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Come topi nella trappola di Bruxelles

cavie03-k3eb-u11002706033011fab-1024x1227@lastampa.itPossibile che non lo avessero capito? Parrebbe invece che i componenti del nuovo governo abbiano appreso solo ex post che tutto quello che intendevano fare era collegato alla possibilità di avere una qualche libertà di bilancio e che tutte le promesse, pensioni, reddito di cittadinanza, flat tax , ancorché contraddittorie visto che abbiamo un esecutivo bicefalo, erano legate alla possibilità di emanciparsi dalla soffocante tutela di Bruxelles. Era proprio questo il senso della cosa. Nel momento in cui si sono calate le braghe di fronte all’oligarchia tutto il problema diventava quello di dare a bere agli italiani e soprattutto ai propri elettori che si stava tenendo fede agli impegni: ma questo non è minimamente possibile perché una volta accettato di tenere fissa la spesa per il reddito si tratta solo di stabilire delle regole per escludere abbastanza soggetti da stare nei conti o di dare un’elemosina a tutti. Da qui una serie di regole arzigogolate per diminuire il numero dei “beneficiati” come ad esempio la regola che l’integrazione del reddito spetta solo a chi è residente da dieci anni in Italia il che esclude tutti quelli che hanno lavorato all’estero perchè qui non si trovava occupazione. Il danno e la beffa.

E non solo perché il reddito di cittadinanza verrà pagato dagli stessi percettori o attraverso i beni immobiliari, ma anche attraverso meccanismi di lavoro obbligato che verrò ovviamente svolto proprio per quattro soldi, perfezionando così quel lavoro schiavistico che provocano i sistemi di sostegno al reddito pensati solo in funzione aziendalistica e comunque abborracciati. Per non parlare del premio ( minimo cinque mesi di stipendio del neo assunto) dato alle aziende, se non licenzieranno prima di 24 mesi: un  ulteriore vantaggio oltre a quello di poter disporre di lavoro a salari inferiori a quello del livello di povertà. E che dire delle card tremontiane rispolverate per l’occasione in maniera da far vergognare i pensionati al minimo? Reddito di cittadinanza? No reddito per un lavoro coatto. Se poi ci aggiungiamo che la riforma Fornero delle pensioni rimane pienamente in vigore, che anzi si mette mano alla sua completa realizzazione, collegando il trattamento all’andamento della vita media e che si invoca esplicitamente il ricorso alla pensionistica privata per meglio ingrassare le banche, si vede con chiarezza che questo governo è perfettamente e assolutamente in linea proprio con quella governance neoliberista, espressa dall’Europa che voleva contrastare. Anzi si potrebbe dire che siamo in un thatcherismo da Magna Grecia, appena nascosto da qualche velo retorico peraltro asseverato dalle opposizioni che considerano tutto questo come se fosse davvero un impudente reddito di cittadinanza.

Pare impossibile che non lo abbiano capito, che non si siano accorti che accettare le condizioni di Bruxelles, assolutamente punitive, anche all’interno delle dottrine reazionarie e austeritarie, era la mossa elettorale di Bruxelles per liberarsi degli scomodi populisti.  Possibile che i Cinque Stelle non si siano avveduti della trappola che ha avuto Salvini come elemento chiave? Tanto lui con quattro cretinate contro gli immigrati  rimarrà comunque a galla per poi ritornare al potere con la destra berlusconiana e renziana con la quale si sente in perfetta sintonia. C’è da chiedersi perciò se sia realmente possibile uscire dalla situazione attuale attraverso partiti e movimenti che sono comunque penetrabili, scalabili e sono immersi nelle logiche perverse dello svuotamento declino della democrazia o se non sia necessaria una sorta di sollevazione popolare come sta avvenendo in Francia per costringere le rappresentanze a prendere atto del malcontento e dei problemi. Certo in Italia non ci sono le condizioni antropologiche per qualcosa di simile a ciò che avviene oltre le Alpi e molto probabilmente le tensioni irrisolte finiranno alla lunga per causare una nuova frammentazione del Paese come estrema e illusoria via di fuga. In ogni caso è chiaro che siamo di fronte a un’occasione perduta.

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Basta dire di sì

cialtronfest2015_400x0Persino la cialtroneria è diventata una virtù politica. Persino il caos della legge di stabilità approvata con voto a tarda notte e correzione di errori madornali sfuggiti a tutti, compreso il precisino Padoan, è preferibile alla verità. Spogliata dai twitter demenziali del premier sulla buona politica delle ore piccole e dei diktat, spogliata dalle considerazioni siconfantiche dei famigerati notisti, la realtà avvilente è quella di un governo orfano, impotente e cortigiano nel senso pieno e multiforme della parola che attende il ritorno del capo da Bruxelles con le bozze corrette da Juncker sulla legge di bilancio.

La degradante realtà è quello di un provvedimento dove probabilmente sono stati volutamente inseriti errori marchiani e lacune indecorose, proprio per poterlo correggere all’ultimo minuto secondo i desiderata degli oligarchi europei. Il tradizionale assalto alla diligenza dei soldi pubblici – tranne quelli che afferiscono al cerchio magico, ovviamente – è stato evitato non per la credibilità personale e politica del premier e del suo esecutivo, quanto per il fatto che la carrozza stessa è stata venduta. Non è più proprietà né del Parlamento né tanto meno degli italiani, ma di una holding non eletta da nessuno di cui Renzi e il sistema politico nel suoi complesso non sono che esecutori.

Dunque non si poteva far nulla prima che il fiduciario tornasse con i desiderata del consiglio di amministrazione. E ‘come in certi film degli anni ’50 nei quali la servetta si finge padrona di casa dando origine ad una serie di equivoci inestricabili: meglio apparire come padrone sciatte e cialtrone che come domestiche a servizio. Di certo è motivo di viva e vibrante soddisfazione per i poteri di Bruxelles e di Berlino, sapere che in Italia non c’è nemmeno bisogno di corrompere i deputati per ottenere un assenso ai massacri, come invece accade in Grecia (vedi qui) dentro una nuova vergogna europea, perché le risorse nazionali sono ancora sufficienti a garantire un’adeguata remunerazione, specie in presenza di grandi opere e grandi eventi. Un Expo qui, un’Olimpade là, una tav qui e un Mose là sono più che sufficienti, basta che si mantenga lo statu quo e naturalmente la poltrona.  Basta dire di sì


Affonda Roma: ora Renzi fa l’antisindaco

Ignazio Marino e Matteo Renzi ai Fori ImperialiAnna Lombroso per il Simplicissimus

E dire che non ci avevamo creduto, invece oggi abbiamo visto all’opera il partito dei sindaci, quel patto sancito da un virile abbraccio sui Fori Imperiali di Renzi e Marino, a conferma di una inossidabile alleanza in nome di strategie comuni nel nome dell’interesse generale.

Avremmo dovuto  sospettare forse della sorprendente decisione del premier più affezionato ai doppi incarichi degli ultimi 150, di lasciare Palazzo Vecchio a appena un giorno dalla nomina a Presidente del Consiglio.

Adesso sappiamo che la repentina e ferma risoluzione è stata presa prima che il Matteo sindaco fosse costretto a scendere in campo contro il Matteo premier e guidasse la sommossa di nuovi ciompi da amministratore contro le decisioni del suo governo.

Così per ora  – ma altri seguiranno – a battersi resta l’altro partner, solo, incazzato come un’ape per il doppio tradimento di compagnuccio di partito e di co-protagonista della coalizione dei podestà.

Ma come, si sarà detto, tutti hanno accusato lo sbruffoncello di Firenze di aver fatto un discorso più da sindaco che da presidente del Consiglio, proprio lui che ha fatto di quel suo localismo del suo radicamento territoriale una qualità, lui che non ha mai avuto il bene di essere eletto in parlamento, ecco che come primo atto proprio come un can de un leghista oltraggia Roma, penalizza la Capitale, taglia i soldi proprio a me, neanche fossi  il  sindaco  di Poggibonsi, proprio lui rinnega tutto il suo passato.. ma allora aveva ragione il Letta. Aveva ragione il Bersani, è proprio un ingrato..

La rappresaglia contro la mancata conversione del Salva Roma è stata fulminea. Io blocco la città, ha risposto Marino: quindi le persone dovranno attrezzarsi, fortunati i politici che hanno le auto blu, loro potranno continuare a girare, i romani no. E il catalogo degli effetti prodotti dall’insensibilità istituzionale del Renzi è lungo:  “Per marzo – sottolinea il primo cittadino – non ci saranno i soldi per i 25mila dipendenti del Comune, per il gasolio dei bus, per tenere aperti gli asili nido o per raccogliere i rifiuti”.

Ma non basta, figuratevi la figuraccia che mi costringe a fare con domineddio se non ci saranno i quattrini per organizzare la santificazione dei due Papi, un “evento di portata planetaria”.  Lo tenga a mente il premier tirato su a Comunione e Liberazione, glielo dico io che per propiziarmelo ho subito provveduto a cancellare l’elenco delle unioni civili.

E se Marino tuona “i cittadini dovrebbero inseguire la politica con i forconi”  non può sfuggire che la mossa del premier di ritirare il decreto Salva-Roma per confezionare un provvedimento tagliato su misura per i tagli imposti dai capestri europei ai comuni, per dettare nomi di suoi fidi in Giunta, per accelerare la vendita di  quote della partecipata di Acqua ed energia, preambolo a un più generalizza to processo di privatizzazione dei servizie  dei beni comuni, sulla quale Marino si era mosso con cautela non per pregiudizio ideologico, magari, ma per una certa indole all’indolenza sostituita da una solerzia dispiegata nelle pedonalizzazioni, che forse il blocco della città minacciato andava nella stessa direzione.

Si sa che al premier spacconcello   piace fare la voce grossa, da vero guappo di periferia, così Marino è corso a Palazzo Chigi a scongiurare il pericolo declinato con il vocabolario del terrore: default, crac, dissesto, paralisi della vita della città, che pesa  come macigni dopo il no al decreto Enti locali, che contiene le norme indifferibili del Salva-Rom. E che spostano sulla gestione commissariale del debito una parte del deficit dei bilanci previsionali 2013 e 2014.

Marino sta sperimentando un inedito dinamismo per evitare con il commissariamento del Campidoglio, la relativa perdita della sua poltrona, l’impedimento a contrarre mutui,  il ridimensionamento   della spesa per i costi del lavoro ed il collocamento in disponibilità del personale eccedente, con pesanti ricadute sui precari, la riduzione della spesa per il personale a tempo determinato   a non oltre il 50% della spesa media sostenuta a tale titolo per l’ultimo triennio antecedente l’anno cui l’ipotesi si riferisce.

Ci sarebbe da ridere se invece non ci fosse da piangere per figure di sindaci indeboliti dal fiscal compact  e dai vari nodi scorsoi visti come misura pedagogica indispensabile per contrarre l’istinto alla dissipazione dei cittadini in spese sociali, mediche, per l’istruzione, l’assistenza, la casa, i trasporti.  Cui fa da controcanto il magniloquente ddl del tutor del governo, Del Rio, in discussione al Senato, di trasformazione  delle attuali Province in enti di secondo livello e in prospettiva in agenzie a supporto dei Comuni e delle Unioni di Comuni, in previsione delle Città Metropolitane e secondo il quale il Sindaco del comune capoluogo diverrebbe anche il Sindaco metropolitano, e il nuovo ente, che si sostituirebbe alla Provincia sul suo territorio, sarebbe governato da un consiglio, eletto da – e fra – gli attuali sindaci e consiglieri comunali, e da una conferenza in cui siederebbero tutti gli attuali sindaci.

«Affama la bestia» era lo slogan con cui Ronald Reagan aveva inaugurato il trentennio di liberismo che oggi stiamo tutti pagando. La «bestia» per Reagan era lo Stato. La pensano così anche i tardivi fan del cowboy alla Casa Bianca, convinti che la bestia da affamare  sia la democrazia, l’autogoverno, la possibilità per i cittadini e i lavoratori di decidere il proprio destino. Non hanno capito che la bestia sono loro e che dobbiamo comnciare a fare i domatori.


Un troll chiamato Letta

trollSiamo perseguitati da un  troll. Da uno che qualsiasi cosa accada dà sempre la stessa risposta con effetti tanto incoerenti che si può sospettare si tratti di una macchina o di un pazzo catatonico. Così nella domenica di pioggia l’unica notizia di rilievo, a parte la solita mota mediatica del “servizio volontario femminile” del regime, è ciò che il troll Letta dice dagli Emirati: la crisi è finita e ci aspetta la ripresa. Già ancora una volta, come se la voce uscisse da un  disco che gira e rigira, con la solita canzone senza riuscire a fermarsi.

Ma anche peggio del normale visto che queste parole irritanti e sconcertanti per il loro evidente litigio con realtà, arrivano dopo una settimana in cui l’Fmi si è riunito in sessione straordinaria per esaminare le conseguenze dell’aumento dei tassi nei Paesi emergenti che mette sotto pressione le esportazioni europee e l’economia italiana in particolare che proprio all’export è attaccata come estremo filo. Settimana in cui c’è stato un vertice semi segreto tra Germania e Francia per trovare un qualche accordo sulla nuova disastrosa situazione della Grecia che si avvia al terzo default. In cui è diventato conclamato il rischio deflazione per tutta l’area euro. Settimana nella quale la disoccupazione in Italia ha sfondato un altro record. Ma i troll sono troll e si nascondono dietro l’anonimato oppure come nel caso del premier anonimo, ma identificabile, dietro la distanza o il clima desertico che protegge dall’umido delle pernacchie Enrico D’Arabia nella sua funzione di piazzista mendicante per Alitalia, Poste, Finmeccanica.

Qui siamo ormai alla scaramanzia oratoria o all’adamatina fede nella credulità popolare. Perdonate una piccola notazione tecnica: con una crescita del pil nominale dello 0,6 %, stimato  dall’Fmi, la decisione di fissare nel Def il deficit del 2014 al 2,5% (contro il 3% di quest’anno)  implica proprio che non vi sarà ripresa e che occorra un mix di tagli e di privatizzazioni per la bellezza di un punto di pil per stare dentro al parametro. Queste stesse manovre però – se attuate -sottrarranno ulteriori risorse all’economia e con l’inflazione al minimo (il pil nominale è la somma tra la crescita reale più il livello di inflazione) portano la previsione del pil reale tra -0,7 e -1 per cento. E praticamente a zero il pil nominale considerando un’inflazione allo 0,7 – 1%. Questo sempre al netto delle turbolenze sempre più evidenti sullo scenario mondiale che potrebbero portare a non riuscire a rispettare quel 3% di deficit che è la condizione di sostenibilità del fiscal compact. Persino il presidente di Confindustria, Squinzi, non ha potuto dissimulare la stizza di fronte a tanta vuota sfacciataggine.

Alla fine il troll Letta quando sostiene che la crisi è finita si riferisce semplicemente al fatto che il suo governicchio può riuscire a trovare ancora una volta la benedizione, sia pure condizionata e sospettosa, di Bruxelles che è l’unica speranza per lui di durare. Senza accorgersi che ammettere un deficit di bilancio, sia pure inferiore a quello dell’anno scorso, viola il grottesco pareggio di bilancio inserito a forza nella Costituzione. A meno di non varare qualche ulteriore manovra, cosa praticamente certa.

La crisi è finita solo nei sogni. Anzi negli incubi di Enrico d’Arabia: solo che al contrario della famosa storia, sono gli italiani a finire nelle mani dei turchi. E a farsi molto male.


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