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Il fattore disumano

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ospedale Santa Maria di Nola: sui social network rimbalza la foto di alcuni pazienti assistiti sul pavimento. La Lorenzin manda i carabinieri, De Luca avvia un’indagine interna per indagare sulle inadempienze del personale del pronto soccorso.  E loro: “Ci mancano le barelle, abbiamo preferito curare le persone a terra piuttosto che non dare assistenza”.

Poi la sospensione in attesa dell’esito delle indagini.  Indagini superflue: la maggioranza governativa, il partito unico, i media fiancheggiatori la spiegazione ce l’hanno. È effetto dell’irresponsabile fronte del No che non ha voluto cancellare l’empio disegno di decentramento che ha attribuito alle regioni – compresa quella governata da uno dei suoi esponenti più carismatici, idolatrato dalla stampa cocchiera per le sue esibizioni cabarettistiche, oggetto di bonaria satira e di generose quanto indulgenti interpretazioni delle sue esternazioni – competenze e poteri assoluti in materia di salute pubblica.

Il fumantino governatore da parte sua ha chiesto di avviare subito le procedure di licenziamento dei responsabili del Pronto soccorso e del presidio ospedaliero: per non sbagliare è sempre preferibile attribuire preliminarmente le responsabilità al fattore umano, come quando si scontrano due treni di pendolari su un binario unico, casca un aereo non sottoposto alla doverosa manutenzione, crolla una scuola appena restaurata secondo criteri antisismici, e così via. Gli unici fattori umani innocenti ben oltre le prove contrarie, sono quelli di manager bancari che concedono trattamenti di favore a “risparmiatori” eccellenti, decisori inadeguati a scelte che non siano quelle suggerite da dinastie delle rendite, giocatori d’azzardo finanziari, cordate del cemento, cupole proprietarie, parlamentari che accettano di buon grado un totale assoggettamento ai diktat di esecutivi a loro volta piegati a comandi esterni, sindacati che hanno scelto la via della concordia artificiale officiata sulla “stessa barca”. E mettiamoci pure cittadini che si lasciano imporre figure modeste e discutibili, curricula vergognosi in odor di amicizie controverse e opache, sacco del loro territorio, trasporti inefficienti e alte velocità inutili, dissesto idrogeologico e grandi opere dannose, reiterazione di menzogne e finzioni per  coprire incapacità e traffici, per via del timore di un ignoto, tanto spaventoso per via della novità da fargli preferite il conosciuto indecente, scandaloso, criminale.

Chiunque abbia avuto l’avventura di andare in un pronto soccorso greco o italiano, senza il commento di opinionisti e porta acqua governativi la spiegazione ce l’ha, essendosi dovuto affidare nel migliore dei casi a encomiabile volontarismo, avendo subito attese umilianti e fare ricorso a raccomandazione e perfino a mancette, essendosi rifornito personalmente di bende, farmaci e generi di prima necessità. E d’altro canto è lo stesso trattamento riservato a alunni e genitori della scuola pubblica, chiamati a contribuire con sostegni economici che incrementano disuguaglianze perfino tra i più piccoli, in mensa e perfino nei bagni, dove solo i più abbienti possono godere dei veli e veli di morbidezza. L’effetto è lo stesso: se non ci sta bene siamo invitati a rivolgerci al privato. Che poi privato non è, se pensiamo agli accordi nemmeno tanto sottobanco sottoscritti con i signori delle cliniche, ai fondi elargiti a istituti di istruzione ecclesiastici o a università e accademie che erogano diplomi a pagamento come fossero juke box.

Il fattore umano dei cittadini non è innocente se permette che si mortifichi un malato in nome dell’austerità, che si abbandoni una città in ossequio al pareggio di bilancio, che nemmeno l’acqua sia un bene comune malgrado un plebiscito popolare, soggetta a regole di profitto e discriminazioni, che tutti siano disuguali perfino di fronte alle leggi, ormai promulgate in favore di pochi e contro i molti per consolidare posizioni, rendite, privilegi e per coprire crimini e vergogne.

 

 

 

 

 


Aborto, obiettori in ospedale, cucchiai d’oro in clinica

Licia Satirico per il Simplicissimus

Si torna con prepotenza a parlare di aborto e se ne parla male: da un lato per la proliferazione molesta dei movimenti pro-life, delle marce per la vita, delle moderne scomuniche di un terzo millennio intensamente cleropositivo, dall’altro per un boicottaggio serpeggiante che ritaglia in apparenza i confini del lecito. L’ultimo caso riguarda la regione Marche, dove si registra uno strano record di medici tormentati da problemi etici: nell’ospedale di Jesi tutti i ginecologi della struttura si sono dichiarati obiettori di coscienza, rendendo impossibili gli interventi d’interruzione volontaria della gravidanza. In precedenza la stessa situazione si era verificata a Fano, costringendo l’assessore regionale alla sanità ad assicurare l’intervento di un non-obiettore “esterno” che supponiamo molto, molto occupato.

Immaginiamo senza troppo sforzo perverse liste d’attesa in strutture pubbliche sempre meno accoglienti. I dati più recenti del ministero della Salute segnalano, non a caso, che nelle Marche il 24,7 per cento degli aborti è avvenuto fuori provincia e il 9,9 per cento fuori Regione: quasi il doppio della media nazionale, in una regione dove obiettano il 62 per cento dei medici, il 50 per cento degli anestesisti e il 43 per cento del personale paramedico. Si tratta di una violazione clamorosa della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, che prevede limiti precisi alle obiezioni di coscienza del personale sanitario e l’obbligo delle Regioni di garantire il regolare svolgimento degli interventi. Persino il Comitato nazionale di bioetica, in un blando parere sull’argomento, ha affermato che l’obiezione di coscienza non può impedire l’applicazione della 194. Le Marche sono solo una delle regioni italiane in cui la legge sull’aborto viene sabotata quotidianamente da una percentuale anomala di obiettori: un dramma silente per migliaia di giovani donne, che lo scorrere del tempo rende ancora più straziante.

Mentre la Regione Marche annaspa nelle obiezioni, il ministro Balduzzi non ha nulla da obiettare: semplicemente tace, rivolgendo la sua attenzione alla spending review dei posti letto e ai nuovi mega-ambulatori dei medici di famiglia. La sensazione sgradevole è che, in questa materia, gli scrupoli etici siano superabili con il consueto doppio binario italico. Su Io Donna di oggi Marina Terragni, a proposito dei dati bulgari sulle obiezioni di coscienza in materia di aborto, suggerisce di congegnare «un meccanismo che, fatta salva la possibilità di abortire in ospedale, consenta alla donna di scegliere anche la strada “privata” (con tutte le garanzie a tutela della sua salute)»: è la consacrazione definitiva dell’ipocrisia, dell’etica bilaterale per cui solo chi può ha il diritto di volere. È il profitto sul dolore che porta a soluzioni diversamente prezzolate: il vecchio aborto oscuro per chi non ha i mezzi e il confortevole aborto privato, in strutture prive di sensi di colpa, per chi può permetterselo.

Nulla di nuovo sotto il sole, del resto. La draconiana legge 40 sulla fecondazione assistita ha generato un autentico turismo procreativo delle coppie abbienti, pronte a recarsi all’estero alla ricerca di statuti della fecondità meno rigorosi. Il misconoscimento della validità del testamento biologico non impedisce di andare oltreconfine per porre fine ai propri giorni in efficienti cliniche svizzere senza complicazioni legali. L’incostituzionalità supposta e inesistente dei matrimoni gay non impedisce il riconoscimento parziale dei legami contratti in altri Paesi.
Nel nostro Paese l’equità assume il volto asimmetrico di una maschera picassiana, che deforma anche i momenti apicali della nostra esistenza. Non siamo uguali né nella nascita né nella morte, divisi dalla doppia morale che ora travolge anche la legge sull’aborto. Se non è il censo, è lo status a separare i reietti dagli eletti: i sommersi dai salvati, come scrive oggi Anna Lombroso sul Simplicissimus.
Non possiamo assistere impotenti all’estinzione dei nostri diritti, alla manipolazione arbitraria delle leggi, all’interpretazione biunivoca di una Costituzione che negherebbe istanze elementari metabolizzando con agilità felina i pareggi di bilancio. Le nostre ideali tensioni laiche si scontrano con le reali dimensioni laide dell’inefficienza, dei tagli, dell’emarginazione progressiva, dolosa e colposa, della solidarietà sociale. Ribelliamoci alla morte della coscienza: parola bellissima di cui sono ci sono rimaste solo le obiezioni.


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