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I nuovi mostri e le loro mostre

La Regata avvince turisti e gondoliere

La Regata avvince turisti e gondoliere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche il mio pc sbadiglia per la noia di scrivere sempre le stesse cose a proposito degli stessi fatti e misfatti, dei quali aumenta solo la miserabile prevedibilità, la tracotante pochezza, la becera rozzezza negli intenti e nei modi.

Così mi astengo dal commentare ancora – la piccola infame trastola con la quale si è voluto infliggere,  con una sconsiderata precettazione, l’ennesimo colpo alle garanzie costituzionali e alle prerogative sindacali-  https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/09/19/hic-sunt-frescones/.

Un delitto di lesa maestà dei cittadini, commesso in nome di una improvvisata ed estemporanea attenzione dedicata ad un tempo alla nostra credibilità agli occhi del mondo, che verrebbe compromessa dalla chiusura temporanea e annunciata di un monumento, uno dei più “frequentati” dall’immaginario collettivo, ma non certo il più significativo (consiglio tra l’altro una sua copia molto suggestiva in mezzo al deserto tunisino), ed alla rivelata strategicità, al ruolo essenziale attribuiti al nostro patrimonio artistico e culturale, che secondo le attese e la volontà del governo deve essere a disposizione h 24 di turisti in mutande e maglietta, frotte di scolari, comitive eterogenee e già così stremate da dover essere scaricate da pullman multipiano – cristianamente autorizzati a azzardati parcheggi, a ridosso di palazzi, chiese, musei – e tutti parimenti interessati ai loro  selfie.

Non ritorno nemmeno sulle varie cause che danno origine alla nostra perdita di credibilità, semmai ne abbiamo avuto: Pompei che se potesse reclamerebbe la conservazione d’un tempo tramite cenere e lapilli, la Reggia di Caserta il cui parco era chiuso ai visitatori per permettere autorevoli jogging, tetti di palazzi storici adibiti a serra e orticelli, biblioteche smembrate e rapinate per appagare collezionisti dalle amicizie pericolose, progetti faraonici di “valorizzazione”, quando non si destinano investimenti modesti per la manutenzione,  e poi sale, ponti  e chiese off limits per ospitare le sfilate di intimo, convention e cene sociali, siti archeologici recintati durante pomposi simposi matrimoniali, trasvolate di guglie del Duomo per celebrare influenti norcini, l’inazione nel reperimento di fondi e risorse per tutela a conservazione, quando basterebbe un po’ di zelo nel recupero dell’evasione, nell’aumento dei biglietti d’ingresso e nella destinazione “utile” del gioco d’azzardo, ipotesi fatte mille volte e mille volte accantonate nel museo dell’utopia, uno dei meno frequentati anche se l’ingresso è gratuito.

Non voglio soffermarmi ancora una volta sulla funzione messianica più che demiurgica e così spesso implorata dei privati:  sponsor, mecenati, compratori cui ministri e sindaci con il book nella valigetta da piazzisti si rivolgono per illustri e pelose carità in forma di perenni comodati. Proprio come è   avvenuto per il Colosseo, prestato generosamente al celebre ciabattino con elargizione trentennale che ne potrà fare il suo logo sotto la suola, il suo contenitore di eventi, in qualità di patron e  gestore “illuminato” in materia di restauri, attività,merchandising. E  che malgrado ciò è stata recentemente beneficato di 18,5 milioni pubblici stanziati dal Mibac e finalizzati   a “un intervento di tutela e valorizzazione volto al ripristino dell’Arena del Colosseo al fine di consentirne un uso sostenibile per manifestazioni di altissimo livello culturale, permettendo nel contempo ad una “domanda” mondiale di fruire di una nuova esperienza di visita di straordinario valore”, niente a che fare quindi con le remunerazioni dei suoi addetti, molto invece con son e lumière, rappresentazioni circensi, mascherate, come si vergognerebbero di fare perfino al Caesar Palace di Las Vegas.

Invece  mi domando che cosa vogliono fare dell’Italia e della sua bellezza sfiorita, delle sue città disordinate e impoverite, del suo paesaggio ferito, del suo territorio trascurato. Se ad accogliere chi arriva sono periferie degradate (pare che i due termini siano condannati ad andare insieme),  avvisaglie di bidonville e baraccopoli coi tetti di lamiere, tirate su o restituite a nuovi avventizi dopo anni nelle quali erano disabitate, accanto alle nuovi cattedrali, grattacieli le cui pareti di cristallo riflettono arcaiche disuguaglianze e inique attualità,  centri commerciali dotati di nursery e cappelle per messe domenicali, come deve essere per le piazze artificiali della contemporaneità, dove l’incontrarsi, il parlare, il ragionare insieme è sostituito dal desiderare merci, e poi casette tutte uguali che imitano sobborghi del Delaware  che imitano i borghi  di una volta.

Se grandi opere cui chi si oppone rischia condanne esemplari, forano montagne, feriscono boschi, scavano gallerie e abbattono foreste in nome di una velocità futurista e futile, come nella barzelletta di quello che si indebita per comprare la Ferrari in modo da andare in venti minuti da Milano a Pavia, peccato che a Pavia non abbia niente da fare e nessuno che l’aspetti.

Se la città più vulnerabile del mondo, la più speciale viene svuotata dagli abitanti e ridotta a suk, con in vendita merci uguali là come a Dubai e in Texas, con calli a senso unico dove frettolosamente passano stanche carovane di forzati che desiderano solo tornare sui piani alti delle loro grandi navi a guardare dall’alto il brulicare come di vermi su un corpo avviato a marcire in acque sporche e paludose grazie a poderose opere ingegneristiche.

Se i musei che dovrebbero essere per i cittadini di piccoli paesi e grandi città,gli archivi della memoria creativa dei loro luoghi e di chi è stato accolto e li ha amati, devono convertirsi in macchine per fare soldi, grazie a empori di cianfrusaglie, pacchetti offerta per file di visitatori che si pigiano davanti a opere mille volte viste in tv, spot, cartoline, guardate distrattamente mentre si pesta sui tasti dei cellulari, in virtù di grandi mostre promosse da stimati curatori, grandi manager e grandi banditori di grandi aste, raccogliticce e occasionali: da Tutankhamon a Warhol, gioia di avidi curatori, delle multinazionali degli eventi e delle edizioni ad hoc, delle assicurazioni che coprono viaggi perigliosi quanto futili e inopportuni di quadri, statue, reperti in pellegrinaggio a onorare fiaschetterie internazionali, salumerie globali, pizzicherie di regime.

Nell’eterno trailer di quel che sarà, si sono già comprati i segretari di partito, dirigenti politici, premier, si comprano isole, porti, flotte, monumenti, aeroporti. E anche la dignità, le speranze, i sogni, il coraggio, grazie alla moneta più forte dell’euro e del dollaro, la paura,  e con la paura la rinuncia, l’abdicazione,  l’abiura. È quello il mondo che vogliono. Non dite che non l’avevamo detto.

 

 

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