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L’Appecorona-Virus

greg   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tributare un omaggio all’impegno quotidiano che l’Italia e gli italiani stanno profondendo nella lotta contro l’emergenza coronavirus. Allo spirito resiliente che anima chi è da mesi in prima linea: medici, infermieri, operatori sanitari e di Protezione civile. Accendendo i fari anche sui cittadini che, seguendo le regole imposte e facendo ogni giorno la propria parte, contribuiscono alla riduzione dei contagi”.

Viene presentata con i toni dimessi e sobri, consoni al momento, l’iniziativa del Corriere della Sera che oggi offre agli affezionati lettori che sfidano il contagio per recarsi all’edicola, «Il nostro Tricolore», un’opera unica in cartoncino plastificato, firmata da due grandi artisti contemporanei, Armando Milani e Ugo Nespolo per “ celebrare la forza, l’orgoglio, l’impegno e il talento con cui l’Italia e gli italiani stanno affrontando i giorni del coronavirus”.

È probabile che ci salveremo dal virus, ma siamo ormai  irreversibilmente contagiati  dai veleni  della retorica più bieca e scellerata, quella dei buoni sentimenti: amor patrio, fede, speranza, obbedienza, carità.

Basta dare un’occhiata intorno nella rete, dove è tutto un estasiarsi e  sperticarsi per le magnifiche e munifiche gesta scaricabili dalle tasse di imprenditori e magnati, definiti così non certo perché dovrebbero aver magnato abbastanza da vergognarsene, ma perché stanno erogando generosamente quattrini sottratti al fisco,  profitti dello sfruttamento e  rendite parassitarie convertiti per magia in prodighe donazioni.

Ogni giornale li elenca in veste di splendidi mecenati, mettendo tra parentesi l’entità  della carità pelosa, gli  Agnelli (10 milioni) proprio come Berlusconi da Nizza, Armani (1 milione e 150 mila euro), i Benetton che gettano con uno sguardo dal Pone e uno rivolto agli incendi del Bangladesh, ben  3 milioni,  Lavazza (10 milioni), Barilla (2 milioni), Caltagirone (1 milione), Della Valle (5 milioni) e poi compagnie assicuratrici, banche, compresa Mediolanum fiera di contribuire con 100 mila euro al Sacco di Milano, intendendo l’ospedale e non le attività predatorie che hanno contribuito a farne la capitale del Coronavirus.

Ma sarebbe troppo facile osservare che editori contigui ai grandi elemosinieri e i loro giornalisti sono per natura  “appecoronati” nella più sordida cortigianeria.

Macchè il servo encomio per le oblazioni Vip spopola in rete, e fa  il paio con l’ammirata considerazione riservata alle misure del governo in previsione del new deal dell’era Draghi, che elargiscono prestiti, tramite finanziamenti bancari, per 25 mila euro a piccole imprese individuali, aziende e esercizi in rovina per le restrizioni e limitazioni imposte dalla pandemia, e che li dovranno restituire, pena il sequestro delle proprietà, prima casa compresa, risparmiata dagli appetiti di Equitalia.

Grazie al Coronavirus insomma siamo tutti iscritti al partito dell’amore universale. Per questo possiamo essere partecipi della fierezza e dell’orgoglio che ogni giorno merita il riconoscimento della stampa padrona, degli opinionisti un tanto al metro che fanno di noi del nuovi partigiani anche se conservano quel tanto di pudore da chiamare il #iorestoacasa  solo resilienza e non resistenza.

Precipitati in un contesto deamicisiano, con il Cuore, grazie alla gratitudine esercitata nei confronti del personale sanitario ma anche di pony, operai, commesse, magazzinieri, ma pure con Amore e Ginnastica, se pensiamo alla priorità attribuita al bisogno di fare benefiche corsette seppure limitate allo stretto  circondario, ci viene dato in prestito il piccolo eroismo domestico del domicilio coatto.

Che poi altro non è che la piccola utopia ottocentesca, il mito borghese, accuratamente selettivo grazie al quale c’è chi sopravvive anzi vive bene tra letture ritrovate, conversari, ricamo, torte e confetture, beandosi della riconquista di tenerezze e affettuosità, mentre altri meno meritevoli di questi agi, sono obbligati a prestarsi al loro servizio per curare i malati, certo, ma anche per fornire la frutta per le marmellate, la farina per le crostate, stampare i giornali da commentare davanti al  caminetto.

Dalle periferie, da scomodi bilocali, da villine bifamiliari e falansteri dell’hinterland, dalle viscere della #MilanoNonSiFerma, escono ogni giorno e ogni notte milioni di lavoratori come si compiace di ricordare Boccia che rivendica di aver “mandato avanti la produzione”, come vuole Renzi preoccupato che non si metta mano a altri ponti a beneficio delle solite cordate di famigli e amici, come esigono presidenti di regione e associazioni imprenditoriali che aiutano le autorità a scaricare su singoli la colpevolizzazione di comportamenti “irresponsabili” e criminali, runners, senzatetto, casalinghe a caccia di uova, bambini che giocano a calcetto in strada e senza “cane da uscire”.

Altro che resilienza: la quarantena prolungata è un lusso, un privilegio che farà strage di chi perderà reddito, lavoro, sicurezze, garanzie già minacciate, salute (già ora patologie corniche sono trascurate forzatamente), relazioni e affetti messi alla prova dalla lontananza. Che è sopportabile, anche psicologicament,e da chi sente e gode dell’appartenenza a un ceto superiore a quello  dei lavoratori che nelle province di Milano, Bergamo e Brescia sono stati costretti a continuare a lavorare dopo la creazione delle prime zone rosse, a quei due milioni di persone, più della metà nei cosiddetti comparti produttive non essenziali, che per settimane – e tanti altri se ne sono aggiunti –   costrette a uscire di casa, a contagiarsi e a creare contagi, in fabbrica, in ufficio, sui bus, sui treni, sulla metro guidati da altri potenziali untori e esposti, per la celebrazione del profitto.

Altro che eroismo della resilienza, altro che celebrazione della segregazione, chi dice che è accettabile il ricatto o la borsa o la vita, a carico di altri da loro, come quelli di Taranto, delle aziende dell’amianto, oggi dei settori “essenziali” F35 compresi, perché c’è in gioco la salute propria e altrui, gli stessi che in mancanza di elementari criteri di efficienza della sanità pubblica, invece di svolgere la necessaria facoltà di partecipare e opporsi alla demolizione del sistema dell’assistenza si sono arresi a fondi, assicurazioni e cliniche private, ha introiettano l’ideologia secondo la quale non c’è alternativa possibile allo sfruttamento, alle privatizzazioni, alla speculazione, alla svendita dei diritti ridotti a merce.

E che conviene anzi è doveroso scavarsi una nicchia al loro interno, con la speranza di approfittare  di quel poco di benessere che arriva della polverina d’oro frutto dell’arricchimento di pochi, effetto collaterale positivo, ma anche quello selettivo, della competizione universale, della crescita economica, dello sviluppo tecnologico, della scienza.

Perfino adesso che questi “valori” e il loro senso progressivo e emancipatore si perde assumendo quello distruttivo della natura, della salute, dei rapporti sociali, in nome di un ordine sociale sano, sperano con l’obbedienza a regole limitative di libertà e autonomia, con la rinuncia alla critica rinviata a “dopo”, di conservarsi quella tana, dove hanno diritto di cittadinanza solo gli istinti animali,  sopravvivenza e sopraffazione.


Caritas pelosa

fontana_di_trevi_transennata_640_ori_crop_master__0x0_640x360Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è risaputo, hanno cambiato i diritti in elargizioni e sostituito  la solidarietà con la carità. È che fa comodo a tutti, te la cavi con qualche sms, con qualche colletta, con un mi piace sull’immaginetta del sindaco disobbediente e è fatta, salvo poi chiedersi perché non se li accolgono a casa loro i molesti immigrati, salvo fare qualche ora di volontariato compassionevole volontariato e lasciar sola la seccante nonna tutto agosto o cercare di ricoverarla tra i lungodegenti.  E mica vale solo per le invasioni di 12 stranieri in una cittadina di 30 mila abitanti, si attaglia perfettamente anche a chi raccoglie bottiglie di plastica nella spiaggetta raggiunta col Suv, insomma alla difesa di dogmi dietro ai quali si nascondono il più delle volte,  interessi e giri di quattrini.

Per quello non mi unisco alla deplorazione per la decisione della sindaca di Roma che ha deciso che le monetine che i turisti lanciano nella Fontana di Trevi per propiziare un ritorno nella Città Eterna, restino del Comune e non vadano più nelle casse della Caritas. Dal primo aprile il tesoretto, nel 2018 pari a 1,5 milioni di euro, verrà messo a bando per essere destinato in misura prevalente “al finanziamento di progetti sociali e per la restante parte alla manutenzione ordinaria del patrimonio culturale”.

Apriti cielo:   titola l’Avvenire  “Le monetine tolte ai poveri” sono servite a offrire servizi importanti non soltanto per i clochard, nella Capitale oltre 10mila, ma anche per quanti faticano ad arrivare alla fine del mese, con i posti letto ma anche con  i generi alimentari distribuiti attraverso l’Emporio della Solidarietà presente a Ponte Casilino. Per non dire del Pd che tramite il suo segretario regionale recrimina: “Invece di sostenere chi ogni giorno fornisce una rete straordinaria di assistenza e di solidarietà   viene raddoppiata la tassa sul terzo settore e ora viene colpita la Caritas di Roma che svolge un ruolo fondamentale e garantisce assistenza e umanità a migliaia di persone e di famiglie in difficoltà” mentre  l’ex capogruppo capitolina ed ora consigliera regionale Michela Di Biase in Franceschini, accusa che  “nel nome della legalità verranno sottratte risorse preziose per interventi a favore dei senzatetto e a iniziative benefiche che sempre più spesso colmano mancanze del sistema welfare cittadino”.

Ora a me non piace niente di quello che fa la Raggi, salvo ricredermi se davvero impedisce l’ingresso al centro ai torpedoni, primi tra tutti quei condomini addetti al trasporto di pellegrini distribuiti in due piani nei luoghi sacri e cui farei seguire immediatamente un impegno per promuovere l’esazione dell’Imu dei fabbricati della chiesa  luoghi di un altro culto ancora più potente,  quello turistico.

E sicuramente la solidarietà non è un caposaldo della sua amministrazione, proprio come non lo è di altri sindaci che militano nelle schiere della disubbidienza,  che pare non preveda, nemmeno quella, di compiere il necessario salto dalla pietà alla cura dell’interesse generale oltre che del decoro.  Non mi aspetto dunque che decida di non estendere a infami incarichi le funzioni della sua municipale prendendo alla lettera le opportunità repressive offerte dal Daspo urbano, pensato proprio per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, bianchi o neri che siano. Non mi aspetto che affronti il problema delle case occupate dai senzatetto come vuole una drammatica sfida sociale prima che umanitaria, invece che come fastidioso grattacapo da risolvere con l’uso della forza pubblica in armi. Ormai non mi aspetto nemmeno che malgrado le promesse elettorali si sottragga agli ordini dei poteri forti romani sottraendosi all’obbligo di tira su uno stadio inutile in una zona a rischio ambientale, per la cui realizzazione è inevitabile il contributo pubblico, economico e morale, sotto forma di infrastrutture di collegamento, sconti e manomissione delle regole urbanistiche e di tutela del territorio.

Però sulle monetine e la Fontana convertita in cassetta delle elemosine da passare direttamente alla Caritas mi torvo d’accordo con lei.

E non solo perché la Caritas, organismo pastorale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana, l’unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) per la promozione della carità ha intenti  confessionali e missionari   e una funzione pedagogica:  far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità  il senso cristiano della solidarietà,  non può né deve esser considerata un potere sostitutivo della funzione obbligatoria dello Stato e del settore pubblico a diseredati, poveri, emarginati, ma semmai aggiuntivo.

Non solo perché per  praticare concretamente e esercitare quello spirito  evangelizzatore la Cei può contare su  un ingente patrimonio comprensivo di attici prestigiosi e di proventi derivanti da attività commerciali, se non apertamente simoniache, esenti da qualsivoglia regime di imposizioni fiscali. E quindi quel cespite ha soprattutto un inaccettabile valore simbolico a sancire l’eterna soggezione della città di Roma e dello Stato italiano alla potenza Oltretevere.

Ma anche perché quella cifra, seppur depurata dei costi per la raccolta affidata all’Ama non sappiamo con che esiti,  sarà destinata a interventi di conservazione e risanamento di beni comuni e artistici,  verde pubblico e monumenti, altre fontane vandalizzate comprese. Un obbligo quello, stabilito dalla nostra Costituzione e in capo allo Stato, che è però ancora e anche vincolato all’impegno di estendere la sua attività di vigilanza, conservazione, valorizzazione e restauro dei beni ecclesiastici attraverso capitoli di spesa del Mibact e soprattutto grazie all’apposito  Fondo edifici di culto (Fec) in capo al Ministro dell’Interno, che ha in cura  oltre ottocento chiese distribuite su tutto il territorio nazionale. Tanto è vero che Stato e governi che si succedono tra adoratori di Padre Pio, fanatici di San Gennaro, adoratori di presepi purché non fusion, hanno dato priorità agli interventi di ricostruzioni delle chiese anche rispetto alle case dei terremotati dell’Emilia, come del Centro Italia, suffragando il sospetto di una subordinazione ossequiente al potere dell’aspersorio autorizzato all’evasione dell’Imu in qualità di poderosa agenzia turistica mondiale e celeste, della quale è bene conservare la protezione e la gratitudine in vista di viaggi terreni e ultraterreni. Tanto è vero che nelle stesse chiese soggette a restauro a spese delle Stato è concessa anzi applaudita come prova di dinamismo e imprenditorialità qualsiasi iniziativa commerciale: biglietto di ingresso, terrazza bar sulle guglie, caffetterie sulle terrazze absidali, “te all’Opera”: dove l’Opera non è un teatro, ma l’Opera del Duomo di Siena che nella “cripta” della cattedrale organizza mostre a pagamento con la possibilità di gustarsi  “al piano terra il sangue di Cristo della messa, al primo piano un mojito, al piano di sotto un Caravaggio” che denunciò a suo tempo Settis.

Questo è un Paese di giuramenti e promesse mancate, di costituzioni inattuate e tradite, figuriamoci se davvero potevamo sperare in una libera Chiesa in libero Stato per essere liberi dall’ipocrisia e dalla cattiva coscienza che si esprime con la carità pelosa, anche quella dei “mecenati” chiamati a salvare il nostro patrimonio in cambio di  favori, aggiramento e scavalcamento delle regole, concessioni e autorizzazioni urbanistiche per occupare intere aree con le loro cittadelle del lusso. Come nel caso proprio della Fontana di Trevi cui è stato restituito un inquietante candore da poco dopo essere stata bardata per anni con la effe del logo dello sponsor.. e più mecenatismo peloso di quello.

 


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