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Lavorare da morire

mb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una notizia che ieri non ha goduto degli onori della cronaca, salvo qualche “breve”. L’ho cercata anche nella copiosa rassegna stampa che il Corriere invia generosamente ai suoi abbonati online, ma non l’ho trovata a differenza di quella sulla rapida ascesa al potere delle “donne di destra bianche e arrabbiate” (sic), di quella sulla popolarità della Quinoa sulle nostre tavole, o di quella sull’insurrezione delle spose indiane contro i mariti che le abbandonano, ma niente.

Eppure, dalle statistiche pubblicate dall’Inail, sono 703 i “caduti” sui luoghi di lavoro nel 2018, registrando un  aumento del 9,7% rispetto al 2017. Con i morti sulle strade e “in itinere”, considerati dallo Stato e dall’Inail come “morti sul lavoro”, si arriva a oltre 1450.  Mai stati così tanti da quando il 1° gennaio 2008 è stato aperto l’Osservatorio indipendente di Bologna, che conteggia tutte le vittime sui luoghi di lavoro, anche quelli non coperti dall’assicurazione dell’Inail o di antri enti.  Molti di più dei morti negli attentati terroristici,  il che la dice lunga sui veri pericoli che minacciano la nostra civiltà superiore. L’Osservatorio  scava più in profondità dell’Inail e denuncia che sono aumentati gli infortuni, anche quelli con esiti mortali, tra i giovanissimi e gli ultrasessantenni, vittime gli uni del lavoro precario esonerato da obblighi di sicurezza, gli altri dell’innalzamento dell’età pensionabile.

E a chi si rallegra perché sarebbero aumentate le notifiche degli incidenti, sarà bene ricordare che grazie al Jobs Act chi denuncia l’inosservanza di regole di sicurezza  può essere “rimosso”, che sono calate le segnalazioni di infortuni mentre sono aumentati i morti nel settore agricolo e che nelle statistiche  non ci sono le Forze Armate, i Vigili del Fuoco, innumerevoli Partite Iva, compresi i giornalisti, lavoratori in nero, per la maggior parte stranieri (recentemente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/17/misfatto-bianco/ ).

E’ paradossale: c’è sempre meno lavoro e sempre più morti di lavoro, di lavoro cattivo, di lavoro clandestino, di lavoro senza casco, di lavoro scelto davanti al ricatto: salario o salute, di lavoro sotto i caporali che ti tengono al sole a raccogliere ciliegie, pomodori che tu sia nero o donna, poco cambia. E  di lavoro moderno. E chissà se si comincerà a sottoporre a statistica gli addetti della grid economy, i rider costretti a approfittare delle formidabili opportunità offerte dalle piattaforme  Foodora, Deliveroo, Glovo, Just Eat che dominano il mercato delle consegne di cibo a domicilio, sedotti dall’illusione di lavorare in “totale libertà”, imprenditori di se stessi che possono scegliere “quali ordini accettare”, come si legge sul sito di Glovo, in realtà solo fattorini che pedalano con tutti i rischi del lavoro autonomo, nessuna garanzia, nessuna protezione, anche per via del passaggio compiuto dalla aziende da paga oraria a cottimo.

E chissà se mai qualcuno ben oltre al “decreto dignità”  sfodererà delle misure di controllo sullo status giuridico delle imprese e sulle loro responsabilità oggi che sono sparite le aziende che riassumono le funzioni di progettazione, produzione, vendita, gestione del personale, contabilità, ora che non solo le piccole aziende delegano in outsourcing all’esterno,  ma ciò che resta delle aziende grandi è tenuto insieme solo dal marchio e dal controllo finanziario. Ora che  singoli stabilimenti sono legittimate a  essere entità autonome, con contratti diversi e nello stesso “stabilimento” a contatto di gomito, c’è gente impegnata nella stessa mansione produttiva che dipende da aziende diverse, e che lo stesso gruppo o lo stesso ente finanziario, può svolgere le attività più disparate. In modo, dopo tanto chiacchiericcio sulla responsabilità sociale,  da sottrarre l’andamento tutto dell’impresa ai controlli e alla sorveglianza sulla rintracciabilità delle operazioni finanziarie e degli obblighi fiscali, del rispetto della sicurezza e della qualità della vita nei luoghi di lavoro.

E chissà se il nuovo segretario della Cgil impugnerà l’accordo siglato un anno fa  sul nuovo modello contrattuale che intendeva fissare  “alcune linee di indirizzo per la contrattazione collettiva la previdenza complementare, e l’assistenza sanitaria integrativa, la tutela della non autosufficienza, le prestazioni di welfare sociale”, pensando ai lavoratori come clienti di un mercato privato della salute, della cura, del soccorso. Chissà se vorrà smascherare il trucco di questo cosiddetto ‘welfare contrattuale’ il sistema preferito dalle aziende per pagare i dipendenti,  versando gli aumenti contrattuali e i premi di produttività in fondi che dovrebbero fornire previdenza, sanità e servizi integrativi rispetto alle prestazioni del settore pubblico. Così le aziende ci guadagnano perché su quelle somme non pagano le tasse e i lavoratori vengono persuasi che prerogative, garanzie e diritti sono a portata di mano, ma se li paghi due volte, con le tasse e comprandoli dagli stessi padroni, che qui fondi li hanno creati e gestiscono proprio allo scopo di possedere e gestire l’esistenza dei dipendenti e di lucrarci. Chissà se vorrà fare qualcosa per impedire quel processo già avviato di trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, che sembrano essere diventati insieme ai CAF l’unica forma di sussistenza e di sopravvivenza del sindacato prima  che gli operai acquistino a loro spese la tuta griffata e il casco protettivo.

Chissà se qualcuno vorrà e saprà riprendere il tema dell’alienazione scomparso dal campo di analisi e di lotta del sindacato e perfino da quello della sociologia schiacciata sulla ricerca quantitativa anziché sui processi e la qualità nel loro insieme, per restituire ai cittadini il diritto e la capacità di controllare il lavoro che svolgono anziché esserne schiavi, oggi ancora più cruciale con le nuove forme di organizzazione che puntano a dividere, isolare, individualizzare, per sottomettere, integrare, tacitare. Avviene nelle forme moderne di sfruttamento, Amazon, gig e sharing economy, lavoro uberizzato, avviene nei crescenti processi di occupazione tecnologica: app e algoritmi che mirano a militarizzare i comportamenti degli “”addetti” per condizionare quelli collettivi. E avviene nel lavoro tradizionale precario e non, ammesso che ve ne sia ancora, dove a individui sempre più soli e sempre meno protetti,  sempre più vulnerabili e sempre più invisibili,  da vivi come da morti, quando devono essere nascosti non come una colpa, ma come un fastidio da rimuovere o un rifiuto da conferire in discarica.

 

 

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Omicidi di lavoro

immagineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mica vero che ‘a livella ci fa – infine – tutti uguali,  a vedere il compianto obbligato per l’agonia e la dipartita dell’augusto manager, quindi benefattore, pubblica elaborazione del lutto accompagnata nel caso di isolata critica, da inviti al pietoso silenzio, osservato solo per altri  morti, quelli di lavoro, ai  quali è riservata un’omertosa rimozione.

Per lui commemorazioni in vita, coccodrilli multipli pre e post trapasso, elogi comprensivi di esercitazioni liriche su certi risvolti maledetti, non la dinamica per diritti e garanzie,  no, ma quella coazione a fumare che lo avrebbe esposto a danni irreversibili insieme allo stress da troppo lavoro.  Per loro, per le morti “bianche” che più nere non si può, 469 nel primo semestre dell’anno, due righe in cronaca e niente menzione dello stress per troppo poco lavoro, per quel veleno: il ricatto, che fa vittime all’Ilva, nei cantieri irregolari, nelle strade, nelle fabbriche e nei servizi di logistica, riducendo procedure e sistemi di sicurezza e pure l’attenzione degli addetti che a forza di essere sminuiti, svenduti, spostati, sradicati, deprezzati, umiliati, intimoriti si sono conviti che non solo la loro opera ma anche la loro vita non valga nulla, come una merce in esubero sugli scaffali degli outlet.

La statistiche  dell’Inail fanno intravvedere una certa sobria soddisfazione:   sono 617 i decessi sul lavoro nel 2017 che sono stati accertati e il 58% di questi è avvenuto fuori dall’azienda. I dati rilevati del primo semestre 2018 evidenziano   una diminuzione dei casi  passati da 337 a 331. A far contenti madame Lagarde, l’inesorabile Fondo Monetario e pure l’Inps,  le statistiche registrano che a essere più colpiti sono i lavoratori over 50:  una morte su due coinvolge questa fascia di età, con un incremento rispetto al 2017 di 31 casi (da 203 a 234).

L’arida contabilità conferma che non si muore meno perché è aumentata la sicurezza, ma, invece, perché è diminuita l’occupazione, quella che si vede, sottoposta a controllo e alle leggi della statistica. Mentre il lavoro che c’è è quello dei contratti fittizi, delle disonorevoli strette di mano dei caporali: a Bisceglie ieri hanno arrestato 3 boss dello sfruttamento di manodopera agricola, bambini compresi, in Romagna sarebbero 400 mila gli “irregolari” nei campi 14 ore al giorno. E ci dice tra le righe che chissà di quante vittime non sappiamo nulla, trattate come rifiuti non riciclabili  prima e dopo il decesso,  stranieri più irregolari   di quelli conteggiati nei dati Inail (78 ) che hanno avuto diritto forse casualmente al riconoscimento di “caduti sul lavoro” mentre di chissà quanti altri si sono perse le tracce, vite nude per dirla con la Arendt, diventate resti, carcasse senza nome e compianto da nascondere nel timore di moleste conseguenze. Ieri Un operaio è morto nel Tribunale di Palermo, cadendo da una scala mentre montava la fibra, cadendo su un tavolo di vetro. E un edile perde la vita in provincia di Catanzaro a Borgia,  cadendo da un’impalcatura e trafitto da un pezzo di ferro che gli ha colpito mortalmente lo sterno.

Caduti, schiacciati, carbonizzati, avvelenati. Stritolati dalle presse, infilzati da un muletto, annegati nel cemento della miscelatrice, non ci sono mai stati nel Jobs Act neppure nel decreto dignità. E poi senza contare gli “invisibili”, l’Inail “scarta” un 40 % delle vittime , quelli che non corrispondono ai suoi parametri e vanno sotto la denominazione  di “rischio generico”, che in questi casi così si chiamerebbe la “fatalità”. L’Inail poi non ha da temere la concorrenza: non tratta la totalità degli infortuni e delle morti sul lavoro. Molti occupati  sono iscritti ad altri istituti assicurativi e dunque sfuggono del tutto alle statistiche: dalle forze armate a quelle di polizia, dai liberi professionisti al personale di volo, ai vigili del fuoco. Sono almeno due milioni (ma c’è chi dice molti di più), che vanno aggiunti agli assicurati Inail, i quali ora sono poco più di 21 milioni, gli unici che rientrano nelle rilevazioni ufficiali.

E infatti l’Osservatorio di Bologna di Soricelli denuncia  che sarebbero invece  molti di più i morti dall’inizio dell’anno, almeno 418, senza contare i 750  caduti per incidenti sulle strade e in itinere. e poco aiuta il progresso, pensando alle vittime dell’automazione, laddove macchinari che hanno già mietuto vittime non vengono sostituite e chi si fa male rientra nel novero dell’errore umano. O quelli colpiti da malattie professionali effetto di processi e sostanze a rischio: i morti per malattie professionali sarebbero 4 al giorno.

Si è perso in Parlamento un ddl che doveva introdurre il reato di omicidio sul lavoro. Non stupisce se siamo arrivati al punto di celebrare quello di omicidio del lavoro.


La corte degli indignitari

1528729108258.jpg--la_lega_caccia_tito_boeriinps__salvini_fa_la_storia_chi_cambiera_le_pensioniVa bene che è estate, ma la sceneggiata di ieri del duo Boeri – Panucci sul Decreto dignità, è stato uno degli spettacoli più avvilenti che questo Paese ha saputo dare da un anno a questa parte. Entrambi gli interventi a gamba tesa, fatti in nome e per conto dei poteri economici, fanno chiarezza sul pensiero e sugli intenti dei neo liberisti:  il lavoro deve essere misero, precario, senza diritti e non appena si accenna, anche minimamente a invertire la tendenza ecco che si comincia a predire un drammatico calo dell’occupazione. Ora pazienza che queste sciocchezze possano venire da un direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, che fa parte della servitù di Palazzo con la livrea berlusconiana, in fondo non fa altro che il suo mestiere di agit prop dei ricchi, ma colpisce invece la presa di posizione ad orologeria del cioccolatino avvelenato che è alla presidenza dell’Inps, quel Tito Boeri, para piddino e  bocconiano con trascorsi nell’Fmi,  il quale non si è limitato a recitare il suo brano di rosario contro il governo in carica, ma ha voluto rivestirlo da dichiarazione per così dire “scientifica”.

Mamma che paura quando questi autoproclamati Einstein della chiacchiera economica cercano di imporre il loro verbo all’uomo della strada, facendolo discendere come lo spirito santo dall’empireo del sapere. Dice il cioccolatino che “In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro“. Disgraziatamente questo deriva solo da una petizione di principio che non ha alcun riscontro nell’evidenza empirica dal momento che la quasi totalità della letteratura economica rileva l’esatto contrario, ossia che la quantità e la qualità del lavoro aumenta con il crescere dei diritti del lavoro e dei salari. Potrebbe sembrare un controsenso, così come era un controsenso che la terra girasse attorno al sole, ma con un po’ di pensiero laterale, andando oltre la semplicità banale e lineare dei dogmi economici, è abbastanza semplice comprendere che più alti sono i salari e più stringenti i diritti, più un sistema  deve puntare verso produzioni a più altro contenuto di tecnologia e di sapere, dunque più competitivo in senso proprio e a maggior valore aggiunto. Non a caso le statistiche pubblicate dai grandi fratelli dell’informazione, tra cui ovviamente spicca il Sole 24 Ore, mentre fanno sfoggio di menzogne inqualificabili, come esempio quella di comparare i numeri del lavoro oggi con quelli di 40 anni fa, ben sapendo che adottando i vecchi criteri oggi la disoccupazione sarebbe a livelli inauditi, non possono nascondere che la stragrande maggioranza delle attività che fanno il mercato del lavoro in Italia, oltre ad essere precaria è anche molto modesta. A ben vedere le due cose vanno assieme perché quanto minore è la quantità di sapere che un lavoro richiede, tanto più facilmente il lavoratore può essere sostituito e dunque ricattato.

Mi fermo qui perché non è questo il tema del post, che si prefigge invece di sottolineare  come i bravi del neoliberismo, non tollerino nemmeno la più piccola deviazione dai loro obiettivi e per raggiungere lo scopo non si fanno scrupolo di far passare per relazione tecnica e per verità assoluta delle ipotesi ideologiche peraltro già falsificate dagli studi sul campo. La verità è che anche da noi esiste un deep state, uno stato profondo che resiste a qualsiasi cambiamento ed è incistato in tutti i nodi effettivi del potere. Certo se esistesse un governo serio oggi uno come Boeri, pagato da tutti noi non si sa bene quanto, perché questo fatto rimane segreto,  ma comunque molto, avrebbe già messo nello scatolone le sue cose e le sue relazioni “tecniche” e starebbe attaccato al telefono per cercare occupazione. Lo paghino quelli per cui lavora.


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