Annunci

Archivi tag: crescita

Le metanfetamine della crescita

pasticche-varieSe dico che la crisi continua sempre più buia e opaca faccio del terrorismo piscologico e pre elettorale? Oppure elargisco una fake news, magari in accordo con Putin, secondo  quanto dicono i diversamente abili dell’informazione, perché non voglio proprio rendermi conto che ormai siamo fuori dalla tempesta, che il futuro ci sorride e che addirittura in Usa è previsto un più 4% del pil quest’anno? Convengo che per gli illusi renitenti e per i devoti che si bevono ogni fesseria purché venga dall’Autorità che è un po’ come dire da Dio, un ottimismo bugiardo possa essere molto meglio di una realtà deludente e inquietante, visto che la sindrome di Pollyanna è parte integrante della pratica politica neoliberista. Certo bisogna mettersi una benda sugli occhi per meglio sognare: infatti mentre la numerologia economica di larga diffusione è stata aggiustata proprio per dare risultati artefatti come ad esempio il numero degli occupati o il Pil, altri numeri sono hanno resistito meglio perché più semplici e meno manipolabili. Per esempio nella tabella a fianco,20180114_econ4 pubblicata nei primi giorni di gennaio, emerge con chiarezza che il numero dei veri posti di lavoro, ovvero quelli a tempo pieno, creati nel tempo sono andati costantemente diminuendo per arrivare ad appena  5 milioni nel decennio 2007 – 2017.  Tenendo conto che dal ’67, primo anno di questo confronto, la popolazione è aumentata  di 120 milioni di persone ci si può rendere conto che è difficile presupporre aumenti reali di pil, visto tra l’altro che questa area è quella che detiene quasi il 70 per cento dei consumi e che per giunta soffre di salari in diminuzione o nel migliore dei casi fermi da anni. In un Paese nel quale il 70% dell’economia è costituita dai servizi, molti dei quali immateriali, che da qualche anno ha anche smesso di crescere demograficamente, anzi sta mettendo in luce un drastico quanto inatteso calo della popolazione fra i 15 e i 64 anni, che la media dei salari è calata del 30 per cento in termini reali, non si capisce davvero da dove possano uscire i dati positivi anche in presenza di un drogaggio spaventoso in termini di debito pubblico e privato, a parte ovviamente l’aumento degli ordinativi militari per sostenere i conflitti conclamati o potenziali in Libia, Siria, Yemen, Afganistan, Corea del Nord, la confrontazione con Russia e Cina e infine le costosissime operazioni  sottotraccia in Venezuela, Ucraina, Iran, Pakistan, Birmania.

Ma non è solo questo. A causa o grazie (le due cose in questo caso vanno insieme) alla presidenza di Trump, nel Paese che si considera indispensabile e in quanto tale eccezionalmente esentato da responsabilità etiche e storiche qualunque abominio compia, la dissociazione tra le fazioni delle elites dominanti è diventata non solo visibile e concreta, ma ha assunto quasi il carattere di triumvirato caotico e non dichiarato, rendendo così Washington del tutto inaffidabile, priva di bussola in materia di politica estera dove si limita a tirare botte da orbi in giro, quasi che fosse stata contagiata dal caos che ha creato nell’ultimo ventennio. La vicenda  di Gerusalemme o le minacce di genocidio lanciate da Trump all’Onu sono l’apice di questa bagarre insensata che tra le altre cose ha cominciato seriamente a mettere a rischio la posizione centrale del dollaro, vitale per l’economia americana.

Inutile dire che ciò che manca agli Usa è proprio l’Europa le cui elites, ansiose di distruggere le dinamiche sociali e i diritti del lavoro all’interno dell’Unione, si sono completamente subordinate ai disegni geopolitici americani a cominciare dalla Jugoslavia e ora non sono più in grado di fermare la mazza da baseball impazzita che rotea oltre atlantico, pur sapendo che l’ostilità con la Russia è un colpo economico durissimo, soprattutto in prospettiva strategica e che un conflitto aperto, sempre possibile in una situazione di disfacimento come quella che viviamo. significherebbe in ogni caso la distruzione totale del vecchio continente.

In questa cornice le previsioni di crescita non solo appaiono fasulle (del resto è normale in Usa che i dati vengano corretti al ribasso dopo qualche mese o qualche anno, quando sono divenuti innocui), ma per qualche verso anche patetiche:  sono metanfetamine iniettate in vene che si vanno ostruendo. Non sono numeri, sono dosi.

Annunci

Cin cin Cina

Bubble-MaoL’occidente è ormai capace di tutto, tranne che di essere se stesso. Mentre l’estremo occidente americano minaccia olocausti atomici, istiga guerra e terrorismi, fa tutto e il contrario di tutto in un progetto caotico con l’unico scopo di conservare l’egemonia planetaria, la culla europea conquistata dalla sua parte più rozza e barbara non si comporta diversamente, sta ritornando razzista, appoggia i più aperti nazismi mentre affabula di democrazia globale, partecipa a guerre ingiuste per poi piangere le vittime del terrorismo e dare alle oligarchie la forza della paura, bacchetta ufficialmente autonomismi o separatismi, mentre strizza loro l’occhio quando pensa di non essere veduta, favorendo crisi bancarie e dunque il sommovimenti dei sottosistemi economici come è accaduto in Veneto tanto per fare un esempio. Insomma fa tutto e il contrario di tutto se questo serve ad affossare partecipazione e cittadinanza e ad affermare il primato delle elites finanziarie ed economiche

E’ appena uno schizzo sommario di ciò che stiamo vivendo, qualche tratto a matita, ma ciò che risulta sorprendente è che in tutto questo il cittadino medio progressivamente privato di diritti e di futuro, impoverito e sempre più precario conserva in maniera sorprendente un senso di superiorità sul resto del mondo che sembra conservato sottovuoto dai tempi dell’era coloniale. Per cui non solo è cieco ai grandi cambiamenti che si vanno attuando, ma in qualche modo non pensa di poter imparare niente da nessuno. Ora  non credo che qualcuno voglia rinunciare alla propria storia, ma non può nemmeno chiudere gli occhi e sbarrare la porta come purtroppo accade nel mainstream del discorso pubblico, Credo quindi non sia inutile citare le ultime statistiche uscite sulla Cina (di fonte occidentale) riguardo al periodo 2013 – 2016 ovvero quello che rappresenterebbe per molta pubblicistica l’era del raffreddamento della più grande economia mondiale: la crescita è stata del 7, 2% annuo, (+ 32% rispetto al 2012) rispetto a una crescita globale del 2,5% e del 4% dei paesi in via di sviluppo. Si tratta ormai del 15% dell’economia mondiale in senso nominale, ma in senso reale molto di più tanto che negli anni presi in esame il contributo medio cinese alla crescita globale  è stata del 30%.

Ma questa è solo la cornice, altri dati sono più immediatamente eloquenti: il Pil per abitante è arrivato a 8000 dollari l’anno, con una crescita del 29% rispetto al 2012, ma anche con un’inflazione complessiva nel periodo del 6,6% ovvero 1, 65 % all’anno. La quota parte dei servizi sul complesso dell’economia nazionale è passata dal 45% al 51%, i consumi interni sono passati dal 47% del 2013 al 64,6 dell’anno scorso. Gli investimenti pubblici per la ricerca sono aumentati in quattro anni del 50,5%, mentre la produzione cerealicola complessiva ha attinto i 621 milioni di tonnellate, un quarto della produzione mondiale e surclassando Usa e Canada messi insieme. In quattro anni le linee ferroviarie sono passate da 98 mila a 124 mila chilometri di cui 22 mila ad alta velocità, mentre gli investimenti stranieri sono aumentati del 3% l’anno e i poveri assoluti sono passati da 98 milioni a 45.

Ho voluto mettere molti più numeri del necessario per rendere più incisivo l’impatto con le due prossime e – lo prometto – ultime cifre. A fronte di questa crescita che ci appare gigantesca, dal 2012 al 2016 i consumi di energia e di acqua per unità di pil sono diminuiti rispettivamente del 17,9% e del 25,4%, il che rappresenta un progresso per noi inimmaginabile in fatto di tecnologie industriali e agricole: d’accordo che la Cina partiva da posizioni più arretrate rispetto all’occidente, e simili a quelle dei nostri anni ’60 ma un progresso simile in quattro anni è totalmente al di fuori delle possibilità delle economie di mercato che infatti arrancano anche solo per trovare accordi al minimo che poi non vengono onorati o vengono rigettati. Si dirà che anche la Cina è ormai un’economia di mercato e invece non è affatto vero, non nel senso almeno in cui il mercato e i suoi interessi che poi coincidono con quelli dello 1% pervadono ogni decisione e pretende di essere l’unica possibile: il Paese ha comunque una forte programmazione economica centralizzata e regionale che rende possibile questo tipo di sviluppo senza che le tensioni sociali esplodano. Del resto la stessa Ue dice ufficialmente che non si tratta di un’economia di mercato quando si tratta di porre argine alle importazioni, ma gli oligarchi e i loro scribacchini lo affermano invece quando si tratta di non concedere a un Paese ufficialmente comunista il primato di una crescita che non ha eguali nella storia.

Non voglio soffermarmi su questo, ma mi chiedo se non il sia il caso di cominciare ad imparare qualcosa, qualcosa di concreto come, per esempio, l’importanza dello Stato nell’economia, la capacità di orientamento, investimento programmazione e redistribuzione che sono l’esatto contrario di ciò che chiede il mercato come unico decisore e contro cui tuonano i notisti occidentali così a piè di nota da finire col pensare pensare con i piedi. Non è certo colpa della Cina se chiudono i negozi (magari è anche colpa di Amazon) e se le industrie fanno fatica o delocalizzano, è colpa di chi, in vista dei propri interessi e dei propri profitti ci ha convinto che bisogna impoverire tutti per essere “competitivi” (una sciocchezza veramente grossolana e facilmente falsificabile), di chi scippa i diritti e isterilisce le battaglie sociali per amore delle disuaguaglianze, di chi ancora fa fatica a capire dove vada a parare questa logica. Forse ci conviene cambiare l’ atteggiamento di chi vive nel migliore dei mondi possibili come un Candide non candido  e imparare qualcosa prima che sia troppo tardi.


Cina, Vietnam, Laos ma quanto je rode

cinese-640x342L’altro giorno si è aperto il 19 congresso del partito comunista cinese con la tradizionale esecuzione dell’Internazionale , suonata dalla banda dell’esercito popolare. Quello stesso dato più volte per morto dall’occidente, paradossalmente accusato sia di non essere più comunista e di aver completamente accettato il capitalismo, sia di essere un regime liberticida di stampo comunista. Ma poco importa una qualsiasi coerenza, ridotta nel mondo occidentale a meno di un gadget, visto che si tratta a seconda del contesto  da una parte di giustificare un’ascesa economica gigantesca che in trent’anni ha fatto del celeste impero la maggiore potenza manifatturiera del pianeta, cosa impossibile per un regime comunista secondo le vulgate liberiste che hanno dominato durante la guerra fredda e poi passate come prova del nove nella narrazione neo liberista,  dall’altro di ostracizzare Pechino appunto per il suo comunismo.

Sta di fatto che, qualunque opinione si ne possa avere su questo, la Cina è un Paese leninista dove il governo centrale ha di volta in volta dettato le regole e governato l’economia anche nei suoi tratti per così dire privatistici ed è anche il Paese che ha avuto, ma di gran lunga di gran lunga, la maggiore crescita nominale e ancor più reale durante gli ultimi trent’anni,  ovvero da quando il comunismo è stato dichiarato morto e  sepolto. Ma non è l’unico esempio c’è anche quello del vicino Vietnam, anch’esso retto da un governo leninista che nonostante sia stato praticamente raso al suolo dalle bombe americane è quello che oggi si prepara a vedere il maggior incremento del Pil in Asia e a essere l’erede  della stagione di crescita miracolosa delle tigri asiatiche, ovvero delle piccole repubbliche a trazione Usa, come Taiwan, Corea del Sud, Singapore.

Ma la stessa cosa vale più o meno per il Laos, Paese assai meno conosciuto, anch’esso una Repubblica popolare in forte crescita, di circa il / per cento all’anno sebbene abbia subito distruzioni enormi durante la guerra indocinese con 580 mila raid aerei Usa e oltre due milioni di tonnellate di bombe lanciate sul suo territorio, il 30 per cento delle quali inesplose, lo dico ai mitomaniaci delle “buone cose” americane, ma soprattutto per segnalare le immense difficoltà dell’agricoltura alle prese con milioni di ordigni sparsi nei campi. Per giunta lungo circa vent’anni ha dovuto subire una continua pressione dei guerriglieri di etnia Hmong a suo tempo ( ormai sono disponibili sono i documenti ufficiali) addestrati e armati dalla Cia in totale violazione degli accordi di Ginevra del 1954, i quali anche molto dopo la guerra continuarono sotto il comando di consiglieri Usa a opporsi al governo centrale.

Secondo la confusa e occasionale narrazione occidentale queste crescite straordinarie sarebbero dovuto all’apertura al mercato che rappresenta il bene supremo, mentre il comunismo o comunque le forme che ad esso si ispirano, sarebbero il male assoluto. Solo i bambini e gli idioti possono credere in questo manichesmo intellettualmente scadente e moralmente deteriore che ha un unico scopo: quello di cancellare la realtà e di negare che i forti elementi di pianificazione economica hanno fatto la differenza tra una crescita formidabile, ma in qualche modo regolata e guidata e invece un’ economia di rapina e da guerre dell’oppio, determinata dalle multinazionali e dallo sfruttamento intensivo, come avviene in tante altre parti del mondo. Tutto va bene da da Port Artur al Mekong, dal Gobi alla baia del Tonkino? No di certo, ma non si può non prendere atto dell’efficacia che ha avuto questo assetto diciamo leninista in realtà instabili, complesse, , spesso poverissime in partenza, frammentate, in rapida trasformazione e per quanto riguarda la Cina di scala gigantesca nella quale un piccola regione ha gli stessi abitanti di una grande nazione europea. Le elites lo sanno e sanno che prima o poi saranno costrette al confronto. Per ora nel segreto delle loro torri rosicano.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: