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Caritas pelosa

fontana_di_trevi_transennata_640_ori_crop_master__0x0_640x360Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è risaputo, hanno cambiato i diritti in elargizioni e sostituito  la solidarietà con la carità. È che fa comodo a tutti, te la cavi con qualche sms, con qualche colletta, con un mi piace sull’immaginetta del sindaco disobbediente e è fatta, salvo poi chiedersi perché non se li accolgono a casa loro i molesti immigrati, salvo fare qualche ora di volontariato compassionevole volontariato e lasciar sola la seccante nonna tutto agosto o cercare di ricoverarla tra i lungodegenti.  E mica vale solo per le invasioni di 12 stranieri in una cittadina di 30 mila abitanti, si attaglia perfettamente anche a chi raccoglie bottiglie di plastica nella spiaggetta raggiunta col Suv, insomma alla difesa di dogmi dietro ai quali si nascondono il più delle volte,  interessi e giri di quattrini.

Per quello non mi unisco alla deplorazione per la decisione della sindaca di Roma che ha deciso che le monetine che i turisti lanciano nella Fontana di Trevi per propiziare un ritorno nella Città Eterna, restino del Comune e non vadano più nelle casse della Caritas. Dal primo aprile il tesoretto, nel 2018 pari a 1,5 milioni di euro, verrà messo a bando per essere destinato in misura prevalente “al finanziamento di progetti sociali e per la restante parte alla manutenzione ordinaria del patrimonio culturale”.

Apriti cielo:   titola l’Avvenire  “Le monetine tolte ai poveri” sono servite a offrire servizi importanti non soltanto per i clochard, nella Capitale oltre 10mila, ma anche per quanti faticano ad arrivare alla fine del mese, con i posti letto ma anche con  i generi alimentari distribuiti attraverso l’Emporio della Solidarietà presente a Ponte Casilino. Per non dire del Pd che tramite il suo segretario regionale recrimina: “Invece di sostenere chi ogni giorno fornisce una rete straordinaria di assistenza e di solidarietà   viene raddoppiata la tassa sul terzo settore e ora viene colpita la Caritas di Roma che svolge un ruolo fondamentale e garantisce assistenza e umanità a migliaia di persone e di famiglie in difficoltà” mentre  l’ex capogruppo capitolina ed ora consigliera regionale Michela Di Biase in Franceschini, accusa che  “nel nome della legalità verranno sottratte risorse preziose per interventi a favore dei senzatetto e a iniziative benefiche che sempre più spesso colmano mancanze del sistema welfare cittadino”.

Ora a me non piace niente di quello che fa la Raggi, salvo ricredermi se davvero impedisce l’ingresso al centro ai torpedoni, primi tra tutti quei condomini addetti al trasporto di pellegrini distribuiti in due piani nei luoghi sacri e cui farei seguire immediatamente un impegno per promuovere l’esazione dell’Imu dei fabbricati della chiesa  luoghi di un altro culto ancora più potente,  quello turistico.

E sicuramente la solidarietà non è un caposaldo della sua amministrazione, proprio come non lo è di altri sindaci che militano nelle schiere della disubbidienza,  che pare non preveda, nemmeno quella, di compiere il necessario salto dalla pietà alla cura dell’interesse generale oltre che del decoro.  Non mi aspetto dunque che decida di non estendere a infami incarichi le funzioni della sua municipale prendendo alla lettera le opportunità repressive offerte dal Daspo urbano, pensato proprio per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, bianchi o neri che siano. Non mi aspetto che affronti il problema delle case occupate dai senzatetto come vuole una drammatica sfida sociale prima che umanitaria, invece che come fastidioso grattacapo da risolvere con l’uso della forza pubblica in armi. Ormai non mi aspetto nemmeno che malgrado le promesse elettorali si sottragga agli ordini dei poteri forti romani sottraendosi all’obbligo di tira su uno stadio inutile in una zona a rischio ambientale, per la cui realizzazione è inevitabile il contributo pubblico, economico e morale, sotto forma di infrastrutture di collegamento, sconti e manomissione delle regole urbanistiche e di tutela del territorio.

Però sulle monetine e la Fontana convertita in cassetta delle elemosine da passare direttamente alla Caritas mi torvo d’accordo con lei.

E non solo perché la Caritas, organismo pastorale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana, l’unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) per la promozione della carità ha intenti  confessionali e missionari   e una funzione pedagogica:  far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità  il senso cristiano della solidarietà,  non può né deve esser considerata un potere sostitutivo della funzione obbligatoria dello Stato e del settore pubblico a diseredati, poveri, emarginati, ma semmai aggiuntivo.

Non solo perché per  praticare concretamente e esercitare quello spirito  evangelizzatore la Cei può contare su  un ingente patrimonio comprensivo di attici prestigiosi e di proventi derivanti da attività commerciali, se non apertamente simoniache, esenti da qualsivoglia regime di imposizioni fiscali. E quindi quel cespite ha soprattutto un inaccettabile valore simbolico a sancire l’eterna soggezione della città di Roma e dello Stato italiano alla potenza Oltretevere.

Ma anche perché quella cifra, seppur depurata dei costi per la raccolta affidata all’Ama non sappiamo con che esiti,  sarà destinata a interventi di conservazione e risanamento di beni comuni e artistici,  verde pubblico e monumenti, altre fontane vandalizzate comprese. Un obbligo quello, stabilito dalla nostra Costituzione e in capo allo Stato, che è però ancora e anche vincolato all’impegno di estendere la sua attività di vigilanza, conservazione, valorizzazione e restauro dei beni ecclesiastici attraverso capitoli di spesa del Mibact e soprattutto grazie all’apposito  Fondo edifici di culto (Fec) in capo al Ministro dell’Interno, che ha in cura  oltre ottocento chiese distribuite su tutto il territorio nazionale. Tanto è vero che Stato e governi che si succedono tra adoratori di Padre Pio, fanatici di San Gennaro, adoratori di presepi purché non fusion, hanno dato priorità agli interventi di ricostruzioni delle chiese anche rispetto alle case dei terremotati dell’Emilia, come del Centro Italia, suffragando il sospetto di una subordinazione ossequiente al potere dell’aspersorio autorizzato all’evasione dell’Imu in qualità di poderosa agenzia turistica mondiale e celeste, della quale è bene conservare la protezione e la gratitudine in vista di viaggi terreni e ultraterreni. Tanto è vero che nelle stesse chiese soggette a restauro a spese delle Stato è concessa anzi applaudita come prova di dinamismo e imprenditorialità qualsiasi iniziativa commerciale: biglietto di ingresso, terrazza bar sulle guglie, caffetterie sulle terrazze absidali, “te all’Opera”: dove l’Opera non è un teatro, ma l’Opera del Duomo di Siena che nella “cripta” della cattedrale organizza mostre a pagamento con la possibilità di gustarsi  “al piano terra il sangue di Cristo della messa, al primo piano un mojito, al piano di sotto un Caravaggio” che denunciò a suo tempo Settis.

Questo è un Paese di giuramenti e promesse mancate, di costituzioni inattuate e tradite, figuriamoci se davvero potevamo sperare in una libera Chiesa in libero Stato per essere liberi dall’ipocrisia e dalla cattiva coscienza che si esprime con la carità pelosa, anche quella dei “mecenati” chiamati a salvare il nostro patrimonio in cambio di  favori, aggiramento e scavalcamento delle regole, concessioni e autorizzazioni urbanistiche per occupare intere aree con le loro cittadelle del lusso. Come nel caso proprio della Fontana di Trevi cui è stato restituito un inquietante candore da poco dopo essere stata bardata per anni con la effe del logo dello sponsor.. e più mecenatismo peloso di quello.

 


Cervelli in fuga, ma il Cretino resta

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tra il 1901 e il 1923 emigrarono in America 4 milioni 711 mila italiani, 3 374 000 dei quali provenivano dal Mezzogiorno. Si ammassavano nei bastimenti per terre assai lontane (v ricorda qualcosa?), era gente povera e analfabeta (la Regione che diede il massimo contributo all’esodo fu la Basilicata la cui popolazione nel 1911 si ridusse del 3,5%), destinata ai bassi ranghi del sottoproletariato urbano. Partono soprattutto dall’ “acerba” montagna, dove la terra non dà niente, osteggiati dallo Stato che invita i prefetti a impedire l’emigrazione clandestina e a disincentivare quella lecita. Scrive allora Nitti, “mentre si scrivono libri, si pronunciano discorsi, si compilano leggi, i contadini meridionali trovano la soluzione  da sé silenziosamente, partono a creare quei capitali che sono necessari per fecondare la terra del loro paese”.

Oggi ci informa  il rapporto «Migrantes», della Cei, la nuova emigrazione  sarebbe   “sempre più giovane e qualificata”. In 10 anni si registra un +55% di italiani residenti all’estero: in totale sono 4,8 milioni. 107 mila se ne sono andati nel 2015 (+6,2% in un anno): per il 50% giovani, per il 20% anziani.  Sono in forte aumento le partenze da Veneto e Lombardia mentre diminuiscono le percentuali del Mezzogiorno. E a differenza di quei migranti di inizio ‘900 e dei 5 milioni di italiani che sono emigrati in Germania nel dopoguerra – per il 90%  rientrati in patria-  chi parte oggi non tornerà, “in assenza di nuove opportunità”.
Dagli anni ‘70 non c’è fila alla cassa del supermercato, non c’è cena del sabato in pizzeria, non c’è dialogo tra sconosciuti in treno nei quali non risuoni il mantra: potessi, me ne andrei. Allora e per molto tempo si aggiungeva: aprirei un chioschetto in una spiaggia, una spaghetteria a Cuba, adesso sono diminuite aspettative e velleità e i laureati alla Bocconi che non discendono da stirpi reali, che non appartengono a dinastie baronali la pizzeria non l’aprono, accontentandosi di fare i “manager del food” servendo ai tavoli da Pappagone a Londra.

Sappia Salvini che nessuno li aiuterà a casa loro, cioè nostra. E suona oscena la reazione del premier alla pubblicazione dell’indagine della Cei, venuta buona per un altro immancabile spot per il Si:  “La notizia mi ha fatto male ed è per questo che dobbiamo rendere il Paese più semplice. I ragazzi che vogliono andarsene hanno tutto il diritto di farlo, noi dobbiamo creare un clima che permetta loro di tornare”. Magari era meglio favorire le condizioni perché non se ne andassero, proprio come si poteva evitare la cosiddetta emergenza dei barconi: bastava non scaricare bombe, non depredare territori e risorse, così come era sufficiente favorire occupazione, salvaguardare garanzie e diritti, promuovere istruzione, ricerca e innovazione, condizioni indispensabili per incrementare la decantata competitività, per esaltare talenti e vocazioni. Magari era meglio non rafforzare quella mitologia  delle formazioni “utili”, quelle cioè funzionali unicamente a un mercato del lavoro tarato solo sulle esigenze di azionariati che hanno dismesso ogni investimento legato alle produzioni, all’economia reale  e all’innovazione.  Se a ridosso di un sisma catastrofico, mentre sono in crescita le iscrizioni a università private “acchiappacitrulli” e a master/parcheggio che prolungano indefinitamente la permanenza in uno status di dipendenza adolescenziale, mentre pare abbiano una singolare attrattività facoltà di filosofia, forse per via della nuova moda di dotare aziende di un consulente filosofico un tanto al chilo, l’Istat comunica che tra le  lauree che faticano più di altre a trovare sbocchi lavorativi figurano, insieme a  Scienze biologiche e  Scienze naturali,  anche quelle di Scienze geologiche.

Così  se è improbabile che l’evocazione del Ponte sullo Stretto porti all’accreditamento di carriere nel settore dell’ingegneria, il sensato proposito di stringere un’alleanza con il territorio per dare concretezza a un New Deal che veda lo Stato investitore general manager e contractor per il risanamento e la salvaguardia, come anche per la tutela del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, viene equiparato a un’uggiosa esercitazione di parrucconi e disfattisti.

No, non ci aiuteranno a casa nostra. E il motivo è semplice. Dietro a pregiudizi e ideologie, interessi e ideali che partecipano al coro con concetti e slogan disparati:  difesa dell’identità e sicurezza minacciata, necessità di promuovere multiculturalismo, cosmopolitismo globalista o arroccamento nelle fortezze imperiali, quello che resta ben saldo è il contributo che l’immigrazione dà al sistema capitalistico nella sua ultima aberrazione, quella finanziaria. Una considerazione realistica della quale anche noi avanzi della sinistra ci vergogniamo un po’, temendo l’annessione obliqua al fronte xenofobo, razzista o semplicemente europeo.

Il fatto è che muri, recinti, rifiuto, respingimento attuati dall’impero e dai suoi consoli regionali, nascono dalla difficoltà di gestione spicciola da un lato, dal timore che comunque masse di disperati non qualificati non possano essere assorbiti e pesino sul bilancio degli stati, ma dall’altro dalla vocazione del pensiero unico a creare diffidenza, risentimento, divisione per meglio comandare. Ma dietro agli steccati, alla repressione, esiste concreto il perseguimento di un disegno di “crescita” di un padronato che insegue la creazione di un esercito mobile, senza patria e radici, senza storia e memoria, da spostare qua e là come il dio mercato vuole. E con un effetto non secondario che consiste nella “concorrenza” interna esercitata da quei lavoratori temporanei, necessariamente disposti a accettare un salario più basso, la rimozione di diritti e garanzie,  tale da abbassare fisiologicamente anche gli standard remunerativi, come quelli legati a sicurezza, conquiste e  prerogative della forza lavoro locale, abbattendo così ogni speranza che si coaguli e esprima un potenziale unitario dei lavoratori.

Nell’era del saccheggio, della spoliazione, siamo tutti prede e bottini. La ricetta qui e altrove, a casa e fuori, sarebbe diventare “classe” unita, consapevole e solidale, retta da fini elevati ben oltre la sopravvivenza in una nuda vita, ma c’è da temere che togliendoci la facoltà di sperare e sognare, abbiano cancellato anche quella di  lottare.

 

 


Fatevi benedire, tanto è già pagato

sanit_venetoConfortare e benedire gli ammalati dovrebbe essere un’attività gratuita, un basilare ed essenziale segno di carità cristiana e di amore verso il prossimo. Ma a dispetto di San Tommaso e di Anselmo d’Aosta pare che per le gerarchie cattoliche dio sia soprattutto il sommo contabile. Così la Chiesa esige fior di quattrini pubblici per gli “assistenti religiosi”, ovvero per i sacerdoti che svolgono il loro servizio negli ospedali e nelle cliniche, ad onta del fatto che questa attività dovrebbe essere una scontata pratica religiosa di base. Però la Curia di Bologna, come ha scoperto l’Uaar, chiede 30 mila euro l’anno per ognuno dei 9 assistenti religiosi che operano negli ospedali Maggiore e Bellaria, una spesa annua di 270 mila euro per la Regione. Per non contare i 26 000 euro passati ai sacerdoti che invece sono di stanza al Sant’Orsola, quelli che operano in altri ospedali più tutte le spese di vitto alloggio, allestimento di cappelle, servizi religiosi e quant’altro. Tutte cifre che poi inevitabilmente si scaricano sui ticket, mentre l’assistenza religiosa dovrebbe essere pagata dal famoso 8 per mille come pelosamente fanno intendere gli spot vaticani.

Mettendole assieme si tratta di cifre notevolissime, anche se per ovvie ragioni è molto difficile scavare dentro i meandri di queste “beneficenze” profumatamente sovvenzionate per cercare di assicurarsi il voto cattolico: è una giungla di spese che spesso vengono nascoste nelle pieghe dei bilanci o divise tra le diverse Asl perché sia improbo andare a scovare dentro questo verminaio. Dunque è difficile fare un conto preciso, anche se si può dare l’idea di una entità generale.

Intanto ci sono 9 regioni ,Veneto, Puglia, Sardegna, Toscana, Provincia autonoma di Trento, Lazio, Umbria, Sicilia, Lombardia che hanno sottoscritto con le Conferenze episcopali regionali schemi di intesa per l’assistenza religiosa negli ospedali pubblici, alle quali vanno aggiunte le infinite convenzioni con le i comuni, le Usl e gli ospedali. Un mare di soldi spesso sottratti all’assistenza tanto che in Veneto, nel 2009 – ma è solo un esempio – sono stati assunti a tempo indeterminato e con inquadramento nel profilo “D” (infermieri professionali laureati) 96 “assistenti spirituali” per una spesa stimata di circa 2 milioni di euro, quando nella stessa regione c’erano 500 medici a spasso e mancavano quasi 2.000 infermieri.

Alcune persone di buona volontà e soprattutto il compianto Marco Accorti hanno cercato di fare luce in questo pozzo senza fondo. Ma solo per 3 Regioni è stato possibile restituire un quadro vicino alla realtà: Emilia, Veneto e Toscana, spendono ogni anno quasi 7 milioni di euro per la sola assistenza religiosa negli ospedali, senza annessi e connesi. Una stima nazionale porta dunque la cifra attorno ai 50 milioni di euro per vedere una tonaca aggirarsi nelle corsie d’ospedale, spesso con evidente malavoglia ed essendo remunerato per questa sublime opera quanto un infermiere professionale. Senza dire che grazie al malinteso servizio di sussidiarietà (altra fonte di equivoci e di sostentamento di attività legate alla Chiesa che costano 3 volte di più che se fossero gestire direttamente dal pubblico) Regioni e comuni finiscono spesso per stipendiare l’assistenza religiosa anche nelle cliniche private. Per non parlare poi delle pensioni di cui possono godere gli assistenti religiosi.

Certo è paradossale  che in un Paese nel quale da anni si discute accanitamente di contributo pubblico ai partiti, poi non ci si accorga di spese altrettanto ingenti affrontate proprio per nulla, per sovvenzionare ciò che dovrebbe essere proprio il minimo sindacale e gratuito di una chiesa che ogni anno e sotto varie forme scuce allo stato la bellezza di sei miliardi e mezzo. Quindi facciamoci benedire, tanto lo abbiamo già pagato.

 


Oltre il cilicio niente

Binetti cardinal

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vi ricordate i tempi peraltro non così remoti nei quali si diceva che le donne al potere avrebbero portato qualità e specificità di genere, segnate dalla sensibilità, da una compiuta sentimentalità coerente con istanze di praticità e realismo, da una vocazione all’ascolto e alla comprensione per gli altri, in specie i più deboli e vulnerabili? Vi ricordate quando una sia pur frettolosamente esplorazione nelle geografie degli scandali e del malaffare registrava una egemonia maschile attribuibile a un più ridotto spirito di servizio, a una minore preoccupazione per il futuro, a un superiore ego, forse intrinsecamente condizionato dal testosterone? Come se si trattasse solo di differenze tra uomini e donne, di disuguaglianze tra sessi e non della vecchia perenne lotta di classe, della sopraffazione ancora bestiale e sempiterna di ricchi sui poveri, cui si aggiungono altre diversità come un infame valore aggiunto per annettere iniquità a iniquità.

Non bastavano le esternazioni imprudenti intimidatorie e inopportune delle nostre ministre, indicatori di comportamenti e scelte regressive, desiderate o eseguite come un compito doveroso, incivili e discriminatrici, punitive di vocazioni, aspirazioni, talenti, garanzie e diritti. Non bastava il dispotismo della cancelliera. Ecco che la loro autorità di riferimento sovranazionale dal trono del Fondo Monetario, una donna, si dice, esprime con sgangherata e provocatoria franchezza il senso vero della loro ideologia: non provo pena per i bambini greci che patiscono la fame.. i loro genitori invece pensino a pagare le tasse. Indifferenti al fatto che il debito sia degli Stati e non dei cittadini, che l’evasione sia un fenomeno diffuso si, ma che la pressione principale sul debito pubblico e sul depauperamento dei servizi e dello stato sociale sia da addebitare a una cerchia di “infedeli” ristretta e protetta dai governi; sprezzanti dei bisogni e animosi verso gli altri, chiuse in una bolla di delirante superiorità e separatezza, le sacerdotesse del neo liberismo, come baccanti folli, diventano sbracate nell’esternazione del loro credo, ché tanto le brache sessiste, tiranniche e sopraffattrici le hanno messe alle loro teste, forgiate sui modelli di una enclave dirigente che vuole scardinare con sistematicità ottusa e un accanimento delirante l’edificio dei diritti e della democrazia.

E vi ricordate quando si diceva che la fede, quella militante, professata con la parole e gli atti, faceva diventare i fortunati possessori, vincitori di una sfida con il male, tanto da essere esempio di comportamenti virtuosi, da privati e da cittadini. Eh lo so, toccava sopportare certe intemperanze, toccava subire un bel po’ di invadenza negli affari di Stato, toccava essere indulgenti con una entusiastica vocazione all’ubbidienza cieca a certe gerarchie, toccava difendersi dall’esuberanza di una morale religiosa che voleva sostituirsi all’etica, è vero. Ma a volte noi laici eravamo ammirati, forse addirittura invidiosi di tanta cocciuta volontà di “far bene”, di tanto impegno che da intimamente devoto si declinava in comportamenti “politici” di dedizione agli altri, di solidarietà, fino al sacrificio.

Ma esagerare è diabolico, lo dovrebbe ricordare la Binetti che in tempi di crisi delle istituzioni, alla quale non si sottrae la Chiesa, con disprezzo della ragione, dello Stato e dello stato di diritto, del suo ruolo di rappresentante in Parlamento, difende con nebbiosa protervia l’intoccabilità e il primato delle regole “confessionali” della sua religione rispetto alle leggi del suo Paese. “Un sacerdote, ha sostenuto nel corso di una intervista nel corso del programma radiofonico “La Zanzara“,. non è obbligato a denunciare un pedofilo”. Che lo dica la Cei – ne abbiamo parlato qui – è indecente e deprecabile, ma che lo sostenga un parlamentare, che le leggi dovrebbe promuoverle e rispettarle in nome e nel rispetto dei cittadini, è più che scandaloso, illegittimo, delittuoso, sovversivo. Non perdo nemmeno un minuto a rilevare che una cristiana, dedita a mortificazioni edificanti tramite cilicio, della quale si magnifica il piglio da zarina nelle cure che dedica a un importante organismo vocato alla salute, di cui si registra una certa focosa mobilità nell’aderire a movimenti e partiti seguendo probabilmente indicazioni che vengono dall’alto, forse dall’Altissimo, proprio lei dovrebbe insorgere indignata contro delitti tra i più ignobili che devastano l’innocenza, riducono la speranza, feriscono irrimediabilmente l’aspettativa del futuro, mortificano per sempre l’infanzia e il bambino che è bello conservare in sé anche una volta adulti. E non mi chiedo neppure se l’omissione di denuncia valga e sia legittima anche per quanto riguardi l’autodenuncia e anche quella di latri sacerdoti probabilmente vista come una indebita e condannabile delazione, una spiata da ‘nfami, nella miglior tradizione delle cupole, mafiose o di San Pietro che siano, perché l’inclinazione di certe vocazioni è sempre quella a lavare i panni sporchi in casa.
Dovrebbero essere i credenti a manifestare scandalo per l’iniquità, l’ipocrisia e l’infedeltà ai principi delle gerarchie ecclesiastiche. Ma devono essere i cittadini a espellere dalle loro assemblee di rappresentanza gli eletti per la loro infedeltà alle leggi, allo Stato e alle sue istituzioni.


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