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Ortodossia ungherese a 62 anni dalla rivolta

bms26wa2n5p52kcdeq2hx064d2kcdeq2hx06cProprio in questi giorni, 62 anni fa, l’Ungheria era in rivolta contro il regime comunista e i carri armati sovietici entravano a Budapest: si tratta di un drammatico evento storico  che le generazioni più recenti  nemmeno conoscono (ammesso che siano al corrente dell’esistenza del  mondo anche prima della nascita dell’uomo ragno), ma che è stato una sorta di cruna dell’ago per le vicende politiche della sinistra in Europa. Comunque  se anche un giovane europeo delle generazioni Post Spiderman volesse saperne qualcosa si troverebbe di fronte a una fitta cortina di irti luoghi comuni a difesa di tesi “ortodosse” che sono diventate ormai l’unica verità storica consentita. Capite bene che non mi voglio occupare nel dettaglio di quella rivolta, ma  del contesto che c’era all’epoca dei fatti e soprattutto del contesto attuale dove su quelle vicende grava una sorta di negazionismo riguardo al tentativo di trasformare una sacrosanta insurrezione popolare contro le intollerabili rigidità del sistema, ma dentro il sistema,  in un tentativo di restaurazione del capitalismo e addirittura del patrimonio ecclesiastico.

Il contesto era quello di un Paese uscito a pezzi e territorialmente mutilato oltre ogni razionalità dalla prima guerra mondiale e i cui gli irriducibili nostalgici degli antichi privilegi imperial – regi (alcuni dei quali assunti nell’olimpo del pensiero neoliberista) crearono, dopo una breve rivoluzione comunista soffocata nel sangue da truppe straniere, una specie di regime da operetta in cui l’ammiraglio Horty, fedele aiutante di Francesco Giuseppe, si proclamò reggente di un’immaginaria monarchia, salvo impedire all’unico possibile re legittimo, Carlo d’Asburgo di entrare nel Paese. Insomma fu una fantasiosa forma di ungaro fascismo che sfociò poi nella partecipazione alla guerra con le potenze dell’Asse: l’ Ungheria fu l’unico Paese tra quelli che poi finiranno nell’orbita sovietica ad essere stato alleato della Germania fino all’ultimo secondo di guerra. Tutto questo contribuì a compattare e a organizzare una rete che oggi potremmo chiamare controrivoluzionaria decisa a sfruttare ogni scontro e tensione all’interno del mondo comunista per riportare il Paese  in un ambito di democrazia autoritaria di destra che non a caso ancora oggi lo contraddistingue con benedizione della Chiesa locale.

La rivolta, aizzata da Radio Europa Libera. di proprietà della Cia, nonostante l’impossibilità  di un intervento diretto della Nato, prese la mano al segretario del partito comunista Imre Nagy, che dopo aver creato egli stesso le ragioni del malcontento, con la sia rigida obbedienza a Mosca, non seppe in alcun modo governare la situazione, come avvenne invece nello stesso periodo in altri Paesi dell’Est e in particolare in Polonia dove si era riusciti a sostituire gli uomini di stretta osservanza del Cremlino con i cosiddetti “titoisti” come Gomulka. Probabilmente la forte pressione di quell’ambiente che lavorava nel sottosuolo insieme alla Chiesa e alle pressioni degli americani che dovevano oltretutto distrarre le opinioni pubbliche europee dal ruolo svolto nella crisi di Suez, gli fecero perdere ogni senso delle cose fino ad arrivare a proclamare l’uscita dal Patto di Varsavia e a tollerare la fucilazione di comunisti in Piazza e le esecuzioni sommarie, dando perciò a Mosca il pretesto ideale per un intervento diretto. Tanto più che nei proclami dei rivoltosi la rivendicazione di maggiore elasticità del sistema si era tramutata con straordinaria e sospetta rapidità in richieste miranti a ristabilire la proprietà privata della terra in mano ecclesiastica e il controllo del mondo della scuola sempre in mani confessionali, in un quadro generale in cui la chiesa cattolica ungherese guidata dal reazionario e amico degli occupanti nazisti nel corso della seconda guerra mondiale, il cardinal József Mindszenty, svolgeva un ruolo non secondario nel tirare le fila della rivolta e sarebbe interessante conoscere il ruolo del gesuita Tòhtòm Nàgy  che faceva la sola tra Budapest e Roma nei mesi precedenti la rivolta provocando una certa frizione fra papa Pio XII e il suo segretario di Stato, il futuro Paolo IV, meno favorevole a un impegno così forte nella vicenda. Nessuno è innocente in questa tragedia, ma in seguito attorno ad essa si  condensata una coltre di retorica e di falsa o parziale storiografia, che poi si è diffusa a macchia d’olio presso dilettanti ingenui o senza scrupoli, che dopo la caduta del muro, è divenuta un atto di fede a cui nessuno studioso può sottrarsi senza esporsi ad ostracismi e ostacoli di carriera. Ne sa qualcosa Luciano Canfora che per aver portato e documentato le fucilazioni sommarie di comunisti e il ruolo della Chiesa si vide mettere al bando il libro nel quale aveva studiato questo periodo di storia europea.

Onorando in modo manicheo la rivolta di Ungheria che fa oltretutto di Nagy, il maggiore responsabile della tragedia, una sorta di santino e impedendo qualsiasi oggettivo discorso a distanza di oltre mezzo secolo, sembra quasi di essere all’interno di un universo orwelliano. Che talvolta, come nel caso delle vittime di Stalin,  assumono un carattere grogttesco come se si trattasse di un’ asta al miglior offerente visto che da 20 milioni sono passate a 40 e poi a 60, poi a 85 e infine a 100 milioni, vale a dire ai due terzi della  popolazione sovietica. Le ricerche recenti, basate su di una più accurata consultazione degli archivi, indicano la cifra di 2 milioni e mezzo di vittime che di certo non rivalutano la figura di Stalin, né della burocratizzazione e della progressiva arteriosclerosi del socialismo reale, ma ci riporta con in piedi per terra invece che nel territorio delle favole ideologizzanti. Tuttavia il pensiero unico di storia, nel bene e nel male  non vuole sapere nulla anche perché essa è notoriamente finita, mentre ha invece molto interesse a creare feticci e leggende per legittimare meglio la sia ineluttabilità e le sue proprie tragedie.

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Propaganda blitz

pb-appeal-pic-resize2Questa volta non mi sono dovuto inventare un titolo, mi è bastato prendere quello del libro di cui voglio parlarvi: Propaganda Blitz: How the Corporate Media Distort Reality“.  Non credo che ci sia bisogno di tradurre il titolo di un volume che del resto non verrà probabilmente mai tradotto in italiano per gli eccessi eccesso di onestà che contiene e per il fatto che il nostro Paese con la sua editoria bonsai, tutta intrecciata in legami incestuosi con gli affari e la politica, è quasi una cartina di tornasole delle tesi espresse dai due autori, David Edwards e Daniel Cromwell, coeditori di Media Lens. Tesi certamente non nuove, ma espresse, come dire, dall’interno dei meccanismi informativi e supportate da quasi 400 pagine di esempi concreti e documentati: tutti i media aziendali ( e per trascinamento i pochi definibili pubblici, spesso legati alle medesime centrali politiche e finanziarie ) sono sistematicamente filtrati dai potenti interessi che li possiedono, li gestiscono e li finanziano, li influenzano distorcendo sistematicamente la realtà e nascondendo le vere questioni all’opinione pubblica. 

Viene così’ illustrata una lunghissima serie di campagne di tipo top – down ovvero che a partire da impostazioni ideologiche generali, scendono poi in dettagli che possono essere rifiniti, cambiati, sostituiti senza però intaccare il disegno complessivo: si va dalla guerra in Irak e Siria, alla questione palestinese, come al tentativo di  distruzione della credibilità di leader della sinistra come Chavez o anche lo stesso Corbyn, manca soltanto sebbene il libro sia uscito pochi giorni fa, la grande fake news della crisi migratoria in Venezuela.  I metodi usati per ottenere questi effetti deformanti sono gli stessi utilizzati in questioni che riguardano più da vicino la vita dei cittadini: c’è una lunga e puntuale analisi di come, attraverso nascondimenti, linguaggio ambiguo, imposizione di parole ad hoc, eufemismi aziendali, denigrazione gratuita e spesso capziosa delle strutture pubbliche, l’informazione abbia assunto un ruolo decisivo nello smantellamento del sevizio sanitario nazionale in Gran Bretagna, avvenuto praticamente senza che la popolazione si accorgesse di cosa stesse succedendo davvero. Un altro significativo capitolo è dedicato a esaminare con quali metodi vengono condotte campagne di diffamazione da parte di giornalisti “ufficiali” contro contro critici e informatori liberi: valga per tutte quelle esaminate,  la campagna contro Julian Assange condotta dalla stampa di regime globalista e con particolare accanimento dal Guardian che passa per giornale corretto e vagamente orientato a sinistra. In un primo momento la testata ha vinto premi di giornalismo e riconoscimenti pubblicando i documenti di WikiLeaks, ma poi, quando gli editori hanno tirato il freno per ragioni che si possono immaginare, ha dato vita a una  campagna di insulti e delazioni di incredibile volgarità. La morale  è che la fonte delle “false notizie” non sono solo i troll, o i media come Fox News, ma proprio quel giornalismo che si ammanta di rispettabilità che pretende di sfidare il i poteri e in realtà, li corteggia, li protegge e li complimenta.

Per quanto riguarda la Siria, solo la ricerca di un gruppo di giornalisti indipendenti ha rivelato la rete di sostegno anglo-americano di jihadisti in Siria, compresi quelli relativi al Daesh, sostenuti da una campagna di ” psyop finanziati ( vedi qui ad esempio cosa è successo con gli elmetti bianchi) dal Ministero degli Esteri britannico e dall’ Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) con lo scopo di ingannare il pubblico occidentale e accelerare il rovesciamento del governo di Damasco indipendentemente dall’alternativa medievale messa in piedi e dal rischio di guerra con la Russia. Ma è inutile continuare con la sintesi di esempi tratti dal libro che sono una marea: la cosa che emerge  da tutto questo è che le speranze in ‘informazione meno verticale e più onesta nate con la rete non si sono realizzate. Si poteva pensare che migliaia di informatori non legati a interessi o a corporazioni avrebbero indotto i media mainstream a vendere meno favole e pregiudizi elitari, meno Verità fasulla e inquinata; si poteva anche pensare che questa massa critica avrebbero rafforzate le persone dotate di dignità all’interno dei media corporativi. E’ accaduto invece che il maistream ha  sollevato subito i ponti levatoi, aumentando la posta delle menzogne invece di diminuirle. Così oggi abbiamo una sorta di censura di fatto e di censure legali imminenti che ci stanno trascinando verso la situazione delle peggiori dittature. Se si pensa che si si è messa in piedi dal nulla persino un’accusa di antisemitismo verso Corbyn, che ha dovuto essere decostruita da Chomsky, si tocca con mano il fondo di questo pozzo nero. Ma ormai il potere, enorme da una parte, ma fragile dall’altra non ha più alcun ritegno: il disastro sociale e poi climatico ci calerà addosso senza speranza mentre come idioti siamo  impegnati a cercare nuove diete, nuovi personal trainer e nuovi cake designer. Nessuno ci rimpiangerà.


Il bavaglio dei briganti

legge-bavaglio-intercettazioni-renzi-510In questi giorni l’informazione italiana è percorsa da una notizia falsa, tendenziosa, esagerata e atta a turbare l’ordine pubblico: la notizia cioè che in Parlamento militanti che vivono sotto l’Ala di Verdini, avrebbero presentato un disegno di legge  per  colpire  e impedire “la pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico attraverso piattaforme informatiche”. Tutti capiscono che questo testo è troppo vago e ambiguo per non costituire di fatto solo una minaccia preventiva e un’ipotesi di ricatto contro chiunque operi in rete; a ognuno, persino in preda a delirium tremens, rimarrebbe incomprensibile la ratio di un provvedimento diretto a colpire solo la rete e non il resto dell’informazione; ai cittadini degni di questo nome non può sfuggire che si tratti di un disegno di legge con intenti chiaramente liberticidi, anticostituzionali e al tempo stesso desolatamente vuoti di contenuti che non siano quelli della censura politica. Dunque è evidente che la notizia di questo disegno di legge non può essere che falsa, esagerata, tendenziosa e atta a turbare l’ordine pubblico: chi può mai credere che il Parlamento ospiti simili grassatori di libertà (e non solo) tra l’altro così sfacciati da istituire una differenza sostanziale tra l’informazione libera e quella degli magnati di tv e giornali autorizzati invece di raccontare quello che vogliono?

Purtroppo invece è assolutamente vero: questi briganti sanno molto bene che ormai giornali e televisioni sono in declino, che l’informazione verticale diventa sempre meno credibile e che la salvezza dei clan politici tradizionali non può prescindere dalla rete, perciò cercano in tutti i modi di metterle il bavaglio con un’ arroganza così tronfia e ottusa da non curarsi nemmeno di salvare la forma e di congegnare una censura in maniera più intelligente e meno scoperta. Si perché le notizie false e offensive sono già  prese di mira dall’attuale legislazione: lo scopo precipuo del disegno di … lascio al lettore la l’autonomia di completare il complemento di specificazione, è di introdurre elementi del tutto vaghi e impropri che possono essere accampati in qualsiasi caso come l’esagerazione o la possibilità di turbare l’ordine pubblico o ancora l’eventualità di destare pubblico allarme  (effetto che prescinde in toto dalla verità o meno della denuncia) oppure di “fuorviare settori dell’opinione pubblica”, di lanciare “campagne d’odio e campagne volte a minare il processo democratico anche a fini politici”. Si tratta come si può facilmente vedere di concetti applicabili a qualsiasi cosa e che prescindono ampiamente sia da criteri definiti, del tutto impossibili da impostare, sia da considerazioni quantitative, come ad esempio il ridotto numero di accessi a un sito, a un blog, a una pagina o a un messaggio sui social.

Così si apre la possibilità che il medesimo articolo in grado di “destare allarme” pubblicato su un giornale che vende 200 mila copie e su un blog da 200 lettori, passerebbe liscio sul primo e porterebbe a una condanna a due anni sul secondo. Naturalmente è solo un esempio di scuola dal momento che nessun pezzo davvero sovversivo e nemmeno sinceramente critico potrebbe comparire sull’informazione maistream, ma testimonia da una parte dell’intelligenza delle leggi che un simile Parlamento è in grado di concepire, dall’altro che l’attacco è rivolto proprio  a quella parte dell’informazione e della comunicazione che non è ancora sotto il pugno di pochi padroni che la controlla. Il ceto politico naturalmente affida queste vergognose operazioni ai più infimi prodotti del proprio catabolismo ( e basta vedere la lista dei firmatari, Adele Gambaro, Riccardo Mazzoni, Sergio Divina, Francesco Maria Giro per accertarlo), nella speranza di potersi sottrarre con questi trucchetti, alle proprie responsabilità e di far passare quasi in silenzio la loro rivoluzione oligarchica.

Non prendo nemmeno in considerazione  il problema del vero e del falso perché è fin troppo ridicolo e scoperto il tentativo delle oligarchie di rendere verità i propri interessi generali e specifici e falso tutto il resto. Mi consola solo un fatto: la scoperta che persino nelle società di primati l’ordine sociale può essere sovvertito qualora un certo numero di esemplari viva situazioni di conflitto ed entri perciò in agitazione. Studi che presero avvio dalla teoria delle catastrofi di Renè Thom e che oggi presentano modelli statistici abbastanza maturi. Chissà se la libertà d’informazione coinvolgerà abbastanza persone da far fallire questo ennesimo tentativo di bavaglio, giusto per non far brutta figura persino di fronte ai macachi .


Documenti, prego!

saidIl Corano non ne fa cenno, ma Allah nella sua infinita saggezza suggerisce evidentemente ai suoi fedeli più scalpitanti e avversi agli infedeli di portarsi sempre appresso i documenti come forma di martirio burocratico e ingresso nel paradiso delle Urì. E’ successo nella vicenda di Charlie Hebdo dove uno dei due killer, Said Kouachi  Kuachi, ha lasciato in bella vista sul sedile dell’auto usata per la prima parte della fuga lq carta di identità. La stessa cosa è accaduta  con l’attentatore di Nizza che non contento ha lasciato sul sedile del camion assassino pure le carte di credito e il telefonino. Il medesimo scenario si ripete adesso in Germania con l’attentato di Natale, seguendo una linea in realtà cominciata con 11 settembre dove proprio un documento abbandonato all’aeroporto di Chicago permise all’Fbi di identificare in 48 ore tutti i 19 attentatori che in precedenza erano sfuggiti ad ogni controllo, praticamente un miracolo per una polizia estremamente efficiente nei telefilm, ma che nella realtà non riesce a risolvere quasi l’80 per cento dei casi sui quali si trova a investigare.

A questo punto ci sono solo alcune spiegazioni per comprendere questo arcano:

1 I terroristi sono cretini o ritengono cretine le polizie occidentali.

2 I documenti vengono abbandonati da attentatori di incerta origine affinché la matrice genericamente terroristica e islamica non possa essere messa in dubbio e sulla base di essa sia possibile creare situazioni, di eccezionalità e operare quelle restrizioni di libertà (e dunque anche di democrazia) di cui il potere ha bisogno.

3 L’abbandono delle tracce di identità la cui regolarità  è più che sospetta se non grottesca fa parte di un codice segreto per cui formazioni armate, bande, sette, servizi di intelligence, lobby  e gruppi di potere interno, sanno chi ha fatto cosa, al di là delle indagini e delle rivendicazioni le quali fin dal 2001 vengono raccolte e autenticate  pressoché in esclusiva al “Site” di Rita Katz, cittadina Usa e israeliana  che riceve  notevoli contributi pubblici dall’America per la sua opera. E che oggi certifica e diffonde la rivendicazione da parte dell’Isis, unico elemento per collegare l’attentatore al Daesh il quale di certo non ha bisogno della carta d’identità per sapere chi sono i suoi terroristi, ad onta della spiegazioni ufficiali che vengono fornite. Ma forse ne hanno bisogno altri.

Naturalmente è possibile che due di tali condizioni giochino in contemporanea, ma la sensazione è che queste strane ricorrenze di assurdità siamo come messaggi che è impossibile decrittare se non si hanno le mani bene in pasta. Anche il fatto che il tunisino accusato della strage abbia lasciato sul camion l’attestato di sospensione temporanea dell’espulsione fosse stato in galera in Italia poi sorvegliato per qualche mese in Germania e lasciato infine perdere, in attesa di una documentazione dalla Tunisia che è giunta proprio il giorno successivo al massacro, sa di beffa ad orologeria. Per non parlare della caccia al pakistano che ha ottenuto l’unico scopo di far volatilizzare l’autore o gli autori della strage o del fatto che adesso si dica, in base a chissà quali informazioni che si sarebbe “radicalizzato” di recente.

Di certo questi tragici eventi  si formano e si aggregano in un complesso universo i cui confini sono permeabili e poco chiari per usare un eufemismo, con infiltrazioni reciproche, scopi e interessi che talvolta si possono intuire o dedurre, ma solo per difetto di narrazione, dando luogo a quei complottismi da deprivazione di verità plausibile  contro i quali Soros e le oligarchie di Bruxelles, come gemelli siamesi, inveiscono minacciando censure o azioni di disinformazione ufficiale. Almeno loro non  hanno bisogno di lasciare documenti perché si sa benissimo chi sono.


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