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Diritto d’abuso?

il tettoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siamo degli anni ’50, Natale e Luisa si sposano, lui è un muratore veneto lei una cameriera che viene dal Sud. Si amano ma sono senza soldi e senza casa così lui decide di fabbricare abusivamente una baracca ai margini di una borgata sulle sponde dell’Aniene, contando sulla legge che prevede che un edificio abitato anche se costruito senza permesso, non possa essere abbattuto  se provvisto di un tetto. Ha un lieto fine il film di De Sica che si intitola appunto Il tetto è del ’56  e che, secondo la critica, segna il ritorno del regista ai temi e allo stile dei suoi primi film neorealisti, cercando di ricreare … la calda atmosfera di comprensione umana per i fatti narrati ..

Potremmo dire che da allora la calda comprensione umana in tema di senzatetto e abusivismo, come in tutte le cose del mondo, è stata segnata da una certa intermittenza e da una distribuzione disuguale. Se si ha notizia di sgomberi grazie al dispiegamento di forze dell’ordine in tenuta antiguerriglia, non si sa molto di demolizioni in grande stile di poderosi ecomostri salvo qualche caso diventato leggendario e la cui immagine resta a imperitura memoria di azioni forti estemporanee quanto irrepetibili.

Perché anche nelle geografie dell’illegalità esistono le differenze e le gerarchie di reati e crimini, e ci sono appunto i palazzoni delle mani sulla città, le villette a schiera di fianco a Pompei, il villaggetto di seconde case nella Toscana immortalata dai maestri del Rinascimento, le villette dei geometri amici dell’assessore nella campagna di Cima da Conegliano, le casucce tirate su proprio come nel tetto, sugli argini dei fiumi a rischio e perfino i prefabbricati “volontari” di qualche senzatetto del Centro Italia che si è piegato una ricostruzione faidate in mancanza d’altro.

Ci informa l’Inu che nell’Italia dei tre condoni una casa su cinque è abusiva.  Un anno fa a Sperlonga è stato sequestrato un intero hotel: il “Grotte di Tiberio” di proprietà dell’ex presidente della Provincia di Latina,  a Salerno, nell’alveo del fiume Tusciano, proliferano gli insediamenti fuori legge di immobili, depositi, uliveti, accanto a una discarica abusiva.  Sui litorali delle Marche ci vuol poco a erigere bungalow e prefabbricati, più solidi e permanenti di quelli concessi ai terremotati, già in disarmo. Su  storiche foci  e rive di chiare fresche e dolci acque si erigono impianti di rimessaggio, pontili e banchine. È una di quelle situazioni nelle quali lo Stato dichiara la sua impotenza e le amministrazioni la loro inadeguatezza o  la volontà di chiudere un occhio. Di condoni ne abbiamo avuti tre, 1985, 1994 e 2003), si contano solo due relazioni al Parlamento, delle 33 imposte dalla legge per monitorare l’evoluzione del fenomeno,  negli uffici  comunali competenti sono pervenute 15.431.707 richieste   delle quali  ben 5,3 milioni risultano inevase e di queste  3,5 milioni risalgono alla sanatoria del 1985: c’è gente che a 32 anni aspetta di sapere se il proprio immobile abusivo può essere sanato. Trentatrè anni di stallo e tanti soldi che lo Stato non ha incassato.

Il fatto è che se sulla speculazione delle avide mani sulla città, la correità è evidente, come hanno raccontato film più eloquenti del tenero quadretto di De Sica, come sa chiunque abbia letto, conosciuto e studiato i patti scellerati stretti da amministratori con cupole mafiose di tutte le latitudini, a colpi di pianificazione contrattata con rendite e proprietà, per quanto riguarda invece l’abusivismo “minore” quello che perfino per legge grazie allo  sciagurato Ddl di Falanga, doveva sancire l’indulgenza per ragioni di “necessità”, a ispirare una condotta bipartisan è stata invece la tolleranza, che come sempre accade, serve a nascondere la cattiva coscienza.  Basta pensare a quando, all’inizio del 1984 il Parlamento inizia la discussione della conversione in legge di un decreto del governo che, nel dichiarato intento di raggranellare un po’ di entrate, condona a pagamento l’abusivismo edilizio. Allora si capisce che il Pci  è compiacente sul condono, secondo la tesi poi abusata anche in merito a direttive, trattati e convenzioni internazionali,  che il rispetto delle regole urbanistiche era impossibile per via della loro rigidezza e astrattezza, lontana dalle esigenze della gente.

Non stupisce quindi che proprio durante l’iter del famigerato Ddl Falanga, fortunatamente tramontato con le elezioni, abbiano riempito le cronache le proteste di cittadini al grido “casa, casa”, la stessa tifoseria dai connotati non proprio trasparenti che ha accompagnato il percorso di leggi regionali, Abruzzo, Campania, Lazio che hanno cambiato la faccia dei vecchi condoni, per legalizzare cambi di destinazione, abusi, manomissioni sempre nel quadro delle superiori ragioni di necessità e tramite la valutazione del «prevalente interesse pubblico rispetto alla demolizione». E  dando corso così a una liberatoria che permette ai sottotetti e alle cantine di diventare civili abitazioni, magari destinati a accoglienza alberghiera, grazie a quella che possiamo definire la deregulation delle mansarde e degli scantinati di Lazio e Lombardia  o peggio, come nel caso della Campania, dove il consiglio regionale ha  riscosso molto successo di pubblico con l’adozione di «linee guida per supportare gli enti locali che intendono azionare misure alternative alla demolizione degli immobili abusivi».

C’era da aspettarselo: le amministrazioni sotto il giogo del pareggio di bilancio, del passivo di cassa, delle scelte sbagliate del passato e del presente, vivono sotto ricatto di costruttori, immobiliaristi, proprietari e hanno ridotto l’urbanistica a contrattazione da suk, pronti a svendere, a introdurre varianti al loro servizio spacciate come accorgimento lungimirante per guadagnarsi compensazioni sotto forma di contributi per la realizzazione di collegamenti stradali o infrastrutture, mentre  aumentano le volumetrie concesse per la costruzione di uffici e centri commerciali che restano miseramente vuoti come accade a Milano e Roma, nati per essere già archeologia del terziario.  E allo stesso tempo i cittadini vittime del dominio dell’incertezza, della precarietà, indeboliti dalla perdita di garanzie e beni, fanno propri i sistemi del ceto dirigente: familismo, clientelismo e malcostume come forme di autodifesa autorizzate dai tempi che corrono. E c’è sempre un assessore che gradisce la strenna, il funzionario che mette un timbro compiacente, l’ispettore che chiude un occhio, spostando sulla carta il greto del fiume, togliendo uno zero alla distanza dalla discarica, perdendo provvidenzialmente la documentazione della Dia, in virtù di quella logica di favoritismi e scambi opachi che hanno permesso lo sconcio criminale di condomini sotto i ponti – e ci si chiede chi sia venuto prima, di abitazioni di fianco alla Farmoplant,, di quartieri a ridosso dell’Ilva, per rendere ancora più plastico il conflitto tra posto e salute, tra salario e qualità dell’abitare.

In questa contemporaneità dove tutto è grigio così da non distinguere più tra bianco e  nero, non tutto quello che è legale è anche lecito, si sono persi i contorni e i confini tra conquiste e premi immeritati. E siamo posseduti dalla Necessità vera o alimentata, grazie alla quale vengono concesse licenze in cambio della limitazione delle libertà e della giustizia, quella sociale e quella delle leggi piegate alle ragioni dell’emergenza, nutrita amorevolmente per obbligare alla resa ai ricatti, per autorizzare il ricorso  a misure e autorità eccezionali, per far regredire i diritti, quello al tetto, a ricompensa arbitraria e discrezionale in cambio di ubbidienza e spregio delle leggi,

 

 

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Matteo & Matteo, società per cattive azioni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta si soleva usare l’espressione “utile idiota”.. ce ne sono di utili idioti al governo, nel Parlamento, nei giornali. Ma poi ci sono anche gli utili razzisti, gli utili fascisti, spesso anche idioti, che danno una mano, esercitano potere sostitutivo, distraggono gli spettatori mentre il mago fa i suoi squallidi stratagemmi, mentre il baro trucca le carte.

È contento Salvini certo, ma può essere soddisfatto anche il centro sinistra, connivente del successo della Lega, se ne ha alimentato l’affermazione nella sua Emilia come ne nutre i prevedibili risultati futuri nelle periferie della grandi città o nelle province marginali ed emarginate di un paese a sua volta periferia, a sua volta provincia del traballante impero occidentale. La ricetta dell’appoggio, esterno ma tenace, alla triade sulla quale si regge il partito di Salvini:  paura, razzismo, autoritarismo antidemocratico, ha vari ingredienti: impotenza, incompetenza, assoggettamento a un modello economico e rinuncia alla proposta di alternative, leadership deboli malgrado l’unanime e plebiscitario appoggio dei media, esplicita correità con un mondo d’impresa inetto, parassitario e avido, grazie all’esaltazione dell’iniziativa privata rispetto al ruolo dello Stato e al pubblico interesse, rifiuto di ogni speranza di riscatto classista, a meno che non sia quello dei ricchi sui poveri.

Ma c’è anche un atteggiamento “culturale” che ha favorito la legittimazione e il conseguente dilagare delle idee della destra nell’opinione comune: riconciliazione con i fascismi (ne parlava ieri il Simplicissimus a proposito dell’osceno voto dell’Ue sulla mozione dell’Onu), perdita di senso dell’antifascismo e decodificazione aberrante della storia  resistenziale, virtù delle monocrazie, perdita di rispetto dei valori costituzionali quindi anche di quelli della coesione sociale, dell’uguaglianza, del lavoro, dei diritti.

E la Lega mostra il muso duro, fa il lavoro “sporco” a completamento dell’opera svolta da anni dal susseguirsi di governi nazionali e locali per incrementare disuguaglianze, impoverimento del ceto medio e condanna all’esclusione dei più poveri, affermazione della precarietà, politica del ricatto e della minaccia, estrazione da dentro e sdoganamento dell’invidia, del risentimento, dell’istinto alla deresponsabilizzazione e alla sopraffazione come si addice a una forza che si pone come impresa della paura, che fa della xenofobia un brand, non in difesa di valori e identità di popolo, ma come legittima autodifesa e esaltazione di un differenzialismo che tuteli gli autoctoni tramite il rifiuto, il respingimento, la repressione degli “altri”, dei forestieri, dei diversi.

Sembra impossibile che gli italiani non sappiano mai trarre lezione dai trailer che proiettano loro la storia  e l’attualità, che preferiscano non guardare per non vedere, per non sapere. Che scoprano oggi il degrado delle periferie come una imprevedibile, inattesa e incurabile esplosione, come un fenomeno  naturale, poco preventivabile, quindi ingovernabile. Come se non fossero identificabili i colpevoli di quelle matrioske di lager, gli uni dentro gli altri, cominciati con  il sacco edilizio delle città, favorito da consociativismi fra politica e affari, tra Giunte comunali democristiane prima e di sinistra poi con  costruttori  spregiudicati che danno forma a incubi di cemento  malsani, e niente verde, niente spazi di socialità niente, parcheggi, niente servizi. E in compenso molto troppo traffico in vie di collegamento inadeguate e con una perversa carenza di trasporto pubblico, che a Roma il sindaco marziano ha  perfezionato col taglio di una quarantina di collegamenti.  Là erano arrivati gli abitanti del centro storico, proditoriamente attratti  dalla bonaria deportazione pensata dagli speculatori che intanto ristrutturano i rioni e i quartieri storici per rivenderli a caro prezzo. Poi arrivano gli immigrati, inizialmente i terroni, poi gli stranieri,  i più fortunati, confinati in quelle galere, in quei luoghi dell’alienazione e dell’isolamento dagli altri.

È là che disperati, diseredati e frustrati, trovano identità e dignità nel conflitto con altri più recenti diseredati, altri disperati di nuovo conio, altri frustrati di diversa nazionalità, senza distinguere se siano profughi, rom zingari,  immigrati, tutti comunque nemici. Salvini fa quello che faceva un tempo Er Pecora, quando girava con la sua macchinuccia per le periferie e le baracche, porta un verbo inverosimile ma diventato credibile, conforta gli ultimi di prima mostrando loro che ci sono ultimi nuovi, peggiori, più giù nella scala sociale e umana, più immeritevoli. Che per fortuna si possono riconoscere perché hanno altri abiti, altri colori, parlano altre lingue, cucinano altri cibi e pregano altri dei. E Marino fa quello che hanno fatto Rutelli, Veltroni, Alemanno: cercano di arginare la rabbia borgatara con qualche compensazione, per guadagnare tempo, per non intervenire sul patrimonio edilizio di case vuote, non finite, già degradate, per non ripristinare un welfare immiserito, per non immaginare politiche di accoglienza che devono essere una componente essenziale della ridistribuzione e dell’equità. Ma intanto si agitano i manganelli, si programmano le espulsioni, si rimettono in moto le ruspe, sicché altri senza tetto si aggiungano ai senza tetto, altre casalinghe se la prendono con siriane sfuggite alla guerra, altri ragazzi di borgata organizzino spedizioni punitive contro giovani rom, altri disoccupati vadano a sputare su lavavetri al semaforo.

No, non è una guerra tra poveri, è una guerra di chi ha, pretende di avere sempre di più, è convinto di averne diritto, contro chi non ha e non deve avere, né pane, né casa, né città, né diritti, qui come in Francia, in Grecia, come nei paesi dai quali vengono i senza terra,i senza denti, i senza  documenti, i senza speranza.

 


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