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Videogioco di morte in Venezuela

Federation-Day-ScreenSpesso, anzi ormai quotidianamente, parlo di informazione perché è un settore della comunicazione dove la propaganda del sistema è più facile da decrittare, ma il vero “apostolato” del neo liberismo e dei suoi poteri si serve di altri canali per mettere a dimora i suoi pregiudizi e i suoi memi,  per farli attecchire e crescere nelle menti perché le persone agiscano contro i propri interessi e si colpevolizzino quando il sistema le schiaccia  Non solo giornali e notiziari, non solo notizie false e tendenziose, non solo libri ed articoli pensosi, tutte cose che alla fine raggiungono una modesta percentuale di persone, ma soprattutto serie televisive, film, app, distrìbuzione musicale. social e persino videogiochi, insomma quell’insieme ludico – emozionale che permette di raggiungere la gran parte delle persone e iniettare loro dosi massicce di pensiero unico senza che se ne accorgano.

A volte temi e strategie vengono anticipati in qualche modo da queste forme di comunicazione e per quanto riguarda la vicenda venezuelana si rimane colpiti da come alcuni videogiochi anticipassero le mosse future. Per esempio il sabotaggio delle linee elettriche per appoggiare il tentativo di colpo di stati di Guaidò è stato prefigurato nel dettaglio in Call on Duty – Gost lanciato sul mercato nel 2013, l’anno in cui con la morte di Hugo Chavez, Washington sperava di poter spazzare via in poco tempo il bolivarismo. Il gioco è ambientato in un futuro distopico dopo la distruzione nucleare del  Medio Oriente  ( nel 2013 la guerra siriana era al suo apice e l’Isis aveva proclamato la sua unificazione con la branca siriana di Al Qaeda).  Un generale venezuelano sale al potere, stabilendo una federazione di stile socialista che si diffonde in tutta l’America Latina come una malattia, unendo tutte le nazioni produttrici di petrolio e espellendo i cittadini statunitensi.Come giocatori si fa parte di una forza d’élite statunitense che invade il Paese, uccidendo il leader socialista e distruggendo la sua federazione. Le forze speciali statunitensi aprono il loro assalto lanciando un razzo su una diga che sembra straordinariamente simile alla diga del  Guri, dove si è effettivamente svolto il tentativo di golpe elettrico e subito dopo entrano in una centrale elettrica e inseriscono un virus informatico nella rete elettrica, immergendo Caracas nell’oscurità. Quasi esattamente ciò che è effettivamente successo. La città viene ricreata con dettagli vividi, fino ai graffiti chavisti che colorano i muri, mentre la missione si conclude con l’uccisione del leader del Venezuela, che viene colpito alla schiena dai migliori tiratori d’America. 

Ma non basta: in un altro videogioco sparatutto, “Mercenaries 2: World in Flames,”un demagogo  populista di nome Ramon Solano si impadronisce del Venezuela con un colpo di stato e si impegna a riportare i profitti petroliferi del paese alla sua popolazione, guarda caso esattamente quello che ha fatto Chavez. I giocatori sono dalla parte di Mattias Nilson, un sociopatico svedese che è disposto a uccidere chiunque se il prezzo è giusto. Sotto contratto da una multinazionale petrolifera, Nilson conquista il Venezuela e  finisce per far saltare il cervello di Solano nel suo palazzo – che sembra assolutamente somigliante al complesso 4F dove Hugo Chavez lavorava quando era presidente. così milioni di ragazzini finiranno per considerare normale,anzi scontata la demonizzazione del Venezuela socialista e altrettanto normale la sua distruzione manu militari, non rifletteranno nemmeno un minuto sul significato di tutto questo mischiando gioco e realtà in tutto unico. 

Non è certo un caso dei i videogiochi violenti  vedono come protagonisti e finanziatori il Pentagono e la Cia. Nel 2003, agli albori della cosiddetta guerra al terrore, Pandemic Studios – la società di  Mercenaries 2 – fu ingaggiato come parte di un progetto da 45 milioni di dollari formata messo a punto alcuni anni prima dall’esercito per collegare l’ambiente accademico di storici e analisti con l’intrattenimento e l’ industria di videogiochi. Un decennio più tardi, Dave Anthony, stilista di Call of Duty, fu arruolato da un ex funzionario del Pentagono di nome Stephen Grundman per consigliare il progetto The Art of Future War – un’iniziativa del think tank non ufficiale della NATO a Washington, il Consiglio Atlantico. Nel progetto è stato coinvolto anche Oliver North , il fanatico militare di estrema destra condannato per i crimini commessi nella  destabilizzazione dell’America Centrale durante gli anni ’80 e che ha lavorato specificamente per mettere a punto Call of Duty. Chi voglia cominciare ad approfondire il tema può andare a questo link dove in epoca non sospetta già si parla di questo rapporto speciali fra complesso militare e industria del software ludico, ma non è certo un mistero se l’esercito americani consideri i videogiochi come parte di un addestramento preventivo che evidentemente non riguarda solo lo sparacchiare, l’apprendimento di tattiche e strategie, ma soprattutto quello ideologico, abituando i futuri cittadini dell’impero e magari anche delle disgraziate colonie europee e di altre aree del mondo alla normalità della prepotenza. Anzi del male volendo parlare con il linguaggio semplificato e infantile dei padroni.


La Cia riscrive la storia di Bankitalia

CiaIgnari, marionette e complici si sono indignati nei giorni scorsi quando il governo ha espresso la volontà di intervenire sulle nomine di Bankitalia per poi fare marcia indietro,  sgomento del suo stesso ardire e impaurito dalle maledizioni degli dei finanziari. Nessuno sembra ricordare o voglia ricordare che proprio la separazione tra Stato e Banca centrale portò all’esplosione del debito pubblico e dunque anche a creare i presupposti perché gli italiani si convincessero ad aggrapparsi all’euro presentato come un salvagente. Adesso che stiamo annegando forse cominciamo ad avere sentore dell’inganno e del fatto che una moneta unica disfunzionale sul piano economico era invece un funzionale strumento di manipolazione politica e asservimento alle tesi neo liberiste. Tutto questo ci riporta a una vicenda di molti anni, fa quando probabilmente la quasi totalità dei lettori di questo blog non era nato  o era in età da non interessarsi certo di tali questioni: all’incriminazione del governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e del suo vice  Sarcinelli  accusati nel ’79 di favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio nel corso di un’inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito. In realtà ciò che veniva contestato al governatore era qualcosa di molto nebuloso:il non aver trasmesso alla magistratura i risultati di un’ispezione al Credito Industriale sardo, banca che finanziava il gruppo chimico SIR, oggetto di indagine da parte della stessa Procura. Oggi sarebbero bagatelle visto che il “cieco” più illustre è stato proprio  Mario Draghi, ma in ogni caso non si trattava certo di  accuse che meritassero un fatto così clamoroso e inedito nella storia del Paese

La vicenda è complessa: Baffi successore a sorpresa di Guido Carli che avrebbe voluto per Bankitalia la nomina di un suo delfino, ovvero Ferdinando Ventriglia implicato però nella lista dei grandi evasori di Sindona,  fu il primo a rivendicare l’autonomia della banca centrale, la cui separazione dallo stato avvenne tre anni dopo, sotto il regno di Ciampi. Tuttavia un rapporto della Cia declassificato da poco e diffuso da Wikileaks (qui per i curiosi) accende una luce completamente diversa su tutta questa vicenda e sul ruolo avuto da Baffi. Si pensava che la sua incriminazione, avvenuta per mano del giudice istruttore Antonio Alibrandi, di note simpatie missine, padre del terrorista nero Alessandro e del sostituto procuratore Luciano Infelisi, entrambi ritenuti vicini ai Caltagirone, allora follemente indebitati con l’Italcasse, fosse scaturita dalla Dc di cui i cementieri erano grandi amici e finanziatori.  Il ministro del Tesoro Stammati e il sottosegretario alla presidenza del consiglio Evangelisti, entrambi andreottiani di ferro, avevano convocato per due volte Baffi e Sarcinelli chiedendo di “sistemare” l’esposizione di Caltagirone nei confronti di Italcasse, ma i vertici di Bankitalia non avevano ceduto e non paghi di avere sciolto il cda di Italcasse, principale feudo Dc nel settore bancario, avevano disposto l’ispezione presso il Banco ambrosiano di Roberto Calvi e impedito il salvataggio degli istituti di Michele Sindona, il cui commissario liquidatore era Giorgio Ambrosoli. Insomma l’incriminazione d Baffi e Sarcinelli era la risposta di un potere politico ormai in via di degenerazione.

Oggi invece il documento della Cia porta ad un’altra pista, pur senza escludere la complicità dei potenti e dei potentati appena citati che volevano prendere parecchi piccioni con una fava sola. Il documento riporta infatti il resoconto di un colloquio tra Baffi e l’ambasciatore Usa, in cui il governatore di Bankitalia si rivela quanto mai contrario all’entrata dell’Italia nel  Sistema Monetario Europeo (lo Sme che è stato l’antenato dell’euro sia pure con molto meno danni ) a meno che non vi entrasse anche il Regno Unito ( cosa che non avvenne se non 12 anni dopo) e non venissero previsti “sostanziosi trasferimenti” al nostro Paese. Il governatore si opponeva insomma alla visione tedesca di un “serpentone” tra le monete europee, rigidamente ancorato a tassi di cambio quasi fissi, mentre Baffi pensava che sarebbe stato utile entrare nel meccanismo solo se questo avesse previsto oscillazioni di almeno l’8 per cento: insomma la discussione è sempre quella solo che con l’euro all’oscillazione delle divise si sono sostituiti i bilanci degli stati. Ad ogni modo il colloquio  avviene nel novembre del ’78 e nel marzo successivo c’è l’incriminazione di Baffi su una base completamente aleatoria tanto che sia il governatore che Sarcinelli furono prosciolti da ogni accusa, dunque nemmeno subirono un processo. Intanto però si erano dovuti dimettere e al loro posto era subentrato Ciampi fautore sia dello Sme ad ogni costo che della separazione tra la Banca d’Italia e il Tesoro

Insomma il documento della Cia apre prospettive del tutto diverse rispetto a quelle ormai “storiche” secondo cui fu proprio la politica e le sue manovre affaristiche a rendere opportuna la separazione della Banca d’Italia e Tesoro soprattutto alla luce di un secondo cablo venuto fuori dalla Cia che racconta di come vi fosse una sorta di rivolta di tecnici della finanza di fronte alla pretesa tedesca di entrare nel sistema monetario con cambi rigidissimi: “i tecnocrati, forti del bastione di Bankitalia, ribattono che la rigidità del tasso di cambio è la formula sicura per il disastro economico”. Insomma si aggiunge anche la pista di pressioni per entrare a tutti i costi nello Sme che in realtà prefigurava tutto ciò che è oggi dottrina consolidata dell’oligarchismo europeo: la creazione di un mercato finanziario unico, la dipendenza dei singoli stati e dunque anche delle politiche sociali, da vincoli invalicabili determinati da quello stesso mercato, la creazione di un unione continentale non più basata su legami ideali e sociali, ma sulla finanza. In più vi si leggono i primi passi di una nascente egemonia tedesca, ante muro di Berlino, visto che da Bonn, la capitale tedesca di allora, si cercava attraverso la politica monetaria “comune” di sterilizzare la concorrenza di altri Paesi, costringendoli a limitare la propria competitività monetaria. Dunque in quella vecchia e terribile storia potrebbero esserci zampini fino ad ora insospettati oltre alle cause già note, vale a dire la determinazione di certi ambienti a sbaragliare le resistenze sulla via della finanziarizzazione europea, cosa non solo plausibile, ma anche probabile visto che tra lo scopo, ossia il salvataggio di un grande daziere democristiano e i mezzi ovvero il clamoroso e inaudito arresto del banchiere centrale – tra l’altro notoriamente stimato dal Pci in posizione giustamente perplessa verso questo tipo di costruzione europea – lascia pensare che dietro le quinte delle quinte vi sia stato molto di più.

 


Siam tre piccoli porcellin

la-fattoria-degli-animali-139551Molte persone ricordano di aver letto il libro di George Orwell La fattoria degli animali, quando erano giovani e di ricordare il suo terrificante finale in cui gli animali della fattoria osservavano i maiali tirannici accanto a contadini sfruttatori umani in una grande confusione nella quale era impossibile dire chi era chi. Ma questo finale è stato modificato nella versione animata del 1955, in cui gli esseri umani sono stati cancellati, lasciando solo i maiali malvagi. Un altro esempio di Hollywood che macella un classico della letteratura? Sì, ma non solo, perché in questo caso il produttore discreto del film era la Cia.

L’agenzia di spionaggio per eccellenza temeva a quanto pare che il pubblico sarebbe stato troppo influenzato dalla critica di Orwell  che disegnava i comunisti come porcellini ei capitalisti come umani Così, dopo la morte dell’autore nel 1950 furono inviati agenti (nientemeno che E. Howard Hunt, che in seguito divenne famoso con il caso Watergate) per acquistare i diritti cinematografici di The Animal Farm dalla vedova dello scrittore al fine di stravolgere il senso del romanzo e trasformarlo in una specie di breviario anticomunista. Tanto tra chi legge il libro e chi vede il film c’era una proporzione di mille a uno che oggi è forse diventata di diecimila a uno: molti sono del tutto ignari di queste forme di persuasione indiretta fatta attraverso i media, la musica, il cinema, la televisione. E sono anche ignari del fatto che la Cia ha assoldato per queste operazioni molti personaggi del mondo intellettuale, critici letterari o giornalisti come Dwight Macdonald e Lionel Trilling, poeti come Ted Hughes e Derek Walcott o scrittori come James Michener e Mary McCarthy che hanno tutti beneficiato direttamente o indirettamente della generosità della spionesca per costruire le basi di queste manipolazioni in versione anticomunista. Grazie a fondi praticamente illimitati la Cia e le e le sue controparti in Europa occidentale hanno sponsorizzato mostre d’arte, conferenze, intellettuali ( tra cui Nicolas Nabokov, cugino dello scrittore Vladimir Nabokov), concerti, fil  e riviste per promuovere la loro vasta propaganda antisovietica: Frances Stonor Saunders  nel libro La guerra fredda culturale: la Cia e il mondo delle arti e delle lettere  fornisce ampie prove di questa attività, purtroppo limitata in grandissima parte agli Usa e all’Inghilterra, altrimenti ne sapremmo delle belle.

Ci sono anche episodi curiosi come quello che vede il  il Foreign Office britannico finanziare la distribuzione di 50 mila copie della traduzione francese del romanzo di  Arthur Koestler, autore allora in voga, Il dio che è fallito. Il partito comunista francese per parare il colpo ne comprò decine di migliaia finanziando così’ l’avversario. Così  si scopre che la fattoria degli animali non è che un caso di manipolazione in mezzo a decine e che anzi Orwell dev’essere stata un’ossessione visto che anche 1984 ha subito la medesima sorte visto che nel film il finale è stato cambiato nel tentativo di soffocare un’idea allora popolare tra molti intellettuali europei: che Oriente e Occidente fossero moralmente equivalenti. Naturalmente questa tattica funzionava a mera viglia nell’ambiente anglosassone, ma era difficoltosa e incerta nell’Europa continentale dove l’intelligenza era ancora vigile: non si poteva esagerare né con le manipolazioni, né con la sponsorizzazione diretta e palese di intellettuali perciò scelse una strada diversa, finanziando la sinistra non comunista: Stonor Saunders dimostra come la CIA abbia deviato centinaia di milioni di dollari del Piano Marshall per finanziare queste attività politiche incanalandole attraverso false organizzazioni filantropiche create per l’occasione o utilizzandone di già esistenti come la Ford Foundation. Molti erano ignari di tutto questo, altri lo sospettavano, ma alcuni  lo sapevano benissimo essendo collaboratori dell’agenzia, come il filosofo Isaiah Berlin e il poeta Stephen Spender per non parlare di centinaia di docenti universitari.

Ad ogni modo ancora oggi queste operazioni sono in piedi, anzi in un certo senso dopo un qualche declino con la fine della guerra fredda sono ricominciate in grande spolvero perché non ci sono soltanto i nemici esterni, ma anche quelli interni man mano che le conseguenze del capitalismo integrale si fanno sentire. E ora c’è anche la conquista dello spazio televisivo da parte delle grandi concentrazioni americane che offre grandi e facili orizzonti per i poveri animali della fattoria.


Buschhhhh, silenzio in sala

img_hwbush_cia_lg-300x1622Ogni defunto è sempre stato una persona esemplare, un buon’anima di cui non si può dire nulla di male per un malinteso senso di rispetto che alla fine non null’altro che ipocrisia e pio annullamento di ciò che si è stati in vita, a detrimento di coloro che  effettivamente sono stati dei giusti. Ed è proprio sfruttando questo riflesso culturale che sulla stampa occidentale è già cominciata la santificazione di Bush senior, passato a miglior vita, soprattutto per gli altri,  il cui merito è stato quello di aver dato inizio alle modalità e alle logiche deliranti del mondo contemporaneo. A lui in sostanza si deve l’inizio del caos medio orientale quando fece capire a Saddam che aveva via libera in Kuwait per poi scatenare la guerra del golfo e impadronirsi di fatto dell’area dove peraltro aveva anche interessi personali. Ma la caratteristica principale di questo presidente non è tanto ciò che ha fatto durante la sua permanenza alla Casa Bianca, quanto la svolta che ha rappresentato nell’establishment americano. Per due volte vice di Reagan, ha trasferito il neoliberismo grossolano e dilettantesco del mediocrissimo attore, su un piano di pura oligarchia, colui che ha saldato definitivamente il potere dell’apparato militar industriale con quello della finanza e dell’amministrazione politica.

Di fatto George Herbert Walker Bush è stato il primo presidente Usa ad essere stato direttore della Cia (cosa che oggi sembra dimenticata) e nello stesso tempo ad appartenere a una famiglia dedita al commercio delle armi e ai traffici dell’alta finanza. Il nonno aveva diretto la War Industries Board , divenuta un gigante durante la prima guerra mondiale mentre il padre, Prescott,  era socio della Union Banking Corporation. che non è cosa da poco perché questo istituto finanziò il riarmo tedesco al tempo di Hitler in maniera così convinta da essere insignito dell'”Aquila tedesca” nel 1938 con decreto firmato personalmente dal Führer e addirittura secondo ricerche pubblicate nel 2001, Prescott Bush sfruttò gli internati ad Auschwitz per una fabbrica, la Silesian steel company,  installata nelle vicinanze del campo di concentramento ( vedi qui un primo approfondimento). La vicenda finì anche in tribunale perché nel 2001 due sopravvissuti, Kurt Julius Goldstein e Peter Gingold iniziarono un’azione legale poi finita in nulla grazie ad un’argomentazione sorprendente del giudice (vedi nota). Peraltro come accadde anche a parecchie altre realtà americane, come l’Ibm ad esempio, gli aiuti e le connessioni con i nazisti continuarono persino durante la guerra, qualcosa che finora gli storici hanno trattato come fattore marginale, ma che invece dovrebbe favorire una più autentica comprensione di ciò che avvenne.

Ad ogni modo Bush senior era portatore di questa tradizione e di una lunga esperienza di spione che lo portò ad essere coinvolto nella vicenda della Baia dei Porci, a civettare con Noriega per quanto riguarda il narcotraffico e con i contras per quanto concerne le armi. Bush senior era stato anche consulente del Carlyle Group che aveva il proprio core business nella produzione di armi e che annoverava come partner anche la famiglia Bin Laden, che già aveva favorito la sua corsa alla presidenza durante le trattative per gli ostaggi americani a Teheran. Insomma Bush fu il primo oligarca a tutto tondo, una sorta di prodotto finale dell’impero e il primo grande feudatario della marca neo liberista, visto che riassumeva in sé tutte le caratteristiche, le stigmate della geopolitica contemporanea. Ma naturalmente nemmeno un grammo di tutto questo verrà fuori negli epitaffi a stampa e orali perché un microgrammo di verità più di una tonnellata di bugie.

Nota La causa collettiva intentata da Goldstein e Gingold si basava sul fatto, peraltro documentato, che gli americani sapevano ciò che avveniva ad Auschwitz, ma non fecero nulla, nemmeno tentarono di bombardare il campo per interromperne le attività ( e lo stesso copione si può applicare a parecchie situazioni analoghe). L’argomentazione, parecchio pericolosa per il clan Bush oltre che per l’eccezionalità americana, venne respinta senza alcuna audizione preventiva dal giudice  Rosemary Collier, sulla base del fatto che il governo non può essere ritenuto responsabile in base al principio della “sovranità statale”. Già, ma allora come la mettiamo con Norimberga? Fu qualcosa su cui costruire un nuovo mondo come ci viene detto o un regolamento dei conti in vista dell’estensione del potere? Faccio notare che le vicende storiche sono talmente deformate che nel film la Vita è bella (per lui evidentemente) di Roberto Benigni addirittura sono gli americani e non i russi a liberare Auschwitz. una delicatezza nei confronti dell’industria del consenso made in Usa che è stato decisivo per l’attribuzione dell’Oscar, per quel che vale e vale pochissimo,


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