Sebbene il Likud e gli altri partiti della coalizione di Netanyahu abbiano di fatto vinto di misura  le elezioni contro l’opposizione del generale Eisenkot, il primo ministro stragista continua ad asserire che le elezioni siano state manipolate. Lo fa perché vuole impedire che la formazione avversaria formi una coalizione con i partiti arabi che hanno avuto un inaspettato successo conquistando 19 seggi su 120. Questa possibilità che del resto è l’unica possibile per formare un governo di maggioranza,  sarebbe la fine di Netanyahu e al contempo aprirebbe per Israele la possibilità per Israele di sopravvivere nel nuovo paradigma globale che si va creando. Invece Bibi punta tutto sui presunti brogli, allontanando qualsiasi possibilità, sia pure remota, di una coalizione Eisenkot – arabi: in questo modo le vie d’uscita sono solo due: o una coalizione Netanyahu – Eisenkot , oppure un ritorno alle urne. In entrambi i casi Netanyahu rimarrebbe al suo posto di comando, per almeno sei mesi nella peggiore delle ipotesi, per altri quattro anni nella migliore. Ovviamente per lui.

A quanto pare, almeno stando ai messaggi che arrivano da Washington, una grande coalizione sarebbe la soluzione preferita da Trump, perché permetterebbe di formare un governo senza i ministri estremisti come Itamar Ben-Gvir , il quale peraltro ha già annusato l’aria che tira e ha cominciato a far circolare la voce che Netanyahu lo voglia escludere piegandosi alle indicazioni di Washington. Qui però sorge un bel problema perché senza i partiti collegati a Ben Gvir, la coalizione del primo ministro uscente  si troverebbe in gravi difficoltà perché solo 40 seggi appartengono a partiti apertamente sionisti, ovvero il Likud e  e i partiti di estrema destra Sionismo Religioso e Otzma Yehudit. La bellezza di 32 seggi sono appannaggio delle forze arabe e dagli ultraortodossi che hanno sentimenti ambivalenti riguardo all’idea di uno Stato ebraico. Tra questi, il Giudaismo Unito della Torah, il cui leader spirituale ha espresso rammarico per il fatto che la Palestina non sia passata sotto il controllo arabo nel 1948. Insomma Netanyahu si troverebbe a che fare con un parlamento dove solo 88 seggi sui 120 della Knesset fanno riferimento al sionismo nella sua versione, diciamo così, estrema, e la maggior parte di essi appartiene agli oppositori di Netanyahu. Anche se il blocco del primo ministro  includesse il partito sefardita ultraortodosso Shas, che si dichiara moderato sulla questione del servizio militare nell’ esercito israeliano, il totale sarebbe comunque di soli 46 seggi, leggermente inferiore a quello del fronte anti-Netanyahu. Dunque anche in una grande coalizione Eisenkot potrebbe legittimamente ambire alla carica di primo ministro che invece serve a Netanyahu per sfuggire ai problemi giudiziari che gli pendono sul colle come una spada di Damocle.

Dunque la situazione è ancora più complessa di quella che appare e, se ci si mette nei panni di Netanyahu, la sua vera via d’uscita, è un nuovo attacco all’Iran. Già nelle settimane precedenti il voto ha provato a dare fuoco alle polveri, simulando attacchi all’Iran nella speranza che l’Teheran rispondesse con degli attacchi che gli avrebbero fatto gioco nelle urne. E adesso, a maggior ragione, tenterà di tutto per raggiungere questo scopo. Così le elezioni grazie alle quali si sperava di poter mettere la parola fine al regno di Netanyahu e ai suoi orrori si sono tradotte in una maggiore probabilità di una rinnovata guerra, nella quale molte altre postazioni petrolifere saranno presumibilmente colpite dalla reazione iraniana aggravando – e di molto – il deficit petrolifero in atto.

Per questo Trump e il suo pupillo Hegseth, che sono a corto di missili, hanno avuto la geniale idea di rispolverare i progetti di invasione di un’isola nelle stretto di Hormuz, potrebbe essere quella di Kharg, il principale terminale petrolifero iraniano per l’esportazione, o Qeshm, la grande isola che si trova al di là dello Stretto di Hormuz. Come si potrebbe attuare un simile piano sotto la pioggia di droni e missili iraniani è uno di quegli elementi che denunciano la disperazione della Casa Bianca. Dopo aver licenziato in tronco un generale che si opponeva a tale piano pazzesco, hanno mandato i texas ranger nel golfo, quelli che hanno preso gli aeroporti di Grenada e di Rio Hato a Panama, ma senza che vi fosse una reale possibilità di essere colpiti dagli avversari. Sono state insomma delle esercitazioni o poco più. Ma Trump e il suo entourage si gingillano con questa prospettiva: conquistare un isola sarebbe qualcosa di tangibile che permetterebbe all’amministrazione di cantare vittoria, anche se le truppe aviotrasportate (impossibile far passare delle navi che verrebbero certamente colpite) sarebbero confinate lì, senza la minima possibilità di attaccare il continente. Sarebbe un po’come la tattica mediatica ucraina di sacrificare interi reparti per far sventolare la bandiera su un mucchio di macerie, fare la foto, e poi andarsene via in tutta fretta. Ma le probabilità che tutto si tramuti in un disastro sono altissime ed ecco perché questo tentativo non verrà messo in atto se non dopo le elezioni di metà mandato che si svolgeranno la prossima settimana.