasciare la gente in tenda tutto l’inverno non fosse un delitto. E come se da anni non ci avessero abituato alla impellente necessità di aggirare leggi e controlli per combatterla la burocrazia, ma solo quando blocca le grandi opere portatrici di profitti speculativi e corruzione o penalizza rendite e vantaggi di privati eccellenti.

Hanno avuto ragione i sindaci di quella terra martoriata a denunciarla  quella maledetta burocrazia. Ma bisogna stare attenti, tutti, che non sia peggio il rattoppo del buco, perché deroghe, licenze, regimi e autorità eccezionali sono le armi che le emergenze coltivate e favorite mettono nelle mani di chi trae giovamento da condizioni estreme per foraggiare clan amici, cordate consolidate e contigue a poteri nazionali e locali, quegli stessi soggetti che non si vergognano di creare impalcature giuridiche per promuovere la corruzione, del sistema economico e delle leggi attraverso le leggi stesse, disposizioni e norme sospette.  Come sta accadendo con un decreto legislativo  del quale si è saputo grazie ad uno scarno comunicato stampa di un Consiglio dei Ministri di metà marzo che avrebbe l’intento di  “efficientare le procedure, di innalzare i livelli di tutela ambientale, di contribuire a sbloccare il potenziale derivante dagli investimenti in opere, infrastrutture e impianti per rilanciare la crescita (ovviamente) sostenibile” allo scopo di armonizzare il nostro ordinamento alla  direttiva 2014/52/UE.

Opere, infrastrutture, impianti: la proposta ora nelle mani delle Commissioni Ambiente, Bilancio e Politiche europee è chiara, si lavora alacremente non per semplificare il contesto che dovrebbe razionalizzare l’attività di ricostruzione. Macché,  l’ennesima  legge “ad personam” offre   opportunità appetitose ai proponenti di una grande opera da sottoporre alla procedura di valutazione di impatto ambientale.  La prima è quella di poter sottoporre alla Commissione ministeriale  elaborati progettuali nella forma di “progetto di fattibilità”, quindi  con un livello informativo e di dettaglio inferiore a quello di un “progetto definitivo”, come vorrebbero il Codice degli Appalti  e i criteri per la compatibilità e la sostenibilità ambientale e finanziaria, oltre che il buonsenso e la legalità. La seconda è quella di attrezzare un contesto negoziale risparmiato dall’indebito controllo di organismi di sorveglianza e dalla vigilanza dei cittadini, per la trattativa “privata” tra autorità competente e soggetti promotori  sui gradi di dettagli e di informazione offerta al pubblico, dei progetti. Così se è anche prevista la necessaria accelerazione dei tempi di approvazione, viene ulteriormente ridotto l’accesso dei cittadini al processo decisionale che riguarda interventi che incidono sulle loro vite e il bilancio statale.

Non c’è proprio niente di mite, niente di generoso, niente di solidale in tutto questo e nemmeno nella nostra sopportazione che pare sempre arrivare al limite ma non sa oltrepassarlo per diventare controllo, opposizione, collera. Quella si,  costruttiva.

 

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Raggi e Schizzi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è voluto poco, troppo poco per togliere da quelle mutrie sopraffatte dalla sconfitta, peraltro prevedibile, la sorpresa, la frustrazione e lo sdegno per il tradimento patito, la negazione impossibile degli eventi. C’è voluto poco, troppo poco perché sul grugno ringhioso della Meli, sulla maschera cinica di Romano, sul ceffo opaco di  Migliore tornasse il ghigno impudente e sbiadissero le cinque dita, purtroppo solo simboliche, assestate al loro ducetto e di riflesso anche a loro.

E dire che in parte anche per godercela la loro paura, per compiacerci del loro spaesamento  e dei loro balbettii  perfino nelle cucce protettive dei talkshow, in tanti avevamo votato 5Stelle, pur non sentendo nessuno spirito di appartenenza con il movimento.

Mica per vendetta, peraltro più che legittima. E’ che così si tagliava una rete di poteri, tutto variamente criminali, perché non c’è altro modo per definire gli opachi interesse coincidenti di costruttori, finanza,  malavita, speculatori, politica e pubblica amministrazione, quelle alleanze oscene che hanno devastato Roma, cementificato l’Agro romano, edificando interi quartieri senza trasporto su ferro e senza servizi, innalzando cinture di centri commerciali che richiamano traffico e avviliscono il commercio e l’artigianato tradizionale, condannando alla definitiva emarginazione interi quartieri periferici retrocessi a ghetti ove trovano asilo disperazione, malessere e conflittualità.

Ma perché i sindaci del Pd hanno dimostrato di voler essere entusiasti esecutori a livello locale, delle scelte e dei comandi che ispirano l’azione del governo, dal neoliberismo applicato alla pianificazione sicché l’urbanistica è diventata una scienza della contrattazione e   della negoziazione commerciale su suoli, destinazioni d’uso, rendite, con l’esaltazione del ruolo dei privati, che ispira la cessione del patrimonio immobiliare pubblico, la passione irriducibile per le grandi opere, la progressiva trasformazione in parchi a tema a destinazione turistica e circense dei centri storici, con sottrazione progressiva degli spazi abitativi per consolidare una sedicente vocazione alberghiera, alla riduzione degli investimenti per assistenza, istruzione, servizi, anche quelli soggetti a impoverimento anche morale, a pratiche clientelari e familistiche, in modo da autorizzare la benefica cessione al controllo e alla gestione di soggetti privati.

Non c’è voluto un granché perché si concedesse alla miserabile cerchia di governo di poter rivendicare: “l’avevamo detto” che governare è difficile, che ci voleva gente pratica, mica dilettanti, insomma che occorre un ceto di quella risma che rottama modi e uomini della politica,   per sostituirli con superiore e già navigato cinismo, con maggiore e collaudata spregiudicatezza. E   con che serve competenza, quella rappresentata da ubbidienza a padroni interni e sterni, da fidelizzazione ideologica e operativa a ideologie aziendalistiche, dalla sfrontata vocazione a prodigarsi per interessi privati in grado di fornire foraggio per ronzini sempre pronti a tornare alle stalle padronali, quella delle Boschi, delle Madia, dei Faraone, dei Galletti, dei Poletti, gente che non conosce lavoro, che non possiede talento, che non coltiva passioni se non quella del potere e dei soldi.

E purtroppo il gruppo che gravita intorno alla Raggi ci ha messo del suo, con una “normalizzazione” punteggiata di errori, scelte discutibili, approssimazione, incapacità di fronteggiare ostilità prevedibili e una infantile fragilità nel sottovalutare il tremendo peso del passato e quello ancora più terribile del futuro di una città in fallimento, degradata, disordinata, sporca, dove hanno fatto il buono e il cattivo tempo potentati irriducibili, padroni di suoli, territori, quartieri, giornali, falansteri, chiese, parrocchie, palazzi, stadi. E nella gregarietà al direttorio, nell’interruzione del rapporto sia pure così labile e illusorio con l’elettorato, nella incapacità di reagire con forza anche simbolica alle accuse di essere venuti meno alla “specialità” del movimento, quella differenza morale che tanto li aveva premiati, provenienti da pulpiti poco credibili, trombati affetti da grillismo di risulta, garantisti a intermittenza, detrattori di Marino che lo rimpiangono, media che si dedicano al giornalismo investigativo su colpe e correità dopo aver subito per decenni l’imposizione a tacere su consulenze d’oro, tecnici sleali, dirigenti malleabili, uffici stampa sibaritici e attenti a non far sapere nulla e a prosciugare i canali dell’accesso alle informazioni del pubblico, capi di gabinetto ragionevolmente remunerati ma che sbagliano i bandi per la selezione dei comandanti dei vigili.

Dovrebbero però riflettere bene quelli già pronti a saltar giù dal carro cigolante dei vincitori, ora ridotti in catene, che si tratti di gente facilmente permeabile alla delusione cotta e mangiata un tanto al chilo, o di chi è talmente avviluppato in pregiudizi di casta, quella di una sinistra immaginaria e mai tenacemente perseguita negli atti e nei comportamenti, particolarmente amata perché richiede una militanza davanti al desk e non obbliga a prendere gli autobus, occupare una casa perché ci sono migliaia di alloggi vuoti ma “indisponibili” per precari, disoccupati, licenziati, cassintegrati, invalidi, immigrati, a stare con la monnezza davanti al portone, perché il molto rimpianto marziano ha fatto dell’ottima propaganda senza risolvere il problema,  a subire ogni giorno i tagli all’assistenza, a cominciare da quella per portatori di handicap, anziani e minori. O invece di quelli che non  vogliono vedere come il Pd abbia ormai tagliato ogni legame con la cittadinanza, riportando su scala quella distanza siderale che ha reso moleste le elezioni, la partecipazione, la democrazia. O si tratti di strati non poi così esigui di gente che ha un interesse, magari micragnoso, magari infimo, nel mantenimento dello status quo, nel riconoscersi in un ceto dirigente, che ha sostituito la ricerca del consenso con il ricatto, l’intimidazione, la soppressione di diritti e garanzie per tutti,  compresi quelli che ne mutuano abitudini e usi, dalla corruzione esercitata o subita, alla vigenza e diffusione di licenze e deroghe,  dal clientelismo, al familismo, concessi ma in piccole dosi e non sempre efficaci a salvarsi.

Perché la voluttuosa esultanza con la quale spettatori non paganti assistono alle acrobazie di una giunta sul filo e senza rete ha qualcosa di osceno e al tempo stesso terribile, come un suicidio rituale. Perché a pagare è una città, forse la più bella del mondo e la più sciagurata, la sua gente, quelli che ha accolto e quelli che ora mette ai margini, quelli che guardano a lei come a un prodigio del passato, tradito e dimenticato. Perché l’accanimento interconfessionale che si sta esercitando produce una pressione infame sul Comune, privandolo della forza e delle ragioni per dire no alle olimpiadi, affidate chiavi in mano al padrone del Messaggero, allo Stadio della Roma,  all’accettazione senza discussione di nefaste eredità del passato, dalla metro C, la madre di tutti gli intrallazzi, a una gestione del territorio fatta di deroghe, azioni estemporanee, emergenze artificiali gonfiate per consentire licenze e regimi speciali.

Perché è questo il male del nostro tempo: l’uso della crisi, dei bilanci pubblici fallimentari sono diventati strumenti di governo, dell’economia e del sistema politico e sociale, con la precarizzazione, la deregolamentazione, la strumentalizzazione del debito per imporre la cancellazione di sovranità, diritti e garanzie, lo smantellamento dello stato sociale, lo sgretolamento di legami e coesione. Succede in America Latine, è successo in Grecia, comincia a succedere i Germania e succede da noi, anche nelle città dove il  blocco composto dall’oligarchia post democratica,  dagli attori finanziari, dalle imprese fiduciarie delle multinazionali, dai grandi media, dalla criminalità occupa tutto, tramite alleanze di interessi che potevano essere differenti ma che sono diventati sempre più convergenti.

L’intimidazione e la derisione al governo di una città, eletto dai cittadini, fa parte del loro gioco e della loro propaganda. Dovremmo aiutare Roma a dir loro di No, oggi, domani, come dobbiamo fare e faremo tutti noi.

 


Esproprio proprietario

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai la qualità di un uomo si calcola sulla sua capacità di comprare e di vendere, non su quella di saper “essere” con dignità e rispetto per se stesso e gli altri.

Per la classe dirigente è un imperativo: bisogna dimostrare di possedere la vocazione di mettere sul mercato le proprie caratteristiche commerciali: indole all’ubbidienza, alla fidelizzazione, alla competitività più brutale, ma al tempo stesso quell’istinto di piazzista, di commesso viaggiatore con i campioni in valigia, con preferenza per beni comuni, patrimonio e risorse pubbliche, ma anche partecipazione, democrazia, usando i modi della pubblicità più ingannevole, mettendo all’incanto una costituzione ancora in buono stato, promettendo una mancia in cambio di una temporanea associazione d’impresa con gli elettori più permeabili all’advertising e imitando con i cittadini polli quello che si rivolge alle galline, per poi buggerarli, senza dividendi e senza profitti.

Non stupisce se qualche mentecatto ci crede, per miserabile interesse a raccogliere le briciole del business,  a darsi importanza rimanendo ai margini del cono di luce del potere, a sentirsi rassicurato per il semplice fatto di gravitare o sonnecchiare nella cuccia dell’establishment. In fondo ci addestrano a questo fin da piccoli, comprando le nostre inclinazioni, i nostri gusti ancora embrionali, tanto che una catena di supermercati americani ha battuto la concorrenza di altri gestori equipaggiando i bambini di carrellino in miniatura con su scritto: cliente di….  in addestramento. In modo da far coincidere l’affermazione di sé, il successo, con le proprie potenzialità di consumo e acquisto soprattutto di beni effimeri, per realizzare l’utopia di mercato, per stare dentro al mito incarnato in un modello di vita continuamente proposto come superiore da media e persuasori non più occulti, del quale il cliente è sovrano se disposto a rinunciare a diritti, dignità, garanzie, in cambio di un i phone multifunzioni comprese le app per sapere a chilometri di distanza se la biancheria stesa sul balcone di casa si è asciugata e se la kenzia ha sete. Basta pensare che pare siano più di tre milioni gli americani che hanno ceduto alla irrinunciabile occasione di comprarsi un appezzamento sulla luna.

 

Ma vale anche per noi, che dobbiamo conquistarci il diritto a essere ceduti per ottenere quello a comprare, magari immobili a prova di gran caldo su Marte, grazie all’effetto più formidabile della globalizzazione, l’unificazione del genere umano sotto la bandiera del consumo secondo una cultura universale basata sui principi liberisti, quindi del più rapace sfruttamento, per il Primo, il Secondo, il Terzo Mondo. Tanto che la libertà di soddisfare il bisogno di comprare diventa primaria rispetto alla libertà dal bisogno, continuamente repressa e marginalizzata come culturalmente e ideologicamente estranea a necessità e esigenza fondamentali, delle quali cominciamo ad avere percezione anche noi e non solo i disperati della terra che fuggono da fame, guerra, sete, morte sicura. Tanto che chi non può consumare, quei disperati appunto, i barboni, i vecchi, gli emarginati, gli esclusi dagli acquisti, si vorrebbero nascosti, invisibili, come se la loro condizione avesse in fondo una vena ribellista rispetto alle dolcezze del commercio, al nostro stile di vita, come se fosse degna di riprovazione la loro remissività a  una sorte ostile, per non aver saputo vendersi, competere, sopraffare per affermarsi.

Facciamo finta dunque che sia per tutto questo che abbiamo dichiarato, salvo poche eccezioni, la resa alla svendita dell’Italia. Segnata da quella della sovranità statale, degna anticipazione della cessione dei beni comuni, delle risorse, del territorio, della cultura e dell’arte, del patrimonio immobiliare, sempre grazie all’egemonia di un pensiero unico che senza nessuna base scientifica o statistica, senza alcuna verifica degli effetti che non sia stata negativa, afferma che il progresso e la crescita si ottengono solo e unicamente grazie alla mobilitazione di capitali privati, pe battere i vizi del sistema pubblico, i limiti imposti da lacci e laccioli, con l’aiuto dello stato è ovvio, obbligato a un ruolo compassionevole e assistenziale per farsi perdonare gli sprechi del suo bilancio e anche di quelli famigliari.

Ogni giorno finiamo dentro al bollettino delle svendite e delle aste fallimentari: oggi per dirne una, è la volta dell’Ospedale Forlanini, destinato a convertirsi in ostello privato che fa battistrada alla giudiziosa alienazione del San Giacomo, del Cto Garbatella, dell’Arsial, secondo un “avveduto” piano regionale ispirato a criteri di “valorizzazione”, lo stesso termine che si usa per sottoporre a energica deforestazione giungle e aree boschive per realizzare il tek dei nostri parquet. E viene da ricordare quando la Provincia (stesso presidente Zingaretti) si vendette i gioielli di famiglia per “valorizzare” la Torre dell’Eur dove collocare i suoi uffici in attesa della cancellazione istituzionale dell’ente.

A Venezia, altro laboratorio sperimentale dell’incanto, inteso non come magia, che ormai anche quella se ne va come gli indigeni, sfrattati dalle case e dalla città perché non sono più consumatori privilegiati, per via di prezzi, tariffe, imposte insostenibili, si sta offrendo sul mercato tutto il tessuto abitativo, quello di pregio e quello civile, quello di valore artistico e quello fino ad oggi adibito a uffici pubblici, che sempre di più si spostano in Terraferma. La tecnica di basa sul solito sistema collaudato, quello del cambio della destinazione d’uso che permette la conversione di alloggi e servizi in strutture di “accoglienza”, famigerato B&B e indecenti cubi alberghieri, accompagnati da empori di grandi firme che scacciano attività commerciali e artigianali per offrire a ricchi di tutto il mondo quello che trovano in tutto il mondo, ugualmente uguale. E dove isole straordinarie come la Certosa o S.Andrea vengono concesse in uso per 50 anni a una società del Glamour, che non abita più qui.

Viene proprio voglia di riprenderci tutto grazie al benemerito istituto dell’esproprio proletario, che in questo caso sarebbe sacrosanta riappropriazione. E oggi comincerei dalle ville della piccola Atene toscana, Capalbio, difese dai residenti stagionali in vena di apartheid, che temono il contagio della miseria e della disperazione, in numero di 50 individui colpevoli di svalutare con la loro presenza lottizzazioni, abusi, concessioni conquistati sui campi di battaglia della Rai, delle aziende pubbliche, dei giornali finanziati dallo Stato, degli eserciti imperiali benevoli con i loro usignoli.

 

 


I riverginati del Pd

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno sembra dolersi, qualcuno invece compiacersi della non sorprendente rivelazione: i 5stelle non sono un popolo politico “eletto”, alla prova dei fatti mostrano esitazioni e debolezze umane, a dimostrazione evidente che non c’è una via assolutamente e totalmente virtuosa al potere, che richiede invece compromessi e accomodamenti.

E c’è chi da questo ha tratto energia per rinnovarsi e cambiare look: non c’è da rimpiangere la loro vocazione anti-sistema, se autorevoli esponenti del Pd, assurti a inspiegabili fortune per via matrimoniale o per accertata lealtà all’ideologia e alla pratica renziana,  si appropriano di modi e parole d’ordine nel lodevole intento di avvicinarsi a quella gente che li ha penalizzati e traditi. Così ieri la consigliera romana Michela De Biase, senz’altro meritevole se un ministro influente l’ha sponsorizzata e anche sposata, ha dato vita a un divertente siparietto di tipica impronta grillina, con cadenze appena appena meno vernacolari di quelle dalle Taverna, al grido di “onestà, onestà”, senza peraltro riuscire a articolare quesiti e provocazioni convincenti nell’annosa questione della monnezza.

E che dire dell’augusto candidato trombato,  Giachetti,  che con una ineguagliabile faccia da Pd,  ­­­si fa ospitar­­e sul Manifesto per informarci che, sia pure grazie a una folgorazione tardiva, ha scoperto le virtù della pianificazione a Roma? Il tutto dopo che, anche grazie al suo partito e ai fiancheggiatori non tanto esterni, l’urbanistica è diventata la scienza della negoziazione e della contrattazione opaca: di regole, leggi, permessi, autorizzazioni, lotti, terreni, destinazioni d’uso,  che mette di fronte e non in condizioni di parità soggetti pubblici e privati. E sciorina in forma pedagogica  e didattica ad uso dei dilettanti troppo impegnati sul fronte della trasparenza, tutta la paccottiglia di regime: semplificazione, snellimento, quadro d’insieme, piano strategico, rivoluzione amministrativa, sulla quale aveva per riservatezza forse, per discrezione, sorvolato in campagna elettorale, proprio lui che ha perorato e perora la causa delle Olimpiadi  e del nuovo stadio della squadra capitolina, né più né meno di come aveva fatto Marino,  secondo una immaginazione costruttiva che altro non è che il liquido di decantazione  del veleno neoliberista urbanistico.

Quello che a Roma, come a Venezia, come a Firenze, sta intossicando le nostre città,  per farne dei luna park privati, delle disneyland,  indirizzando risorse per Grandi Eventi, Grandi Opere, Grande Cemento, Grande Profitto, per un eterno spettacolo dietro al quale nascondere  i bisogni quotidiani, le periferie, il crescente disagio sociale, le sacche di emarginazione sempre più gonfie di malessere e soprattutto il giro vergognoso di soldi movimentato da corruzione, malaffare, alienazione incauta del patrimonio comune.

Chiamato in causa gli ha risposto il neo assessore Berdini, sulla cui competenza i media e le nuove cheerleaders della moralizzazione postuma preferiscono tacere,  ricordandogli come il primato delle licenze, al cui consolidamento hanno tanto contribuito governi e parlamento, autorizzi ormai a  costruire ovunque, stabilendo come unica regola che gli interessi pubblici siano sempre subordinati a quelli privati. E rammentando come   dal lontano 1993 siano state approvate tali e tante deroghe urbanistiche  a Roma che è oggi difficile recuperarne perfino l’elenco.

Sono conferme in più per chi – e non è certo una macabra novità “ votare contro”, uso invalso da molti anni e reso incontrastabile dalla legge elettorale che costringe implacabilmente a scegliere il meno peggio o ad astenersi – ha votato Raggi, per aver verificato che i sindaci del Pd ripropongono a livello locale principi “ideologici” e comportamenti del partito della Nazione e del governo che ha occupato militarmente con la sua cricca, quello che ha scelto di non voler impostare un sistema fiscale progressivo: vera chiave di volta per attenuare le diseguaglianze crescenti che lacerano tutte le società “neoliberiste”,  che ha appagato le brame della rendita e del cemento, abolendo l’imposta sulla prima casa e investendo sul sacco del territorio, tramite grandi opere e svendite dei beni comuni, quello che ha deciso che non vuole spendere in ricerca e formazione, mentre scialacqua per pagarsi i globe trotter del Si, quello che si accanisce sui pensionati, che cerca consenso distribuendo paghette che si fa ridare indietro con balzelli e tasse, quello che taglia l’assistenza con la stessa mannaia che usa per i diritti, le garanzie e le conquiste del lavoro.

Da cittadina di Roma ne conosco i mali e i vizi, so bene  che le buche e i cassonetti della monnezza che vomitano fuori rifiuti in barba a storia, grandezza e Giubileo sono l’evidenza, gli indicatori di una patologia ben descritta negli atti dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo. E che si manifesta nelle turpi alleanze secolari tra stra- poteri, politica nazionale, locale e ecclesiastica, pubblica amministrazione, compresi alcuni organi di controllo, rendita e impresa privata con in testa il gotha avido, grossolano, cinico e baro dei costruttori, in non temporanea joint venture con la criminalità organizzata, avendo, come è noto, le medesime aspirazioni.

Non sono mai stata una fan della “specialità” della sinistra e non lo sono nemmeno dell’egemonia dell’onestà su tutto, condizione necessaria, ma non sufficiente. Figuriamoci se lo sono della “competenza” e a chi mi voleva ricordare che i 5Stelle sono “nuovi”, inadeguati, impreparati, ho dovuto rispondere che, se non è detto che sia una virtù, è sicuro che peggio probabilmente non avrebbero potuto fare dei Renzi, delle Boschi, delle Madia, dei Faraone, ma anche di navigati Padoan, di scaltriti Poletti, dei gabbani tante volte rivoltati. E anche dei marziani specialisti in atti simbolici e beau geste,: chiudere una discarica maledetta, ad esempio, senza prevedere dove mandare i rifiuti, conferiti in un export oneroso o soggetti all’ammuina, come in un gioco dell’oca, da quartiere a quertiere.

Insomma non  mi aspettavo miracoli, se non un primo contributo a quello minore, marginale, nel quale confido, cacciar via l’usurpatore con ignominia. E non sono quindi nemmeno disorientata o delusa che i 5stelle  dimostrino quel loro non sempre innocente attaccamento al clan, alla cerchia, che va dalla fidelizzazione al comico, alla delega in bianco agli eredi dinastici del guru, e che ricorda da vicino l’antropologia di Facebook, dove tutti sono amici anche se non si conoscono per il solo fatto di aver “aderito” al social network. Tanto che probabilmente  l’affidabilità concessa all’assessora ex consulente dell’Ama potrebbe avere anche questa motivazione, insieme a un ingenuo assegnamento  nei tecnici, nei professionisti, nella gente “pratica”.

In due mesi ho visto cassonetti vuoti e ricolmi, cantieri operosi e abbandonati, buche e voragini aperte, bus sgangherati, come prima o forse appena appena meno di prima per via della scopa nuova e del timore che può suscitare in chi teme la fine della vacche grasse e si mette in riga. Ma siccome il mio unico interesse è quello di cittadina, non godo del tanto peggio tanto meglio, non mi rallegro del fallimento della Capitale, non provo la voluttà della sinistra irriducibile nello stare a borbottare radiosamente dalle file dei perdenti e dei volontari della sconfitta. Anche perché ai margini: nelle periferie, nelle strade con le loro voragini ventennali, alle fermate dei bus che non arrivano mai, tra quelli che hanno una casa ma non sanno come mantenerla, assediati da mutui, tasse e balzelli, tra quelli che la vorrebbero, tra quelli che l’hanno occupata e vivono a rischio,  in una condizione di illegalità, sono in tanti  e arrabbiati e spero in loro, in noi.


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