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Tre anni di solitudine

amatrice-ansa-1030x615Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Non siamo residenti, siamo resistenti”. lo dicono quelli di Accumuli,di Amatrice, di   di Castelgrande  a tre anni dal sisma.

Lo dicono al vento che a Castelluccio soffia forte e mette a rischio la ardita opera architettonica chiamata Deltaplano che avrebbe dovuto far volare la ricostruzione e rilanciare attività economiche tradizionali, dando accoglienza alla distribuzione dei prodotti gastronomici locali e alle attività di ristorazione, crollate, chiuse e messe in ginocchio dal terremoto.

Soffia sulla strada  che collega i paesi del maceratese e Castelluccio, che viene riaperta solo di tanto in tanto,  ben guardata dalle forze dell’ordine,  tra i cordoli di cemento, le travi di ferro, fa tremare le vetrate della struttura – gli edifici sono 3-  di 6500 mq.,  già costata un bel po’ di quattrini stanziati dalla Regione con la modesta aggiunta di un dieci per cento del budget a carico di oculati sponsor,  tra tutti la Nestlè che ne ha fatto il tema di   in un battage pubblicitario per la rivitalizzazione dei luoghi mentre a  pochi chilometri di distanza licenziava 340 lavoratori della Perugina. Un’opera guardata con poco interesse e ancora più scarse aspettative dagli abitanti (120 secondo il censimento del 2011 ma solo una quindicina di persone fisse estate e inverno), molto contestata dagli ambientalisti,  ma sostenuta con grande determinazione dagli enti, Regione e comuni, che hanno diffidato più volte chi osasse diffondere notizie false sulla sua natura “solo temporanea” e  sui suoi intenti di promozione e valorizzazione degli operatori del territorio. Notizia false, fake, da denunciare e smascherare quindi, tra le quali  non credo si possa annoverare la constatazione  finora sono due le attività di ristorazione con tanto di numero telefonico sulle Pagine Gialle e che la commercializzazione dei giacimenti di beni e prodotti locali è a cura di un  supermercato (ne avevo scritto qui più di un anno fa:  Castelluccio, il deltaplano cadutoCastelluccio, il deltaplano caduto

“Non siamo residenti, siamo resistenti”, dicono le loro  nel vento perchè a scorrere i titoli della rete, le informazioni  sul dopo sisma e quelle sulla ricostruzione non occupano nemmeno le brevi in basso, salvo una iniziativa per una volta lodevole dell’Ansa che ha dedicato un corner alle notizia dal cratere. Dal quale si apprende che se ricostruzione e riavvio economico sono a “quota zero” saranno invece  innumerevoli le messe, le veglie e  le commemorazioni disertante senza troppi rimpianti e tante meno rimorsi da esponenti tutti ex governativi impegnati altrove in altre emergenze.

Apprendiamo anche che tra Accumuli e Amatrice dopo tre anni, la rimozione delle macerie è “quasi conclusa” salvo altri interruzioni  e incidenti di percorso “imprevedibili” come quando la ditta Cosmari ha dovuto interrompere i lavori per la presenza “sorprendente”  di amianto nelle macerie.

Apprendiamo anche nella parte marchigiana del cratere sarebbero  un’ottantina i cantieri per la ricostruzione pubblica   (scuole, ospedale, opere di urbanizzazione, dissesti, caserme e municipi) con un budget di 120 milioni  per 76 mila immobili colpiti in modo più o meno grave. Che fa meglio (sempre con i nostri quattrini, però)  la Diocesi competente, quella di Rieti  che sta “lavorando” per rimettere in piedi 70 chiese danneggiate dal sisma: 40 interventi, altri 15  in progettazione, 5 in esecuzione e 10 in fase di inizio lavori. Che su 8.168 richieste di fondi pubblici presentate, ne sono state approvate 2.420, cioè una su tre. Che 

Non apprendiamo invece proprio un bel niente dal sito per la Ricostruzione affidata al Commissario straordinario Farabollini succeduto a Errani e alla De Micheli, si direbbe nel segno della continuità, se non la  pubblicazione di ordinanze e circolari (più di 80) interpretative dotate di quel gergo indecifrabile e criptico che caratterizza i prodotti giuridici e amministrativi mirati alla semplificazione e che dovrebbero facilitare l’iter di richiesta delle agevolazioni fiscali in favore delle imprese e dei professionisti delle tre regioni del cratere per il periodo 2019-2020 (grazie a risorse pari a 142 milioni), la ottimistica enunciazione delle misure contenute nel decreto sblocca cantieri che prevede  le norme per “velocizzare” la ricostruzione, e in forma di cerotto sulla ferita aperta il via libera alla realizzazione di altre “case mobili”.

Non sarebbe invece ancora perfezionato il sistema di riconoscimento dei cosiddetti “danni lievi” che deve essere dall’assunzione di tecnici, almeno 350, dall’adeguamento del tariffario dei professionisti, dall’estensione dei benefici della Zona Franca Urbana, dall’affidamento al prezzo più basso delle gare fino alla soglia comunitaria, e parimenti dall’innalzamento della soglia per il ricorso alla procedura negoziata, oltre che dal rituale alleggerimento delle procedure burocratiche. E se questo vale per i “danni lievi” lascio all’immaginazione ipotizzare cosa sia accaduto e accada per quelli “gravi”, mortali, irreversibili. 

Così adesso sappiamo che è possibile sveltire, accelerare, semplificare, aggirare, affrettare mentre pare sia impossibile fare, realizzare, costruire e ricostruire secondo principi di qualità, efficienza e sicurezza.

Che Stati espropriati dell’autodeterminazione in materia economica sono condannati all’impotenza e all’inazione, o persuasi col ricatto, l’intimidazione o oscene blandizie a spendere male il poco che hanno per appagare appetiti padronali interni e esteri. Che governi e enti locali a volte non fanno per paura, a volte non fanno per indecisione, a volte non fanno perchè così non si sbaglia, a volte non fanno perchè anche senza saperlo si adeguano a un modello di futuro e di territorio nel quale i residenti, specie se sono resistenti, sono scomodi, molesti, quando non vogliono trasformarsi in inservienti, camerieri, guide, osti e affittacamere del grande parco tematico chiamato Italia.

Che solo a pochi dotati di mezzi individuali è concesso restare o tornare dove sono nati, riprendere attività e commerci, salvare beni e memorie, secondo quel regime di disuguaglianze in questo caso ancora più tragicamente inique.

E che si può essere stranieri e stranieri in patria a pari condizioni di emarginazione, invisibilità, disperazione.

 


Castelluccio, il deltaplano caduto

DSCN0102Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si spalanca d’improvviso la vallata col suo trascolorare dal blu al vermiglio sotto la strada impervia che costeggia la montagna, come un prodigio cercato eppure inatteso, una rivelazione inseguita eppure sorprendente che turba per la sua bellezza e al tempo stesso suscita una specie di vergogna perché parla di onore e fedeltà offesi, di riscatto e orgoglio umiliati. A chi volesse avventurarsi su per quella strada sulla piana di Castelluccio durante la fioritura delle lenticchie, il navigatore partendo da Roma consiglia un percorso lungo e tortuoso. Si esce dall’A24 sfiorando la periferia dell’Aquila, trafficata e viva anche se brutta con quel proliferare di costruzioni senza coerenza e identità e si prosegue lungo strade selvagge e incantevoli, mentre sbucano dall’infittirsi della vegetazione con il grande massiccio che fa da sfondo borghi scoscesi. E a un certo punto ecco la prima indicazione: Amatrice, un paese che abbiamo letto e saputo che è diventato uno spettro dimenticato. E da là comincia il susseguirsi di cartelli stradali con delle luttuose bende nere a nascondere i nomi di altri paesi che non esistono più, irraggiungibili perché i varchi delle carreggiate che dovrebbero condurvi là sono chiuse e dei quali si sta cancellando la memoria. E poi via via il tragitto prosegue mostrando case sventrate , quinte teatrali rimaste su nel palcoscenico dell’orrore mentre dietro tutto è crollato, ammassi di calcinacci di quelle che erano cucine con le ante dei pensili precipitati e i piatti rotti e poi rovine e macerie ammucchiate malamente che invadono anche la strada proprio come se i fuggiaschi fossero scappati dall’apocalisse non due anni fa ma ieri, stamattina, poco fa lasciandosi dietro tutto.

Chi passa può vedere che qualcosa è cambiato dall’anno scorso: è stata rimossa la mesta cartellonistica della Protezione Civile che definiva quegli abitati come “emergenza sismica” a significare forse che è il tempo di rassegnarsi alla continuità della crisi. E infatti in giro non c’è nessuno, né abitanti, né lo Stato rappresentato solo da una muscolare presenza militare coi posti di blocco dei carabinieri che chiedono i documenti a chi va verso Accumuli e dintorni dei quali abbiamo saputo e letto che non esistono più nemmeno quelli e soldati che stazionano vicino ai semafori che indicano l’alternarsi del senso di marcia o davanti ai cavalli di Frisia che bloccano la viabilità mai ripristinata verso altri borghi estinti e abrogati. È caduto il silenzio su questa tragedia collettiva che è stata retrocessa a interessare solo le vittime.

Da tempo sono cessate le visite pastorali dei notabili, scomparsa, forse ridotta in DSCN0112volontaria clandestinità la figura della commissaria straordinaria tanto che il sito dedicato alla “ricostruzione” reca occasionali e rare comunicazioni di servizio per rammentare scadenze burocratiche. Nell’agenda del governo il tema non viene menzionato a confermare che se devono venire prima gli italiani, quelli di Norcia, Castelluccio, Accumuli, Amatrice italiani non lo sono più ad onta della bella sagoma dello stivale disegnata con gli alberi sul dorso della montagna sopra la vallata.
A voler essere onesti qualche autorità c’è andata a Castelluccio in questi giorni. Si tratta del festoso corteo dei promotori – autodefinitisi “plasmatori di un’idea firmata dall’archistar ambientalista Francesco Cellini nel pieno rispetto del paesaggio” – del Deltaplano, l’imponente opera che avrebbe dovuto segnare il riavvio dell’economia nell’area più colpita, quel “Villaggio delle attività produttive ed economiche”, fortemente voluto dalla Regione, dal sindaco di Norcia e dal Pd regionale rappresentato da un inequivocabile esponente che di nome fa Chiacchieroni, una cattedrale del gusto e dell’alimentazione, un’Expo nel cratere del sisma con alle spalle uno sponsor illustre quanto parsimonioso, la multinazionale Nestlè. Lunedì, con una semplice e toccante cerimonia hanno consegnato simbolicamente le chiavi delle prime strutture destinate alla delocalizzazione delle attività gastronomiche del borgo: 5 “negozi” e due caseifici, in attesa (cito il vicepresidente della Regione) di “completare il programma di delocalizzazioni di tutte le attività commerciali e produttive borgo terremotato”, “dove sarebbero quasi finiti (cito la stampa locale) gli interventi di ricostruzione”.

DSCN0113Qualcosa deve essere andato storto: a picco sulla vallata, sopra interventi di sbancamento della montagna vanamente smentiti, la cittadella del gusto, la cattedrale della gastronomia, viene ridimensionata a “iniziativa di rilocalizzazione delle attività di ristorazione”. Si è persa traccia del prestigioso e immaginifico architetto e si vede soltanto una bieca costruzione di metallo anodizzato e vetracci spessi, che dovrebbe dare l’illusione di essere provvisoria, ancorché i materiali siano stati scelti con cura proprio perché eterni come reciterebbe una pubblicità, in un luogo dove è bandito il più consono legno che non resisterebbe a vento, gelo e neve e ampiamente usato invece per le casette somministrate con oculata moderazione agli abitanti irriducibili. Per l’obbrobrio sono stati spesi finora più di 500 mila euro di un budget previsto di due milioni, perlopiù finanziato dalla Protezione Civile, che la frugale Nestlè avrebbe erogato meno di 200 mila euro frutto di una raccolta fondi. Si può star certi che non ci andranno i coraggiosi ristoratori che hanno improvvisato dei locali appena a ridosso del paese o gli allevatori e contadini che vendono in queste belle giornate di sole i loro prodotti nei chioschetti lungo la strada. Chi si ferma per comprare sente dire che nel Deltaplano non ci vanno loro, non ci vanno i trattori della zona, non ci vanno gli Ansuini che hanno rifatto la loro antica bottega in un capannone fuori Norcia, non ci vanno quelli che hanno montato un efficiente ristorante in un prefabbricato e sfornano pasti per i pellegrini della bellezza proprio dietro le insegne di antichi esercizi rimaste in piedi mentre gli hotel e le locande sono state cancellate dal terremoto.

La bellezza dei luoghi non risiede solo in quei colori dal blu al rosso. Ma nel coraggio di chi vuole restare e si sottrae alle lusinghe infami di chi raccomanda la ragionevolezza e l’assennatezza della resa e dell’esodo. In tanti abbiamo pensato e scritto che c’è un disegno criminale nell’inazione, nella proterva volontà di non far nulla in modo da svuotare il cuore del paese per farne un “muscolo” artificiale di metallo e vetro nel quale esibire i fasti del mercato con prodotti replicati e uguali in tutto il mondo a tutte le latitudini e con tanti avviliti dall’esercizio della servitù al servizio di pochi autorizzati a comprare e visitare il luna park del Bel Paese. È avvilente pensare che ci siamo sbagliati, che è peggio di così, che non sanno nemmeno perpetrare il loro misfatto, che si perdono per strada rincorrendo miserabili interessi. Vale la pena di andarci a vedere la piana di Castelluccio per fare una gita educativa nella realtà, per nutrire un po’ di sana collera e per imparare che tra noi pare ci sia ancora qualcuno che resiste, lassù, ancora una volta in montagna, come dovremmo fare tutti.


Non bastava il terremoto, atterra il Deltaplano

deltaAnna Lombroso per il Simplicissimus

In assenza di compassionevoli visite pastorali di qualche autorità, da molto tempo era calato il silenzio sul cratere del sisma che ha colpito il Centro Italia quasi due anni fa.

Andando sul sito della “ricostruzione” si possono contemplare alcune immaginette votive della commissaria e del presidente del consiglio in occasione della cerimonia per lo  stanziamento di   1,03 miliardi di euro per la ricostruzione di scuole, case comunali, caserme ed edilizia popolare e pure per finanziare  il Piano di intervento sul dissesto idrogeologico nelle zone terremotate.

Si poco più di un miliardo, dei 7, 5 in bilancio statale, mentre  la  spesa militare italiana amm0nterà a 25 miliardi di euro nel 2018 (1,4% del PIL), con un aumento del 4% rispetto al 2017 che rafforza la tendenza di crescita avviata dal governo Renzi (+8,6 % rispetto al 2015) e che riprende la dinamica incrementale delle ultime tre legislature (+25,8% dal 2006) precedente la crisi del 2008.

Si, poco più di un miliardo a fronte dei 10 miliardi, tanto ci è costato  il salvataggio delle banche venete e dei 9 per Mps.

Ah, sul sito si trova anche l’agile prontuario che va sotto il nome di Vademecum  della ricostruzione ad uso di privati e aziende, che non deve aver mostrato una grande efficacia se dalle scarse notizie, e ufficiose che trapelano, sarebbero più di 43 mila gli sfollati, solo 18 le case riparate su 100 mila, meno di 4000 le domande di autorizzazione presentate agli uffici competenti e i cantieri aperti 600,  che nelle Marche, dove c’è la massima concentrazione dei danni, l’attività degli Uffici sguarniti di personale è quasi ferma e le pratiche presentate ai primi di aprile erano 2.170, a fronte di 60-70 mila immobili danneggiati.  E che continuando di questo passo per tornare a prima dell’agosto 2016 ci vorrà più di un secolo e mezzo.

Però in questi giorni il silenzio è stato squarciato degli squilli di tromba che hanno salutato il Deltaplano, l’imponente struttura che dovrebbe segnare il riavvio dell’economia nell’area più colpita, la cattedra del gusto e dell’alimentazione che sta per sorgere nella piana di Castelluccio, pomposamente descritta come il   “Villaggio delle attività produttive ed economiche”, fortemente voluto da Regione e dal sindaco di Norcia, che di nome fa Alemanno e è stato eletto in rappresentanza di una lista civica del centro destro: Rispetto per Norcia, pronto a querelare chiunque sparga notizie false e   tendenziose sulla radiosa iniziativa, a cominciare dalla fake news più calunniosa, che cioè si tratti di una struttura permanente.

Macché i “plasmatori dell’idea  firmata dall’archistar ambientalista Francesco Cellini nel pieno rispetto del paesaggio”, così si definiscono,  stretti intorno a uno sponsor al bacio ma particolarmente parsimonioso, la Perugina cioè la multinazionale Nestlè. E senza il becco di un quattrino  in attesa di generosi finanziatori “disinteressati” e caritatevoli, determinati a  dare ospitalità provvisoria a osti, ristoratori e mescitori, ne parlano come di una grande vetrina che esporrà la ricchezza agroalimentare del luogo, effimera e temporanea: appena conclusa la sua missione verrà chiusa e cancellata. Si, promette bene, proprio come gli stadi e le stazioni dei Mondiali, proprio come le infrastrutture delle Olimpiadi e proprio come le rovine e le aree dell’Expo per le quali non si è trovata  una destinazione, che nemmeno gli speculatori più incalliti le vogliono,  se il primo passo del cammino glorioso del Deltaplano è stato una bella colata di cemento proprio  sul Pian Grande, segnato  finora solo dai solchi della seminagione, sui suoi declivi dolce e erbosi, in una delle zone più belle e celebrate d’Italia, spunto spettacolare dei grandi vedutisti e sfondo ideale per i pittori del rinascimento.

È passato più di una anno da quando se n’è cominciato a parlare, grazie alla denuncia di ambientalisti,  di urbanisti, paesaggisti e studiosi e di associazioni e comitati locali, contro i quali sono insorti la Regione, qualche sindaco e sospette  associazioni di imprenditori e industriali che hanno voluto accreditare l’iniziativa come un “volano” per la rinascita, “motore” per valorizzare quel giacimento profittevole  rappresentato dal comparto gastronomico e agroalimentare, secondo il gergo osceno applicato ai “serbatoi e giacimenti” che  sgorga dalle bocche avide di cha sa usare solo il dizionario delle sfruttamento, della speculazione e della doverosa svendita del bene comune.

E infatti andandosi a leggere le impermalosite dichiarazioni dei rappresentanti della Comunità Agraria e della ProLoco si scopre che nelle loro menti si è andato formando il disegno di una expo minore, una aggregazione di greppie e mangiatoie al servizio di quello strano turismo delle catastrofi che è già attivo anche in altre sedi, dai funerali delle celebrità a quelli che si fermano in autostrada a impedire il passaggio delle ambulanze per rimirare lo spiaccicato sull’asfalto fino ai festosi picnic con cicerone al cimitero di Venezia, già collaudato nel giorni successivi al sisma quando carovane di visitatori andavano a godersi da sopravvissuti e contenti il lutto di un Paese e di una comunità.

Ora è probabile che con l’acqua alla gola, senza casa, con le bestie morte dopo il secondo inverno, con le aziende strangolate dalle banche, quelle salvate in prima fila, fallite o chiuse, coi bulldozer che attraversano le terre ma le strade ancora impraticabili per dissesto e macerie mai prelevate e conferite altrove, si, è probabile anche qualche operatore della zona, allevatore, piccolo imprenditore, casaro, macellaio,  abbia aderito alla proposta.. se è stato consultato e forse inconsapevole di trovarsi in una condizione di evidente svantaggio. Perché  mai potrà competere con le star della distribuzione di parmesan austriaco e salami slovacchi, di bucatini e fusilli a cura di esuberanti multinazionali, con quel brand nel quale primeggiano i norcini di regime, i Farinetti continuamente celebrati e assistiti ecome divinità dalle nuove idolatrie e correnti della panza svogliata, piena e involgarita  che esondano in tv e pure nei musei dove officiano le loro messe nere di grandi infinocchiatori e acchiappacitrulli all’azoto liquido.

Ormai tocca ripetersi (del Deltaplano anche prima che si chiamasse così, ne abbiano scritto ripetutamente qui  https://ilsimplicissimus2.com/2017/07/22/svenduti-senza-un-piatto-di-lenticchie/  e qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/10/17/il-bel-salame/ ) c’è un senso in quello che accade ben oltre l’incapacità, l’inadeguatezza, l’ignoranza, nel condannare a morte il cuore vivo di un paese, i suoi abitanti, la sua storia, la sua traduzione, la sua cultura, la sua bellezza.

Ed è la volontà proterva di suggellare  il patto feroce e perverso stretto con un impero che ci ha scelti come colonia adibita allo svago, dove consumare i riti della contemplazione, della gourmandise, e pure dell’esproprio e del furto di valori, ideali, con il valore aggiuntivo di essere serviti dagli eredi irriconoscenti e rinunciatari di chi ha realizzato un’utopia fatta di arte, creatività, sapere, talento. Meglio se in costume  acconcio per fare gli inservienti del parco tematico dell’Italia, Bel Paese a fette come il formaggio, in qualità di osti, rosticcieri, servette e stallieri, in posti amati che non sono più loro al servizio di chi si gode l’umiliazione e l’oltraggio a un trascorso  rimosso e concluso, premessa sinistra della fine  del futuro.

 

 

 

 


Svenduti, senza nemmeno un piatto di lenticchie

sismaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se l’essere stata pronunciata con tracotante veemenza dall’autorevole tribuna, risparmierà la più infame e proditoria di tutte dalla mannaia morale impugnata contro le fake news.  È  improbabile però che nel prossimo report quindicinale sulle bufale che rimbalzano sul web – frutto avvelenato di un complotto orchestrato per gettare discredito sul governo, sul partito trasversale che occupa parlamento, società e media tradizionali   e sulle sue incontestabili verità e rincitrullire il popolo bue, prossimamente redatto anche grazie all’algoritmo di uno dei petali più prestigiosi del  giglio  magico esperto di spy story tanto da essere eterno candidato al comando del nuovo corso della cyber intelligence –  venga denunciata la patacca che più di altre costituisce un affronto e un tradimento nei confronti dei cittadini più feriti e traditi dalle istituzioni.

Perché è proprio dal pulpito della Leopolda che la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, Paola De Micheli, nei recenti  panni di commissaria per la ricostruzione nelle zone colpite dal sisma  ha rassicurato la selezionata platea: la situazione è in ripresa, ha detto.  E per galvanizzare lo smorto parterre, ha  aggiunto: siamo stati noi a dare le necessarie certezze … ora il tessuto sociale si sta rinnovando  e lentamente sta riprendendo la vita normale.. ho conosciuto altre ricostruzioni, come  all’Aquila e in Emilia, ma mai prima un governo aveva proposto subito nei mesi successivi al sisma, un impianto normativo adeguato e un poderoso finanziamento.

Anticipando le improbabili  purghe renziane sono insorti i comitati di cittadini sorti nel cratere dei sisma che in questi mesi si erano astenuti dall’attribuire le responsabilità dei ritardi e nelle inadempienze a chi aveva ereditato una gestione malaccorta, incapace e poco coraggiosa, ma che ora accusano la commissaria di sciacallaggio elettorale sulla pelle di chi si trova ad affrontare il secondo inverno in una guerra a mani nude, con le macerie per strada, quando le strade di collegamento sono ancora impraticabili, quando si segnalano i primi casi di polmonite tra quelli che, a Castelluccio ad esempio,  dove (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/10/17/il-bel-salame/)  si è molto narrato delle magnifiche sorti e delle promesse di benessere per tutti della grande fiera dell’alimentazione e della ristorazione doc servita da masterchef e imprese esterne, hanno resistito a più di un anno in camper a 1200 metri, per tentare la semina del loro oro, appuntamento rinviato a chissà quando. E dove non solo si vive “in un contesto post bellico”, ma, malgrado le rivendicazioni, anche quelle in rete, della Commissaria,  che espone i meriti della sua lotta alla burocrazia e alle farraginose complicazioni procedurali, imprese, cittadini, emti pubblici sono ancora alle prese con “difficoltà interpretative”, a cominciare dall’accesso a facilitazioni,    incentivi e esoneri fiscali.

Infatti si sa che su 3702 richieste presentate da altrettanti nuclei familiari per ottenere una Sae, soluzione abitativa di emergenza – le famose casette di legno- le assegnazioni non superano le 1103 unità. Così a Visso dove non è stata consegnata nemmeno una delle 230 Sae richieste,  chi non si è rassegnato all’esodo in alberghi o all’ospitalità da amici e famigliari, si arrangia come può e una ventina di persone vive accampata in camper inviati da privati di buon cuore, in un insediamento precario intorno a quello che era lo stadio, servendosi dei bagni e degli spazi comuni della struttura.  Non va meglio a Ussita: 0 Sae su 87 previste, a  Castelsantangelo, 11 su 63,  a Pieve Torina 40 su 208, nelle Marche dove su 1521 sae ne sono state consegnate 250.

E intanto c’è una fake che viene smascherata, quella secondo la quale  i soldi dati generosamente dagli italiani sarebbero servit per dare una casa ai senzatetto. Proprio in questi giorni la stessa commissaria straordinaria  ha ufficializzato la lista dei progetti finanziabili con i quattrini raccolti con gli sms solidali, approvando le scelte sconcertanti effettuate da Regioni e enti locali in vena di antiche rivincite e impegnati a mantenere promesse fatte prima della tragica emergenza.

E a sentirsi oltraggiati non dovrebbero essere solo i comitati dei terremotati ma tutti quelli che hanno ancora una volta scelto di donare qualcosa per sentirsi partecipi e solidali, derisi   per i 3 milioni che la regione Marche la voluto destinare al recupero della Grotta sudatoria  di Acquasanta Terme, chiusa da vent’anni, o i 5 attribuiti a opere  sulla strada statale ex 238, un raddoppio già contestato prima del sisma in presenza della superstrada che le corre a fianco,   o per i 2 milioni finalizzati alla realizzazione di aree eliportuali.

Dispiace proprio aver previsto che cosa si nasconde dietro a certe inadempienze, a  certe incapacità, a certi ritardi, resi ancora più colpevoli perché come certe fake non celano cialtroneria o arroganza, propaganda un tanto al chilo o megalomania irresponsabile, ma un disegno ormai chiaro. Quello dell’espulsione dei residenti da là come da Firenze, Venezia, perfino da Milano, per trasformare un territorio e le sue città nel parco tematico della bella Italia e della sua gastronomia, data in pasto prima ancora che ai commensali a multinazionali  del turismo – a cominciare da quello religioso, dell’accoglienza, dell’alimentazione. Con la conversione dei cittadini in personale di servizio, ciceroni, affittacamere,  figurine del presepe vivente tutto l’anno. Come piace alla narrazione di chi dopo aver venduto partecipazione, politica, democrazia, palazzi, paesaggio, opere d’arte, sta vendendo anche noi e a prezzo stracciato.

 


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