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Crocifisso di Stato e di governo

1280px-Cross_Lighting_Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siete proprio dei bei tipi.  Avrei voluto vedere tutti gli sdegnati contro la svolta confessionale di Salvini, non certo inattesa, insorgere con altrettanta riprovazione quando, in risposta ai giudici di Strasburgo che avevano sentenziato che i crocefissi nelle aule scolastiche italiane configuravano una forma di proselitismo religioso costituendo una “flagrante violazione” del diritto dei genitori di educare liberamente i propri figli, il presidente Napolitano si schierò a fianco del ricorso del governo di allora (siamo nel 2009), condividendo le infuocate dichiarazioni dell’allora ministro degli esteri Frattini secondo il quale il bando del crocifisso avrebbe rappresentato un colpo mortale all’Europa dei valori. E infatti con gli abituali toni vibranti Napolitano ribadì “la necessità di  salvaguardare e valorizzare il tradizionale patrimonio identitario espresso in particolare nei paesi europei e nel nostro, dalla millenaria presenza cristiana e cattolica”, insomma quell’insieme di principi cardine ispirati a accoglienza, pietas, amore per il prossimo e solidarietà al cui rispetto richiamano da parte nostra quelli che ritengono, loro,  di avere il diritto di tradire.

Ma non c’è da meravigliarsi. Un tempo Mussolini, poi via via dirigenti politici e uomini di governo, quando non esplicitamente appartenenti alla Dc, potrebbero essere definiti “atei devoti” come ebbe a dire Malaparte, tanto si fecero osservanti dei principi della chiesa e garanti del  Vaticano senza adesione alla fede e per ragioni di realismo politico, persuasi che in Italia sia obbligatorio fare così, convinti che questo vogliano i loro elettori, tanto che la laicità in barba a Cavour, è sempre stata un tabù, un’esclusiva criticabile di conventicole radicali, retrocessa con un escamotage semantico  a laicismo quindi ad esecrabile ideologia, ispiratrice di battaglie di retroguardia addirittura in aperta contraddizione con ben altre lotte per diritti e prerogative fondamentali e prioritarie. Così sono stati trattati quelli che negli anni ne hanno rivendicato la qualità morale, storica e sociale anche attraverso la contestazione dell’imposizione del crocefisso come oggetto di culto per tutti ma soprattutto come emblema di un passato e di una tradizione nazionale, come se non fosse vero che l’Italia unita è nata contro il papa di Roma, tanto che quelli che si successero sul Trono d’Oltretevere tuonarono dal soglio contro i nuovi lanzichenecchi, si dichiararono prigionieri politici in Vaticano.

Finché fu poi il fascismo a rovesciare il tavolo, rendendo i “secondini” e in sostanza gli italiani prigionieri del Vaticano.  E infatti la sua marcia su Roma doveva significare il trionfo dell’Italietta antimoderna, morale, perbenista, chiusa, provinciale e cattolica quindi “migliore”, sulla “peggiore”: esterofila, viziosa, atea, incarnata  da  molli intellettuali , disfattisti, giudei. E insieme allo strapaese di  reduci, contadini tirati su per strada proprio come descrive il magistrale film di Dino Risi, scontenti malmostosi in cerca di fortuna, piccoli avventurieri o signorotti di campagna, sfilarono baldacchini e immaginette, squadristi e preti che levavano il crocifisso come un’arma. Non a caso un mese dopo la marcia una circolare del sottosegretario Lupi rivolge ai sindaci l’invito perentorio a appendere sulle pareti delle scuole il ritratto del re e la croce, simbolo la cui rimozione offendeva non solo la “religione dominante” ma il “principio unitario della Nazione”. Tanto che la raccomandazione diventa obbligo per tutti gli edifici pubblici compresi i tribunali, in modo da sancire così il coincidere della mistica fascista e di quella cattolica, plasticamente rappresentata nel 1926, in occasione del settimo centenario della morte di  Francesco, dalla cerimonio della proclamazione del santo quale patrono d’Italia e a un tempo  del fascismo officiata da Agostino Gemelli celebrante a fianco di Mussolini.

Pare che mica sia cambiato tanto da quando il concordato del 1984 ha cancellato quello del 1929 e ha quell’articolo che recitava “la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato” si è cercato di porre riparo con quel protocollo addizionale secondo il quale “si considera non più in vigore il principio originariamente richiamato… della religione cattolica come la sola religione dello Stato Italiano”.

Si poco è successo da quando all’Assemblea costituente Nenni ebbe a dire che “la più piccola delle riforme agrarie deve interessarci di più della revisione del Concordato” se negli anni il Pci prima e via via le sue trasformazioni hanno evitato qualsiasi rottura col potere ecclesiastico, per assicurarsene il favore, con l’abiura da battaglie civili, o il tardivo consenso, dal divorzio e alla legalizzazione dell’aborto, l’astensione superciliosa sulla procreazione assistita, i distinguo avvilenti sulle coppie di fatto, la disonorevole elusione sulla morte – e la vita – con dignità, dove il prudente schierarsi è sempre stato in favore del minimo sindacale, compreso quello contro l’infame abuso dell’obiezione di coscienza.

Il fatto è che alla legge della convenienza piuttosto che della convinzione ubbidiscono in tanti nelle alte sfere vicine al paradiso e nell’inferno, dove i poveracci sono stati obbligati a credere a gerarchie e graduatorie di diritti, dei quali non sarebbero meritevoli in terra come in cielo. Basta pensare a quanti sono stati vittime del reato di vilipendio, della riprovazione per comportamenti e inclinazioni personali, a quante coercizioni sono state impiegate per imporre una morale confessionale alla stregua di un’etica pubblica, se secondo l’Accademia Pontificia sono invitati all’obiezione di coscienza medici e infermieri, giudici e parlamentari, “coinvolte nella tutela della vita umana” e perfino gli attori cui si raccomanda di declinare “ruoli giudicati moralmente negativi”.

La propaganda e i suoi simboli hanno funzionato a meraviglia tra gli atei devoti nei palazzi e nelle cattedrali ma pure nelle parrocchie e nelle sezioni, convertendo anche i Pepponi a doverosi compromessi, se la libertà di culto e di pensiero funziona a intermittenza come le lucine di Natale o quelle di Halloween, se esultiamo per il respingimento  virtuale di Salvini da parte delle Baleari che hanno chiuso da sempre i porti ai profughi, se diventiamo fan di Famiglia Cristiana per una copertina “antigovernativa”, autorizzando una illegittima ingerenza politica prima ancora che morale, se siamo entusiasti delle condanne dei reprobi e delle rumorose invettive lasciando correre su ben altri silenzi, quando un’autorità ecclesiastica si permette di sostenere che i suoi “appartenenti” sono legittimati a sottrarsi ai tribunali dello Stato in attesa del perdono di quello di Dio .. ma pure a quelli amministrativi se non sono tenuti a pagare le tasse anche per edifici convertiti a usi commerciali purché  inalberino  i necessari contrassegni anche in caso di proselitismo  turistico.

Siete dei bei tipi se sapete solo prendervela con Salvini e i suoi che hanno fatto finta di credere – come Berlusconi e Napolitano nel 2010, in un documento del governo in appoggio a quel ricorso cui accennavo prima, che “bisogna evitare sterili contrapposizioni e integralismi nei confronti di simboli che hanno assunto significati universali di pace e tolleranza”, senza ricordare che la promozione del crocifisso a emblema della cristianità che doveva vincere sugli infedeli, avviene appunto con le Crociate. E che di crociati contro gli ebrei, i pagani, i musulmani, i differenti, i liberi pensatori, quelli che rivendicano la loro autodeterminazione, quelli che vorrebbero viere in pace la loro vita e pure la loro morte senza ingerenze e con dignità, se ne sono state e ce ne sono anche troppe e che un po’ di pacifismo attivo della libertà non è roba da tifoserie, ma un esercizio da fare ogni giorno, faticoso ma irrinunciabile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La bomba moderata

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è una novità che i regimi stravolgano perfino la semantica per adattarla  alla loro narrazione della realtà. Così le guerre sono diventate missioni di pace, i bombardamenti azioni per l’esportazione di democrazia. Misure vengono dette impopolari, per persuadere che possiedono una carica innovatrice e anticonformista, mentre sono semplicemente dirette contro i popoli. Il piegarsi senza discussione e l’ubbidire vengono comunicati come ragionevolezza e senso di opportunità dettati dalla necessità, anche quella oggetto di revisione convertita in obbligatorietà di  rinunce di beni, conquiste, diritti.  Per non dire della chiamata alle armi per resistere alla “barbarie”, proclamata da chi si fa forte  della superiorità dei valori nati dalla rivoluzione francese e che caratterizzano la civiltà occidentale, gli stessi affetti da una non sorprendente passività  di fronte al massacro della guerra civile siriana e al caos irakeno e libico o che  hanno finanziato e finanziano in chiave anti Assad e anti sciita, le milizie dell’ISIS.

È che le parole sono importanti, è importante la loro origine e il loro affermarsi nel tempo, e più ancora l’interpretazione che ne vuol dare, per definire fenomeni, comportamenti, azioni, processi storici. Ad esempio,  nel Risorgimento italiano il pirmo palesarsi di  un movimento definito come “moderato”  si può far risalire al 1794 quando a Napoli – discioltasi la Società Patriottica – sorse il club “Lomo” (Libertà o morte) in contrapposizione al radicale “Romo” (Repubblica o morte). All’anima della moderazione, se si volesse intendere il riconoscersi in una inclinazione o in una attitudine improntata al conservatorismo più cauto in opposizione a massimalismo e radicalismo. Meglio non farlo sapere agli islamici che vengono quotidianamente apostrofati perché rendano palese la loro prudente appartenenza a aree non estreme, a un cauto e morigerato pragmatismo, che la scelta quella volta era tra Libertà o morte e Repubblica o morte.

Non voglio aggiungere nulla al già detto e ripetuto a proposito dell’insana e ingiusta richiesta pressante che viene da pulpiti non autorizzati a disconoscere, dissociarsi, e rivolta il più delle volte a chi da una “pertinenza” storica, religiosa, etnica, geografica ricava e riceve solo danni e reprimende, come se ogni giorno in quanto italiani fossimo chiamati a prendere le distanze dalla mafia, diventata fenomeno nazionale, in quanto cattolici dalla crociate, in quanto bianchi dallo schiavismo, in quanto europei dal rifiuto opposto alla richiesta di aiuto di milioni di profughi  e così via. Viene da dire, magari fosse così. potremmo cominciare a fare autocritica sia pur tardiva del nostro colonialismo per niente “familiare” e incruento, del nostro razzismo manifestatosi con il susseguirsi di due “leggi razziali”, della nostra indole a accettare ben al di là della tolleranza o della paura, dittature  di uomini della provvidenza, perlopiù non eletti, nominati o imposti da elezioni truccate. O della nostra   propensione a voltare e rivoltare gabbane, anche quelle rattoppate, non solo quelle gallonate di generali, politici, intellettuali, che tanto Franza o Spagna purché se magna, con alleanze o ostilità intermittenti a seconda di come comanda il padrone.

È che è proprio la parola moderato, interpretata da chi comanda e informa secondo metodi estremi, fanatici, aggressivi e repressivi, che dovremmo mettere al bando. Oppure, se proprio non vogliono dismetterla, obbligarli a adattarla anche a loro, come manifestazione almeno di buona educazione. Esigendo che cattolici moderati si dissocino da Giovanardi, che obiettori di coscienza moderati condannino i medici che non eseguono le leggi dello stato, che cardinali moderati puntino il dito accusatore contro preti pedofili che allo stesso modo si sottraggono ai tribunali degli uomini, preferendo quello di Dio quando sarà, che servitori dello Stato dissentano platealmente da chi nella sua ombra e sotto la sua protezione ruba, corrompe e collude.

Non vorrei che di questo passo dovessimo trattare  con i fascisti moderati,coi  razzisti moderati, con gli  xenofobi moderati, i mafiosi moderati,  perfino  i serial  killer moderati. Perché va detto con franchezza che i richiami rivolti agli immigrati perché collaborino, trascurano  che il terrorista che spara  nel mucchio della povera gente comune invece non distingue, non risparmia arabi, islamici, nordafricani, come non si esime dall’ammazzarli nella sua area di influenza,  dimenticano che le vittime di questa guerra non sono i parigini soltanto ma lo sono e sono stati e saranno sempre di più i profughi: quelli che hanno varcato i confini dell’Unione europea, ma soprattutto i dieci milioni che stazionano ai suoi bordi: in Turchia, Siria, Iran, Libano, Egitto, Libia e Tunisia; in parte in fuga dalla guerra in Siria, in parte cacciati dalle dittature e dal degrado ambientale che l’Occidente ha prodotto nei loro paesi di origine.

Fa parte della carità pelosa quella mano tesa verso gli “altri”, purché moderati, una mano abituata a prendere più che a dare, perché si guadagnino una volta di più l’indulgente generosità degli europei e la loro tolleranza a buon mercato, suona non come il segno manifesto di una conquistata consapevolezza della necessità di confermare i diritti di cittadinanza per chi arriva qui, chi lavora, paga le tasse e i contributi, ubbidisce alle leggi e parla italiano meglio di Borghezio, bensì come l’imperativo categorico di sottoporsi di buon grado a controlli, occhiuta sorveglianza, limitazione di circolazione e riduzione di diritti, già circoscritti, fino a sottintese remunerazioni per delazioni  più o meno credibili.

Il fatto è che è proprio la parola moderato che mi fa venire l’orticaria, perché rasenta l’indifferenza, sfiora la dimissione dalla  responsabilità di schierarsi e di scegliere, preferendo prudenza e conservatorismo, perché la riprovazione per il radicalismo ha spennato le ali del pensiero, ha chiuso l’utopia dentro la scatola del realismo, ha imposto una codarda “ragionevolezza”, quella del meglio nemico del bene e del noto, accettabile anche se è brutto perché conosciuto invece dell’ignoto magari bello, vivo, potente e libero.

Io vorrei che i cittadini dell’Occidente che rivendicato il primato della civiltà contro la  barbarie smettessero di essere pacifisti moderati, per militare davvero contro la partecipazione a guerre imperialistiche e padronali, che scegliessero di non essere xenofobi moderati, ma comprendessero che il respingimento, l’emarginazione,  minacciano di allargare il malessere di una  moltitudine di cittadini europei o di migranti già residenti in Europa che condividono con i disperati che arrivano qui cultura, nazione, comunità e spesso lingua, tribù e famiglia di origine, che il  cinismo  dei governi “civili” schiaccia verso una radicalizzazione che è suscettibile di concretizzarsi  in un’adesione estrema e fanatica all’Islam. Per  non essere moderati diventiamo disertori, disfattisti contro guerre che i nostri governi conducono dentro e fuori della nostre povere “patrie”.

 

 

 

 

 


La guerra di civiltà dei ricchi

imageSeguendo anche il meno possibile le chiacchiere da portineria e da talk che fioriscono sulla strage di Parigi, si capisce che il vero dramma sta nella catastrofe dell’intelligenza  e dal progetto autoritario che s’insinua come un veleno nel vuoto della memoria, del ragionamento e del sensus sui, tutte facoltà rattrappite più del solito di fronte a un’emozione così povera di contenuti da essere un indecoroso epitaffio per i morti. Proprio ieri sera ho sentito uno di quei bottegai dell’attualità, disposti a imbonire se stessi e il pubblico per un’adeguata mancia, impostare il discorso sull’angosciosa domanda: ma i mussulmani in Europa, come la pensano, non è che si faranno suggestionare dalla tesi che la fusillade nelle strade di Parigi ha qualcosa a che vedere con i bombardamenti e le stragi occidentali che da quindici anni colpiscono luttuosamente il Medio oriente?

Così la guerra che ogni giorno viene descritta persino a suon di fanfare diventa una tesi assurda: anche se fosse vero che li assoldiamo, li bombardiamo, li  invadiamo e li massacriamo per il loro bene, poveri esseri inferiori, pur sempre esercitiamo la violenza. Questo è un fatto testimoniato oltretutto da un milione e mezzo di morti in quindici anni, non è un’idea come un’altra e a volte davvero mi rammarico di non essere nel circo di acrobati e clown dei talk per dire il fatto loro a certi gonfi e prezzolati imbecilli. Una volta tanto per prendermi la soddisfazione E’ almeno dal 2011 che siamo ufficialmente in guerra contro il cosiddetto terrorismo, peraltro creato dagli apprendisti stregoni, che ci vantiamo di questa guerra, che ingrassiamo i produttori di armi e adesso scopriamo che è solo una tesi stravagante? E’ il colmo dell’idiozia.

Eppure c’è una ratio nella stupidità: convincere le persone, contro ogni evidenza, che non ci sono ragioni plausibili per gli attacchi in occidente e che essi sono dovuti  in gran parte al fanatismo religioso, ovvero alla guerra di civiltà, che diventa, nelle illuminate parole di qualche commentatore particolarmente degradato, stile di vita. Sarà che sparano contro il caffè della mattina e le scosciature fashion. Dunque guerra all’Islam, quando non è moderato, con le destre che protestano sdegnate  perché è noto che i musulmani non sono mai moderati.  La regressione infantile verso la crociata è evidente e viene instillata anche in modo indiretto: qualche settimana fa ho sentito con queste mie orecchie parlare dei crociati come di “truppe occidentali”. Certo si trattava di una quelle orride robacce anglo americane per analfabeti nelle stie che propone Focus, ma tutto fa nell’accostare  surrettiziamente il caos in medio oriente e la sua geopolitica con eventi di un lontano passato che non c’entrano nulla. Così come l’espressione “di lingua e fede islamica” uscita fuori da un’ineffabile cronista della Sette e che fa il paio con la signorina “di buone letture” che tuttavia non ha mai sentito parlare di un tizio chiamato Camus.

Eppure non bisogna essere storici o sociologi e nemmeno particolarmente addensati con l’agar agar della critica nella società liquida per comprendere una cosa che balza agli occhi se solo ci si mette le cuffie e si azzera il chiacchiericcio: la religione monoteista con medesime radici bibliche non  costituisce la massima divisione tra occidente e mondo musulmano, anzi è uno dei cardini di unione e comprensione tra due tipi di società che hanno intrapreso strade sociali differenti entrate poi in un conflitto asimmetrico quando il mondo si è rimpicciolito. E lo testimonia persino il Papa quando dice che non vuole porte blindate. Naturalmente la religione, come parte del bagaglio identitario, come facilitatrice di sacrificio e pretesto metafisico delle modalità sociali è sempre stata giocata in ragione degli interessi reali, tanto che il cristianesimo è servito a giustificare enormi stragi, certo di molte misure superiori a quelle verificatesi durante l’espansione islamica per impadronirsi di terre altrui.

Sarebbe impossibile descrivere qui in poche parole il portato della rivoluzione borghese prodottasi prima con Lutero e Calvino che hanno cercato di adeguare la religione ai nuovi criteri delle società e poi con la rivoluzione francese, dopo la quale la devozione è sempre più divenuta un fatto privato, ancorché utile a mantenere lo status quo, due secoli nei quali è stata anche liberata una nuova idea della natura e della sua indagine scientifica. Ma tutto questo è ancora in nuce  o in procinto di avere sbocchi diversi in altri mondi che hanno concetti diversi della libertà, dell’essere nel mondo, dei rapporti sociali e di produzione. Non è certo un caso se le petromonarchie della penisola arabica preferiscano importare lavoro e competenze, lasciando che la popolazione locali campi delle ricche briciole del banchetto petrolifero: sanno bene che altrimenti durerebbero poco con o senza Allah.  Dietro lo scontro religioso che talvolta fornisce pretesti e braccia, si nasconde semplicemente lo scontro di interessi e di potere, cioè la radice della guerra e in particolare la volontà delle elites occidentali di mantenere il controllo su territori e risorse senza i quali il loro potere entrerebbe in crisi. La guerra di civiltà, nella quale si è sempre dalla parte giusta fino a che non arriva la sconfitta, non è che una finzione oltre che una buona scusa per eliminare da noi buona parte degli “stili di vita” per i quali si dice che la guerra è giusta.  E non solo giusta, ma l’unica cosa per cui vale la pena, come ha detto il primo ministro francese Valls, di sforare il patto di stabilità per produrre nuove armi: non per le pensioni, per i salari, per il welfare, per far vivere dignitosamente le persone, ma per andare a bombardare e a uccidere.

Si esiste in effetti la guerra di civiltà, però non è affatto dell’Islam, ma di chi con questi pretesti vuole derubarci della dignità, delle conquiste di un secolo e mezzo oltre che del futuro. Sfruttando i poveri cristi travolti dalla tragedia che essi hanno creato. Molti dei quali sarebbero ancora vivi se avessero sbarrato il passo per tempo a questi banditi.

 


Isis e terrorismo

June 18, 2014A forza di dire bugie il potere occidentale ha finito per credere alle sue stesse narrazioni e dunque si trova nell’incapacità di comprendere ciò che accade. Straordinario è l’esempio dell’Ucraina dove è stato creato un colpo di stato nella convinzione che la Russia non avrebbe reagito: lo choc nel vedere che le cose non andavano come previsto e suggerito dagli analisti è stato tale da scatenare negli Usa e parzialmente anche in Europa una ridda di rabbiose e patetiche accuse a Putin colpevole di non aver reagito come ci si aspettava e di non aver accettato la democrazia uncinata messa in piedi a Kiev.

Ma le cose vanno anche peggio quando si pretende di interpretare fenomeni complessi attraverso la categoria del terrorismo che è stata un’invenzione tutta occidentale al tempo della guerra fredda e in seguito un utilissimo spauracchio grazie al quale ridurre la libertà nel proprio campo, secondo le tendenze oligarchiche divenute ormai senza freno. Ma quello che sta avvenendo in Medio oriente tutto è tranne che terrorismo, anche ammesso che qualcuno ne riesca mai a dare una definizione plausibile e non contraddittoria. Per analizzare ciò che sta accadendo è molto meglio riferirsi agli annuari della De Agostini e alle sinossi storiche che alla opinionistica di basso e infimo livello che ci viene fornita. Scopriremmo così che il mondo islamico conta un quinto abbondante della popolazione mondale, possiede la maggior parte delle risorse petrolifere e costituisce ufficialmente il 10% della finanza mondiale (ufficiosamente parecchio di più), ma non pesa nulla sulla ribalta internazionale: non ha alcun seggio nel consiglio di sicurezza, non è nel G8, ha una parte ridicolmente marginale nel G20, non  ha alcuna poltrona nelle istituzioni finanziarie che poi determinano il destino di interi Paesi ed è tuttavia coinvolto in quasi tutti i conflitti armati sparsi per il pianeta .

La parte araba del mondo islamico, divisa in 13 stati, tra repubbliche di stampo militare che hanno fallito ogni opera di modernizzazione e monarchie classiche socialmente immobili e con dinastie fedelissime agli Usa, aveva sognato fino più o meno agli anni ’80 di trovare una sorta di aggregazione attorno agli stati più grandi come l’Egitto o l’Iraq per tentare di contare qualcosa, ma le numerose sconfitte militari, la vischiosità di società rimaste arcaiche anche a causa del colonialismo, la resistenza o l’ostilità di monarchie filo occidentali per necessità di sopravvivenza, ha reso del tutto impraticabile questo obiettivo che si è rivelato di volta in volta fallimentare, lasciando il posto ad ulteriori frammentazioni dovute alle avvenute occidentali e alle loro tempeste nel deserto. Questo è fonte di un’ infinita frustrazione del mondo arabo, resa ancora più acuta dalla consapevolezza che l’età d’oro del petrolio comincia a declinare e nascono perciò movimenti e tentativi transnazionali di cui sono espressione sia i Fratelli mussulmani, sia l’Isis. Assistiamo al tentativo di dare una centralità araba al mondo mussulmano che comprende anche Paesi come la Turchia, l’Iran, il Pakistan, l’Indonesia, potenzialmente più forti, di giungere a un coordinamento tra stati, spesso disegnati secondo gli interessi dell’occidente coloniale, di dare un peso collettivo a una parte attraversata nell’ultimo secolo da gigantesche speculazioni e rapine.

Il cosiddetto terrorismo è una parte marginale in tutto questo, frutto di isolamento ed esaltazione personali, di operazioni dei servizi segreti, di finanziamenti occulti quando non di operazioni mediatiche tendenti a confondere più che a capire, ed è per quanto paradossale possa sembrare, la parte più “occidentale” del fenomeno, una sorta di superficie agitata sotto la quale non si sa e non si vuole andare a vedere. Così si rimane intrappolati nelle stesse narrazioni ufficiali, ormai utilizzate ad uso interno per fini politici in maniera così sfacciata da suscitare molti dubbi sulle dinamiche e le circostanze degli eventi. Per questo non si è in grado di mettere a punto alcuna strategia efficace. Prova ne sia che Al Quaeda, creata dagli americani al tempo dell’ Urss in Afganistan e successivamente sfuggita di mano è ancora viva e vegeta, anzi si è rafforzata enormemente nonostante 14 anni di guerra, l’uccisione di Bin Laden e di gran parte del gruppo dirigente: forse l’organizzazione non è quella che viene presentata sui media occidentali o quanto meno non solo quella. Forse le azioni terroristiche vere e attribuite non sono che un aspetto secondario e marginale, così come le decapitazioni vere o attribuite all’Isis, non sono che un povero ritaglio di realtà.

Sarebbe come se un individuo adulto, di normale intelligenza e onestà credesse davvero che le crociate siano state organizzate per liberare il santo sepolcro (per la cronaca non dagli arabi, ma dai turchi) provocando la tortura e lo sterminio di decine di migliaia di ebrei e di ortodossi oltre che il saccheggio delle terre che si volevano difendere e assicurare alla cristianità. In realtà, come sappiamo, furono “suggerite” dall’affermazione della primogenitura nel mondo feudale e la conseguente necessità di evitare mutazioni profonde nell’ordinamento sociale e religioso dovuto al sempre maggior numero di “cadetti” diseredati, ma  esperti nelle armi, in cerca di un posto al sole. Il santo sepolcro fu solo il pretesto adeguato nella cultura di allora per deviare queste forze verso mete lontane e favorire il trasferimento di ricchezza dall’oriente ex bizantino in Europa. Quando il “Califfato” accusa il neo miles gloriosus Gentiloni di essere un crociato non solo gli fa l’enorme regalo di consideralo realmente esistente, ma dimostra una maggiore consapevolezza storica rispetto alla mediocrità del contesto politico italiano. Almeno possiamo stare sicuri che qui tagliare le teste sarebbe superfluo vista la tempra dei guerrieri da riporto che ci ritroviamo e che rischiano di causare danni enormi al Paese.

L’esempio delle crociate non vuole essere uno scontato  contraltare giustificatorio alle violenze che oggi vediamo, ma solo un richiamo a comprendere che “le forze della storia sono sempre molte, complesse e contingenti, più di quanto le bugie non le facciano sembrare” come ha scritto l’altro giorno Adam Gopnik sul New Yorker. Fermarsi all’orrore è solo stare al gioco. Ed è anche la strada maestra della sconfitta.


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